Giorgio Mameli. Il riparatore di libri. A&B Editrice

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per L’Ottavo. Buona lettura.

Così come è possibile riparare un libro, ricomponendone l’ordine delle pagine, così i ricordi possono essere collocati nel loro continuum, anche quando questi si presentano sparsi, evanescenti. Dietro un ricordo c’è un pezzo di vita, all’interno della vita sta la morte; ma la morte è un riepilogo, è la somma di tutto ciò che siamo stati, che abbiamo attraversato e nulla si ricongiunge edulcorato, ma si ripresenta per ciò che è.

Ed è proprio quello che vuole dirci Giorgio Mameli con il suo breve romanzo. In ottantotto pagine viene dilatata una manciata di secondi, un lasso di tempo brevissimo in cui riappare il passato del protagonista con le sue tappe fondamentali.

Un amore inseguito e acciuffato solo per un istante; un’avventura con un terrorista dell’Eta; una scelta di vita, quella del riparatore di libri, che arriva alla fine di una serie di esperienze che spingono il protagonista a diventare un eremita. E tutto ciò si concentra in un giramento di testa che rimescola le carte, facendo uscire dal mazzo ciò per cui è stato importante esistere.

È una scrittura chiara e chirurgica quella di Mameli, che racconta senza apportare giudizi. In fondo, valutare il passato è sempre una scelta banale. Rimpiangere qualcosa è come sbattere la testa contro un muro di cemento armato sperando di romperlo. Interessa poco al protagonista e non è il tema del libro. Infatti, c’è un sottile collegamento tra “riparare” e “ricordare”. Entrambe le azioni servono per riportare in vita qualcosa, sapendo bene che nulla può essere aggiunto. Un orologio rotto potrà tornare a contare il tempo, un ricordo potrà riportarci a quel momento.

E il resto? Non importa, va ricercato altrove.

Il riparatore di libri è un romanzo breve e intenso, capace di giocare con la memoria. Ma i ricordi sono fatti di una materia densa che poco si lascia modellare. Infatti, ogni manipolazione della memoria è un prendersi in giro consapevolmente, così come trovare a tutti i costi nel passato il senso del presente.

Patrizio Zurru. Enedecascivoli. Maraggi Editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri. Buona lettura.

Un “sali e scendi” per questi ricordi che nel tempo non si sono dissolti, ma che sono diventati sempre più vividi recuperando nel loro “eterno ritorno” tanti piccoli particolari, fin quando tutto è ridiventato ciò che è stato.

Eccoli qui i sessantacinque racconti che Patrizio Zurru ha voluto imprimere sulle pagine di questo libro. Per ognuno di loro, l’autore ha delimitato uno spazio, una sorta di tela bianca sulla quale il lettore potrà tracciare le proprie emozioni. Una “lettura partecipata”, in cui è proprio il lettore ad arricchire il racconto con le sue linee estemporanee. C’è qui l’immagine di un tempo andato via, di cui non si deve avere per forza nostalgia, ma che testimonia la fuga in avanti degli anni, la metamorfosi costante d’ogni cosa, il mutamento dei corpi, dell’anima, di tutto ciò che ci circonda.

Un tempo c’erano i giochi per strada; le famiglie-tribù; il quartiere; il paesello; il mondo senza connessioni internet; la Sardegna, terra d’origine dell’autore, oltre cui sembra che non ci sia nulla. Ma cosa c’è di più romantico dell’isolamento degli isolani, che vedono gli altri continenti come terre lontane, incantate e misteriose? E come viene vissuto tutto questo da un bambino, che può sognare guardando l’orizzonte immaginando che al di là di esso tutto sia distante e irraggiungibile?

E Zurru ci accompagna tra queste sensazioni, attraverso brevissimi racconti simili a frammenti. Frammenti non più taglienti, ma preziosi, che possono essere incastrati l’uno nell’altro, che s’imprimono su un foglio, magari a fine giornata, quando il sole cala e il cielo sanguina… è questo il momento migliore per lasciarsi andare, per immaginare che l’isola sia l’unica terra emersa dalle acque e che, qualche volta, anche un uomo ha il diritto di sentirsi un’isola.

