Fenomenologia delle corna

Articolo di Giorgio Pca Mameli

Le corna non hanno sempre lo stesso significato. Ci sono quelle da offesa e quelle da difesa. La differenza tra le prime e le seconde dipende dalla postura, del movimento e dal contesto. Oltre che dalle motivazioni e dal fine dell’atto. Infine ci sono le corna ideologiche e corna fattuali.

Le corna: tipico gesto italico dal non univoco significato, se si soppesa la questione si scopre che anch’essa è cornuta. E questo già dalla forma: indice e mignolo tesi verso l’esterno, a mo’ di saluto romano, mentre pollice medio e anulare scompaiono vergognosi nel palmo della mano, quasi a dire “noi non c’entriamo”. Poi c’è il fatto della gestualità: questa definisce il senso. L’apparire da concretezza all’essere. Già perché la postura della mano, del braccio e, alla fine, del corpo tutto muta col mutare del senso sotteso all’atto. Non tutti gli atti portatori di corna sono uguali, esiste dunque la fenomenologia delle corna.

La pratica dice di almeno due categorie di corna: quelle a difesa e quelle ad offesa. E la distinzione non sta solamente nel fine dell’atto ma anche nella definizione del contesto, nel tono della movenza, nella posizione e financo nella postura del resto del corpo.  Le corna a difesa prevedono corpo lievemente curvo in avanti, spalle cadenti, braccio arcuato e mano parcheggiata nella vicinanza dei genitali o al massimo ad alzo zero, puntate cioè verso il cuore o gli occhi dell’avversario. Ma quest’ultima tipologia è decisamente borderline.

Di norma vengono elaborate quando il cornificatore è fatto oggetto di anatemi evocanti immediate e sconce sciagure. Quelle invece ad offesa, che dicono, andando oltre il mero sottendere, di tradimenti, di profanazioni e maligne alludono a incapacità ed impotenze, godono di altra postura: sono gagliardamente, ferocemente, sfacciatamente lanciate verso il cielo, corpo dritto, quasi in punta di piedi, braccio teso. Travalicano il bersaglio, ambiscono alla notorietà massima. Tutti devono sapere che il cornuto è tale. E non va dimenticare la tipologia di sguardo. Lo sguardo nella esibizione delle corna è fatto fondamentale e complementare a questo, così vuole la tradizione e dunque le radici nella storia, ha da essere parte integrante dell’atto che, in qualche modo, avvolge ed enfatizza. Nell’azione a difesa lo sguardo attinge all’ibrida mistura del preoccupato-rassegnato, si ricordino le espressioni di Totò e quelle, ancor più comiche di un antico presidente della repubblica specializzato in ogni tipologia di corna che, abbondantemente riprese dalla stampa sia nazionale sia estera, raccontavano di uno sguardo tragicamente spiritato e per ciò stesso voglioso di infinite divine (cornute) protezioni. Di tutt’altra specie è invece quello ad offesa, anch’esso sguardo bastardo, poiché ha da essere aggressivo e allo stesso tempo irridente. E questo connubio non è facile. Solo dall’unione incestuosa dei due opposti si può scatenare la potenza devastante che quelle due ditine, così lontane tra loro eppure così connesse, possono mettere in campo. Dicotomia bizzarra questa delle corna che rivive peraltro, come quasi sempre accade, anche in natura. Tanti animali sono portatori di corna, e dalle forme le più strane, ma due sono molto simili tra loro per forma e struttura: il toro e il bue.

Il primo simbolo di virilità e selvaggia potenza, protagonista (obtorto collo) di tragici miti e di cruente corride, a lui fanno riferimento sia il padre del “bell’Antonio” che lo sfortunato protagonista di “Fiesta” mentre l’altro, mite e generoso è simbolo di forza buona e tranquilla tanto da meritare l’appellativo (involontariamente ironico) di “pio” e prima ancora spazio anche nell’iconografia del presepe accanto all’asino, simbolo di sapienza, e Maria, che invece rappresenta la bellezza. E in così opulenta compagnia anche le corna si nobilitano.

Le corna di secondo tipo, se frutto di meretricio domestico ancorché gratuito, sono così forti da non essere scalfite neppure dal denaro. Questo, come noto e tragicamente visto nei secoli, può comprare uomini e donne, rinfoltire capigliature, far ottenere magniloquenti titoli (anche accademici) magari allungare gambette che voglie irridenti hanno fatto troppo corte ma con le corna non ha alcuna possibilità di successo. Quando quelle sono conficcate nel ancorché angusto spazio della fronte lì stanno e lì restano.

La necessità della stanchezza

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Eretici

Così ci ritroviamo gettati nel bel mezzo di un mondo felice che mette a disposizione una vasta gamma di maschere e di personalità da indossare all’occorrenza. Affamati di successo e di ambizione ci muoviamo con il solo scopo di raggiungere un traguardo che, a sua volta, è solo l’inizio di un nuovo tragitto.

Vietato fermarsi, peggio ancora provare stanchezza o sentire dentro di noi il puzzo del fallimento. Non possiamo fallire, toppare, scansare l’obiettivo. Non possiamo permettercelo e tanto meno possiamo accettare che qualcun altro ci sbarri il cammino.

L’uomo che si accontenta è un modello da non imitare; la persona che vive di poco, che non cerca la fama, non è contemplato in questo universo felice e sorridente. È vergognoso che qualcuno accetti il proprio destino, accetti il silenzio, accetti la regola, non sia all’altezza della situazione. Ma se guardiamo attentamente, anche gli uomini di azione, pregni di quell’inappagabile vitalismo che li rende iperattivi, non sono che stanchi, prossimi a indossare le maschere messe a disposizione da una sorridente tristezza, da una sgargiante depressione che viene tenuta a bada da farmici che annullano le emozioni. Così, vivere senza emozioni, distaccandosi per un attimo da sé, diventa un momento di meritato riposo, una vacanza dall’ego.

Nel tempo della felicità illimitata, la tragedia dominante è quella dell’uomo che si dà in pasto a ogni avventura, che mette in gioco se stesso per dimostrare solo a se stesso che non c’è altro uomo all’infuori di lui. La soddisfazione sta in questa filastrocca che viene cantata a squarciagola. E mentre il copione della contentezza viene recitato con attenzione, qualcosa ci divora, ci chiede di cambiare; ma più anela l’anima verso la liberazione dallo stress quotidiano, più qualcosa la trattiene, la lega e la salda a un corpo che deve correre, resistere, vincere mille volte. E più ardua è la sfida che ci imponiamo più sale la tensione e la febbre, e il dolore, e l’angoscia, e l’ansia, ma l’importante è non dimostrare la debolezza.

Benedetti quindi gli uomini stanchi, senza traguardi, senza obiettivi, che contemplano la vastità e se ne lasciano divorare, perché essere nulla costa tanto e costa fatica.

Giustizialismo. Mano armata del moralismo contemporaneo

Articolo di Martino Ciano già pubblicato su Zona di Disagio

La giustizia è spettacolo e il giustizialismo è la sua essenza. Ogni caso giudiziario è trattato come un evento, qualcosa che per sua natura gode dello stato di eccezionalità e che non dovrebbe ripetersi, ma che invece si muove sempre con le stesse modalità.
Il braccio armato della legge agisce di notte, quando ogni uomo riposa. L’irruzione è un rito di passaggio. Il braccio armato viola la notte, stupra la quiete, la riconciliazione con l’inconscio e con la conversione. Il braccio armato è lo Stato-regista che accende la sua telecamera. Tutto viene filmato, fotografato, raccontato nei minimi dettagli, perché nella società dello spettacolo ogni fatto è una curatissima sintesi di immagini, di inquadrature che suscitano emozioni, di drogato amore per la giustizia, di trionfalismo del bene.

