L’ultima udienza

Un racconto di Antonella Perrotta

L’aria, nell’aula della Corte di Assise, sapeva di legno, di sigaro, di carta e di polvere.

L’avvocato Domenico Domenici osservava in silenzio i colleghi seduti avanti a sé e quelli dietro. Erano in tanti, una cinquantina, e, per quanto composti, nell’insieme spandevano un brusio tra le pareti rivestite di legno della stanza. Avevano tutti l’aria stanca e assonnata. L’avevano anche i giudici, anche i giurati popolari, per quanto si sforzassero di mantenere le spalle erette, lo sguardo fisso in avanti e l’espressione imperscrutabile di chi è chiamato a decidere in maniera imparziale. Solo il Presidente se ne fotteva: lui sbadigliava e non si sforzava di nasconderlo.

Erano lì da sei ore, giusto una breve pausa pranzo, e chissà per quanto ne avrebbero avuto ancora. Erano le lancette dell’orologio a dirlo, oltre che la stanchezza, non la luce abbagliante del primo pomeriggio. Quella non si vedeva, ché non v’erano aperture nell’aula, se non la porta d’ingresso che era stata sbarrata. Ma c’era. Fuori, nel mondo libero.

L’avvocato D.D. era giovane, forse pure troppo per un processo importante come quello: ottanta imputati per più di duecento capi d’imputazione. Era un processo per associazione a delinquere, uno di quelli che avrebbe dovuto scuotere scienza e coscienza e fare pulizia nella comunità. Aveva accettato l’incarico perché era curriculare, ma non ci aveva dormito la notte. Non era ansia per l’attività che avrebbe dovuto svolgere, la sua, il mestiere lo conosceva bene, nonostante l’età. Non era neanche perché difendeva due malavitosi di cui si sforzava di sostenere lo sguardo. Non si poneva alcuno scrupolo morale, sebbene più di qualcuno gli avesse chiesto come poteva sostenere la difesa di chi, per fatto notorio, aveva le mani macchiate di sangue. Sapeva bene che, senza di lui e senza i suoi colleghi, il processo non si sarebbe potuto celebrare e che un processo e la difesa in giudizio vanno assicurati a tutti, anche ai peggiori delinquenti, se si vuole che, il nostro, sia uno Stato garantista. Non si risponde ad un sopruso con un sopruso. Lo Stato non può permettersi soprusi. Processi rispettosi della legge, invece. E, per farli, servono anche gli avvocati.

Era altro quello che lo disturbava. Erano gli accordi, sordidi e infami, che seguivano gli incontri nei bar all’aperto, le telefonate in codice, le mazzette nei sacchi della spazzatura. Trame da cui s’era sempre tenuto lontano. Lui voleva fare soltanto il suo dovere, servire la macchina della giustizia, non essere complice del reato. Voleva esercitare il mestiere per il quale aveva studiato, farlo bene, essere bravo. Ben retribuito, anche, ché non aveva pretese di santità caritatevole.

Si guardava intorno sospettoso, chiedendosi di chi avrebbe potuto fidarsi, là dentro. Sentiva il peso di una longa manus, potente e invisibile, spingere contro il soffitto, un pugno chiuso pronto a colpire la testa di chi non aveva preso parte agli incontri segreti nei bar all’aperto, non aveva risposto al telefono e aveva buttato nell’indifferenziata i sacchetti della spazzatura. La sua, insomma.

L’ultimo collega aveva appena finito di parlare. La Corte si alzò e si ritirò per decidere. Uscirono tutti dall’aula per bere, mangiare, fumare, qualcuno anche per tirare coca. Si sarebbe fatta sera prima di avere il verdetto. Ma l’aula non l’avrebbe saputo, non esisteva il giorno e la notte, lì dentro. L’avvocato D.D. si intrattenne con alcuni colleghi che godevano della sua stima e della sua fiducia. Erano perplessi e impauriti quanto lui, non per se stessi, ma per la sorte della giustizia. Finì con l’assopirsi su una panca di legno del corridoio. Poi, la campanella che annunciava il rientro in aula della Corte suonò e lui si svegliò. Guardò l’orologio. Erano passate altre quattro ore.

