Da una stanza narrante. Un tramonto

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio

La stanza è vuota. Quattro pareti azzurrine, nessun mobile, solo una sedia al centro.

La stanza è rettangolare. Tre metri per cinque, ossia, quindici metri quadri calpestabili. La stanza sono io. Infiniti sguardi calcolano illimitate lunghezze, aree indeterminate attraversabili. Ogni unità di misura è pensabile, ma variabile.

L’amore di Dio è una cosa che in natura non esiste, perché se bestie e uomini fanno la stessa fine, allora Dio odia e ama bestie e uomini allo stesso modo. La natura è più sincera di Dio.

La stanza è un mondo logico in cui ciò che accade è legato a cause ed effetti che non possono essere sempre determinate. Non c’è un fine a tutto, solo la fine. La fine delle cose è la causa di ogni nostro dolore, il dolore non è comunicabile con le parole.

Delle parole bisogna avere rispetto, così come della letteratura. Eppure, sia le parole che la letteratura servono per prendersi in giro e per prendere in giro.

Chi ozia ha scoperto il segreto dell’eterna giovinezza, muore di ogni vizio e sente che la vita è un soffio di cui godere. L’illimitato godimento dell’attimo è il senso della vita. Anche la gioia non si può tradurre in parole, perché parlare è solo il tentativo di comunicare ad altri le nostre sensazioni. Bisogna avere rispetto delle parole, ma ogni parola pronunciata è uno squarcio sulla felice sordità del mondo, è un tuono che spaventa per un attimo poi torna il sereno, il sole, la luce, l’abbacinante silenzio.

Ecco, un uomo cammina per strada. I miei pensieri non sono i suoi pensieri. Il sole sta tramontando e il mio tramonto non è il suo tramonto. L’uomo che cammina per strada ha il viso paffuto, le guance rosse, il naso è un fungo porcino. Il mio viso non è il suo viso, le sue intenzioni non sono le mie intenzioni, i miei sguardi non sono i suoi sguardi. Sono consapevole che tra me e lui c’è una distanza incolmabile.

L’uomo che cammina per strada si sente così solo e padrone del mondo che rutta con disinvoltura, poi si passa una mano sulla patta dei pantaloni e inizia a fischiettare. Io torno a guardare i muri azzurrini della mia stanza rettangolare. Quindici metri quadri mi bastano per soffocare, per marcire, per decompormi, per tornare a essere solo una fluttuante nube di particelle.

Anch’io rutto. Rimbomba tra le pareti la mia umanità, mentre il sole tramonta e l’uomo che cammina per strada è un puntino all’orizzonte, e le case intorno si tingono delle ombre serali, e ogni parola qui pronunciata e qui scritta mi è ignota.

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