Quando le luci si spengono e lo spettacolo lungo le strade termina, il giustizialismo diventa violenta aggressione per gli arrestati. Il braccio armato incita la folla con le sue sfilate di uomini in manette, la cronaca-social enfatizza le smorfie facciali degli arrestati, tutti coloro che sono stati messi in ceppi sono condannati mediaticamente. Gli spettatori chiedono i particolari. I particolari sono l’anima dello spettacolo. Una cronaca fredda non ha valore, non è spettacolo, ma sospensione del giudizio; ma senza un’immagine che ha già in sé un giudizio non ci sono emozioni e senza emozioni non c’è irragionevolezza e istintività. Il giustizialismo infatti è brama di vendetta, manifestazione della frustrazione e della malvagità-buonista.

Quando lo Stato-regista accende le telecamere, la giustizia deve diventare la morte. Ed è per questo motivo che ognuno degli arrestati si dichiara innocente, perché tutti hanno paura di morire. Quando anche il clamore mediatico si spegne, lo Stato-regista prepara un nuovo blitz. Il braccio armato si riposa fino a nuovo ordine. Intanto, lì, nel mondo della vita, altri uomini hanno preso il posto degli uomini messi in ceppi. Giocano con le stesse regole accettate da quelli arrestati, sono incitati anche dal braccio armato che se ne sta in silenzio, che aspetta che la legge venga trasgredita tanto quanto basta per entrare in azione in maniera spettacolare, perché nella società dello spettacolo nulla può avvenire senza clamore. Tutto ciò che non lascia traccia del proprio passaggio non è spettacolo e non può essere definito evento.
Il giustizialismo è lo spettacolo della contemporaneità. Di fronte allo Stato-regista o si accetta di diventare attore, senza remore, o ci si abbandona alla morte civile.

Sara Gentile. L’isola del potere. Bonanno editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Il potere è qualcosa di misterioso o espressione di quella necessità di dominio che è insita nella parte “rozza” e “macabra” radicata nell’essere umano?

Alla domanda risponde Sara Gentile grazie a questo saggio attraverso cui viene riletta l’opera di uno degli ultimi intellettuali italiani del XX secolo: Leonardo Sciascia. Se il potere risponde alla volontà di dominio, allora, la giustizia è espressione della parte dominante, ed è per questo motivo che “le norme e le istituzioni che lo amministrano e ne regolano l’uso” agiscono in una determinata dimensione storica.

Pertanto, un’altra domanda solletica la Gentile, in questo quadro ambiguo cosa diventa la democrazia?

La democrazia appare come espressione di una maggioranza che è solo chiamata a scegliere coloro che amministreranno il potere. Fatto sta, che la maggioranza non entrerà mai in contatto con il potere. Sciascia descrive questo aspetto all’interno dei suoi romanzi e dei suoi libri-inchiesta, senza dimenticare che gli amministratori del potere hanno saputo creare un linguaggio che si svela in tutta la sua forza nella “comunicazione”. Proprio quest’ultimo aspetto è il tema dominante de “L’affaire Moro”.

Importante anche un altro elemento del saggio di Sara Gentile. La docente di Analisi del linguaggio politico presso l’Università di Catania scandaglia le fonti usate da Sciascia, che strizza l’occhio a Noberto Bobbio, a Michel Foucault e a Luis Borges. E proprio Borges, maestro di finzioni e di labirintici incubi, non aveva fiducia nella democrazia tant’è che le sue esternazioni su questo sistema, da lui definito “abuso della statistica”, lo allontanarono dall’assegnazione del Nobel.

Sia ben chiaro, Sciascia non è un antidemocratico. Egli attribuisce grande importanza a questo sistema. Infatti, a far meditare lo scrittore siciliano è più che altro il fatto che la democrazia non abbia limitato il dirompente e ancestrale fascino del potere, che viene esercitato ora in modo panottico, ora in maniera salomonica, ora legato a quegli archetipi arcaici che ne impongono la “segretezza”.

Altra chicca del saggio, la rilettura di Giuseppe Rensi, filosofo siciliano fuori dagli schemi e lontano dalle “cattedre”, amato da Sciascia e con il quale concorda sull’impossibilità di riformare il potere, che che resta sempre un’intenzione umana che non si è mai lasciata mitigare.

Paolo Codazzi. Lo storiografo dei disguidi. Arkadia

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per L’Ottavo

Se una storia racconta di un tempo e di uno spazio, allora i posteri leggono ciò che è stato senza possibilità di interpretazione o di verifica. Accade poi che nella ripetizione del racconto di un ricordo o di un’impressione ci sia sempre un tratto di singolarità, quindi una aggiunta di emozionalità, e proprio quell’elemento in più innesca l’equivoco.

Lo storiografo dei disguidi gioca ironicamente con gli aspetti mendaci della memoria e della intenzionalità che si nascondono dietro ogni gesto umano. Con sguardo strabico, come dice lo stesso autore, Codazzi si diverte con i punti di vista e con l’impossibilità di giungere a una versione definitiva, perché da buon conoscitore di Thomas Bernhard, lo scrittore fiorentino sa che bisogna ritrovare il contenuto di verità che sta nella menzogna… ma potrebbe essere anche il contrario.

Codazzi sceglie le parole con cura, imprime sul foglio un flusso ipnotico che riesce a mascherare le contraddizioni e i disguidi attraverso cui ogni racconto diventa cronaca incerta che si libera in uno spazio-tempo, che annulla ogni alternativa. Lo scrittore fiorentino è influenzato dai grandi filosofi, dalle intuizioni dei grandi narratori. Nella ricerca di un elemento nuovo nel mezzo di una serie di libri tutti uguali, ritroviamo le stesse suggestioni con cui Borges ha saputo costruire i suoi labirintici e ipotetici mondi.

E poi c’è Firenze, luogo e non luogo che fa da sfondo a un sapiente uso della narrazione, perché per creare mille disguidi c’è bisogno di uno spazio che sia capace di abbindolare e gettare nello spaesamento coloro che lo attraversano. E qui Firenze appare in frammenti che non riescono sempre a riunirsi, che la rendono una città sospesa e avvolta in una nebbia metafisica che offusca il senso delle cose; tant’è che il capoluogo toscano diventa il tavolo su cui Dio gioca con i suoi dadi.

Ironico ed equivoco, il libro di Codazzi si inserisce in quel filone narrativo che invita il lettore a partecipare alla costruzione di ogni storia, anche se tutto è già stato scritto e non può essere modificato. Ma è proprio questa illusione che rende il libro così suggestivo.

Le dieci “love-story” più belle della letteratura (Seconda Parte)

Articolo di Letizia Falzone

Continua il nostro percorso tra le storie d’amore più belle della letteratura.

