Gianlorenzo Franzì. Noi siamo i morti. Augh!

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Un romanzo in cui si intrecciano tre storie che viaggiano fino a un certo punto su linee differenti. Poi, sogno e realtà, orrore e stupore si uniscono in un coro di voci che pian piano si dissolve, fino a diventare un solo grido.

La realtà ha tante facce, così come la quotidianità. Soprattutto, ciò che viviamo non è mai circoscritto, ma è un frammento di un’infinita serie di concatenazioni in cui l’origine del “Tutto” è impossibile da scovare. Gianlorenzo Franzì è un autore calabrese. La sua scrittura delinea scenari. Ognuno di esso è luogo e non-luogo in cui accadono fatti che non pretendono di essere catalogati o collocati. Sono lì, a disposizione dei nostri sensi.

Franzì si ispira molto al Philip Dick più visionario. Diventa un intransigente ricercatore della verità del fatto, ma, come è giusto che sia, si arrende a una realtà soggettiva. Mostra che la razionalità, la logica e l’ordine sono per l’uomo solo fonti di sopravvivenza. Sa bene che il soggetto ha bisogno di punti di riferimento; molte volte, il lettore è una persona che pretende di capire, di ritrovare i suoi pensieri e la sua visione del mondo in un libro. Franzì, invece, lo invita a disarmarsi e a calarsi nel romanzo.

In Noi siamo i morti ci sono personaggi che si sentono investiti dagli eventi, che giocano con il destino, che sono ossessionati dalle loro visioni. C’è una sorta di Grande Fratello che inietta cinismo nell’illusione. Ci sono omicidi in cui le vittime possono essere anche assassini. In questa follia, Franzì fa accomodare il lettore al quale viene chiesto semplicemente di lasciarsi trasportare in un mondo che “potrebbe esistere”; perché, dopotutto, ogni mondo è possibile.

Un romanzo da scoprire pagina dopo pagina e che ci fa anche conoscere uno scrittore impegnato nella critica cinematografica e teatrale, che merita più di qualche semplice apprezzamento.

L’ultima udienza

Un racconto di Antonella Perrotta

L’aria, nell’aula della Corte di Assise, sapeva di legno, di sigaro, di carta e di polvere.

L’avvocato Domenico Domenici osservava in silenzio i colleghi seduti avanti a sé e quelli dietro. Erano in tanti, una cinquantina, e, per quanto composti, nell’insieme spandevano un brusio tra le pareti rivestite di legno della stanza. Avevano tutti l’aria stanca e assonnata. L’avevano anche i giudici, anche i giurati popolari, per quanto si sforzassero di mantenere le spalle erette, lo sguardo fisso in avanti e l’espressione imperscrutabile di chi è chiamato a decidere in maniera imparziale. Solo il Presidente se ne fotteva: lui sbadigliava e non si sforzava di nasconderlo.

Erano lì da sei ore, giusto una breve pausa pranzo, e chissà per quanto ne avrebbero avuto ancora. Erano le lancette dell’orologio a dirlo, oltre che la stanchezza, non la luce abbagliante del primo pomeriggio. Quella non si vedeva, ché non v’erano aperture nell’aula, se non la porta d’ingresso che era stata sbarrata. Ma c’era. Fuori, nel mondo libero.

L’avvocato D.D. era giovane, forse pure troppo per un processo importante come quello: ottanta imputati per più di duecento capi d’imputazione. Era un processo per associazione a delinquere, uno di quelli che avrebbe dovuto scuotere scienza e coscienza e fare pulizia nella comunità. Aveva accettato l’incarico perché era curriculare, ma non ci aveva dormito la notte. Non era ansia per l’attività che avrebbe dovuto svolgere, la sua, il mestiere lo conosceva bene, nonostante l’età. Non era neanche perché difendeva due malavitosi di cui si sforzava di sostenere lo sguardo. Non si poneva alcuno scrupolo morale, sebbene più di qualcuno gli avesse chiesto come poteva sostenere la difesa di chi, per fatto notorio, aveva le mani macchiate di sangue. Sapeva bene che, senza di lui e senza i suoi colleghi, il processo non si sarebbe potuto celebrare e che un processo e la difesa in giudizio vanno assicurati a tutti, anche ai peggiori delinquenti, se si vuole che, il nostro, sia uno Stato garantista. Non si risponde ad un sopruso con un sopruso. Lo Stato non può permettersi soprusi. Processi rispettosi della legge, invece. E, per farli, servono anche gli avvocati.

