Solitudine. Una spiegazione

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Sei solo anche tra mille persone, nel mezzo di una folla in cui ognuno ha perso i propri connotati. Ma riesci a riconoscere i tuoi. Non sono mai cambiati. Erano così prima di immergerti tra gli uomini e così resteranno. I tuoi pensieri sono astratti, poco concreti, guardano altrove, ti fanno oltrepassare.

Dove c’è un marciapiede tu vedi un fiume grigio che scorre placido…

L’acqua riflette il cielo grigio, poco illuminato, mentre l’alba avanza e il nuovo giorno abbraccia il mondo… che cazzo è un nuovo giorno? Magari sarà l’ultimo che vedrai o sarà il primo di un’Era di follia, di pace, di gioia… parusia… s’aprono le danze, Dio ha dato inizio ai festeggiamenti e sulle tavole imbandite, laddove si celebrano le seconde Nozze di Cana, tu cerchi la formula magica con cui trasformare l’acqua in vino. Oh sì, anche tu vorresti compiere un miracolo o, magari, contagiare tutti con un’allucinazione, perché se tutto fosse stato solo un’allucinazione, Gesù sarebbe stato considerato un compositore di messaggi lisergici e ogni sua parola non avrebbe avuto effetto senza la stupefacente necessità di oltrepassare il limite.

Un uomo fischietta, ma nella tua testa il suo sibilo è simile a un’esplosione…

Nulla è vero intorno a te, nulla ha consistenza, nulla ha valore. La solitudine è così: sentire altro, essere diverso, estraniarsi dalla realtà, aver brividi di freddo e riuscire a parlare solo con la propria coscienza… coscienza infettata dal virus del silenzio… ricordi quando ricercavi il silenzio in una stanza di cui chiudevi la porta a chiave e a ogni scatto di serratura cresceva quella voglia suicida di non aver contatto con il mondo mentre il sole rovente dell’estate torturava l’umanità… e faceva sera, e poi la notte… quanto hai amato la notte. Un viaggio oscuro, anzi, il più luminoso… il silenzio della notte è come quello della morte, perciò tanti non sopportano l’idea di svegliarsi all’improvviso nel cuore dell’oscurità, perché riaddormentarsi sarebbe come morire di nuovo. Si vorrebbe morire una sola volta al giorno, possibilmente senza soffrire… addormentarsi-morire, insonnia-soffrire… di quante parole-chiave abbiamo bisogno per sopravvivere all’incomunicabilità, mentre la paura della solitudine ci spreme, e chi ci ha inculcato che siamo animali sociali o chi ci ha consigliato di amare il prossimo era un solitario, misantropo, portatore di infelicità.

Su una panchina si è accucciato un gatto, ma tu vedi te stesso…

Forse non ti sei mosso di qui e tutte le cose intorno a te non sono mai esistite. Forse è così forte questo senso di solitudine che non puoi far altro che immaginare e, intanto, quando hai oltrepassato il limite della normalità per entrare nel territorio della ragione ragionevole che sa ragionare anche sull’irragionevole, tu riconosci che su tutto si può fantasticare proprio perché esiste. Ed è per questo motivo che ami la solitudine, perché mentre la attraversi tutto ti appare vero.

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