6) Jane Eyre e Edward Rochester
(Jane Eyre – Charlotte Brönte)

Romantica e concreta, orfana e principessa, istintiva e razionale, volitiva e tenera, intelligente e passionale, straordinaria e normale.
Rimasta orfana, la piccola Jane Eyre viene allevata a Gateshead Hall dalla dispotica zia Reed. 
Sottoposta a soprusi e umiliazioni d’ogni genere, privata di qualunque forma elementare d’affetto, finisce per essere affidata all’arcigno Sig. Brocklehurst, rettore della Lowood School. Nel tetro collegio, unica consolazione è l’amicizia con Helen Burns, ma la ragazza muore di tubercolosi.
Eroina del suo tempo, in cui già risuona l’eco delle tensioni sociali proprie della contemporaneità, dotata di una solida istruzione, oltre che di una sensibilità raffinata, di uno spirito romantico e, non ultimo, di uno squisito sense of humour, Jane a diciotto anni affronta il mondo. Un mondo che, nell’Inghilterra a metà strada tra due rivoluzioni industriali, non può che essere, per lei ragazza nullatenente ma acculturata, il mondo del lavoro: ad attenderla c’è un impiego modesto ma dignitoso come istitutrice a Thornfield Hall, un’imponente casa di campagna, dove la cordiale signora Fairfax e la simpatica piccola allieva Adele la rasserenano anche se risate lugubri turbano a volte le notti nella casa.
È qui, in questa moderna versione del castello principesco, accogliente ma pur sempre fornito di oscuri recessi che custodiscono segreti innominabili, che Jane conosce l’amore: un amore romantico e cerebrale, e perciò problematico, contrastato, negato.
Conosce l’amore di Mr Rochester.
Un amore travolgente, sensuale e inevitabile fin dal primo incontro.
Presto però i sogni di Jane si rivelano impossibili, destinati a farsi soffocare dal passato oscuro di Rochester, quel passato che sempre più forte riecheggia minaccioso.
La Brontë ha inserito nella trama tutto ciò che una lettrice potrebbe desiderare.
C’è la passione travolgente e l’amore dilaniante di una giovane per un uomo più grande, c’è la differenza di posizione sociale tra i due, il mistero, l’impedimento all’unione, l’altra/l’altro usati strategicamente per gelosia, i colpi di scena (ma anche di fortuna), un finale strappalacrime.
E poi, sopra ogni cosa, c’è lei: Jane Eyre. Intelligente, forte, generosa, divisa “tra la completa sottomissione e la forte ribellione”, caritatevole, schietta, una giovane donna che ha vissuto i morsi della fame, i soprusi, che non sa come comportarsi davanti alla gentilezza, capace di essere ferma anche quando il cuore vorrebbe fare pazzie.
(Oh, piccola Jane, quante volte avrei voluto che tu la smettessi di definirti brutta!)
È lei che ruba la scena a tutti. Il romanzo è suo e solo suo.
Il Signor Rochester è un uomo orgoglioso, lunatico, cinico, implacabile nella vendetta eppure capace di grandi affetti. Si innamora dell’animo di Jane Eyre prima ancora che del suo corpo.
Un uomo che ama davvero, che vuole lei soltanto. E aspetta l’amata, sempre a metà tra disperazione e speranza.
Entrambi riescono a vedere l’altro nel profondo, ad andare oltre le apparenze. Un dialogo tra anime affini.

7) Noah Calhoun e Allie Hamilton
(Le pagine della nostra vita – Nicholas Sparks)

Una struggente e bellissima storia d’amore tra Noah, un ragazzo di bassa estrazione sociale, ma dal cuore nobile, e Allie, una ragazza più altolocata che va a trascorrere l’estate a New Bern, dove i due si incontrano.
Quella che apparentemente può sembrare una semplice storiella d’amore estiva e passeggera si rivelerà essere qualcosa di più profondo e unico.
I due ragazzi, ancora adolescenti, si ameranno così profondamente che quando Allie è costretta ad andarsene non smetteranno mai di pensarsi.
Noah scriverà innumerevoli lettere alla sua amata, ma non le arriveranno mai.
La madre di Allie infatti, desiderosa di proteggere sua figlia e nel tentativo illusorio di non farla soffrire, le intercetta e le nasconde.
Noah e Allie penseranno allora che il loro amore sia sfumato e continueranno così le loro vite seguendo strade differenti, fino a quando una foto non farà precipitare gli eventi.
Allie sentirà il bisogno di tornare indietro, di rivedere Noah, di comprendere i suoi sentimenti prima di sposare un altro uomo… e dopo quell’incontro qualcosa cambierà, irrimediabilmente.
La storia è narrata dal punto di vista di Noah, ormai anziano, che racconta la sua vita a una donna colpita dall’alzheimer, una donna bellissima che non ricorda nulla, ma che grazie alle parole dell’uomo e alle poesie di Withman, che lui ama leggerle, tornerà indietro… seppur per brevi istanti.
Noah è un personaggio meraviglioso, semplice, umile, gentile e con una passione per la poesia; un uomo adorabile, dolce e a tratti timido, ma soprattutto rispettoso verso la sua Allie.
Pur amandola con tutto il suo cuore, cerca di rispettare i suoi spazi e le sue decisioni, anche se questo per lui significa morire dentro.
Perderla equivale a non riuscire veramente a vivere, perché lei è tutto per lui; la comprende perfettamente, sa quali sono le abilità artistiche della ragazza e la sprona a seguirle, anziché pensare sempre a ciò che gli altri possano pensare.
Noah ama così tanto Allie che fa di tutto per lei; anche quando un male più grande sembra dividerli, lui le legge la loro storia e sa che lei tornerà… per poco tempo… ma lei tornerà.
Noah è l’uomo dei sogni, affascinante e nostalgico, un poeta nell’animo – come lo definisce Allie – un uomo capace di stravolgere il cuore di una donna con il solo sguardo, ma allo stesso tempo è paziente e comprensivo. La sua quotidianità è pura libertà e forse è proprio questo che ammalia Allie nella sua breve visita.
Allie d’altro canto è un’artista che vive una vita costruita senza troppe passioni, con un futuro chiaro e definito con un uomo che ama, ma che mai le ha suscitato lo stesso calore e sentimento che Noah le fece provare più di dieci anni prima. Il suo ritorno a New Bern sembra così naturale seppur fuori dai suoi schemi che viene da chiedersi se mai avrebbe dovuto andarsene.
Due personaggi incredibili, i cui caratteri si completano l’un l’altro ed è proprio il loro amore il vero protagonista del racconto, una forza così grande da riunirli ancora e ancora, un sentimento che li unisce irrimediabilmente e che sembra essere stato scritto nelle stelle. 
Le pagine della nostra vita è questo ed altro, è un libro fatto per chi ha bisogno di credere nell’amore vero, per chi ci crede già ciecamente e per chi ama sperare sempre e comunque in un lieto fine. 
Una storia semplice ma affascinante, una di quelle che fermano il tempo con la loro intensità e le emozioni che evocano.

