Cesare Pavese. Non ci capisco niente. Lettere dagli esordi. L’orma editore

Recensione a cura di Martino Ciano

In questo prezioso volume, curato magistralmente da Federico Musardo, ritroviamo un inedito Cesare Pavese, scrittore e poeta che non ha bisogno di presentazioni. Sono stati pochi gli scrittori che hanno saputo innescare una rivoluzione in campo letterario; in Italia, Pavese ha un posto di rilievo, qualcuno vorrebbe toglierlo, ma più della critica ci pensano le sue opere a mantenerne alto l’onore. Questa raccolta di lettere, del periodo 1924-1936, ci fa conoscere l’intima natura dell’autore piemontese.

Pavese scriveva ai suoi amici, al suo “maestro” Augusto Monti, e con loro si metteva a nudo. Al centro delle sue missive: le sue paure, le sue ansie, i suoi altalenanti stati d’animo, la convinzione che prima o poi sarebbe diventato qualcuno, anche se alle porte del suo cuore bussava spesso l’ossessione per il fallimento.

Già durante l’adolescenza, mentre frequentava il ginnasio, presso il Cavour di Torino, Cesare era attratto dalla morte e in lui albergava quel sentimento di “noia”, che sarà anche uno dei tanti tratti caratteristici dei suoi personaggi. Si sentiva spettatore della vita, perché per lui agire era difficile. Eppure, nelle sue lettere, non voleva darla vinta ai suoi amici e non si stancava mai di difendersi da chi lo considerava un “topo di biblioteca”.

Persino il suo amato “maestro” Monti gli suggeriva di “vivere di più, perché l’esperienza insegna”, e Pavese rispondeva di non aver problemi a stare in mezzo ai suoi simili, ma tutto gli sembrava un déjà-vu. Certamente, non dobbiamo dimenticare che a scrivere era sempre quel Pavese per cui vivere è difficile, quasi un ostacolo che non riesco a superare.

La vita di Pavese è stata un continuo tormento interiore. Temeva il fallimento, ma sentiva anche di dover portare a termine un compito. Oggi diremmo che era soggetto a continui up and down dell’umore, ma anche questa sarebbe una lettura superficiale. Piuttosto, Pavese fu divorato dalla sua sensibilità, dalla sua capacità di assorbire ogni evento. Per difendersi, proverà ad annullare le proprie emozioni, a usare l’ironia per nascondere la delusione; ma di quel gesto suicida, con cui porrà fine alla sua vita nel 1950, lui parlerà già 23 anni prima nelle sue lettere.

61 pagine da leggere con estrema attenzione, grazie alle quali scopriremo tanto. Proprio Pavese amava ripetere che scrivere lettere lo rendeva allegro, comporre, invece, generava in lui un certo disgusto. E giunti alla fine di questo libricino, capirete anche questa affermazione.

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