Sara Gentile. L’isola del potere. Bonanno editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Il potere è qualcosa di misterioso o espressione di quella necessità di dominio che è insita nella parte “rozza” e “macabra” radicata nell’essere umano?

Alla domanda risponde Sara Gentile grazie a questo saggio attraverso cui viene riletta l’opera di uno degli ultimi intellettuali italiani del XX secolo: Leonardo Sciascia. Se il potere risponde alla volontà di dominio, allora, la giustizia è espressione della parte dominante, ed è per questo motivo che “le norme e le istituzioni che lo amministrano e ne regolano l’uso” agiscono in una determinata dimensione storica.

Pertanto, un’altra domanda solletica la Gentile, in questo quadro ambiguo cosa diventa la democrazia?

La democrazia appare come espressione di una maggioranza che è solo chiamata a scegliere coloro che amministreranno il potere. Fatto sta, che la maggioranza non entrerà mai in contatto con il potere. Sciascia descrive questo aspetto all’interno dei suoi romanzi e dei suoi libri-inchiesta, senza dimenticare che gli amministratori del potere hanno saputo creare un linguaggio che si svela in tutta la sua forza nella “comunicazione”. Proprio quest’ultimo aspetto è il tema dominante de “L’affaire Moro”.

Importante anche un altro elemento del saggio di Sara Gentile. La docente di Analisi del linguaggio politico presso l’Università di Catania scandaglia le fonti usate da Sciascia, che strizza l’occhio a Noberto Bobbio, a Michel Foucault e a Luis Borges. E proprio Borges, maestro di finzioni e di labirintici incubi, non aveva fiducia nella democrazia tant’è che le sue esternazioni su questo sistema, da lui definito “abuso della statistica”, lo allontanarono dall’assegnazione del Nobel.

Sia ben chiaro, Sciascia non è un antidemocratico. Egli attribuisce grande importanza a questo sistema. Infatti, a far meditare lo scrittore siciliano è più che altro il fatto che la democrazia non abbia limitato il dirompente e ancestrale fascino del potere, che viene esercitato ora in modo panottico, ora in maniera salomonica, ora legato a quegli archetipi arcaici che ne impongono la “segretezza”.

Altra chicca del saggio, la rilettura di Giuseppe Rensi, filosofo siciliano fuori dagli schemi e lontano dalle “cattedre”, amato da Sciascia e con il quale concorda sull’impossibilità di riformare il potere, che che resta sempre un’intenzione umana che non si è mai lasciata mitigare.

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