Stefano Cazzato. La quasi logica. Ladolfi editore

“Nei labirinti silenziosi della Retorica”. Una riflessione di Francesco Rizzo sul libro di Stefano Cazzato. Buona lettura

Nel libro di Stefano Cazzato, La quasi logica, l’autore, perlustrando con la lente del pensiero filosofico, le varie teorie attorno l’argomentazione e l’esposizione di un discorso rivolto ad un uditorio, indaga e mette in luce quelli che sono stati i fondamenti logici ed epistemologici, da Aristotele a Cicerone, da Perelman a Toulmin, da Platone a Cassirer e Wittgenstein, attorno alla tematica della Retorica, dove quest’Arte, nel corso della storia è stata a volte trattata dai pensatori come una regina e alle volte come una meretrice della più bassa e ingannevole persuasione.

Quest’Arte del discorso, nei passaggi esistenziali della storia è stata reclusa negli anfratti pseudo estetici di ridondanti risonanze letterarie, piegata a orpello barocco di un discorso elegante, ma vuoto di contenuti reali ed empirici. 

È stata anche additata come un ostacolo al cogito cartesiano, il quale, rinchiuso nella monade del pensiero non ha saputo che farsene di questa mendicante della filosofia.

Tuttavia trovo che in questo suo libro, gli spunti per un’attenta riflessione sull’Arte della retorica, che a sua volta include traiettorie etiche ed estetiche del linguaggio, rappresenti un argomento centrale per l’indagine filosofica; sia che essa si svolga su un piano fenomenologico o che si proietti, per aspera ad astra, su un piano metafisico.

Infatti, dopo la lettura di questo libro, ho notato da parte dell’autore, uno sforzo titanico rivolto ad una dinamica che possa portare armonia in questo mondo pieno di dissonanze e di false speranze, dove l’essere umano per usare una categoria platonica è attanagliato nella dimensione della doxa (opinione). Tuttavia è proprio nell’ impegno che l’autore mette in questo libro a trovare una possibile soluzione al paradosso della non comunicabilità e della non comprensione dell’altro, che sboccia una forza d’animo la quale anela alla crisi del linguaggio; al risolvere il problema della caducità del nostro comprenderci.

Questa forza, a mio parere, oltre ad essere positivamente una risorsa etica e noetica, che ognuno di noi dovrebbe esercitare, è anche un itinerario verso uno stato di grazia: una filocalia dell’essere. La spinta che ogni persona possiede, anche se forse non lo sa, di uscire dal buio della caverna.

Per questo è interessante e degno di meraviglia, trovare incastonate in questo mosaico filosofico, ben argomentato, ricco di citazioni ed invitante alla curiosità di chi legge, alcuni spunti di pensiero riguardo alla risoluzione del problema, come ad esempio quello della Letteratura. Nel quarto capitolo di questo libro, Stefano Cazzato cita come modello argomentativo possibile per arrivare ad un uditorio più ampio e variegato, la proposta di Jean Jacques Rousseau, che, attraverso il suo trattato L’Emilio, affronta il tema dell’educazione, usando come metodo comunicativo l’esempio.

Rousseau presenta in questo trattato le sue tesi per una buona metodologia pedagogica affermando di:

«mettere continuamente alla prova i bambini temprando il loro carattere con insidie di ogni genere».

Su questo punto si potrebbe mettere come altra forma di esempio quelli descritti da Charlotte Brontё in Jane Eyre, e da Charles Dickens in Oliver Twist, David Copperfield o Tempi difficili, dove si trovano i danni che la pedagogia negativa dell’illuminista Rousseau ha arrecato. In questi romanzi di epoca vittoriana infatti i bambini vengono messi continuamente alla prova, temprando il loro spirito con insidie di ogni genere. A loro, gli educatori non risparmiano niente; dalle finestre aperte in pieno inverno inglese, all’umiliazione di portare cartelli infamatori sulle spalle.