8) Hazel Grace Lancaster e Augustus Waters
(Tutta colpa delle stelle – John Green)

Hazel ha sedici anni e da sempre è malata di un tumore ai polmoni che la costringe a vivere in compagnia di una macchina che le permette di respirare. Si sottopone periodicamente a controlli medici e a volte a ricoveri. Grazie ad un farmaco sperimentale, il tumore sembra però in regressione ed è quindi sotto controllo.
Rinchiusa nel suo piccolo mondo, arresa al cancro, Hezel tenta solo di stare a galla; i suoi giorni trascorrono fra la lettura del suo libro preferito, lezioni, tv, opprimenti attenzioni di genitori apprensivi e incontri di gruppo nel seminterrato del Sacro Cuore insieme ad altri malati terminali, dove un bel giorno a dare senso alla sua esistenza arriva lo spavaldo e attraente Augustus, che si innamora a prima vista di lei.
Gus è guarito dal cancro e l’unico segno visibile che porta è una protesi ad una gamba che ne caratterizza la camminata ma che lo rende assolutamente speciale.
Il ragazzo con la sua voglia di vivere e la sua determinazione vuole lasciare un’impronta nel mondo, e grazie a lui, Hazel per la prima volta sembra riuscire ad apprezzare quella vita che prima, a suo parere, non aveva senso.
Lei riesce, grazie a lui, a concedersi delle esperienze uniche che non avrebbe mai immaginato di poter fare … Lui diventa la sua medicina miracolosa, la sua forza, il centro della sua esistenza.
E lei … lei si sente sempre così inferiore rispetto a lui e così pericolosa, come una granata pronta ad esplodere e a colpire chiunque le stia intorno. Ecco perché tiene tutti a distanza, ecco perché preferisce non legare con nessuno.
Eppure, con Augustus, sarà inevitabile. Lui stravede per Hazel, se ne innamora dal primo istante, e ogni sua azione sarà un piccolo corteggiamento per conquistarla.
Lui che è pronto a rinunciare al suo desiderio pur di far felice lei, lui che è pronto a realizzare il suo più grande sogno solo per vederla sorridere. Augustus è generoso, leale e in gamba. È un ragazzo che non ti stancheresti mai di avere accanto.
Ma come un peccato originale, come una colpa scritta nelle stelle avverse sotto cui Hazel e Augustus sono nati, il tempo che hanno a disposizione è un miracolo, e in quanto tale andrà pagato.
Il cancro li unisce perché permette loro di guardare nella stessa direzione, di vivere la vita dalla stessa prospettiva senza doversi dare nessuna spiegazione.
La storia d’amore che si sviluppa è tutta giocata su un doppio piano: la normalità di una giovane storia d’amore e l’anormalità degli ostacoli che il cancro presenta e ripresenta senza stancarsi mai. La malattia però agisce in sordina in questa storia. Sappiamo che c’è, ma riesce a non essere un elemento disturbatore.
Non parla mai, agisce, decide e distrugge, ma non impedisce che l’amore svolga il suo corso. I due ragazzi infatti rincorrendo il sogno di scoprire cosa succede ai protagonisti del romanzo preferito da Hazel si mettono in viaggio verso Amsterdam, pur avendo tutti e tutto contro, compresa la malattia. Non si arrendono, riescono a partire e nella casa di Anna Frank iniziano la loro storia. La realtà è che loro non hanno nulla ma hanno tutto. Sono due giovani che vogliono vivere la loro adolescenza ma che non possono farlo. Sanno di avere poco tempo a disposizione ma riescono a vivere intensamente quello che hanno trovato conoscendosi, solo perché lo vogliono. Alla fine il loro destino si compie in  ogni caso, mischiando le carte e offrendo un finale inaspettato.
Hazel e Gus creano un mondo unico cui possono accedere solo loro due, nessuno può capire e nessuno può sapere. Questo permetterà loro di continuare a comunicare anche dopo la morte.
Hazel è un personaggio molto forte, nonostante la fragilità che le provoca la sua malattia. Augustus è il suo naturale completamento, proprio come dovrebbe essere nelle coppie reali. La loro descrizione è così viva da far pensare che, forse, da qualche parte del mondo sono esistiti davvero.
Dal dolore si può imparare, si impara a fare attenzione ai sentimenti degli altri, si dà il giusto valore ad ogni attimo di felicità. Non si da più nulla per scontato, soprattutto quello che appartiene alla normalità. Come dice Augustus ad Hazel ” il dolore ti rivela”, tira fuori il tuo vero essere, la tua reale natura.

9) Louisa Clark e William Traynor
( Io prima di te – Jojo Moyes)

Louisa ha ventisei anni e lavora come cameriera in un locale nella piccola località turistica in cui vive; è fidanzata da sette anni con Patrick, un ragazzo che però sembra non averle rapito totalmente il cuore e crede di avere alcune certezze nella vita, ma ignora che presto le perderà.
Dall’altra parte, il trentacinquenne ricco e indaffarato Will, a causa di un incidente, è costretto a rivedere tutta la sua vita. Tutto quello che faceva diventa passato, impossibile ritrovare la gioia di vivere, la bellezza delle sue giornate sempre impegnate tra lavoro e vita privata. Tra queste due persone, così lontane nei loro mondi e nelle esperienze, si stabilisce una connessione impensabile. Un incontro cambia per sempre le loro esistenze.
Lei, infatti, accetta un lavoro come assistente della famiglia Traynor, in cerca di qualcuno che si occupi del figlio rimasto paralizzato su una sedia a rotelle. Giorno dopo giorno imparano a conoscersi. Lei comprende che dietro quella corazza fatta di ostilità e freddezza si nasconde un uomo sensibile, lui che quella ragazza è in realtà una fonte di vitalità ed emozioni per le sue ordinarie giornate. Lo stesso, però, ha chiesto ai suoi genitori di poter vivere solo sei mesi, al termine dei quali andrà in Svizzera per porre fine alla sua vita. È allora che Lou cerca di convincerlo che la vita è degna di essere vissuta, e si propone di dimostrarglielo in ogni modo. Ci riesce, ma non basta a fargli cambiare idea. Entrata nel suo cuore a piccoli passi, la piccola assistente scopre di amarlo e di volergli stare accanto fino alla fine, anche se non condivide quella decisione.
Saranno divisi nella vita terrena ma quel legame resterà in eterno. Proprio per ringraziarla dell’amore e della felicità ricevuta, Will farà in modo che i sogni della sua amata possano concretizzarsi.
Fin dal primo incontro di Will e Lou si capisce qual è la piega che gli eventi prenderanno, quanto l’essere l’assistente di lui la costringerà a diventare più di quello e la spingerà oltre la sua zona di comfort, così come si intuisce quanto la presenza talvolta eccessiva e chiacchierona di lei sia la medicina che serve a riempire di luce le grigie giornate che lui trascorre in attesa che arrivi il buio della notte.
Durante lo scorrere della storia vediamo tutti e due i protagonisti diventare persone diverse, Will cambia Lou e le offre il mondo che mai aveva avuto il coraggio di immaginare nello stesso modo in cui lei modifica la sua vita e gli mostra che è possibile vivere e godere delle piccole grandi cose anche nelle sue condizioni.
Quello che i due ragazzi riescono a ottenere dal loro rapporto è qualcosa di vero e di profondo: Will avrà finalmente un motivo per iniziare ogni nuova giornata, mentre Lou riuscirà a comprendere che la vita non va sprecata, ma vissuta fino in fondo, inseguendo i propri sogni e uscendo dalla rassicurante routine quotidiana. E’ un romanzo splendido, molto intenso, a volte doloroso, a volte divertente, a volte persino passionale, anche se in un modo tutto suo. Ben lontana dall’avere alcun tipo di contatto fisico con l’uomo, Louisa imparerà ad amare piccole cose che fino ad allora le erano state sconosciute: il profumo buono della pelle di Will, l’intensità del suo sguardo quando sorride, il calore delle mani del ragazzo ogni volta che le intreccia alle sue, il sapore delle sue labbra. Quello creato da Jojo Moyes è uno di quegli amori impossibili da dimenticare e il romanzo, per quanto suoni strano, è un inno alla vita: una vita che va avanti nonostante tutto, che va assaporata, sfruttata, vissuta.