E a tanti scogli emersi dal mare calmo dei ricordi assomigliano i racconti di Zurru, che si tuffa nella sua memoria, lasciandosi trasportare dalle onde, quelle onde che cercano sempre una spiaggia sulla quale infrangersi.

Le gambe delle donne

Un racconto di Antonella Perrotta. Buona lettura.

“Settantasette” urlò Saverio, il pescivendolo, nel pescare il numeretto dal sacchetto della tombola.

E fu un coro di: “Le gambe delle donne.”

E a tutti s’illuminarono gli occhi, neanche le avessero per davvero davanti, quelle gambe. Immaginaria visione. Porta del cielo.

“Ma che deficienti. Du’ gambe, so’. Ossa, pelle e carne, quando poca, quando troppa” avrebbe risposto Teresina, la levatrice, che pure di gambe s’intendeva.

E, invece, no.

Perché le gambe delle donne sono come un libro chiuso che non vedi l’ora di sfogliare, prima, e di tuffartici dentro, poi. Dritte, storte, sode o cellulitiche, fanno l’andatura, ché nessuna è più femmina di chi cammina da femmina. “La camminata è importante. Sgrazia e aggrazia” diceva sempre Alfonso Campobasso, il titolare del negozio di calzature “Un passo alla volta”, nel suo lessico personale. E, a suo modo, aveva ragione.

Basti pensare a Luisa Barbieri, la barista, che aveva un passo da camionista e le caviglie di chi è affetto da gotta. Ecco, nessuna calzatura era in grado di “aggraziarla”. Nessuno fantasticava sulle sue gambe. Ma a lei poco importava. “Sono bella uguale” diceva. Agli altri e a se stessa. E non per voler convincere, ma perché ne era convinta.

Su quelle di sua sorella Vera, invece, c’era da farci un film e niente era più inverosimile del finale, considerato che a Vera, di quelle fantasie, poco e niente importava. “E che le fai vedere a fare le gambe, allora?” le chiedeva più di qualcuno, scarpe grosse e cervello pure, riferendosi alle minigonne che era solita indossare. “Perché mi piacciono” rispondeva lei altezzosa, senza lasciare intendere se fossero le minigonne o le sue gambe a piacerle o, magari, entrambe. Perché, diciamolo, solo una donna sa.

C’era, poi, Assuntina Capotosto. Lei le sue gambe le postava sui social sotto il profilo “Venere”. Gambe sulla spiaggia oliate come alici fritte, gambe umide di salsedine sulla battigia, gambe pronte a calarsi in piscina, gambe che danzavano, gambe fasciate da tute stretch sul tapis roulant, gambe fra le frasche e i papaveri rossi, gambe su tacchi dodici e mai con le infradito che ingrossano la caviglia. Lo sapeva, Assuntina, che le sue gambe piacevano, più dei suoi occhi marrone-slavato, stesso colore di un cane randagio. Una donna, sa. Perciò, le postava. D’altronde, era l’unica soddisfazione della sua vita banale sapere che gli uomini sulle sue gambe fantasticavano e pure assai. Significava che fantasticavano anche su di lei, ché le sue gambe erano la sua persona. Gambe e anima, per Assuntina, erano equivalenti.

C’erano le controindicazioni, però. Ci sono sempre quando si ha a che fare con gli uomini-muli, intendendosi per tali quelli che camminano su un percorso già tracciato senza discostarsene e senza avere la minima idea di come si possa farlo. Quelli che indossano il paraocchi e non come accessorio, ma come capo basic. Ecco, con loro bisogna prestare attenzione, ché non si sa mai cosa potrebbero capire, immaginare, pensare, anche fare, di fronte a quel gamba più gamba.

Mentre, solo una donna sa.

Sonia Caporossi. Opus Metamorphicum. A&B Editrice

Ogni sistema teorico può essere annichilito? La risposta ce la dà Sonia Caporossi nel suo libro. La recensione di Martino Ciano è già stata pubblicata per Gli amanti dei libri.