Era altro quello che lo disturbava. Erano gli accordi, sordidi e infami, che seguivano gli incontri nei bar all’aperto, le telefonate in codice, le mazzette nei sacchi della spazzatura. Trame da cui s’era sempre tenuto lontano. Lui voleva fare soltanto il suo dovere, servire la macchina della giustizia, non essere complice del reato. Voleva esercitare il mestiere per il quale aveva studiato, farlo bene, essere bravo. Ben retribuito, anche, ché non aveva pretese di santità caritatevole.

Si guardava intorno sospettoso, chiedendosi di chi avrebbe potuto fidarsi, là dentro. Sentiva il peso di una longa manus, potente e invisibile, spingere contro il soffitto, un pugno chiuso pronto a colpire la testa di chi non aveva preso parte agli incontri segreti nei bar all’aperto, non aveva risposto al telefono e aveva buttato nell’indifferenziata i sacchetti della spazzatura. La sua, insomma.

L’ultimo collega aveva appena finito di parlare. La Corte si alzò e si ritirò per decidere. Uscirono tutti dall’aula per bere, mangiare, fumare, qualcuno anche per tirare coca. Si sarebbe fatta sera prima di avere il verdetto. Ma l’aula non l’avrebbe saputo, non esisteva il giorno e la notte, lì dentro. L’avvocato D.D. si intrattenne con alcuni colleghi che godevano della sua stima e della sua fiducia. Erano perplessi e impauriti quanto lui, non per se stessi, ma per la sorte della giustizia. Finì con l’assopirsi su una panca di legno del corridoio. Poi, la campanella che annunciava il rientro in aula della Corte suonò e lui si svegliò. Guardò l’orologio. Erano passate altre quattro ore.

Fu letta la sentenza. I giudici e i giurati si ritirarono, i detenuti furono fatti uscire da dietro le sbarre e accompagnati fuori in manette dalle guardie carcerarie, il cancelliere recuperò i fascicoli d’ufficio, gli avvocati chiusero codici e scartoffie nelle valigette color cuoio e riposero le toghe di lana leggera nelle sacche. L’aula si spogliò, le luci si chiusero.

L’avvocato D.D. uscì dall’edificio, salì nella sua auto. Si lasciò andare col capo riverso sul volante, sfatto di stanchezza e disillusione e si abbandonò a un lungo pianto.

*Foto: L’uomo angosciato

Nella regione dell’innocenza. Un indizio di colpevolezza

Articolo di Martino Ciano

Io vivo nella regione dell’innocenza in cui nessuno è colpevole, e se proprio qualcuno non riesce a sfuggire alla giustizia terrena, ci pensa Dio ad assolverlo con il suo supremo quarto grado di giudizio con cui si spalancano le porte del Paradiso. Siamo figli di un Dio buono che comprende tutto, che salva tutti, che giustifica ogni cosa, che si fida dell’intimo atto di pentimento delle sue creature.

In questa premessa sta tutto ciò che conosco della mia regione, la Calabrisella nostra delle bestie vestite di pelle d’agnello. Candide pecore con onorevoli intenti. Tacciono su tutto fin quando il potere delle consorterie le tiene unite in un unico abbraccio, poi, se qualcosa non va bene, ecco la ribellione dell’una che si unisce ad altre per costruire il partito dei delusi.

Anch’io sono pecora, ci mancherebbe. Io non voglio salvarmi.

E la lobby fonda una cordata di incazzati che vuole detronizzare i vecchi pastori.
E la pecora si fa pastore, e il pastore si fa di nuovo pecora, e nella regione dell’innocenza l’evoluzione della specie è circolare. Nella regione dell’innocenza l’emancipazione delle masse è un processo di incesti in cui il padre corrompe il figlio, e il figlio si fa padre che corrompe i suoi figli, e un seme malato si insinua nella mente e nel corpo, si deposita nei coglioni e lì resta, e bisogna sperare che mai esca, che mai diventi frutto. Poi qualcuno si indigna e allora capisce che bisogna far le valigie e andare via; tanto, se Dio vuole, tutti si salvano vivendo lontani dalla ragione dell’innocenza.

I colpevoli sono quelli che annusano la disgrazia, che la annunciano per le strade e per le piazze. Esistono anche nella regione dell’innocenza. Se ne stanno ai bordi, come gli emarginati. Se hanno idee contorte, annegano nel mare di cazzate che dicono. Ricevono consensi, tanti, ma è il consenso che si dà ai pazzi. Insomma, non vale nulla, è solo un atto di misericordia. I colpevoli non sono rivoluzionari, sono semplicemente coloro che non hanno più nulla da perdere; condannati alla solitudine in cui incappa chi diventa lucido. Infatti, nella regione dell’innocenza, la lucidità è una disgrazia. Due cose può donare la lucidità: la follia e la morte. Dopo la chiarezza c’è l’insensatezza dell’esistere, e il colpevole può decidere tra la forca e l’esilio.

