Simone Delos. L’anatomia della sirena. Bertoni editore

Recensione a cura di Martino Ciano

Due gemelli, un uomo e una donna, fratello e sorella, alimentati dall’odio verso il padre che li ha abbandonati. Lui, Kostantinos, il padre, greco, pittore di successo, ma simile a Crono che divora i suoi figli per paura di essere detronizzato. Loro, i gemelli, Febo e Diana, così simili a due Furie che distribuiscono la vendetta. Ma questa vendetta la infliggono prima di tutto a loro stessi, perché si annullano con le loro pratiche autolesioniste, sia nel corpo che nell’anima.

Così Delos ci fa immergere negli abissi della natura umana, in una storia corale in cui nulla è lasciato al caso. Sullo sfondo quella mitologia greca che si insinua nella storia come elemento trascendentale, attraverso cui il “male” viene “umanizzato” e “animato”.

Ma il male è anche un “dare e avere”, così come il tempo ha la sua ciclicità. Ed ecco allora Kostantinos, arrivato in Italia dalla Grecia per amore, per unirsi a una donna che morirà poco dopo il parto dei gemelli, i quali, a loro volta, innescano un “vizioso circolo” di dolori, menzogne e abbandoni. Nessuno si salverà da questo turbine che coinvolgerà chiunque si avvicinerà a Kostantinos, Febo e Diana. Ognuno sarà gettato in questa folle ricerca della vendetta, diventando preda di un odio che sarà riflesso di dolorosi ricordi ormai radicati nella memoria.

Delos ci dona una scrittura che entra nel vivo con delicatezza, alternando a una prosa aulica e poetica, descrizioni fredde, incolori, anaffettive, con l’intento di mettere in mostra la meccanicità delle azioni di personaggi che si svestono della loro anima, per agire come corpi guidati dall’istintività.

Ma il romanzo di Delos è anche un libro sulla ricerca della propria identità, in quanto ognuno dei personaggi ha bisogno di “ritrovarsi”. Ed ecco il significato del titolo del libro “L’anatomia della sirena”, questo corpo incerto, in parte umano in parte animale, che può vivere in due ambienti diversi, ma senza appartenere né all’uno né all’altro. E proprio in questo modo bisogna interpretare il romanzo dell’autore romano, come un qualcosa che mai si completa, perché si ripete continuamente nella distruzione e nella rigenerazione di se stessi.

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