Poiché la filosofia è poesia, concetto che Sonia Caporossi ribadisce molte volte, dobbiamo dedurre che tutto ciò che attraversa l’attimo è soggetto a un’intuizione deflagrante che solo in un secondo momento si sottomette alla logica. Ma il più delle volte ci si ritrova con dei carboni ardenti tra le mani.

Ma cos’è la logica se non il tentativo di ordinare, in base a strumenti umani, quindi, fallaci, l’esperienza? E soprattutto, ci si può fidare dei risultati conseguiti?

Opus Metamorphicum è la negazione di ogni sistema teorico. Dire “no” è la prima, se non l’unica, dichiarazione di guerra rimasta all’uomo. Negare è il primo passo di ogni nuova riflessione. Quando nella negazione viene posto anche un pizzico di ironia l’essere umano si mostra per ciò che è: un fesso che prova a capirci qualcosa.

In questo libro di monologhi, a parlare sono grandi filosofi, personaggi dei fumetti, uomini di scienza, donne mezzo-e-fine di Dio. Ognuno di loro si lancia in un discorso ossessivo e petulante; solo per Maria e per la Maddalena parleranno il Padreterno e Gesù, le due fanciulle resteranno “umili” ascoltatrici così “come impone la tradizione”. E in questo vortice di pensieri, tra l’assurdo e il tragico, si muovono le ragioni di una filosofia che è solo uno sforzo banale, che a nulla serve e a nulla porta, perché niente rimane della misteriosa metafisica se non un’opinione cangiante, contraddittoria, indimostrabile.

Cosa resta all’uomo se non prendere coscienza di essere un’opera in metamorfosi, in balia del divenire, mai stabile, mai sazio delle sue trasformazioni, sempre incapace di controllare ciò che lo muta. Così come il filosofo è dominato dall’angoscia, così Maria e la Maddalena sono sottomesse alla volontà di Dio. Ma non è anche Dio un pensiero che si fa carne e un sistema teorico costellato di concetti traducibili in un nulla è vero, tutto è possibile? Non è il pensiero un’energia simile alla libido, che rende l’orgasmo un’intuizione illuminante, quasi una noesi in carne e ossa?

Sonia Caporossi scrive un libro tremendamente ironico, distruttore di ogni favola metafisica, di ogni principio di equivalenza. Una prosa sperimentale, che si autocompiace e si suicida, che rinasce solo perché ha voglia di morire nuovamente, che si prende sul serio solo per ridere meglio di sé. Non è un’opera semplice, perché non si presta a tutti i gusti, ma è una serie di monologhi che fa a pezzi la filosofia e che riporta l’essere umano sul terreno dell’illogicità, del divenire, dell’annichilimento di ogni fobico ismo.

Evocare. Necessità dell’utopia

Breve riflessione di Martino Ciano dopo la lettura di Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Buona lettura a chi vorrà.

In principio fu l’evocazione d’ogni forma.

Il Divino Creatore avvertì così chiaramente la nausea della permanenza, che gettò tutto nell’eterno divenire. Il costante mutamento! Che dolore, che delirante sconquasso, che poesia, che tormento. Possa il caos di nuovo inghiottire ogni cosa.

Ognuno è parte del tenero suicidio dell’ente-mutevole man mano che la necessità invoglia a ricercare. Ricerca stupida. Vana. L’unico risultato è lo scuotimento della mente, la follia della lucidità.

Non trovare mai la luce. Anche questo è un dogma.
Gli scettici s’aggrapparono alla convinzione che la verità assoluta fosse un’utopia.

Così la vita si attraversa in sospensione, accettando un bene supremo che somiglia al male. Ma anche se tutto si riducesse solo a tre piacevoli azioni, ossia, mangiare, bere e fare all’amore, nessuno si salverebbe dall’innata tentazione di essere potenza e atto. Così come gli Dei e l’Unico Dio, che non conoscono la morte, ma possono solo osservare ciò che creano, così gli uomini si affannano a produrre e a trasformare. Eppure sono destinati alla morte, anche se sono preda della volontà di vita.