Fu letta la sentenza. I giudici e i giurati si ritirarono, i detenuti furono fatti uscire da dietro le sbarre e accompagnati fuori in manette dalle guardie carcerarie, il cancelliere recuperò i fascicoli d’ufficio, gli avvocati chiusero codici e scartoffie nelle valigette color cuoio e riposero le toghe di lana leggera nelle sacche. L’aula si spogliò, le luci si chiusero.

L’avvocato D.D. uscì dall’edificio, salì nella sua auto. Si lasciò andare col capo riverso sul volante, sfatto di stanchezza e disillusione e si abbandonò a un lungo pianto.

*Foto: L’uomo angosciato

I principi del diritto… da principi a ranocchi

Articolo di Antonella Perrotta.

Accadde secoli e secoli addietro, agli albori dell’umanità, che si avvertì l’esigenza di norme che regolassero il vivere sociale. Dapprima, fu il νόμος (nòmos), la consuetudine, la legge non scritta, ad adempiere alla funzione. Il νόμος diventò, poi, la legge dell’uomo, contrapposta a quella della natura, fino ad arrivare al complesso di norme che composero il diritto, directum da dirigere, nel senso originario di indicare una direzione, prima, fino al significato moderno di ciò che è retto e giusto, poi.

Ci sono voluti secoli, durante i quali filosofi, economisti, santi ed eroi, hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama, per arrivare a definire in forma scritta ciò che è da considerarsi giusto ed equo nei rapporti interpersonali e in quelli tra il popolo e chi lo amministra. Anzi, giusto è troppo. Nulla è giusto in questo mondo, se non fra le dita di quella Nemesi che regola i fili dell’universo. Diciamo, accettabile. Accettabile a un vivere civile, che sta appresso a un concetto volubile e plasmabile di civiltà, elaborato nel tempo della Storia.

Possiamo dire che il nostro vivere civile, in epoca postbellica, è rimasto strettamente ancorato ai principi di diritto delle Costituzioni, la nostra in primis, e dei Trattati internazionali: una serie di norme scritte che si inchinano al principio cardine di legalità, disposte, a loro volta, in un ordine gerarchico. Perché l’ordine è necessario se si vuole garantire l’ordine. Ciò, fino a quando, i legislatori contemporanei non hanno pensato che i filosofi, gli economisti, i santi e gli eroi che hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama, sapessero di stantio.

Da civilista (i penalisti, gli amministrativisti, i costituzionalisti avranno anche il loro dire), da quel che ho memoria, fu il 1995 l’anno delle incertezze. In quell’anno, constatarono che i processi civili erano lenti e pensarono, quale soluzione, di smantellare in parte e riscrivere ex novo il codice di procedura civile. D’altronde, alle novità ci si fa l’abitudine, presto o tardi. Nessuno di loro pensò che si sarebbero dovuti anche implementare gli organici dei magistrati in carriera, dei cancellieri, del personale giudiziario in genere, e, magari, mettere mano all’edilizia deputata allo scopo. Bazzecole. Sarebbero bastati i magistrati onorari, la categoria new entry, cui non venivano garantiti né contributi pensionistici né stipendio. In fondo, l’Italia, quando vuole e in ciò che vuole, è votata al risparmio.