Eppure, nella regione dell’innocenza la pietà primeggia. C’è chi ha pietà di sé e chi degli altri, ed è per questo motivo che tutti si affidano al quarto grado di giudizio, quello di Dio misericordioso che assolve tutti sempre, ovunque e comunque. Nella regione dell’innocenza vige un’interpretazione malsana del consiglio lasciatoci da Guglielmo di Occam: Non moltiplicare gli elementi più del necessario, ossia, così è, così sarà, quindi fatti i cazzi tua!

Fatti i cazzi tua è un atto di pietà.

I principi del diritto… da principi a ranocchi

Articolo di Antonella Perrotta.

Accadde secoli e secoli addietro, agli albori dell’umanità, che si avvertì l’esigenza di norme che regolassero il vivere sociale. Dapprima, fu il νόμος (nòmos), la consuetudine, la legge non scritta, ad adempiere alla funzione. Il νόμος diventò, poi, la legge dell’uomo, contrapposta a quella della natura, fino ad arrivare al complesso di norme che composero il diritto, directum da dirigere, nel senso originario di indicare una direzione, prima, fino al significato moderno di ciò che è retto e giusto, poi.

Ci sono voluti secoli, durante i quali filosofi, economisti, santi ed eroi, hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama, per arrivare a definire in forma scritta ciò che è da considerarsi giusto ed equo nei rapporti interpersonali e in quelli tra il popolo e chi lo amministra. Anzi, giusto è troppo. Nulla è giusto in questo mondo, se non fra le dita di quella Nemesi che regola i fili dell’universo. Diciamo, accettabile. Accettabile a un vivere civile, che sta appresso a un concetto volubile e plasmabile di civiltà, elaborato nel tempo della Storia.

Possiamo dire che il nostro vivere civile, in epoca postbellica, è rimasto strettamente ancorato ai principi di diritto delle Costituzioni, la nostra in primis, e dei Trattati internazionali: una serie di norme scritte che si inchinano al principio cardine di legalità, disposte, a loro volta, in un ordine gerarchico. Perché l’ordine è necessario se si vuole garantire l’ordine. Ciò, fino a quando, i legislatori contemporanei non hanno pensato che i filosofi, gli economisti, i santi e gli eroi che hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama, sapessero di stantio.

Da civilista (i penalisti, gli amministrativisti, i costituzionalisti avranno anche il loro dire), da quel che ho memoria, fu il 1995 l’anno delle incertezze. In quell’anno, constatarono che i processi civili erano lenti e pensarono, quale soluzione, di smantellare in parte e riscrivere ex novo il codice di procedura civile. D’altronde, alle novità ci si fa l’abitudine, presto o tardi. Nessuno di loro pensò che si sarebbero dovuti anche implementare gli organici dei magistrati in carriera, dei cancellieri, del personale giudiziario in genere, e, magari, mettere mano all’edilizia deputata allo scopo. Bazzecole. Sarebbero bastati i magistrati onorari, la categoria new entry, cui non venivano garantiti né contributi pensionistici né stipendio. In fondo, l’Italia, quando vuole e in ciò che vuole, è votata al risparmio.

Ma, poco tempo passò che neanche il riformato andasse bene. Un taglio qui, uno lì, una giuntura, una pezza, giusto la modifica di un comma o di un articolo, al massimo di un intero capo, diventò abitudine, perché le cose si vedono sul campo e, prima, si provano e, poi, si aggiustano via via, mentre l’assenza di un intervento organico della materia, qualunque essa fosse, ingenerava l’impressione che i legislatori contemporanei, o chi per loro, non ne fossero capaci. Agli operatori del settore, alla domanda: “Ma come funziona?”, non restava che allargare le braccia, ché oggi è così e, domani, non si sa. Giustizia certa, chiamasi …

Fu, poi, il tempo del colpo di fulmine. I legislatori guardarono oltreoceano, verso l’America, la sacrosanta America, dove le mediazioni, gli arbitrati, le ADR, acronimo di Alternative Dispute Resolution, sono strumento deflattivo delle controversie. Pensarono andassero bene anche qui da noi. Avrebbero, comunque, evitato di spendere soldi con l’implemento degli organici. Concepirono l’ADR come condizione di procedibilità in determinate materie, sì che le parti avrebbero potuto adire i tribunali soltanto dopo mesi e mesi spesi nel tentativo di conciliazione.  Che furbata l’ADR!

Dimenticarono, i cari legislatori, che la nostra cultura è romanistica, il nostro sistema non è di Common Law come quello anglosassone e che, diciamolo, il popolo italiano un po’ litigioso è. Forse, perché di cose storte ne vede talmente tante che solo i tribunali gli restano. Dimenticarono pure che gli americani sono più pratici, più parchi nell’uso della carta e delle regole formali tanto care al Belpaese. Fu, in pratica, come voler condire gli spaghetti col ketchup. Le ADR non fecero mettere d’accordo nessuno, o quasi, allungando ancora di più i tempi del processo e collassando il sistema nervoso delle parti e degli operatori del diritto. Ancora oggi è così.