Volontà di vita? Forse andrebbe chiamata istinto.

S’aggira la volontà cieca e casuale. Fa danni, è il tormento, è l’agire famelico. Che sia la coscienza solo una sostanza che ha la capacità di contemplare se stessa, negando l’oltre e gettando nella follia l’uomo convinto d’aver compreso i divini meccanismi? Se dopo Auschwitz non avremmo più dovuto scrivere poesie, perché abbiamo continuato a chiederci da dove veniamo? E l’uomo creato-non generato della stessa sostanza del Padre, a chi somiglia?

Dal soffitto della mia stanza, quella in cui mi richiudo per pochi ma intensi minuti, discende un ragno. Con la sua tela ha fatto una corda, con quella corda giungerà a mezz’aria. E come io mi avvicino, lui risale, fino a diventare invisibile al mio sguardo, ma lui è lì, in quel cielo ch’io chiamo soffitto, e io non so più riconoscerlo in quel cemento dipinto di bianco. La mia stanza non diventa senza pareti, la mia stanza è una gabbia. Chiamo il ragno, non torna; evoco il ragno, lui non c’è. Magnifica utopia, credere che ognuno, prima o poi, sarà padrone del proprio destino.

Non v’è decisione, idea, progetto, che non sia figlio di un delirio.

Tutto è forma di un’unica sostanza, anche questo testo che io consegno alla collera degli Dei.

Paradossi di un vitalismo insensato. Una cospirazione… Omaggio a Thomas Ligotti

Che sia la coscienza la cospirazione contro la razza umana? Thomas Ligotti ne parla in questo libro pubblicato da Il Saggiatore. L’articolo è di Martino Ciano ed è già stato pubblicato per Zona di Disagio

Vivere, questo è davvero importante.

Perché continuare a vivere a tutti i costi e non darsi la morte quando non si trae più beneficio dall’esistenza? È una di quelle domande che non avranno mai risposta, o meglio, forse la risposta la conosciamo ma non vogliamo ascoltarla. Quando la coscienza ce la sussurra, tappiamo le orecchie alla nostra anima perché, dopotutto, la vita è un vizio al quale è meglio non rinunciare.

E così è sopravvissuta la nostra specie: la rampante e inquietante razza umana che nei millenni ha creato sistemi filosofici, nicchie interpretative, pompose religioni, ideologie romantiche. Tutta colpa della coscienza, spiegano alcuni. L’evoluzione della coscienza ha creato i suoi sistemi di protezione, ossia, illusioni che hanno alimentato l’istinto di sopravvivenza e l’affannosa ricerca del senso della vita.

Produrre risposte soddisfacenti capaci di smentire verità ovvie è stata e sarà l’attività preferita dell’umanità. La realtà ha sempre schiaffeggiato l’uomo, perché se è vero che dalla polvere si viene e alla polvere si torna, è altrettanto vero che il senso dell’essere-qui resta sconosciuto.

Attraversiamo la vita nell’incoscienza, crogiolandoci nel miraggio dell’eternità; da sempre, anestetizziamo l’angoscia per la morte, per il nulla, per l’annientamento, per la vanità di ogni cosa che facciamo sotto il cielo.

La cospirazione contro la razza umana di Thomas Ligotti è un piccolo viaggio nel pessimismo. Ma cos’è il pessimismo? Personalmente, il miglior modo per vivere sereni, per godersi il proprio tempo, per respirare senza angoscia, per non aver fretta, per riscoprirsi uomini. I danni del pensiero positivo sono inscritti nell’individualismo, nel buonismo, nel globalismo e in altri migliaia di ismi che attribuiscono all’uomo un ruolo di preminenza su tutto.

Essere ottimisti e felici a tutti i costi vuol dire vivere autodistruggendosi, perché l’uomo non domina, ma è dominato dalle illusioni, dall’etica del trasformismo, dall’evoluzione, dalla reificazione degli istinti. Tutto è mercato, ognuno è in vetrina con un prezzo. Ecco, la felicità è sentirsi ricchi anche se il valore delle proprie azioni crolla nel perenne giovedì nero.