Ma, poco tempo passò che neanche il riformato andasse bene. Un taglio qui, uno lì, una giuntura, una pezza, giusto la modifica di un comma o di un articolo, al massimo di un intero capo, diventò abitudine, perché le cose si vedono sul campo e, prima, si provano e, poi, si aggiustano via via, mentre l’assenza di un intervento organico della materia, qualunque essa fosse, ingenerava l’impressione che i legislatori contemporanei, o chi per loro, non ne fossero capaci. Agli operatori del settore, alla domanda: “Ma come funziona?”, non restava che allargare le braccia, ché oggi è così e, domani, non si sa. Giustizia certa, chiamasi …

Fu, poi, il tempo del colpo di fulmine. I legislatori guardarono oltreoceano, verso l’America, la sacrosanta America, dove le mediazioni, gli arbitrati, le ADR, acronimo di Alternative Dispute Resolution, sono strumento deflattivo delle controversie. Pensarono andassero bene anche qui da noi. Avrebbero, comunque, evitato di spendere soldi con l’implemento degli organici. Concepirono l’ADR come condizione di procedibilità in determinate materie, sì che le parti avrebbero potuto adire i tribunali soltanto dopo mesi e mesi spesi nel tentativo di conciliazione.  Che furbata l’ADR!

Dimenticarono, i cari legislatori, che la nostra cultura è romanistica, il nostro sistema non è di Common Law come quello anglosassone e che, diciamolo, il popolo italiano un po’ litigioso è. Forse, perché di cose storte ne vede talmente tante che solo i tribunali gli restano. Dimenticarono pure che gli americani sono più pratici, più parchi nell’uso della carta e delle regole formali tanto care al Belpaese. Fu, in pratica, come voler condire gli spaghetti col ketchup. Le ADR non fecero mettere d’accordo nessuno, o quasi, allungando ancora di più i tempi del processo e collassando il sistema nervoso delle parti e degli operatori del diritto. Ancora oggi è così.

Poi, venne la digitalizzazione della giustizia. Che bella cosa, la digitalizzazione! Fa risparmiare tempo e carta. Se non fosse per quel maledetto rigo da rispettare, quella firma a destra e non a sinistra, quell’ingolfo della forma a discapito della sostanza, insomma, ché chi bada alla sostanza se bisogna perder tempo a contare le righe?

E, poi, da ultimo, venne il Covid. E fu capolavoro legislativo: quello emergenziale. Quello propinato con la faccia contrita e la lacrimuccia agli angoli dell’occhio, mentre, a suon di DPCM, atti di un solo soggetto non rappresentativo della volontà popolare, costringeva gli italiani in casa, le attività a calare le saracinesche e, a suon di decreti legge, non ancora convertiti in legge, elargisce ora lasciapassare sanitari talmente illogici da suscitare il legittimo dubbio che, di sanitario, poco abbiano. Quello che prevede lo scudo penale (quando mai in diritto è esistito uno scudo penale?) per i medici e gli operatori sanitari per le conseguenze, anche mortali, derivanti dall’inoculazione dei sieri, implicitamente ammettendo che, di conseguenze, possano essercene, senza, però, che nessuno ne sia responsabile, né i medici, né le Case farmaceutiche, né lo Stato stesso. Quello che delle normative europee vincolanti per gli Stati membri, della gerarchia delle fonti normative, del valore della riserva di legge costituzionalmente sancita e della legge stessa, espressione della volontà parlamentare e, quindi, della volontà del cittadino, ne fa fazzoletto per asciugare le lacrime. Quello che dei principi della Costituzione fa finta di non aver memoria. Ma, d’altronde, è emergenza.

Allora, di fronte a tutto questo, ripetutamente questo, è così insensata la pretesa che l’azione dei nostri legislatori sia competente, coerente, risolutiva o quasi, rispettosa di quelle stesse norme cui si chiede osservanza ai cittadini?

Di fronte a tutto questo, ripetutamente questo, è così insensata la domanda se mai lo Stato abbia avuto a cuore gli interessi dei cittadini, se l’abbia a cuore anche adesso, se mai si è assunto le responsabilità del suo operato o se additi soltanto i singoli a responsabili del mal funzionamento della qualunque, se i colpi inferti ai principi che dovrebbero garantire il vivere civile segnano il divenire di un nuovo concetto di civiltà regolata da una diversa νόμος  – che, di nuovo, ha poco e, di antico, tanto – che potrebbe anche non piacere, salvo, farci la cattiva abitudine?

