Sul cadavere della trascendenza. Un oggi

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Se la società dei consumi è immanenza e tautologia, allora ogni cosa è diventata segno che sostituisce l’argomentazione. La morte dei significati ha lasciato in vita solo parole-fantasma.

Ciò ha dato forza a un discorso che non ammette più la presenza degli opposti-dialoganti che hanno dato forma ai miti dell’occidente. Immanente e unidimensionale è l’uomo, al quale è rimasto il confronto con la sua alienazione.

È proprio per questo motivo che ogni riferimento al mito si perde in uno sterile accordo tra interpretazioni svuotate dei significati originari e intellettualismi ripetitivi. Tutte le nevrosi usano un linguaggio spettacolare, infatti, un teatrino osceno è davanti ai nostri occhi: la guerra e la pace vengono annunciate dai mass-media.

Il corpo diventa riflesso della libido, della violenza e dell’animalità; la carne ha un valore variabile. Ormai, solo due diritti sono diventati inalienabili: quello alla pornografia e quello alla putrefazione. Nella società del consumo ogni cosa diventa oggetto e la reificazione è un medium posto a priori attraverso cui il codice viene svelato.

Il nostro linguaggio è binario. Con i nostri “sì” affermiamo ciò che è già imposto, con i nostri “no” approdiamo a un’alternativa che già è stata preparata per noi. Più ci distacchiamo da una massa, più ci immergiamo in un’altra massa; più neghiamo qualcosa, più diamo forza a ciò che abbiamo negato.

È secondo questo processo che noi avvertiamo la stanchezza, quell’apatia che ci rende sorridenti, iperattivi, insofferenti verso il silenzio, spaventati da ogni immobilismo.

Il sistema ha già pensato a tutto. Scrive bene Jean Baudrillard nel suo libro “La società dei consumi”. Dalle sue tesi dipende gran parte della lettura del postmodernismo.

Pensiamo all’emergenza sanitaria in cui ci troviamo. Anche questa è stata “codificata” dal linguaggio del consumo. Il Lockdown è stato un momento di passaggio in cui una società privata di ogni mito e di ogni parola, si è aggrappata al codice del consumo, alla dittatura dell’abbondanza, al solitario discorso della scienza inesatta.

Ha vinto l’opinione, maschera democratica posta sul volto della dittatura dell’ignoranza. Durante il periodo della “clausura” noi abbiamo visto la faccia di un sistema malato, volto che è stato subito dimenticato con la riapertura. I miti ancestrali connessi al Covid19, apparsi sotto forma di reminiscenze delle antiche paure, hanno parlato secondo la lingua dell’uomo postmoderno. Il caos estivo ha subito rimosso il trauma, perché nella società dell’abbondanza dimenticare è sinonimo di progresso.

Ma se manca la trascendenza, ossia, l’Iperuranio della nostra conoscenza, manca anche la capacità di instaurare un dialogo che vada oltre le “regole del consumo” e “il codice imposto dal regno dell’eterno progresso”. Da qui prende forma il nostro “oggi”, che se ne sta sospeso tra “stanchezza mentale” e “iperattività”.

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