Poi, venne la digitalizzazione della giustizia. Che bella cosa, la digitalizzazione! Fa risparmiare tempo e carta. Se non fosse per quel maledetto rigo da rispettare, quella firma a destra e non a sinistra, quell’ingolfo della forma a discapito della sostanza, insomma, ché chi bada alla sostanza se bisogna perder tempo a contare le righe?

E, poi, da ultimo, venne il Covid. E fu capolavoro legislativo: quello emergenziale. Quello propinato con la faccia contrita e la lacrimuccia agli angoli dell’occhio, mentre, a suon di DPCM, atti di un solo soggetto non rappresentativo della volontà popolare, costringeva gli italiani in casa, le attività a calare le saracinesche e, a suon di decreti legge, non ancora convertiti in legge, elargisce ora lasciapassare sanitari talmente illogici da suscitare il legittimo dubbio che, di sanitario, poco abbiano. Quello che prevede lo scudo penale (quando mai in diritto è esistito uno scudo penale?) per i medici e gli operatori sanitari per le conseguenze, anche mortali, derivanti dall’inoculazione dei sieri, implicitamente ammettendo che, di conseguenze, possano essercene, senza, però, che nessuno ne sia responsabile, né i medici, né le Case farmaceutiche, né lo Stato stesso. Quello che delle normative europee vincolanti per gli Stati membri, della gerarchia delle fonti normative, del valore della riserva di legge costituzionalmente sancita e della legge stessa, espressione della volontà parlamentare e, quindi, della volontà del cittadino, ne fa fazzoletto per asciugare le lacrime. Quello che dei principi della Costituzione fa finta di non aver memoria. Ma, d’altronde, è emergenza.

Allora, di fronte a tutto questo, ripetutamente questo, è così insensata la pretesa che l’azione dei nostri legislatori sia competente, coerente, risolutiva o quasi, rispettosa di quelle stesse norme cui si chiede osservanza ai cittadini?

Di fronte a tutto questo, ripetutamente questo, è così insensata la domanda se mai lo Stato abbia avuto a cuore gli interessi dei cittadini, se l’abbia a cuore anche adesso, se mai si è assunto le responsabilità del suo operato o se additi soltanto i singoli a responsabili del mal funzionamento della qualunque, se i colpi inferti ai principi che dovrebbero garantire il vivere civile segnano il divenire di un nuovo concetto di civiltà regolata da una diversa νόμος  – che, di nuovo, ha poco e, di antico, tanto – che potrebbe anche non piacere, salvo, farci la cattiva abitudine?

E resta da chiedersi che fine faranno i filosofi, gli economisti, i santi e gli eroi che hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama. Credo, nuovamente sepolti e pure senza lacrime. Succede quando la dimenticanza fa da padrona, quando l’accondiscendenza segue alla manipolazione o all’indifferenza, quando il dire e lo sbraitare hanno la meglio sul pensare.

Ma, questo mio, è soltanto un incubo, in cui intravedo prìncipi fuoriuscire a passi di danza dai codici e dai testi di legge che mi stanno davanti e trasformarsi in ranocchi desiderosi di un bacio accondiscendente che mai gli darò. Perché, nella loro trasformazione, scorgo un pericolo.

Mi sveglio dall’incubo, ma perdo, comunque, il sonno.

Stefano Cazzato. La quasi logica. Ladolfi editore

“Nei labirinti silenziosi della Retorica”. Una riflessione di Francesco Rizzo sul libro di Stefano Cazzato. Buona lettura

Nel libro di Stefano Cazzato, La quasi logica, l’autore, perlustrando con la lente del pensiero filosofico, le varie teorie attorno l’argomentazione e l’esposizione di un discorso rivolto ad un uditorio, indaga e mette in luce quelli che sono stati i fondamenti logici ed epistemologici, da Aristotele a Cicerone, da Perelman a Toulmin, da Platone a Cassirer e Wittgenstein, attorno alla tematica della Retorica, dove quest’Arte, nel corso della storia è stata a volte trattata dai pensatori come una regina e alle volte come una meretrice della più bassa e ingannevole persuasione.

Quest’Arte del discorso, nei passaggi esistenziali della storia è stata reclusa negli anfratti pseudo estetici di ridondanti risonanze letterarie, piegata a orpello barocco di un discorso elegante, ma vuoto di contenuti reali ed empirici. 

È stata anche additata come un ostacolo al cogito cartesiano, il quale, rinchiuso nella monade del pensiero non ha saputo che farsene di questa mendicante della filosofia.