E resta da chiedersi che fine faranno i filosofi, gli economisti, i santi e gli eroi che hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama. Credo, nuovamente sepolti e pure senza lacrime. Succede quando la dimenticanza fa da padrona, quando l’accondiscendenza segue alla manipolazione o all’indifferenza, quando il dire e lo sbraitare hanno la meglio sul pensare.

Ma, questo mio, è soltanto un incubo, in cui intravedo prìncipi fuoriuscire a passi di danza dai codici e dai testi di legge che mi stanno davanti e trasformarsi in ranocchi desiderosi di un bacio accondiscendente che mai gli darò. Perché, nella loro trasformazione, scorgo un pericolo.

Mi sveglio dall’incubo, ma perdo, comunque, il sonno.

Stefano Cazzato. La quasi logica. Ladolfi editore

“Nei labirinti silenziosi della Retorica”. Una riflessione di Francesco Rizzo sul libro di Stefano Cazzato. Buona lettura

Nel libro di Stefano Cazzato, La quasi logica, l’autore, perlustrando con la lente del pensiero filosofico, le varie teorie attorno l’argomentazione e l’esposizione di un discorso rivolto ad un uditorio, indaga e mette in luce quelli che sono stati i fondamenti logici ed epistemologici, da Aristotele a Cicerone, da Perelman a Toulmin, da Platone a Cassirer e Wittgenstein, attorno alla tematica della Retorica, dove quest’Arte, nel corso della storia è stata a volte trattata dai pensatori come una regina e alle volte come una meretrice della più bassa e ingannevole persuasione.

Quest’Arte del discorso, nei passaggi esistenziali della storia è stata reclusa negli anfratti pseudo estetici di ridondanti risonanze letterarie, piegata a orpello barocco di un discorso elegante, ma vuoto di contenuti reali ed empirici. 

È stata anche additata come un ostacolo al cogito cartesiano, il quale, rinchiuso nella monade del pensiero non ha saputo che farsene di questa mendicante della filosofia.

Tuttavia trovo che in questo suo libro, gli spunti per un’attenta riflessione sull’Arte della retorica, che a sua volta include traiettorie etiche ed estetiche del linguaggio, rappresenti un argomento centrale per l’indagine filosofica; sia che essa si svolga su un piano fenomenologico o che si proietti, per aspera ad astra, su un piano metafisico.

Infatti, dopo la lettura di questo libro, ho notato da parte dell’autore, uno sforzo titanico rivolto ad una dinamica che possa portare armonia in questo mondo pieno di dissonanze e di false speranze, dove l’essere umano per usare una categoria platonica è attanagliato nella dimensione della doxa (opinione). Tuttavia è proprio nell’ impegno che l’autore mette in questo libro a trovare una possibile soluzione al paradosso della non comunicabilità e della non comprensione dell’altro, che sboccia una forza d’animo la quale anela alla crisi del linguaggio; al risolvere il problema della caducità del nostro comprenderci.

Questa forza, a mio parere, oltre ad essere positivamente una risorsa etica e noetica, che ognuno di noi dovrebbe esercitare, è anche un itinerario verso uno stato di grazia: una filocalia dell’essere. La spinta che ogni persona possiede, anche se forse non lo sa, di uscire dal buio della caverna.

Per questo è interessante e degno di meraviglia, trovare incastonate in questo mosaico filosofico, ben argomentato, ricco di citazioni ed invitante alla curiosità di chi legge, alcuni spunti di pensiero riguardo alla risoluzione del problema, come ad esempio quello della Letteratura. Nel quarto capitolo di questo libro, Stefano Cazzato cita come modello argomentativo possibile per arrivare ad un uditorio più ampio e variegato, la proposta di Jean Jacques Rousseau, che, attraverso il suo trattato L’Emilio, affronta il tema dell’educazione, usando come metodo comunicativo l’esempio.

Rousseau presenta in questo trattato le sue tesi per una buona metodologia pedagogica affermando di:

«mettere continuamente alla prova i bambini temprando il loro carattere con insidie di ogni genere».