Ma nel suo libro, Ligotti porta alla memoria anche tutti quei pensatori definiti pessimisti e abbandonati ai margini dai cattedratici. I motivi di questa “cancellazione”? La loro colpa è stata quella di non aver saputo creare sistemi teorici in grado di illudere l’umanità con la speranza dell’eternità, dell’ottimismo. Tra questi Camus, Zapffe, Schopenhauer e tanti altri.

La cospirazione contro la razza umana è un libro da maneggiare con cura perché non fa sconti, non lascia dubbi, è lapidario nei suoi giudizi. Ho letto tanti commenti su questo libro. Alcuni addirittura non sono riusciti ad andare avanti con la lettura, perché presi dal timore di non riuscire più a riprendersi. Forse è il caso di chiarire che tra queste pagine non c’è nulla di nuovo che già non sappiamo, che già non ci siamo domandati, di cui già conosciamo la risposta. Certamente, non è un libro per chi ama illudersi e si abbandona volentieri alla tentazione di esistere.

Tommaso Lisa. Memorie dal sottobosco. Exorma Editore

La vita di un insetto e la consistenza del mondo. Tutto questo lo troviamo nel libro di Tommaso Lisa. Ne parla Martino Ciano in questo articolo già pubblicato per la rivista L’Ottavo.

Che la vita non “alberghi” solo laddove la individuiamo o la captiamo è cosa nota, eppure, ci convinciamo del contrario. Spesso ci inganniamo e crediamo che la nostra specie sia l’unica “cosa vivente”, mentre intorno tutto è dominato dall’immobilismo, dal silenzio, dalla quiete. Così non è, lo sappiamo bene, ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Tommaso Lisa, amante dell’entomologia, ramo della zoologia che studia il variegato mondo degli insetti.

Eccoci qui, con questo libro che ci porta nel mondo dei coleotteri, in particolar modo del Diaperis, il coleottero dei funghi. Come un provetto Piero Angela, Lisa ci mostra questi particolari insetti, per nulla insignificanti, ma importanti per il mantenimento dell’equilibrio del Mondo; ma attraverso loro, lo scrittore cerca anche di comprendere il perché di questo “strano interesse” che lo stuzzica fin da bambino.

Tra queste pagine troveremo un Lisa divulgatore, apologeta del diritto alla vita dei coleotteri di cui si contano 350 mila diverse specie e che numericamente superano gli esseri umani; ma, soprattutto, un Lisa narratore che attraverso il titolo del suo libro chiama in causa Dostoevskij. E così come lo scrittore russo ricercava nel “sottosuolo” dei ricordi, l’origine delle sue scelte, così Lisa ritrova nel “sottobosco” una vita che silenziosamente si muove, che non fa notizia, che molte volte “viene schiacciata sotto i piedi”, che non segue le nostre regole e la nostra logica.

È un continuo dialogo quello che l’autore intrattiene con il “suo” Diaperis, quasi a voler sottolineare più una continuità “genetica” tra l’uomo e il coleottero che non una metamorfosi, perché la vita è un “corpo indivisibile”, una “sostanza” che si manifesta in forme diverse. Non ci sono isolate trasformazioni, ma vige un principio di contiguità, un’affinità logica che proprio per l’essere umano appare “illogica”.

Lasciatevi affascinare da questo libro fuori dal comune, perché sa “parlare” diverse lingue e sa mostrarci un mondo che non segue una sola “regola”

Innocenza dell’umanità. Una legge di sopravvivenza

L’angoscia del divenire e la sua spettacolarizzazione. L’uomo è un evento? Ne parla Martino Ciano in questo articolo. Buona lettura.

Poiché viviamo nella disperata ricerca dell’innocenza, tant’è che il primo atto di grazia è un battesimo che ci lava dalla colpa originaria, ecco che ogni giorno è buono per proseguire felici nel nostro viaggio nell’eterna disgrazia.