Per tornare al problema, il paradigma dell’esempio dovrebbe a mio parere portare lo spirito della trasformazione morale ed etica di una società e non abbrutirla con la violenza di un metodo pseudoscientifico. Come lo stesso autore scrive: “vi sono molti tipi di esempi”. L’esempio se non ha una funzione fronetica, trasformativa, può essere inutile ed inquietante. L’educazione, che nel latino ex ducere oltre ad educare vuol dire anche trarre fuori e portare alla luce qualcosa di nascosto, dovrebbe essere un atto di innamoramento verso la materia che si studia, e a livello filosofico, per essere concordi con Socrate, dovrebbe portare fuori le conoscenze che già si possiedono nel profondo dell’anima, anche se non se ne è consapevoli. Per questo la funzione dell’educatore dovrebbe essere simile alla funzione dell’ostetrica che porta alla luce i bambini che sono nel grembo della madre.

È anche vero quel che scrive Antonio De Ferrariis, che i filosofi quando vogliono, sanno argomentare che la neve non è bianca ma è nera, e quindi, capovolgere completamente, attraverso la dimostrazione delle loro tesi, la realtà che ci sta di fronte. Ed è per questo che un discorso logico, per essere tale, deve prima di tutto inerire alla nostra esperienza empirica del mondo che ci ospita, e non essere un’astrazione vuota dell’intelletto.

Allo stesso modo, colui che con metodo filosofico, entrerà nei labirinti silenziosi del linguaggio, vi scruterà abissi, dove arcane locuzioni mostreranno il negativo e il positivo abitare un’unica essenza. Difatti, provando a descrivere la ritrazione della luce solare in una stanza; il suo assottigliarsi sempre più crescente attorno alle pareti, ai mobili, ed agli oggetti, il mio dire, il mio esporre linguisticamente questo fenomeno senza alcun dubbio indicherà (anche se non con le parole ma con le immagini che l’intelletto coglie) anche l’accrescimento della tenebra che sempre di più si manifesterà in relazione con la ritrazione della luce. È incontrovertibile che il mio parlare della luce, sarà in un armonioso e segreto legame con parole nascoste, e manifestate come “non dette”. Nel linguaggio vi è qualcosa di taciuto, di enigmatico; un incredibile rapporto con gli eventi che circondano la nostra esperienza evocativa.

Nella lettura di questo interessantissimo libro, anche al sottoscritto sono venute delle riflessioni attorno al valore di quest’Arte dell’argomentazione, e a mio modesto parere essa dovrà avere come presupposto il fondamento di una vera logica. Una vera logica infatti già nella tesi deve contenere come un rovescio della medaglia la propria antitesi, essa non deve essere separata dalla tesi, come l’affermazione deve già contenere una negazione.

Per fare un esempio, se io affermo che: «Socrate è veloce» risulterà chiaro a colui che ascolta questa affermazione che «Socrate non è lento», in questo caso è evidente che nell’affermazione è contenuta anche una negazione.

Se invece io affermo che: «Il cerchio è un triangolo» in questo caso è evidente la mancanza di una negazione contenuta nell’affermazione, o di una tesi che contiene già in sé un’antitesi.

Siffatti esempi, dimostrano, che se una vera Retorica ha come sua fondazione epistemologica la sintesi di tesi ed antitesi, l’abbraccio di affermazione e negazione, allora potrà essere un albero dai buoni frutti: un seme che ha in potenza l’intero albero, dove nella sua riscoperta, essa potrà essere l’incontro di vari punti di vista per un’argomentazione intersoggettiva, capace di vedere “l’alba dentro l’imbrunire”.

Francesco Rizzo, laureato in Filosofia presso l’Università del Salento (LE), con una Tesi sul concetto di Resilienza in Charles Dickens. Tra i suoi interessi anche quello per la poesia. Ha pubblicato diverse raccolte: Trenta paure in versi (2005, Panico Edizioni), La porta degli inverni d’oriente (2005, Il Filo edizioni), In Cauda Venenum (2008, Icaro Edizioni).

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