10) Emma Morley e Dexter Mayhew
(Un giorno – David Nicholls)

Due cuori giocano a nascondino, in questo romanzo che si legge tutto d’un fiato.
Due cuori si rincorrono, si cercano, si perdono e si ritrovano in una tormentata corsa nel labirinto della vita. L’universo ha le sue leggi, e noi  possiamo solo illuderci di manovrare il destino.
Dexter ed Emma hanno poco più di vent’anni e hanno appena concluso il percorso universitario. Dopo aver esagerato un po’ con l’alcool, si ritrovano nella stanza di Emma, a parlare del futuro che li attende in quel domani che forse fa un po’ paura.
Non possono essere più diversi. Emma ama i libri, e di questi vorrebbe vivere. Il suo sogno è
diventare una scrittrice, lasciare il suo segno nel mondo, una traccia di sé. Lotta da sempre per gli ideali in cui crede, ma non riesce a credere in se stessa. Ha paura, forse dovrebbe curarsi di più, si sente bloccata, persa, e se osserva il suo domani lo vede pieno di giornate vuote. Ma vuole vivere, un giorno dopo l’altro, e raggiungere pian piano i suoi obiettivi.
Dexter proviene da una famiglia agiata, ha sempre avuto tutto, e non si preoccupa più di tanto. Sa di essere bello, è sicuro di sé, e quello che desidera è diventare famoso, viaggiare, conoscere il mondo, e semplicemente… divertirsi!
In quella piccola stanza di Edimburgo, il 15 luglio del 1988, nella giornata di San Swithin, Emma e Dexter si osservano, parlano, s’innamorano. Potrebbe essere una semplice storia d’amore, se non fosse che ben presto le loro strade si dividono, ma prima si promettono di sentirsi, di rimanere in contatto, di rivedersi.
Solo migliori amici? No. Eppure… per quasi vent’anni non riescono a comprenderlo. O forse lo sanno, ma la paura, e i colpi del destino, non sempre possono aiutare.
Emma e Dex seguono percorsi diversi. Lui intraprende un viaggio, va a Roma, in India, e quando torna inizia la sua carriera nel mondo dei Media. Una realtà che lo travolge totalmente, nella quale si perde, tra lusso, alcool, droghe, sesso. Effettivamente Dex pensa a divertirsi, e pian piano quello diventa un modo per affogare il suo dolore per una vicenda famigliare che lo toccherà in maniera profonda, lo annienterà un po’ dentro. Quello della televisione è un mondo pieno di luci all’apparenza, ma che farà sprofondare Dexter in un vortice che lo spingerà sempre più in basso.
Dall’altro lato Emma arriva a Londra, piena di sogni. Ma per mantenersi dovrà lavorare. Lei non ha i mezzi di Dex, deve lottare e impegnarsi molto per poter avere una vita perlomeno decente. Inizialmente le cose saranno difficili: lavorerà in un ristorante messicano, tra nachos e birra, pur di guadagnare qualcosa. I suoi sogni sembrano sempre più lontani, le sue insicurezze più forti. Nella sua strada incontrerà alcuni uomini, tra cui Ian, un comico che però non fa assolutamente ridere, anzi sarà spesso fonte di imbarazzo. Emma si sente, però, amata. Ma lei lo ricambia davvero? E riuscirà a realizzare i suoi progetti?
C’è un giorno, però, che rimarrà sempre fondamentale per loro: il 15 luglio. I loro pensieri, i loro cuori, le loro parole, saranno sempre rivolti l’uno all’altra. Anche a distanza, anche se non potranno sempre vedersi, Emma e Dexter ritorneranno con la mente a quel ricordo impresso nelle loro anime. Un giorno speciale, in cui tutto il resto del mondo può spegnersi.
Un anno dopo l’altro – dalla fine degli anni ’80 al 2007 -, percorriamo insieme le vicende di questi due ragazzi nell’arco di vent’anni. Emma e Dexter crescono e diventano adulti, ma saranno sempre legati da una sorta di filo invisibile che anche se potrà affievolirsi in dei momenti, non verrà mai reciso.
Quei due ventenni maturano, fanno scelte, cadono, si rialzano. Hanno storie che però non sembrano mai vero Amore. Perché in fondo questo sentimento li lega. Sembrano anime gemelle che non possono veramente mai unirsi, ma che non smettono di attendersi l’una con l’altra. Si rincorrono per tutta la vita, si allontanano, si ritrovano, ma non si perderanno mai.
Senza Emma, Dexter sembra peggiorare sempre di più, sprofondare miseramente in basso, perdersi nel buio, diventare insopportabile. Nei momenti in cui vomita il gusto nauseante della vita e rimane vuoto dentro che Dexter sente ancor di più il bisogno di Emma, di quella figura a volte ammirata e a volte quasi detestata. Senza Dexter, Emma non riesce mai a sentirsi veramente felice, completa.
Perché lei lo rende una persona migliore, lui la fa sentire felice.
Le tempistiche per Emma e Dexter non sono mai perfette, è un continuo rincorrersi per fermare il momento perfetto per il loro rapporto, che neanche loro sanno definire. Tante cose non dette, altre ripetute anche troppe volte, comportamenti che non dovrebbero avere ma che alla fine sono gli unici a venire fuori. Emma e Dexter sono due personaggi veri, reali, presenti.
E quando finalmente qualcosa di bello accade, la vita sferza uno di quei colpi che non ti aspetti, che non puoi accettare.
Un giorno non è una mera storia romantica, ma c’è molto di più dietro. C’è l’abbandono della giovinezza e l’entrata nel mondo degli adulti; i sogni che s’infrangono con la dura realtà; le scelte difficili, la voglia di apparire, di diventare famoso, anche a costo di distruggersi fisicamente, e anche il desiderio inconscio di allontanarsi da una realtà che fa male, anche a rischio di perdere le persone amate. È una storia d’amore, di amicizia, di famiglia, ma anche di crescita e fallimenti, di cadute e difficoltà, ma anche di sogni, di letteratura.

Tutti abbiamo una certa concezione di come dovrebbe essere l’amore.
Ma l’amore non è un concetto universale o dalla definizione univoca. Bisogna sentirsi liberi di amare chi ribalta i nostri schemi e ci rende migliori. Anche se, per diversi motivi, spesso non lo facciamo.
Non possiamo esprimere l’amore con una definizione che contenga semanticamente tutte le sfumature.
Amare significa desiderare il meglio per l’altro. Amare è permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore.
Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. Un rischio che corriamo affidandoci a chi abbiamo appena conosciuto.

Che sia l’amore tutto ciò che esiste
É ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.
(Emily Dickinson)

Le dieci “love-story” più belle della letteratura. Prima parte

Articolo di Letizia Falzone

Travolgente, passionale, incondizionato. Ma anche dolce, protettivo, tenero. O ancora tormentato, straziante, tragico.
Come è possibile che aggettivi tanto diversi si riferiscono a un unico oggetto?
Non c’è da stupirsi, se l’oggetto è l’amore: il più indefinibile e indecifrabile dei sentimenti, capace di spingere gli uomini verso l’estasi o la perdizione.
Nel tempo, è cambiato il nostro modo di raccontarlo, ma l’amore continua a essere il propulsore delle azioni degli uomini, 
I grandi classici della letteratura sono costellati di storie d’amore che ci hanno fatto sognare.
Indicare quelle “più belle” è un’impresa ardua in quanto ognuno di noi ha la sua preferita, quella che più rappresenta la propria concezione di amore ideale.
Alcune di queste però si sono radicate nel nostro immaginario in modo più forte delle altre, tanto da contribuire a creare l’immagine che abbiamo dell’amore.
Ripercorriamo insieme le dieci storie d’amore più belle di sempre, tra realtà e finzione, storia e letteratura.

1) Elisabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy (Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen)

La coppia più romantica della letteratura.
Il titolo del romanzo si riferisce proprio alle attitudini dei due protagonisti, orgogliosi e pieni di pregiudizi, i due prima si detestano, poi si sfidano ed infine s’innamorano.
Una storia d’amore classica ambientata nel bucolico paesaggio della campagna inglese del 1700.
Complice il caratterino di lui e una serie infinita di malintesi, i due oscillano per tutto il romanzo tra l’antipatia e l’ammirazione, l’odio e l’amore finché alla fine la passione trionfa.
La loro è una storia senza tempo perché è una stora d’amore vera, reale. Nessun colpo di fulmine, nessun corteggiamento fatto di rose e poesie. Il lieto fine arriva solo nel momento in cui entrambi i protagonisti si accorgono che l’amore è più importante delle divergenze sociali e caratteriali; che l’amore è più importante di tutto, orgoglio e pregiudizio compreso.
Ovviamente Jane Austen riesce a farne un capolavoro: non per niente quella di Orgoglio e pregiudizio è, senza ombra di dubbio, la love story più amata di sempre.

2) Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti
(Romeo e Giulietta – William Shakespeare)

La storia d’amore più famosa e popolare del mondo.
Amore vero, sincero, profondo, impossibile, tragico. La vicenda dei due amanti di Verona possiede tutti gli elementi necessari per essere parte della nostra epica.
La storia d’amore sboccerà sotto il segno della sciagura, conducendo con sé il tocco fatale della morte dove era atteso l’amore. Il destino fa di tutto per separarli, e solo l’ombra della notte permette l’incontro dei due giovani amanti. È l’incanto assoluto che li unisce in segreto su un balcone in una profumata notte veronese. Un paradiso, destinato però a non conoscere la beatitudine dell’eternità.
Romeo e Giulietta sono diventati il simbolo dell’amore con la A maiuscola, dell’amore ideale, del vero amore che tutti sognano e a cui tutti tendono l’animo e il desiderio. Un amore che sceglie di vivere nel tempo e oltre la vita, oltre la morte. Un amore che sopravvive oltre tutte le barriere, che nonostante la morte dei due protagonisti vive nella memoria di tutti noi, per l’emozione e l’eco che ha provocato nel cuore di tutti.

3) Catherine Earnshaw e Heathcliff
(Cime tempestose – Emily Brönte)

Ambientato tra le brughiere dello Yorkshire, la storia segue infanzia e vita adulta di Heathcliff, orfano adottato da una famiglia facoltosa, che per tutta la sua esistenza lotta per vivere secondo lo stile di vita di Mr. Earnshaw, suo benefattore, ricco gentiluomo proprietario di Cime tempestose, un antico maniero immerso nelle campagne inglesi.
Heathcliff è innamorato di Catherine, sua sorella adottiva. L’amore tra i due si sviluppa fin dall’infanzia, ma nel corso del tempo, a causa soprattutto delle differenze di ceto tra loro e dalla costante avversione di Hindley, il fratello di Catherine, il sentimento perde progressivamente la propria dolcezza.
Catherine è una donna che vede svanire i propri sogni e le proprie passioni a causa della pressione e degli inganni di un ambiente che vuole preservare il “buonsenso” esteriore, la dignità di facciata. La sua intima, quasi inconscia incapacità di scegliere, una volta per tutte, la passione rinunciando alla “tranquillità” e agli agi di una vita matrimoniale rispettabile.
Catherine è felice solo tra le braccia di Heathcliff. Ma Heathcliff è stato ridotto a fare il servo proprio nella casa della donna che ama. Il loro amore vive comunque, di nascosto, con la passione di due amanti disposti a tutto, pur di stare insieme.
Eppure, in un solo momento, drammatico e imprevedibile, Catherine allontana da sé Heathcliff, per colpa di una frase offensiva nei suoi confronti, pronunciata in un momento di sconforto. Heathcliff va via, in cerca di riscatto. E Catherine, credendolo morto, sposa Edgar, pur non amandolo. Da quel momento, di fatto, Catherine sostituisce la sopravvivenza alla vita.
Ma la vita ritornerà insieme all’uomo amato, molti anni dopo: Heathcliff si ripresenta, elegante e ricco, proprio nel momento in cui Catherine ha accettato un’esistenza basata su una “disperata rassegnazione”. Ancora una volta, i nostri protagonisti dovranno combattere contro tutto e tutti, compresa la nascita di una bambina concepita da Catherine con suo marito.
Heathcliff e Catherine riusciranno a realizzare il loro amore, ma solo in punto di morte, quando ormai Catherine si spegne e non ci sarà più tempo per una vita insieme. Ma certi amori sopravvivono anche alla morte. Così, il ricordo di Catherine, quasi un fantasma che incombe sulle desolate brughiere di Cime Tempestose, tormenterà Heathcliff per tutto il resto della vita, fino a che lui riuscirà a raggiungerla per sempre, in una dimensione spirituale.
Anche se è considerato uno dei più grandi romanzi d’amore di tutti i tempi, Cime tempestose è molto altro: è una narrazione complessa, con personaggi spesso detestabili, in cui odio, ossessione, abuso, classe sociale e gelosia si intrecciano in un’atmosfera gotica.
Heathcliff, anti-eroe complesso, ama con la stessa forza con cui odia. La sua relazione con Catherine domina i decenni, passa attraverso le generazioni e sconvolge l’esistenza di due famiglie. I due, pur distruggendosi a vicenda, non riescono a fare a meno della propria ossessione.

4) Florentino Ariza e Fermina Daza 
(L’amore ai tempi del colera – Gabriel García Márquez)