Un mondo ricco di tentazioni s’apre all’anima e al corpo, un’umiliazione costante che s’agita in noi da quando ci svegliamo a quando ritorniamo al sonno. Fare-non fare, guardare-non guardare, toccare-non toccare, desiderare-non desiderare. E i nostri sogni, pur sempre figli della colpa, contengono la gioia del caos primordiale. Un insieme di luoghi, di simboli e di emozioni antropomorfe (la colpa mi appare sempre come una donna con la testa di toro) si manifesta davanti agli occhi della mente.

Che dolce desiderio morire nel sonno, magari risucchiati in questo mondo inconscio, fatato, alato!

La coscienza è la disgrazia d’ogni cosa. Una coscienza racchiude in sé il patrimonio di frammenti etici, estetici e morali che rende libero (bella parola senza senso) ognuno di noi.  Gesù era un uomo dalla coscienza rivoluzionaria; così ribelle da pensare che tutto il mondo dovesse agire come lui. In fondo, se suo Padre aveva creato tutto, allora tutto era rappresentazione del Padre e tutto era espressione della Sua volontà di potenza.

E l’uomo? Un comodo divenire in un gioco, la vita, che deve continuare il più possibile.

Vince chi si salva! Ed è per questo che bisogna sopravvivere, per salvarsi, per lasciare il mondo con meno colpe possibili. E se proprio non dovessimo raggiungere il Paradiso, proveremo a reincarnarci. D’altronde, il riconoscimento dello stato di innocenza da parte del Divino Creatore è l’obiettivo di ogni uomo. Morire con la dicitura “era una brava persona” è sinonimo di innocenza. Anche quando questa locuzione viene usata come “frase di circostanza”, noi siamo stati salvati un attimo prima di venir dimenticati per sempre.

Poiché tutto è il contrario di tutto e ogni cosa può diventare una colpa che dà il via libera a un’altra serie di colpe, ecco che l’amore per ogni farneticazione religiosa e il non senso della vita trasportato nel disegno divino diventano argomenti per gli opinionisti. E mentre guardo il programma condotto da Barbara D’Urso (questa sì che è una colpa), mi chiedo come sia possibile parlare in maniera sequenziale della scomparsa di Denise Pipitone, della fine del fidanzamento tra Paolo Brosio e la sua Baby Fidanzata (lui ha quarant’anni più di lei) e dei miracoli di Padre Pio. Cosa accomuna i tre argomenti, se non questa spettacolare concezione dell’Universo in cui ogni rappresentazione è volontà di un Potere persuasivo.

Guardate! La persuasione è come una stella che implode, che collassa, che si fa buco nero, che divora ogni cosa. E noi, tra le sue fauci, anche se disintegrati, cerchiamo ancora un piccolo luogo di libertà, dove l’innocenza ci sia riconosciuta. Eppure, non esisterà innocenza, finché questo mondo sarà dominato dallo spettacolo, e i bambini continueranno a morire sotto le bombe o di stenti, e non ci sarà pane per tutti, e non ci sarà dignità l’uomo. Proprio perché non c’è un senso alla vita, inutile parlare di etica, di morale, di giustizia.

Intanto, al mio fianco sta seduta la mia gattina Lea. È nera, senza coda, miagola e mi fa le fusa. Questa bestia è felice. Più felice di me.

Italo Svevo. La coscienza di Zeno e l’ironia dell’inconscio

L’ironia dell’inconscio e la malattia dell’anima. Ne parla Rosangela Papa in questo articolo già pubblicato su Zona di Disagio

Quante volte ci è capitato di avere di fronte un problema e non avere la capacità o la voglia di affrontarlo e tanto meno risolverlo? E se non è capitato a noi personalmente lo abbiamo visto capitare a qualcuno.

Albert Einstein sosteneva che se avesse avuto un’ora per salvare il mondo, avrebbe sicuramente impiegato 55 minuti a definire bene il problema e solo 5 minuti a trovare la soluzione!

L’opera “La coscienza di Zeno”, nata nel 1919, durante la Prima Guerra Mondiale e pubblicata poi nel 1923, esprime i tratti distintivi di una crisi di sistemi di valori che si perdono e si confondono dinnanzi a nuove forme e tensioni culturali. Essa è un’opera trasgressiva perché fa decadere tutti i valori tradizionali.

