Leonardo Bonetti. L’isola che non c’era. Il ramo e la foglia Edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano

Incantata e misteriosa, perfetta, quasi utopica. Ecco l’isola che Leo raggiunge, che vuole scoprire, che si svela davanti ai suoi occhi increduli. Il libro di Leonardo Bonetti sa inchiodare come una favola e riesce a risvegliare il fanciullo che è in noi. Con occhi stupiti ci aggireremo per questo luogo senza tempo, riemerso dagli abissi, pronto ad accogliere coloro che non si porranno domande. Ma si può vivere senza dubbi?

Ed è qui che inizia l’avventura del protagonista, proprio nel momento in cui vuole capire cosa renda quest’isola un posto così puro. Eppure, anche la purezza ha il suo lato oscuro.

Certamente, lascio al lettore il piacere di scoprire cosa sia “l’isola”, a me tocca spendere più di qualche parola su tutto ciò che rende questo libro particolare. Siamo di fronte a un’opera che gioca con il mito. Leo potrà apparire ai nostri occhi come quei pellegrini che nel Medioevo si mettevano in viaggio con la speranza di giungere nel leggendario Regno governato dal Prete Gianni, così come lo potremmo paragonare a uno dei moderni personaggi che “vivono” nei romanzi distopici del Novecento.

Ma in tutto questo, L’isola che non c’era è un gioco di rimandi ad ancestrali desideri che albergano nell’uomo, tra questi: vivere in un Mondo senza guerre e senza povertà. Ma l’uomo vive di patimenti e turbamenti, la quiete del cuore e della mente viene tollerata solo per brevi attimi, poi, sopraggiunge presto la curiosità, il dubbio, la ricerca, la necessità di conoscere ciò che lo circonda, la volontà di dominio e di potenza.

Leo farà questo e metterà in pericolo la pace dell’isola, squarcerà il velo dell’incanto. Sentirà il bisogno di saziare la sua curiosità, ma in un Mondo perfettamente organizzato ogni individuo deve essere apatico, atarassico, fedele; eppure, tutto ciò che è fede è anche intolleranza e violenza.

Il romanzo di Bonetti è scritto con un linguaggio asciutto, scorrevole, che richiama in più punti il Calvino de Il barone rampante. Ma al di là dello stile, la forza di questo libro risiede nella sua capacità di condannare, con delicatezza, tutte quelle “apparenze” di cui siamo ancora innamorati, nonostante continuino ad ingannarci.

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