Può un amore sconfiggere il tempo? Possono due persone che si amano sconfiggere tutte le cattiverie e vicissitudini del mondo solamente per riuscire finalmente ad abbracciarsi ed amarsi? Questo grande classico rappresenta l’emblema delle storie drammatico/romantiche, uno di quegli esempi che è stato imitato ed emulato a lungo senza mai riuscirne a copiarne l’essenza magnifica che lo particolarizza. Citato in diversi film, recensito e commentato da migliaia di persone rimane tutt’oggi un’opera quasi “obbligatoria” da leggere per la sua importanza storico-letteraria. 
Ambientata a Cartagena de Indias, in Colombia, negli anni Venti del XX secolo, la storia si snoda nell’arco di oltre cinquant’anni, raccontando l’amore tra il telegrafista Florentino Ariza e la bella e testarda Fermina Daza, moglie del dottor Juvenal Urbino.
È da quest’ultimo personaggio che lo scrittore inizia il racconto, “gettando” il lettore in medias res per poi tratteggiare con pennellate da abile pittore la platonica passione adolescenziale tra i due giovani.
Questo sentimento che si nutre di sguardi furtivi durante la messa nella Cattedrale, del violino di Florentino al centro di magiche serenate notturne, di bigliettini nascosti nei pertugi più strani della città, viene d’improvviso brutalmente troncato dal padre della ragazza. Così Fermina si auto convincerà che quello che prova per Florentino non è amore in realtà, ma una specie di compassione, di tenero affetto.
Spetterà al giovane prima e all’uomo poi il compito di farla nuovamente re-innamorare dopo oltre cinquant’anni, un lunghissimo arco di tempo nel corso del quale il lettore assiste allo sfiorarsi dei due protagonisti, al rischio di perdersi più volte, al ritrovarsi e al congiungersi, in un magico finale nel quale saranno ormai anziani, ma esperti della vita e dei sentimenti.
Uno degli aspetti più pregevoli di questo libro risiede proprio nel fatto che l’autore consente al lettore di immedesimarsi nei protagonisti: Fermina è sì una donna bellissima, ma anche testarda, volubile, e perfino razzista (quando scopre che il marito l’ha tradita, ciò che le fa più male è che lo abbia fatto con una donna di colore). D’altra parte, Florentino è un uomo antiquato, preda di mille manie, preoccupato della forma e dell’esteriorità (i suoi tentativi di porre rimedio alla calvizie sono assai comici), addirittura pedofilo (instaurerà un rapporto anche con una ragazzina quindicenne).
Florentina finalmente si innamorerà di quest’uomo così perseverante, ma non del ragazzo che è stato, non del ricordo sbiadito che ne ha: amerà l’anziano, l’ultrasettantenne oramai calvo, ma infinitamente romantico, dolce e paziente.
Questo libro è molto più di una storia d’amore. È la descrizione minuziosa dei sentimenti più comuni che attraversano l’animo umano. Questi spaziano dall’amore all’egoismo, dalla totale dedizione alla crudeltà dell’indifferenza.
In un mondo che vuole convincerci che l’amore eterno non esiste, L’amore ai tempi del colera racconta di come invece le persone possano nutrire sentimenti forti ed indistruttibili. Questi sentimenti possono spingere costantemente la propria vita nella direzione indicata da ciò che provano, a qualunque costo. È una celebrazione delle persone che vivono l’amore non corrisposto con tenacia e lungimiranza, con pazienza ed ottimismo.
È un racconto positivo, colorato, con il sapore di una fiaba che può diventare realtà, quel sapore che chi è stato perdutamente innamorato conosce bene.
Mirabile la delicatezza con cui Márquez affronta in questo libro i temi delle sfumature diverse dell’amore, del tradimento e della morte, una capacità di descrivere i sentimenti che davvero pochi scrittori possiedono.

5) Anna Karenina e Aleksej Kirillovič Vronskij
(Anna Karerina – Lev Tolstoj)

Il romanzo ritrae la Russia ottocentesca riversata nelle classi sociali d’alta borghesia. Le apparenze, più dei sentimenti, sono pesanti drappeggi di velluto verde smeraldo con il quale le donne si fasciano la vita e sbocciano, lente e maliziose, adorne di roseo imbarazzo, nelle sale riccamente addobbate dei più bei salotti di Mosca. 
Anna è una rosa selvatica in un campo di margherite; un miscuglio di palpito e decoro, di eleganza e istinto, di anima e affanno. Chiunque la osservi ne rimane affascinato, ma si spaventa appena scorge l’abisso del suo sguardo.
Lo scrittore ce lo suggerisce quasi subito, attraverso i pensieri di altri personaggi, quanto la donna sia abbagliante di misterioso incanto.
Anna è sposata con l’ufficiale governativo Karenin e insieme hanno un figlio. Il suo matrimonio, avvenuto quando la ragazza era molto giovane, non è d’amore e il marito è un uomo freddo e scostante. Quando incontra Vronskij, un seducente e fascinoso conte, Anna rimane conquistata dal suo amore. Lo contraccambia, e dal loro legame nasce una bambina.
Questa relazione mette però in crisi il rapporto con il marito, dal quale Anna si separa dopo la nascita della piccola.
Karenin, in uno slancio di generosità, la lascia libera di andarsene, a patto che il figlio rimanga con lui e che lei non lo riveda più.
Da qui in poi comincia la vita di coppia di Anna e Vronskij. Lui, benestante, può offrire ad Anna un’esistenza agiata e piacevole. I due partono per l’estero e tornano nella tenuta di lui, dove crescono la figlia. Anna, come moglie adultera, è malvista in società ed in un primo tempo si accontenta del mondo protetto che le offre Vronskij.
A questo punto del romanzo avviene qualcosa di importante: Karenin, per tramite di altri, propone ad Anna di divorziare. Una proposta che però lei respinge.
Vronskij vorrebbe che Anna divorziasse, ma lei rimanda la decisione, scegliendo di rimanere moglie separata e di continuare a convivere.
Il suo rifiuto per il divorzio da un marito che odia non dipende solo dalla paura di perdere il rapporto con il figlio. Questa strana decisione, incomprensibile anche per Vronski, potrebbe essere proprio la sua volontà di mantenere un rapporto d’amore con lui senza che questo rapporto sia tutelato da un contratto di matrimonio. Anna vuole un rapporto basato sulla piena libertà, in cui l’amore suo e del compagno sia scelto tutti i giorni, vero e senza legami legali, dato che appena divorziata Vronskij vorrà sposarla.
Ma in questo modo non solo la società continua ad emarginare Anna, ma anche la figlia sarà considerata figlia di Karenin proprio per via di questo suo rifiuto, e di questa situazione inoltre soffre molto pure Vronskij. Pentita allora della sua decisione chiede a Karenin di accordarle il divorzio.
Ma questa volta è Karenin ad avere dei ripensamenti e a respingere la richiesta. Di conseguenza, da questo momento in poi, la convivenza di Anna con Vronskij non sarà più una libera scelta ma dovuta ad una costrizione. Anna perde quindi la libertà generata dalla sua precedente decisione e il boicottaggio della società comincia a diventare insopportabile. Nonostante Vronskij continui ad amarla come prima, lei comincia a temere che lui voglia lasciarla per un’altra. E nel momento in cui la gelosia comincia a insinuarsi non sarà più possibile fermare la spirale che la porterà fino al suicidio finale.
Anna non è una dissoluta, ma una persona che, per amore, va al di là della propria morale: è per questo un personaggio che nasce tragico, con un destino che in qualche modo è già scritto. Piena d’angoscia, di sensi di colpa e di ossessioni, Anna condanna se stessa nel momento stesso in cui si innamora e in qualche modo si perde. 

Vi aspetto nel prossimo articolo per continuare il viaggio nei sentimenti delle ultime cinque coppie più belle della letteratura.

Ricordo dell’eternità. Un frammento narrante 

Articolo di Martino Ciano

Nati lontani dal coro, siamo sbocciati come i rovi, così ricchi di spine da far schifo anche alle mosche; si viveva di poco, si moriva di troppe cose, si assaporavano gli attimi. Lungo il fiume che divora la costa, dove l’erosione ci ha strappato a piccoli morsi l’anima, abbiamo sofferto per troppe risate, per i sogni interrotti e per i giudizi degli altri.  

Che una carezza valga quanto uno schiaffo lo avevamo imparato da tempo. Tutti si agitano per un po’ di amore, figuriamoci per un gesto di pietà o di consolazione. E noi ci siamo sempre fidati della pelle degli altri, degli sguardi delle madri, dei baci delle amiche, delle bugie dei padri, degli inganni dell’umanità.  

Così abbiamo ingannato, e maledetto, e pianto, e gioito; su ogni ricordo, su ogni tormento, su ogni vizio, su ogni capriccio abbiamo steso un velo di misericordia. Ma ciò che mancava era saper accettare lo scorrere delle ore. Guardare sempre lo stesso cielo ed esser certi che prima o poi da lì il sole e la luna sarebbero passati.