Zeno Cosini, figlio di un ricco commerciante triestino, è il protagonista del libro che all’età di trent’anni ancora non sembra aver trovato la sua strada, la sua realizzazione. La sua tendenza a distrarsi e a ridere delle cose più serie lo hanno

portato a lasciare gli studi di legge e dopo la morte del padre si ritrova a vivere di rendita. Egli non si occupa dei propri affari pur essendone il responsabile. Così libero da ogni impegno di lavoro può dedicarsi alle sue manie: dal continuo proposito di smettere di fumare e di tante malattie immaginarie.

Per liberarsi dalle sue malattie, soprattutto quella del fumo, che gli causava mal di gola, Zeno si rivolge ad uno psicoanalista perché “la malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione “.

Il dottore S. che lo prende in cura gli consiglia di scrivere un’analisi storica della sua attitudine al fumo.

Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero.

Zeno comincia a frequentare la casa di un ricco commerciante, padre di quattro figlie. Si innamora di una di essa, ma a causa di equivoci e malintesi sposa un’altra sorella che lo amerà con tenerezza e comprensione verso tutte le sue manie;

Chissà se l’amo? È un dubbio che m’accompagnò

per tutta la vita e oggidì posso pensare che l’amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore.

Successivamente Zeno conoscerà una ragazza semplice e povera che diviene la sua amante, ma questo non inciderà affatto sui buoni rapporti con la moglie, ignara del tradimento.

L’ultima parte del libro è una sorta di diario dove Zeno, deciso a interrompere la cura, riprende in mano la sua autobiografia; egli vuole scrivere “sinceramente” la storia della sua cura manifestando tutta la sua disistima verso il dottore S. e per la psicoanalisi. Egli non è affatto guarito come dice il Dottore S, anzi, sta peggio di prima, ma un fatto importante cambia la sua vita: scoppia la guerra.

L’Olivi, gestore delle sue proprietà si rifugia in Svizzera come pure il Dottor S. e finalmente Zeno si sente libero da ogni controllo.

Ogni sincerità fra me e il dottore era sparita ed ora respiro. Non m’è più imposto nessuno sforzo. Non debbono costringermi ad una fede né ho da simulare di averla”…

La mia malattia doveva essere finta perché la mia malattia era stata scoperta”.

Egli si avventura in imprese commerciali fortunate e allo psicoanalista invia alcune pagine di diario per dimostrargli la sua antipatia.

Zeno Cosini è un uomo inetto che non riesce ad affrontare i problemi ed è continuamente insoddisfatto della propria vita.

Tale inettitudine lo rende passivo di fronte alla vita e impossibilitato ad affrontare le sfide e le difficoltà che essa gli pone davanti.

Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che potesse avere importanza

La dipendenza dal fumo fa riflettere Zeno sulla sua mancanza di forza di volontà e sull’incapacità di portare a termine un traguardo con convinzione e forza. Tale fragilità è da attribuire sia al senso di vuoto che egli sente nella sua vita sia all’assenza nella sua infanzia di una figura paterna.

Da ciò ne consegue che per Zeno è sempre il tempo

dell’ultima sigaretta…

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute.”

La malattia resta sempre fino alla fine il tema dominante infatti a concludere il libro è l’immagine di un silenzio cosmico…

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute

Questo è il tempo dell’inettitudine, della passività, della mancanza di autostima e dei valori pertanto per Zeno è sempre il tempo dell’ultima sigaretta. È su questo che Hector Schmitz con lo pseudonimo Italo Svevo ci invitava a riflettere un secolo fa. Ci sono ancora tanti spunti e argomenti sui quali riflettere e approfondire: dal complesso di Edipo ai successi commerciali favoriti dalla Prima Guerra Mondiale.

Sono passati circa cento anni, ma ancora poco è cambiato!

L’untore. Una questione di responsabilità

Racconto di Antonella Perrotta. Buona lettura

Era tutta colpa sua.

