La Spigolatrice che «destò estremo schiamazzo»

Articolo di Roberta Manfredi

Nel 1606, Roma conobbe “La morte della Vergine”, ammiratissima tela del Caravaggio oggi conservata al Louvre. Va precisato che, a quella data, la reazione dell’opinione pubblica (all’epoca coincidente unicamente con le classi sociali più elevate che detenevano il potere) fu tutt’altro che ammirata: ma perché un artista che aveva già destato scandalo con la “Madonna dei Palafrenieri” e con la prima versione del “San Matteo e l’angelo” aveva rappresentato con così esplicito appiglio terreno e crudo realismo uno dei momenti più sacri del Nuovo testamento, arrivando a ritrarre dal vero addirittura un cadavere?

La risposta è presto data: era questo che voleva fare Caravaggio, rappresentare la vita con crudo realismo così come la poteva vedere.

L’autore innesta la propria attività in un periodo di forte rinnovamento in cui in molti guardano a nuovi stili e nuovi soggetti; grazie ad Annibale Carracci e al suo “Mangiafagioli” irrompe – si potrebbe dire prepotentemente – sulla scena l’arte di genere, che si occupa di immortalare attività quotidiane con protagonisti, spesso e volentieri, attinti dai ceti sociali più umili, effigiati così come apparivano, senza il minimo tentativo di abbellimento, realistici in tutto e per tutto; dal vero, appunto.

È questo il saldo appiglio del Realismo che si sviluppò in Europa alla metà del XIX secolo «concretizzandosi in una rappresentazione veridica e non emendata della realtà, nella scelta di soggetti eterogenei e “popolari”, non discriminati per la loro eventuale indegnità o bruttezza, e in uno stile volutamente disadorno» (C. Bertelli); a questo stile aderì anche Millet, autore, tra gli altri, de “Le spigolatrici” (manco a dirlo datato proprio al 1857) che tanto in auge è tornato in questi giorni. La sua intenzione, per dirla con Bertelli, era chiaramente quella di dipingere «la vita contadina in toni non idilliaci, soffermandosi sulla rappresentazione delle fatiche che essa comporta».

E veniamo al 2021, quando a «destare estremo schiamazzo» – per riprendere l’accusa di Baglione ad una delle opere più belle del Caravaggio: “La Madonna dei pellegrini” – è la statua di Sapri, raffigurante la giovane spigolatrice mercantiniana che assistette allo sbarco di Pisacane e dei suoi Trecento nel pieno del Risorgimento.

L’opera dell’artista Emanuele Stifano è stata, in questi giorni, oggetto di polemiche che sono rimbalzate da una parte all’altra dell’etere, portando nella città del Golfo di Policastro, numerose troupe televisive nazionali, fino ad echeggiare anche all’estero. Ci si è chiesti per quale ragione una scultura che doveva essere rappresentativa di una vicenda che tanto interessa la storia d’Italia non sia stata resa con il realismo proprio di Millet, ma la risposta perviene osservando l’opera nel suo complesso: appartiene a un filone artistico diverso.

Osservando la statua bronzea, non possono non tornare in mente modelli classici e neoclassici a cominciare proprio dalla “Venere Callipigia” conservata al MANN, di cui la Spigolatrice riprende in maniera alquanto evidente la posa e la torsione del busto e della testa.

L’intuizione di Stifano, sta qui nel fatto che la rotazione del busto della Spigolatrice procede nel senso opposto rispetto a quella impressa al vestito dal vento che proviene dal mare alle sue spalle, rimarcando così il forte senso di movimento e rendendo perciò la figura estremamente viva.

Al vorticoso panneggio sul davanti, corrisponde, sul retro, l’effetto bagnato fidiaco che già si poteva ammirare sul frontone orientale del Partenone nel V secolo a.C.; qui è rappresentata l’alba di una nuova era, quella del giorno della nascita di Atena che di fatto avrebbe introdotto nel mondo sapienza e saggezza: l’evento è salutato da svariate divinità tra cui la stessa Afrodite, rappresentata accanto a Hestia e Dione: patrona del focolare l’una, del cielo e del mare l’altra.

Lo stesso Fidia si premura di imprimere alle effigi delle tre dee un forte senso di movimento tanto più «sottolineato dalle pieghe delle vesti, che sembrano avvitarsi lungo le gambe e i busti fino alle spalle nude e, soprattutto, dalla consistenza velata del panneggio stesso che, aderendo perfettamente ai corpi sodi e armoniosi delle dee, ne mostra la fine anatomia con l’effetto che è stato felicemente definito di “stoffa bagnata”» (G. Cricco, F.P. Di Teodoro).

Effetto che è stato magistralmente ripreso nel tempo e che possiamo riscontrare tra gli altri nella “Nike di Samotracia” rinvenuta nel 1863 e oggi conservata al Louvre e nella “Ebe” canoviana; proprio in relazione allo scultore di Possagno, illustre esponente del nostro Neoclassicismo, bisogna tenere presenti i dettami che Winckelmann impartiva per le opere di questo movimento artistico sorto nel XVIII secolo, dopo attenta osservazione di quelle appunto classiche: esse dovevano esprimere nobile semplicità e quieta grandezza, per cui non dovevano essere mai rappresentate nel momento topico dell’evento tragico e delle proprie passioni, ma sempre negli attimi immediatamente antecedenti o successivi.