Su questo punto si potrebbe mettere come altra forma di esempio quelli descritti da Charlotte Brontё in Jane Eyre, e da Charles Dickens in Oliver Twist, David Copperfield o Tempi difficili, dove si trovano i danni che la pedagogia negativa dell’illuminista Rousseau ha arrecato. In questi romanzi di epoca vittoriana infatti i bambini vengono messi continuamente alla prova, temprando il loro spirito con insidie di ogni genere. A loro, gli educatori non risparmiano niente; dalle finestre aperte in pieno inverno inglese, all’umiliazione di portare cartelli infamatori sulle spalle.

Per tornare al problema, il paradigma dell’esempio dovrebbe a mio parere portare lo spirito della trasformazione morale ed etica di una società e non abbrutirla con la violenza di un metodo pseudoscientifico. Come lo stesso autore scrive: “vi sono molti tipi di esempi”. L’esempio se non ha una funzione fronetica, trasformativa, può essere inutile ed inquietante. L’educazione, che nel latino ex ducere oltre ad educare vuol dire anche trarre fuori e portare alla luce qualcosa di nascosto, dovrebbe essere un atto di innamoramento verso la materia che si studia, e a livello filosofico, per essere concordi con Socrate, dovrebbe portare fuori le conoscenze che già si possiedono nel profondo dell’anima, anche se non se ne è consapevoli. Per questo la funzione dell’educatore dovrebbe essere simile alla funzione dell’ostetrica che porta alla luce i bambini che sono nel grembo della madre.

È anche vero quel che scrive Antonio De Ferrariis, che i filosofi quando vogliono, sanno argomentare che la neve non è bianca ma è nera, e quindi, capovolgere completamente, attraverso la dimostrazione delle loro tesi, la realtà che ci sta di fronte. Ed è per questo che un discorso logico, per essere tale, deve prima di tutto inerire alla nostra esperienza empirica del mondo che ci ospita, e non essere un’astrazione vuota dell’intelletto.

Allo stesso modo, colui che con metodo filosofico, entrerà nei labirinti silenziosi del linguaggio, vi scruterà abissi, dove arcane locuzioni mostreranno il negativo e il positivo abitare un’unica essenza. Difatti, provando a descrivere la ritrazione della luce solare in una stanza; il suo assottigliarsi sempre più crescente attorno alle pareti, ai mobili, ed agli oggetti, il mio dire, il mio esporre linguisticamente questo fenomeno senza alcun dubbio indicherà (anche se non con le parole ma con le immagini che l’intelletto coglie) anche l’accrescimento della tenebra che sempre di più si manifesterà in relazione con la ritrazione della luce. È incontrovertibile che il mio parlare della luce, sarà in un armonioso e segreto legame con parole nascoste, e manifestate come “non dette”. Nel linguaggio vi è qualcosa di taciuto, di enigmatico; un incredibile rapporto con gli eventi che circondano la nostra esperienza evocativa.

Nella lettura di questo interessantissimo libro, anche al sottoscritto sono venute delle riflessioni attorno al valore di quest’Arte dell’argomentazione, e a mio modesto parere essa dovrà avere come presupposto il fondamento di una vera logica. Una vera logica infatti già nella tesi deve contenere come un rovescio della medaglia la propria antitesi, essa non deve essere separata dalla tesi, come l’affermazione deve già contenere una negazione.

Per fare un esempio, se io affermo che: «Socrate è veloce» risulterà chiaro a colui che ascolta questa affermazione che «Socrate non è lento», in questo caso è evidente che nell’affermazione è contenuta anche una negazione.

Se invece io affermo che: «Il cerchio è un triangolo» in questo caso è evidente la mancanza di una negazione contenuta nell’affermazione, o di una tesi che contiene già in sé un’antitesi.