Quelle febbri che spaccavano le ossa, quegli spasmi, quei respiri affannosi e quella smania d’aria come si stesse chiusi in una bara. E c’era chi, nella bara, ci finiva per davvero.

Tutto era cominciato in autunno, subito dopo la guerra, quando c’era bisogno di un po’ di pace e di tranquillità e, invece, no, pure quella epidemia bisognava sopportare.

Colpa sua: di Antonino Maria Giuseppe Filiberti, detto il “Conte nero”.

Un corvo pareva, fasciato nelle sue vesti lugubri, come lugubre era l’espressione stampata sul viso dalla mattina alla sera, neanche gli fosse morto qualcuno, mentre a lui, a differenza della maggioranza dei paesani e non solo, nessuno era venuto a mancare perché nessuno teneva. Solo come un cane e per sua scelta, sia chiaro. Gli bastavano le ricchezze, solo di quelle gli importava, proprietà, oro e soldi fruscianti. Degli uomini faceva a meno, il corvaccio nero.

Che fosse colpa sua era provato dal fatto che mentre, in paese, tutti si ammalavano – uomini, donne, bambini, poveri e ricchi, nessuno era risparmiato – il “Conte nero” pareva immune dalla qualunque.

“Perché lui mangia la carne e si tiene in forze” diceva qualcuno. “Perché tiene in cantina il vino buono” diceva qualcun altro, ma io ero sicuro che proprio lui spargesse intorno quel veleno malefico. Lui, che se ne andava in giro come se nulla fosse, con un insolito sorrisetto beffardo stampato sul viso color della cenere, quasi godesse di ciò che stava accadendo agli altri.

Non c’era alcun dubbio: Antonino Filiberti era l’untore.

Per questa evidente e inconfutata verità, bisognava che sparisse dal paese per sempre. Per il bene di tutti. Certo, la “purificazione” andava fatta con accortezza ché, hai visto mai, a qualche uomo di legge fosse venuto lo sghiribizzo di attaccarsi al capello e ritenerla un reato sanzionabile, invece che un’azione per la salvezza comune. Bisognava liberarsi dell’untore con discrezione, insomma, ma in maniera definitiva.

Fummo io, Tonino “U cicatu” che cicatu non era, Silviuccio “U campusantaru”, con la complicità della bella Rosa, la figlia del mastro d’ascia, a combinare il fatto.

Lavoretto semplice e pulito. Rosa provvide ad ammaliare il corvaccio cui, nonostante tutto, le femmine non avevano mai fatto schifo, seppure per un’oretta al massimo. Se lo portò in una vinèdda cieca, promettendogli, con gli occhi e con la veste abbondantemente scollata, tanto piacere quanto gliene sarebbe bastato. Lì, io lo aspettavo con gli altri due. Un colpo secco in testa mentre armeggiava con i pantaloni e il vecchio porco stava già bello e sistemato. Colpo con una pietra di mare, ma non una di quelle arrotondate dallo sciabordio. Aguzza e tagliente, invece, come pietra vergine. E, poi, a mare trovò la sua tomba e gli andò pure bene ché essere mangiato dai pesci è preferibile a essere mangiato dalla febbre e dai vermi.

L’indomani, l’azione avrebbe già dovuto dare i suoi frutti. Aspettai, aspettammo, ma i paesani continuavano ad ammalarsi. Forse, la magarìa era così potente da volerci una settimana. Ma, da lì a una settimana, fu proprio Rosa ad ammalarsi e, poi, anche la figlia del campusantaru. Fu allora che mi venne il dubbio di avere ammazzato l’untore sbagliato.

Certo, la morte del Filiberti non la pianse nessuno e nessuno neanche lo cercò per molto tempo, ché non era la sua mancanza qualcosa di cui darsi pena, ma sta di fatto che la caccia al responsabile di quell’epidemia, influenza spagnola la chiamavano, richiese tempo e pazienza. Due anni circa.

In paese, io fui l’ultimo a esserne infettato e l’ultimo a morirne.

Io, Francesco Barilla, fui per tutti l’untore.