È la vita, la vita non ha altre alternative che respirare tra alba e tramonto, fin quando va bene.  

Mentre ci condannavamo agli schiaffi della marijuana, le nuvole ci passarono sul capo, qualcuna di loro pisciò per un attimo… non ci siamo riparati, ci siamo bagnati di onore. Dietro il canneto abbiamo giocato come i bambini, saltando nel fango, vomitando per le troppe risate. Ce la siamo presa con i santi, con i nostri morti, con le mosche… eravamo noi. La paura della morte è la consapevolezza che tutto è un gioco, che oltre ogni traguardo umano sta lo sguardo dell’eternità, che troppe cose ci accarezzano amichevolmente per viltà. Poi è finita. Cosa? Non l’abbiamo mai capito e mai lo capiremo. C’è un giorno che si riempie di ricordi, un giorno in cui si vuota il sacco, un giorno in cui si perdona tutto… poi finisce, finisce ogni tensione, ma nessuno sa perché? 

Così raccontava un amico del mio paese. Un caffè al bar dei nostri pomeriggi spensierati, ma ora aveva una vita altrove, in città. Mi ripeteva che la vita è uguale ovunque, non cambia niente, sono tutte false le esperienze fatte e quelle che si sognano. Tanto a Roma quanto nel tuo paese ci sarà sempre qualcuno che ti chiederà Come stai? E tu risponderai Tutto bene! Perché tutto bene liquida in un solo colpo ogni responsabilità, ogni confessione, ogni possibilità di confronto. Eppure, si impara presto che non esiste un dolore maggiore o minore, una sofferenza che sia peggiore dell’altra. Puoi essere grato di esserci, fin quando ti va bene, puoi essere gioioso, ma tra te e il mondo non c’è altro che un respiro.  

Così, abbiamo ricordato con il mio amico quel giorno in cui prendemmo da terra le nostre biciclette dopo aver pulito le suole delle scarpe strisciandole sull’erba. Ci siamo allontanati felici, mentre l’asfalto emanava il profumo della pioggia e mai più è tornato un momento così felice e spensierato. Per questo ci è ritornato in mente, a distanza di venticinque anni, perché ora che siamo adulti, che lavoriamo, che lottiamo per essere felici in questa società, abbiamo paura, mentre allora ci sentivamo forti ed eterni come la luna e il sole e come quel fiume che sempre scorre, ma alle cui sponde non abbiamo più saputo avvicinarci. 

Da una stanza narrante. Un tramonto

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio

La stanza è vuota. Quattro pareti azzurrine, nessun mobile, solo una sedia al centro.

La stanza è rettangolare. Tre metri per cinque, ossia, quindici metri quadri calpestabili. La stanza sono io. Infiniti sguardi calcolano illimitate lunghezze, aree indeterminate attraversabili. Ogni unità di misura è pensabile, ma variabile.

L’amore di Dio è una cosa che in natura non esiste, perché se bestie e uomini fanno la stessa fine, allora Dio odia e ama bestie e uomini allo stesso modo. La natura è più sincera di Dio.

La stanza è un mondo logico in cui ciò che accade è legato a cause ed effetti che non possono essere sempre determinate. Non c’è un fine a tutto, solo la fine. La fine delle cose è la causa di ogni nostro dolore, il dolore non è comunicabile con le parole.

Delle parole bisogna avere rispetto, così come della letteratura. Eppure, sia le parole che la letteratura servono per prendersi in giro e per prendere in giro.

Chi ozia ha scoperto il segreto dell’eterna giovinezza, muore di ogni vizio e sente che la vita è un soffio di cui godere. L’illimitato godimento dell’attimo è il senso della vita. Anche la gioia non si può tradurre in parole, perché parlare è solo il tentativo di comunicare ad altri le nostre sensazioni. Bisogna avere rispetto delle parole, ma ogni parola pronunciata è uno squarcio sulla felice sordità del mondo, è un tuono che spaventa per un attimo poi torna il sereno, il sole, la luce, l’abbacinante silenzio.

Ecco, un uomo cammina per strada. I miei pensieri non sono i suoi pensieri. Il sole sta tramontando e il mio tramonto non è il suo tramonto. L’uomo che cammina per strada ha il viso paffuto, le guance rosse, il naso è un fungo porcino. Il mio viso non è il suo viso, le sue intenzioni non sono le mie intenzioni, i miei sguardi non sono i suoi sguardi. Sono consapevole che tra me e lui c’è una distanza incolmabile.

L’uomo che cammina per strada si sente così solo e padrone del mondo che rutta con disinvoltura, poi si passa una mano sulla patta dei pantaloni e inizia a fischiettare. Io torno a guardare i muri azzurrini della mia stanza rettangolare. Quindici metri quadri mi bastano per soffocare, per marcire, per decompormi, per tornare a essere solo una fluttuante nube di particelle.

Anch’io rutto. Rimbomba tra le pareti la mia umanità, mentre il sole tramonta e l’uomo che cammina per strada è un puntino all’orizzonte, e le case intorno si tingono delle ombre serali, e ogni parola qui pronunciata e qui scritta mi è ignota.

I martiri. Alessio Orgera. Arkadia

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Chi sono i martiri di una rivoluzione se non coloro che combattono fin dal primo momento per un ideale abbracciato solo dopo dai tanti, quando la lotta è ormai terminata e tutti saltano sul carro dei vincitori?

È il senso del libro di Alessio Orgera che racconta tra queste pagine la fine del regime del dittatore romeno Ceausescu. È il dicembre del 1989 e la rivolta incalza, i martiri sono coloro che non si sono mai nascosti, che fin dal primo momento hanno preso coscienza del valore della libertà. Ma gli eroi di cui ci parla lo scrittore laziale, finalista nel 2019 del Premio Calvino proprio con questo romanzo, sono uomini sciocchi e ingenui perché idealisti.

Uno di questi è Grigore Romanov fotogiornalista che immortala gli attimi salienti della rivolta per il giornale per cui lavora che, invece, fa di tutto per nascondere quanto sta avvenendo. Romanov fotografa gli scontri di Timișoara, i cadaveri lasciati dall’esercito per le strade e quelli seppelliti e occultati nei terreni incolti. La rivoluzione è un inferno di sangue, orrore e malvagità in cui il regime prova a difendersi con le unghie e con i denti, grazie anche all’aiuto di coloro che eseguono ciecamente gli ordini. E quando tutto finisce, ecco che anche i carnefici si camuffano tra i vincitori e onorano il sangue dei martiri.

Quello di Orgera è un romanzo breve, appena cento pagine. L’essenziale raccolto in parole che vengono seminate con precisione, che raccontano con crudezza e precisione la fine di un sistema. La vita fa la coscienza, diceva Marx, e ogni volta che ci si tuffa in un romanzo storico ben scritto, questo principio risuona nelle orecchie del lettore. Se la storia è fatta dagli uomini, allora, tra loro c’è chi con coraggio sa assumersi delle responsabilità e chi invece attende che gli eventi diventino favorevoli. I primi sono i martiri, i secondi si macchiano di ignavia ma sono anche coloro che godono più di tutti dei benefici del cambiamento.

La storia è quindi quel continuum di eventi che alcuni incarnano, mentre altri subiscono. Ma serve davvero a qualcosa la rivolta? Ha senso credere in un ideale e sacrificarsi per esso? Il libro di Orgera ci fa porre queste domande, ogni lettore si adoperi per cercare le risposte.