Siffatti esempi, dimostrano, che se una vera Retorica ha come sua fondazione epistemologica la sintesi di tesi ed antitesi, l’abbraccio di affermazione e negazione, allora potrà essere un albero dai buoni frutti: un seme che ha in potenza l’intero albero, dove nella sua riscoperta, essa potrà essere l’incontro di vari punti di vista per un’argomentazione intersoggettiva, capace di vedere “l’alba dentro l’imbrunire”.

Francesco Rizzo, laureato in Filosofia presso l’Università del Salento (LE), con una Tesi sul concetto di Resilienza in Charles Dickens. Tra i suoi interessi anche quello per la poesia. Ha pubblicato diverse raccolte: Trenta paure in versi (2005, Panico Edizioni), La porta degli inverni d’oriente (2005, Il Filo edizioni), In Cauda Venenum (2008, Icaro Edizioni).

Nomadland. Un cinema di sguardi

Recensione di Gianni Vittorio

Il cinema di Zhao è un cinema fatto di sguardi, dolori, emozioni e paure. Il suo ultimo film, Nomadland, vincitore annunciato di ben 6 premi Oscar, è un ritratto spietato della parte più nascosta dell’America, il Nevada, stato ricco di contraddizioni. Ma è anche la storia di una donna tenace, interpretata da Frances McDormand.

Il film ha quasi un approccio documentaristico, ma sa mettere in correlazione finzione e realtà. La vicenda è tratta dal libro di Jessica Bruder dal titolo Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century, pubblicato nel 2017. La stessa autrice per scrivere il libro ha dovuto vivere dentro un camper per poter documentare la vita della comunità nomade che incontrava.

Tutto ruota attorno a Fern, la quale, rimasta vedova e senza lavoro decide di cambiar vita. Così, gradualmente entra a far parte di una comunità nomade, parte col suo van e inizia a conoscere gente, si prende cura di loro, ma non si ferma mai. Continua fare piccoli lavori occasionali, e anche se incontra degli ostacoli riesce sempre ad evitarli grazie alla sua forza di volontà.

Il cinema di Zhao, che può sembrare retorico ad una prima lettura, è invece cinema del profondo, perché riesce a scavare nell’anima delle persone, è ritrovare se stessi nello sguardo degli altri. È poetica visiva attraverso un viaggio, quello di Fern, un trip-road reso ancor più emozionante dalle musiche sublimi di Ludovico Einaudi, che accompagna la protagonista nel suo viaggio esistenziale.

Infine Nomadland riesce bene a far emergere i conflitti di una società americana, fatta di contrasti, da un lato il capitalismo sfrenato ed estremo (basta vedere le scene dentro la fabbrica Amazon), e la comunità nomade che vuole rimanere in contatto con la natura cercando di affrancarsi dal consumismo spietato dei giorni nostri.

L’ennesima fine del sogno americano.

Lungo l’asfalto ingiallito. On my way to Yellow

Un racconto di Napoleone Dulcetti

Mentre l’asfalto scorre sotto le mie spalle sudate, maledico l’aria condizionata che mi congela le narici piene di sangue. Sulla strada per Yellow mi muovo a settanta chilometri orari, immobile su un sedile troppo stretto per i miei polpacci da ex giocatore scarso di calcio a 5.

L’incendio, il quinto questa settimana, brucia gli ultimi pini rimasti a tenere insieme le rocce spaccate e le lingue di fuoco accarezzano la strada facendo scricchiolare i ponti sconsolati a picco sui dirupi maligni del sud. Il fumo penetra nelle gallerie senza luce come un’incursione Longobarda al galoppo.
Fra le bestemmie di un camionista, che si lamenta, e il mio dito medio alzato contro i sorpassi della morte in curva pericolosa, esco vivo dal primo tunnel di parolacce. Finalmente un rettilineo: sessanta chilometri orari.
Sulla destra dei ciclisti inglesi fermi in un piazzola osservano il mare…
Why is it so blu down here?