Tuttavia trovo che in questo suo libro, gli spunti per un’attenta riflessione sull’Arte della retorica, che a sua volta include traiettorie etiche ed estetiche del linguaggio, rappresenti un argomento centrale per l’indagine filosofica; sia che essa si svolga su un piano fenomenologico o che si proietti, per aspera ad astra, su un piano metafisico.

Infatti, dopo la lettura di questo libro, ho notato da parte dell’autore, uno sforzo titanico rivolto ad una dinamica che possa portare armonia in questo mondo pieno di dissonanze e di false speranze, dove l’essere umano per usare una categoria platonica è attanagliato nella dimensione della doxa (opinione). Tuttavia è proprio nell’ impegno che l’autore mette in questo libro a trovare una possibile soluzione al paradosso della non comunicabilità e della non comprensione dell’altro, che sboccia una forza d’animo la quale anela alla crisi del linguaggio; al risolvere il problema della caducità del nostro comprenderci.

Questa forza, a mio parere, oltre ad essere positivamente una risorsa etica e noetica, che ognuno di noi dovrebbe esercitare, è anche un itinerario verso uno stato di grazia: una filocalia dell’essere. La spinta che ogni persona possiede, anche se forse non lo sa, di uscire dal buio della caverna.

Per questo è interessante e degno di meraviglia, trovare incastonate in questo mosaico filosofico, ben argomentato, ricco di citazioni ed invitante alla curiosità di chi legge, alcuni spunti di pensiero riguardo alla risoluzione del problema, come ad esempio quello della Letteratura. Nel quarto capitolo di questo libro, Stefano Cazzato cita come modello argomentativo possibile per arrivare ad un uditorio più ampio e variegato, la proposta di Jean Jacques Rousseau, che, attraverso il suo trattato L’Emilio, affronta il tema dell’educazione, usando come metodo comunicativo l’esempio.

Rousseau presenta in questo trattato le sue tesi per una buona metodologia pedagogica affermando di:

«mettere continuamente alla prova i bambini temprando il loro carattere con insidie di ogni genere».

Su questo punto si potrebbe mettere come altra forma di esempio quelli descritti da Charlotte Brontё in Jane Eyre, e da Charles Dickens in Oliver Twist, David Copperfield o Tempi difficili, dove si trovano i danni che la pedagogia negativa dell’illuminista Rousseau ha arrecato. In questi romanzi di epoca vittoriana infatti i bambini vengono messi continuamente alla prova, temprando il loro spirito con insidie di ogni genere. A loro, gli educatori non risparmiano niente; dalle finestre aperte in pieno inverno inglese, all’umiliazione di portare cartelli infamatori sulle spalle.

Per tornare al problema, il paradigma dell’esempio dovrebbe a mio parere portare lo spirito della trasformazione morale ed etica di una società e non abbrutirla con la violenza di un metodo pseudoscientifico. Come lo stesso autore scrive: “vi sono molti tipi di esempi”. L’esempio se non ha una funzione fronetica, trasformativa, può essere inutile ed inquietante. L’educazione, che nel latino ex ducere oltre ad educare vuol dire anche trarre fuori e portare alla luce qualcosa di nascosto, dovrebbe essere un atto di innamoramento verso la materia che si studia, e a livello filosofico, per essere concordi con Socrate, dovrebbe portare fuori le conoscenze che già si possiedono nel profondo dell’anima, anche se non se ne è consapevoli. Per questo la funzione dell’educatore dovrebbe essere simile alla funzione dell’ostetrica che porta alla luce i bambini che sono nel grembo della madre.

È anche vero quel che scrive Antonio De Ferrariis, che i filosofi quando vogliono, sanno argomentare che la neve non è bianca ma è nera, e quindi, capovolgere completamente, attraverso la dimostrazione delle loro tesi, la realtà che ci sta di fronte. Ed è per questo che un discorso logico, per essere tale, deve prima di tutto inerire alla nostra esperienza empirica del mondo che ci ospita, e non essere un’astrazione vuota dell’intelletto.

Allo stesso modo, colui che con metodo filosofico, entrerà nei labirinti silenziosi del linguaggio, vi scruterà abissi, dove arcane locuzioni mostreranno il negativo e il positivo abitare un’unica essenza. Difatti, provando a descrivere la ritrazione della luce solare in una stanza; il suo assottigliarsi sempre più crescente attorno alle pareti, ai mobili, ed agli oggetti, il mio dire, il mio esporre linguisticamente questo fenomeno senza alcun dubbio indicherà (anche se non con le parole ma con le immagini che l’intelletto coglie) anche l’accrescimento della tenebra che sempre di più si manifesterà in relazione con la ritrazione della luce. È incontrovertibile che il mio parlare della luce, sarà in un armonioso e segreto legame con parole nascoste, e manifestate come “non dette”. Nel linguaggio vi è qualcosa di taciuto, di enigmatico; un incredibile rapporto con gli eventi che circondano la nostra esperienza evocativa.