È quanto avviene per la Spigolatrice, che di lì a pochi attimi si troverà ad andare incontro ai Trecento e a stringere le mani al loro «bel capitano» lasciando trasparire per quest’ultimo anche un certo invaghimento, però è gelata per sempre, dal sapiente estro di Stifano, nell’attimo precedente, quando il vento che si solleva e le scuote l’abito non è soltanto fisico, ma anche simbolico e rende concreto e vivido il cambiamento che Pisacane e compagni stanno venendo a portare su suolo saprese.

La torsione del busto, le sopracciglia inarcate, persino la bocca che già inizia a dischiudersi, con quella piega laterale che un po’ riporta al sorriso arcaico delle prime korai greche, ci parlano di curiosità e sorpresa; la stessa che spinge la mano destra sul cuore, con un atteggiamento che ci è tipico durante l’ascolto dell’inno nazionale e che qui non può non sapere di patriottismo e soprattutto di scoperta di un moto dell’animo fino a questo momento ignoto alla giovane: un’improvvisa e irrefrenabile tensione alla libertà.

Nella sua lirica Mercantini ne fa l’unica in grado di comprendere il messaggio di uguaglianza portato dai Trecento; nella sua scultura Stifano preserva tutto questo, ma mette in risalto anche la fierezza delle sue origini: la giovane figlia della Magna Grecia, l’erede di Afrodite «la dea dal dolce sorriso», «dagli occhi folgoranti di bellezza», che «bello ha tutto il corpo» (Treccani), in procinto di salutare per sempre il suo Adone giovane e forte. L’erede di Afrodite «colei che è nata dalla schiuma» del mare, perché è proprio in questo momento che la Spigolatrice nasce ed inizia ad esistere come individuo libero: quando il vento le scuote l’abito e la schiuma del mare le porta, a bordo di un piroscafo dirottato, i Trecento di cui seguirà le gesta.

La narratrice interna evocata dalla fantasia di Mercantini per consegnare Pisacane e i suoi uomini alla leggenda e non solo alla storia, che nella poesia osserva sempre un po’ da lontano il consumarsi dell’azione, è qui unica e sola protagonista, in una rappresentazione che esalta, piuttosto che svilire, la figura femminile.

Incarnando pienamente il concetto di kalokagathia, ossia di perfezione fisica cui deve corrispondere una perfezione morale, che nell’antica Grecia era esclusivo appannaggio maschile, la Spigolatrice accostata ad Afrodite è circonfusa di quell’aura semidivina che spetta agli eroi e se ne sta lì, silente, in attesa, già sentendo nascere la fiamma della rivoluzione, già percependo sulle proprie carni il vento del cambiamento, ricordandoci di come la nostra coscienza debba svegliarsi contro tutti i soprusi di qualsiasi epoca.

Perché dunque Stifano decide di non rappresentare la Spigolatrice con la veridicità di Millet? Perché lui è alla leggenda che deve guardare.

Ad appena un mese dagli eventi di Sanza, quando la sua opera fu pubblicata sul quotidiano genovese “Il Movimento”, Mercantini non poteva conoscere esattamente la storia così come si era svolta, addirittura sbaglia di circa un centinaio il numero delle persone che erano con Pisacane, e per questo idealizza andando a inserirsi perfettamente in quella «grande illusione collettiva e popolare che l’intero Risorgimento non fosse altro che una specie di grande melodramma, rappresentato sul teatro della storia, con una serie di personaggi del tutto tradizionali, per i quali era bello cantare e morire sulla scena: gli eroi indomiti, gli esuli ed i martiri, quelli che pagavano di persona (Garibaldi, Mazzini, Menotti, Pisacane), i re buoni e quelli inetti e tiranni (Carlo Alberto e Vittorio Emanuele, Francischiello e “Cecco Beppe”), gli astuti politicanti (Cavour), i “cori” (i Mille, i Trecento di Sapri), le donne e gli amori (Anita, la spigolatrice di Sapri)» (Carlo Vecce). Un melodramma per cui sembra più che mai valida l’aspirazione, ancora una volta tutta greca, di trovare massima gloria nel perire giovani in battaglia; destino che attenderà anche Pisacane, reinventato, lui per primo, nell’aura sacrale del mito.

Ed eccola lì, sfiorata dalla brezza di una storia e di un retaggio culturale che continueranno a passarle addosso, la Spigolatrice di Sapri: personaggio letterario, e forse a priori già un po’ mitologico; non Afrodite, ma Musa ispiratrice di arti; Diva invocata dal poeta, come già fece Omero, per cantare le gesta del «bel capitano» «con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro». A noi non resta altro che stare ad ascoltare.

«Cantami, o Diva»…

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