Patrick Modiano, Nel caffè della gioventù perduta, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Ecco a voi l’investigatore dell’assenza. Patrick Modiano ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2014, ma il grande pubblico lo ha quasi sempre ignorato. È un fantasma che scrive capolavori e che si sottrae volontariamente alle luci della ribalta per occuparsi solo della scrittura. E ditemi se è poco.

Nel caffè della gioventù perduta esce nel 2007 in Francia e viene tradotto in Italia nel 2010. È un romanzo breve o un racconto lungo, scegliete voi. La versione in mio possesso è di 117 pagine, che vi trascineranno via, lentamente, inaspettatamente. Il caffè della gioventù perduta è Le Condé di Parigi, un postaccio dove si riuniscono anonimi scrittori, artisti senz’arte alcuna. E tra loro siede per un periodo una ragazza chiamata Louki.

Colei che entrava sempre dall’ingresso più oscuro, appartato, quasi per non farsi notare. Cito a memoria questa descrizione che ci propone Modiano parafrasandola un po’, ma sono sicuro che non ne farete un dramma. Infatti, il libro apre con una citazione di Guy Debord, il guru dell’avanguardia Lettrista e da sempre sostenitore del “plagio parafrasato” del pensiero dei grandi.

Ma andiamo al libro, a questo capolavoro. Non mi dilungherò sulla trama perché sono sicuro che non vi interessano i riassunti. Ve la faccio breve e vi sintetizzo il tutto così: Louki scompare dal Condé e qualcuno si mette alla sua ricerca. Ne ricostruisce la vita, i segreti. Investiga. Chi è questo qualcuno? Un amante, un amico, un curioso, lo scrittore stesso? Leggete e scoprirete.

Ciò su cui voglio dilungarmi è il contenuto del libro, il suo senso logico, perché c’è un discorso complesso dietro le pagine di questa opera. Sicuramente è stato reso semplicissimo dallo scrittore, lo capirete tutti, ma vi lascerà intontiti, dubbiosi. Un po’ come quando vi raccontano dei fantasmi. Potete crederci o meno ma loro sono lì, nell’oscurità che non possiamo visitare. Solo per questo motivo siamo scettici e lo scettico dà a se stesso sempre la possibilità di credere.

Ecco, Louki è così. È un fantasma che si insidia nella memoria di tutti quelli del Condé e poi sparisce. La sua presenza viene avvertita come un’allucinazione collettiva, la sua assenza invece si sente, ha un peso, intontisce. Di qui il bisogno di ricercarla, di esser certi che sia esista, perché quel frammento di memoria che ne conserva i tratti e i gesti non può andar perduto.

Louki è quindi una visione che prende corpo man mano che il tempo scorre. Il tempo, altro elemento importante di questo romanzo. Modiano scrive al presente ma pensa al passato e questo gioco di prestigio può avvenire solo nelle camere della memoria, perché solo i ricordi sono al di là del tempo e, quindi, ci appaiono sempre vividi.

Ed ecco qui l’eterno ritorno. Quell’andirivieni di emozioni, situazioni, episodi, concetti, che rendono l’uomo schiavo della sua natura, del suo egocentrismo e anche dei suoi traumi irrisolti.

Usiamo però la logica e risolviamo il puzzle creato da Modiano.

Il protagonista ricostruisce la vita di Louki. Lo fa anni dopo il suo personale incontro con la ragazza. Lo fa quando il caffè Condé non c’è più. Lo fa oggi, quando ormai è adulto. Cosa cerca quindi? La sua gioventù perduta o Louki. E, soprattutto, il protagonista vuole ricercare o rivivere le cose ormai materialmente perse?

Misteri dell’eterno ritorno. Insomma, ce n’è abbastanza in questo libro per rimanere folgorati da questo scrittore.

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