Uno di loro scatta foto di stupore mentre sua moglie lo guarda inorridita.
Sulla sinistra un cinghiale gonfio di vermi sonnecchia e lecca l’asfalto, ieri non c’era, mentre la pelliccia di un gatto si elettrizzata al sole, c’era già sei mesi fa, e così quella parte di strada è un ritrovo per animali sperduti che amano scappare dai boschi in fiamme per lanciarsi verso la velocità.

Incrocio lo sguardo del primo bullo a cui ho modificato il setto nasale, sento ancora il sangue caldo sulle nocche. Una mamma urla verso lo specchietto retrovisore, suo figlio salta e getta soldatini di piombo dal finestrino, un mio vecchio amico sorride alla figlia mentre canta canzoni in francese, un camionista mangia un panino dal quale grondano pezzi di salame piccante.
Rallentare! Andiamo a passo d’uomo, il traffico di accaniti ricercatori di salsedine si ingrossa verso l’uscita della felicità.

Oggi fa caldo, più caldo di ieri
yè umido come ama dire mia nonna,
ngé chinu d’acqua a fora, forse è per questo che i turisti gettano bottiglie di plastica bagnate dai finestrini della vergogna. Una colpisce l’asfalto e rimbalza verso le grinfie di un trattore che la fa esplodere, il tappo colpisce un vecchio contadino che con molta naturalezza continua ad urinare sulle frasche bruciate, mentre si asciuga la faccia sudata con la camicia quadretti rossi e neri.

Copriti, porco grida una signora dal finestrino e lui dallo spavento si sporca gli stivali che ripulisce subito con il sudore della camicia.
Porco!
Si riparte più spediti, cinquanta chilometri orari
Yellow 6 km

Straordinario scoprire quante cose si riescono vedere a questa velocita:
una donna si trucca impregnando le sue labbra di viola elettrico, una ragazza scoppia i brufoli che le ricoprono la fronte imbrattando il finestrino di acne, un pompiere appeso all’albero si sporge tenendosi al tronco e, sbracciandosi, richiama l’attenzione di un canadair sbiadito, una vipera attorcigliata al guard-rail si struscia per spegnere il fuoco che le ha divorato mezza coda, un paninaro accoltella una salsiccia sulla griglia mentre sua moglie spruzza del ketchup sulla faccia di una cliente che grida Solo maionese solo maionese.

E così fra una carcassa a bordo strada e una busta di spazzatura lasciata ad abbronzarsi Yellow appare. Tra le curve bucherellate e rettilinei pieni di paglia abbandonata dai trattori si intravede lo scheletro del suo corpo schiacciato sul mare.

Why is its name Yellow? Chiede un biker russo al poliziotto che gli sta consegnando una multa per eccesso di velocità. Un turista passa accanto con il volto affondato sulla cantina lacerata dal vento, è vestito così male da far scappare via anche i lupi più affamati che di solito scendono dalle montagne per brucare la carne fra la lana e il pelo degli animali lasciati a pascolare sui dirupi del dimenticatoio.

Yellow, si chiama così perché come un fungo velenoso è spuntato dal nulla dopo che un soldato Americano durante la liberazione inciampò su uno squarcio nel terreno. Questa crepa allargata a mani nude prima, e a suon di dinamite dopo fece emergere un’antica miniera d’oro in disuso.

That’s gold, gold,gold! Gridò l’americano gettando via i cadaveri degli schiavi che i Goti all’epoca lasciarono seppelliti nella fossa per nascondere la miniera agli invasori Longobardi.