Nella lettura di questo interessantissimo libro, anche al sottoscritto sono venute delle riflessioni attorno al valore di quest’Arte dell’argomentazione, e a mio modesto parere essa dovrà avere come presupposto il fondamento di una vera logica. Una vera logica infatti già nella tesi deve contenere come un rovescio della medaglia la propria antitesi, essa non deve essere separata dalla tesi, come l’affermazione deve già contenere una negazione.

Per fare un esempio, se io affermo che: «Socrate è veloce» risulterà chiaro a colui che ascolta questa affermazione che «Socrate non è lento», in questo caso è evidente che nell’affermazione è contenuta anche una negazione.

Se invece io affermo che: «Il cerchio è un triangolo» in questo caso è evidente la mancanza di una negazione contenuta nell’affermazione, o di una tesi che contiene già in sé un’antitesi.

Siffatti esempi, dimostrano, che se una vera Retorica ha come sua fondazione epistemologica la sintesi di tesi ed antitesi, l’abbraccio di affermazione e negazione, allora potrà essere un albero dai buoni frutti: un seme che ha in potenza l’intero albero, dove nella sua riscoperta, essa potrà essere l’incontro di vari punti di vista per un’argomentazione intersoggettiva, capace di vedere “l’alba dentro l’imbrunire”.

Francesco Rizzo, laureato in Filosofia presso l’Università del Salento (LE), con una Tesi sul concetto di Resilienza in Charles Dickens. Tra i suoi interessi anche quello per la poesia. Ha pubblicato diverse raccolte: Trenta paure in versi (2005, Panico Edizioni), La porta degli inverni d’oriente (2005, Il Filo edizioni), In Cauda Venenum (2008, Icaro Edizioni).

Economia della sopravvivenza creativa. Buonsenso e altre stronzate

Articolo di Martino Ciano

Se abitui le masse a non avere regole, non puoi pretendere che ci sia convivenza tra individui.

La parola buonsenso è priva di significato in una società educata all’individualismo e al raggiungimento del benessere. L’individuo-consumista è alla ricerca di una illimitata felicità, quindi, a non porsi limiti. La regola è un limite; il buonsenso è un limite; la convivenza pone un limite e rende ogni persona parte di un dialogo. Ma chi riesce a dialogare? Peggio ancora quando l’autore di qualche malevolo comportamento viene giustificato a colpi di poverino-poveretto, e ogni sua azione diventa oggetto di studio per la psicologia-casereccia praticata nei talk-show.

Chi ancora crede nell’illusione del mondo a venire, in una società opulenta, meritocratica, pacifica e altamente qualificata, sia pronto a morire disperato. Chi non si è ammalato di Covid19, è preda di frustrazioni scaturite dalla visione del limite.

Il virus è un limite? No, è stato il coltello che ha squarciato il velo dietro cui erano nascoste tutte le illusioni di eterna felicità. L’analfabetismo funzionale esisteva prima della Pandemia, ma era sopportabile; il mito dell’immortalità era la favola che ogni sera ci raccontavamo prima di dormire, il suo finale ci imponeva di “credere in noi stessi”; la resilienza è stata la dottrina inculcata dalle casalinghe new age e dai venditori di materassi e pentole da cucina. Ma più che la resilienza, ci è stata imposta la sottomissione al buonismo e al culturalmente corretto.

Una sola cosa salverà il mondo: ammettere il fallimento del “pensiero-positivo”. Il vero nichilismo si annida nel pensiero positivo, nella fiducia incontrastata verso il futuro.  Il vero complotto è il pensiero-positivo.

Tutti possiamo essere tutto. Una sciocchezza del genere è oggi alla base della nuova economia della sopravvivenza creativa. La mediocrità è l’arma attraverso la quale tutti i livelli di salubrità della società post-democratica sono stati resi manipolabili. La nuova democrazia è Facebook, social in cui ognuno è un individuo illuso dal motto primordiale “tu sei quindi vali”.

E mentre nel mondo alcune popolazioni non hanno pane e pace, il tramonto continua inesorabile sull’umanità. Non è più il Covid19 a far paura, ma la mancanza di un modello alternativo, perché ora che la materia delle nostre illusioni si sta corrompendo più velocemente del solito, ecco che resta tra le nostre mani una bolla di sapone che continuiamo a scambiare per una sfera di cristallo.

