Emmanuel Carrère, Io sono vivo Voi siete morti, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Quando lessi per la prima volta Ubik di Philip K. Dick ho avuto una folgorazione. Solo Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche ebbe su di me lo stesso effetto. Avevo diciotto anni, frequentavo l’ultimo anno di ragioneria, ma grazie alle parole del filosofo tedesco capii che né l’economia, né la partita doppia potevano riempire la mia anima.

Ho scoperto Dick a venticinque anni e le sensazioni sono state le stesse. Ogni pagina risvegliava in me qualcosa. Le sue domande erano anche le mie. Cos’è la realtà? Chi è Dio, un’entità che ci prende in giro o un padre buono che vuole preservarci da una terribile verità?

Prima di leggere Ubik mi ero imbattuto nel famoso Aleph di Luis Borges. Il racconto che più amai fu La scrittura del dio. Mi sentivo come quell’uomo in prigione che trasmigra in diverse realtà, tramutandosi in granelli di sabbia.

La tua vita è così, un sogno che giace in un altro sogno, dice il dio di Borges al suo prigioniero. Dick però si spinge oltre, partorisce uno stile unico e non si accontenta di una lettura così cinica. Borges crea labirinti senza via di fuga, Dick invece è convinto che un’uscita ci sia sempre.

Emmanuel Carrère ci racconta la vita dello scrittore americano anno dopo anno, giorno dopo giorno, passo dopo passo. Ci parla dei suoi complessi, delle sue paure e delle sue paranoie. Ce lo mostra come uomo, artista e profeta. Ma soprattutto ci fa comprendere che Dick usa la fantascienza come mezzo per ricercare Dio e per svelarne le contraddizioni.

Lo scrittore americano è passato per Lsd, per la follia, per l’estasi. Come Dostoevskij ha descritto l’animo umano, trasfigurandolo però in androidi, pazzi e drogati. Tutti i suoi personaggi scoprono che la realtà non è come appare. Solo loro riescono a vedere il vero volto della quotidianità, solo loro possono svelarlo agli altri. Ricevono questo compito dal fato o da un’entità aliena e quasi sempre riescono nell’impresa.

Anche Dick si sentiva un prescelto: doveva dire a tutti la verità. È riuscito a portare a termine il suo compito? Sì, secondo Carrère. Lo scrittore americano è morto nel 1982 e ormai è considerato un autore di culto. Le sue profezie riecheggiano in film che hanno fatto la storia del cinema fantascientifico. Atto di Forza, Minority Report, Blade Runner, The Matrix, giusto per citarne qualcuno.

I suoi libri sono capisaldi della letteratura. La trilogia di Valis, Ubik, La svastica sul sole, Un oscuro scrutare, solo per ricordare quelli che non dovrebbero mancare nella biblioteca di ogni appassionato lettore.

Io sono vivo, voi siete morti di Carrère scruta fino in fondo l’opera di Philip Dick. Non lascia nulla al caso. Adelphi ripropone questo saggio che lo scrittore francese scrisse nel 1993 e che in maniera profetica annuncia la consacrazione dell’autore americano.

Dick è stato messo ai margini, per lui la fama arriverà solo a ridosso della morte. Il suo miracolo è stato quello di parlare della sua personale ricerca di Dio, usando il linguaggio della fantascienza. Per Dick, Dio è misericordioso, drogato, malvagio, distaccato, a volte impotente. Nella sua opera l’uomo è un soggetto astratto che vive assumendo forme diverse in realtà frammentate. A volte si distacca dal suo sé e crea simulacri: gli androidi che sanno confondersi tra agli uomini, provando le loro stesse emozioni.

Ebbene, guardiamoci intorno. Oggi cos’è reale? Quante vite viviamo? Quante realtà esistono? Chi siamo e qual è il senso della nostra vita? Cosa succede quando l’uomo gioca con Dio? A tutte queste domande Dick ha provato a dare una risposta. Carrère ce ne parla magnificamente in questo saggio da leggere.

 

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