Un serioso senso di impotenza. Un incendio

Articolo di Martino Ciano

Solo ciò di fronte al quale siamo impotenti va preso con serietà. Non esiste altro modo per esprimere la nostra insofferenza se non davanti al limite che ci pone l’incontrollabile. E la sensazione migliore è quella che ci regala l’inattività.

Ora colti da una sindrome di menefreghismo, ora commossi dalla rabbia del disincanto, ce ne stiamo con gli occhi spalancati a guardare il disastro. E il disastro è sempre un luogo in mezzo a migliaia di non-luoghi, una casa tra tanti ruderi felici, un abbraccio tra tanti cazzotti carichi di stima e di affetto. A cosa serve volgere lo sguardo verso l’orizzonte quando ci sentiamo abitanti di una terra piatta, che ha perso la sua sfericità?

Eccomi, terra arida e senza colore come una pagina sulla quale l’inchiostro è sbiadito, rovinato dall’umidità del tempo.

Odore di terra bruciata, sensazione felice dei giorni d’agosto. In una regione chiamata Calabria, al centro di un Mediterraneo inquinato, sta la mia casa. E io appartengo all’Antropocene, epoca di sconquassi e calamità indotte; di azioni volute e non volute, ma sempre accettate grazie all’impotenza dimostrata da masse di uomini che si sono affidate al Dio degli eserciti, dei cieli, delle resurrezioni e dell’isteria.

E guardate un po’, imbratto una pagina word. Digito in fretta le parole. Le mie dita si muovono sulla tastiera senza che io la guardi. Sono mani potenti, mosse da una mente che è impotente davanti al flusso dei pensieri… da dove viene il pensiero? E questo fiume che scorre e sovrasta l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del cervello è fatto di acqua o di fuoco, di aria o di terra.

Intanto i Canadair volano verso l’ennesimo incendio. Mezza montagna bruciata. Il venti percento del bosco è andato in fumo, il restante ottanta percento del costone ormai annerito era composto di erba, fiori e fiorellini, arbusti secchi e cose sacrificabili. Mentre sale verso il cielo la colonna di fumo, io sto nel tempio mondano dell’impotenza. Che mani umane abbiano appiccato il fuoco, mi sembra una ovvietà; che mani umane abbiano spento il fuoco, mi sembra una ovvietà; che menti umane si chiedano ancora “perché questo avviene”, mi sembra una bestialità. Quanta fiducia nell’umanità ha l’uomo potente e pronto all’azione.

E il fuoco è stato spento e l’ultimo Canadair va via, attraversando il cielo come una freccia ammuffita. Ho assistito a ogni cosa, mettendo in salvo quel poco di fiducia verso la vita che mi è rimasta, anche ora quando il mondo va incontro all’estrema unzione. Torno a essere serio, scrivendo un impotente grido d’allarme, per sentirmi parte di una natura che pian piano ci aiuterà a estinguerci.

Ilaria Palomba. Brama. Giulio Perrone editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Nulla è più straziante di un dolore apparentemente senza origine che si riversa su ogni aspetto della vita quotidiana. Come il mare in tempesta, s’abbate su ogni persona e su ogni rapporto. Questo mare non spiana, bensì accumula detriti su detriti, spine su spine, rovi su rovi, rottami su rottami. E la protagonista del romanzo di Ilaria Palomba è così.

Si chiama Bianca, ma lei è una dama oscura, che fa i conti con il suo ioscisso da una inarrestabile ricerca della felicità. Più che desiderare, lei brama la serenità e sebbene “bramare” e “desiderare” siano usati come sinonimi, ciò che si brama difficilmente si acciuffa, perché la ricerca di ciò che si desidera mai si esaurisce e, spesso, ciò che ardentemente vogliamo è solo una pezza che nasconda un buco che se ne sta nel mezzo dell’anima.

Ma nel romanzo di Ilaria Palomba, Brama è anche il cognome di Carlo, un filosofo sopraffino, ma, soprattutto, un uomo devastato… come Bianca. Lei non porta luce nella vita di lui, ma rabbia e antagonismo, sessualità che anela alla distruzione, fuoco che incenerisce tutto.

Carlo e Bianca sono due persone pronte a darsi la morte. In questo romanzo, la morte è una presenza costante che divora la vita attraverso un dionisiaco e tormentato gioco. Come due bambini assorti nella loro innocente crudeltà mentre torturano lucertole, Bianca e Carlo sono amanti che si rinchiudono volontariamente in una gabbia di sadismo. Si evitano, si tengono a distanza, ma solo per incontrarsi meglio dopo, per sbranarsi amorevolmente. Ed è proprio qui, in questo contesto, che l’amore si manifesta come forza né bella né brutta, né positiva né negativa, ma solo come luogo della “nuda vita”.

Il romanzo è scritto in prima persona. È Bianca a raccontare tutto, a far parlare le mille personalità che la assalgono. Non usa parole tenere. Lei è cruda e senza veli, sa che il linguaggio falsifica anche la crudeltà, e sa bene che l’essere umano omette ciò che desidera e si lascia dominare da ciò che odia. Bianca è quindi una fanatica che compensa il suo originario super-dubbio. Stessa cosa Carlo, che sa essere crudele anche quando vorrebbe solo annegare nella dolcezza.

Velso Mucci. C’è ancora molto sulla terra. L’ArgoLibro editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Nato a Napoli, ma morto a Londra. Una vita tra impegno politico e civile. Amico di intellettuali, artisti e poeti del Novecento. Un poeta che si è distinto per il suo stile, grazie al quale ha scritto importanti pagine di denuncia. Velso Mucci non ha goduto della fortuna che meritava. Ha fatto parte di una scena culturale, ma è stato liquidato velocemente, forse per il suo modo schietto di interpretare la cultura del suo tempo e l’umana commedia a cui ha anche partecipato.

Non tutti entrano nelle grazie della memoria collettiva, questo è naturale, ma è anche vero che questo “dimenticar-Mucci” non è stato dettato da fattori “qualitativi”, ma ideologici. Ecco perché questa raccolta è un’importante operazione di recupero.

La poesia di Mucci è schietta, è lucida. È legata alla lezione di Giuseppe Ungaretti, come ben spiegato da Nicola Vacca, che ha scritto la prefazione di questo libro. E proprio in questo “attraversamento” costante, grazie al quale ogni verso è una impressione che si “imprime” nella memoria degli uomini, affinché resti lì, a dare sempre testimonianza di un evento, che la storia non appare solo come un continuum di momenti, ma è sempre effetto di un “vissuto” che si fa “coscienza”. Con ciò non stiamo dicendo che Mucci sia stato un poeta marxista; di sicuro, i suoi versi rispondono a un’esigenza: testimoniare.

Il tema che più compare, anche solo in una manciata di parole, è il “dopo”.
Dopo di noi, cosa? Dopo la nostra morte, chi?
Come a dire, che è inutile pensare o immaginare se mai le nostre idee si trasformano in azione. Non è una visione utopica, ma concreta, quella che Mucci pone davanti agli occhi del lettore. La sua lezione vale sempre, non ha tempo e non è mai anacronistica.

Ma il giorno che avremo finito/di toglier di mezzo la forza/dei padroni di facce che danno spavento/e avremo messo le altre/che ancora potrebbero crescere/a far da custodi/nel Museo delle loro antenate/con la mansione di tenere/sia pure di pessimo umore/spolverate le facce/che diedero/spavento agli uomini/quel giorno i ragazzi/senza un’ombra/giocheranno sui prati.

Nomadland. Un cinema di sguardi

Recensione di Gianni Vittorio

Il cinema di Zhao è un cinema fatto di sguardi, dolori, emozioni e paure. Il suo ultimo film, Nomadland, vincitore annunciato di ben 6 premi Oscar, è un ritratto spietato della parte più nascosta dell’America, il Nevada, stato ricco di contraddizioni. Ma è anche la storia di una donna tenace, interpretata da Frances McDormand.

Il film ha quasi un approccio documentaristico, ma sa mettere in correlazione finzione e realtà. La vicenda è tratta dal libro di Jessica Bruder dal titolo Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century, pubblicato nel 2017. La stessa autrice per scrivere il libro ha dovuto vivere dentro un camper per poter documentare la vita della comunità nomade che incontrava.

Tutto ruota attorno a Fern, la quale, rimasta vedova e senza lavoro decide di cambiar vita. Così, gradualmente entra a far parte di una comunità nomade, parte col suo van e inizia a conoscere gente, si prende cura di loro, ma non si ferma mai. Continua fare piccoli lavori occasionali, e anche se incontra degli ostacoli riesce sempre ad evitarli grazie alla sua forza di volontà.

Il cinema di Zhao, che può sembrare retorico ad una prima lettura, è invece cinema del profondo, perché riesce a scavare nell’anima delle persone, è ritrovare se stessi nello sguardo degli altri. È poetica visiva attraverso un viaggio, quello di Fern, un trip-road reso ancor più emozionante dalle musiche sublimi di Ludovico Einaudi, che accompagna la protagonista nel suo viaggio esistenziale.

Infine Nomadland riesce bene a far emergere i conflitti di una società americana, fatta di contrasti, da un lato il capitalismo sfrenato ed estremo (basta vedere le scene dentro la fabbrica Amazon), e la comunità nomade che vuole rimanere in contatto con la natura cercando di affrancarsi dal consumismo spietato dei giorni nostri.

L’ennesima fine del sogno americano.