E così, da quel tesoro e da quelle ossa lanciate ai cani nacque Yellow. Si cominciò ad estrarre così tanto oro che i minatori si trasferirono definitivamente lì. Nonostante la ricchezza le case spuntarono a casaccio, ma quella manna era così preziosa che la città doveva crescere. Le raffinerie e le fabbriche proliferarono e le polveri sottili delle industrie che lavoravano e fondevano l’oro avvolsero tutto, coprendo di giallo ogni cosa. L’americano costruì dei filtri che canalizzarono quelle nuvole in grandi pozzi il cui liquido venne utilizzato per tingere. Da quel giorno le vernici per dipingere furono gialle, il metallo fu giallo, i grattacieli furono smaltiti di giallo, i piatti, le tazzine del caffè, i preservativi, le bottiglie di vetro e di plastica, i fucili, le case in legno, le panchine sul lungomare in mattonelle gialle, la cocaina, le cartine di sigaretta, le barche a vela, i marciapiedi, i sedili dei cinema e dei teatri, i lampioni, le pagine dei libri, i tessuti, le minigonne e i tanga, l’inchiostro dei tatuaggi, i cartelli stradali, le strade storte, le siringhe, tutto yellow. Riciclare, adattare, progresso, compromesso, future.

That is why It was called Yellow, coglione! Rispose il poliziotto.

Così tutto il giallo venuto fuori dalla quella tomba rese celebre il paese. Prima che l’oro finisse si estrasse così tanto metallo che il suo colore si diffuse anche sulle strade limitrofe.

Poi l’oro finì. Adesso quel giallo sgargiante si è sbiadito, come i conti in banca dei cittadini, si sta infatti cercando di cambiare nome in Yellowish (Giallastro) o in Old Yellow per mitigare la triste circostanza.

La città si è però adattata alla sua fine e attorno a quella miniera una certa economia, quella del “campa oggi che forse domani un po’ di erba crescerà” ha mandato aventi le baracche che ora predominano sui palazzi ancora integri.
C’è il mare, si farà turismo disse un parente dell’ex soldato Americano. E così fu, si investì male ma si fece turismo, fra diaspore e periodici ritorni Yellow resistette.

Ci siamo, finalmente
Benvenuti Yel °°°°
La scritta è ormai illeggibile, rassegnata fra i canini del sole.

Mi aspetta il blocco X della stazione ferroviaria. La sua vernice è ancora in ottime condizioni e le crepe disegnano sorrisi interminabili sulle pareti della speranza. Pochi minuti per salutare i miei colleghi e gettarmi su un treno. Controllore capo.
Manca poco, c’è traffico, siamo fermi.

Un signore si aggiusta la cravatta e piange via i debiti che lo stringono di notte, una donna si spoglia, getta via gli abiti casual e indossa vestiti da ballerina di lap dance, un ragazzo urina in una bottiglia di plastica, due cacciatori attraversano la strada inseguendo un cinghiale, il canadair sbiadito ci sfiora scomparendo fra nuvole nere, il caldo aumenta.

Apro il finestrino accarezzo il calore dell’asfalto, è più giallo ora, Yellow è sotto di noi.

Spartenze. Le tracce degli uomini

Un racconto di Antonella Perrotta

Cento abitanti erano rimasti a Cozzicello.
Autoctoni, almeno.
Poi, ce n’erano altrettanti, uomini per lo più, neri di pelle e dai lineamenti marcati, dei pezzi di marcantonio che, al solo vederli, ti mettevi soggezione. Venivano da chissà dove, al di là del mare comunque, da postacci dove, a sentir loro, l’acqua, quando c’era, aveva il colore della terra e la terra quello giallognolo della sabbia fine e l’aria sapeva di polvere da sparo e solo il cielo aveva più stelle che altrove. Chissà perché. Forse, perché chi viveva lì aveva più bisogno di sognare.
Ad ogni modo, loro non facevano testo. Erano soltanto forestieri.

Non erano nati, cresciuti e pasciuti in paese come gli altri cento. Non parlavano la stessa lingua, non credevano nello stesso Dio, non avevano gli stessi costumi e avevano conosciuto una fetta di mondo, bello o brutto che fosse, che gli autoctoni non avrebbero neanche potuto immaginare, ammesso lo avessero voluto. Perché per immaginare qualcosa, non solo ci vuole la capacità, quella che viene dal riuscire ad aprire la mente e il cuore a ciò che sorpassa i confini dell’avvezza esistenza, a credere che ci possa essere qualcosa di diverso e si possa anche diventare diversi, ma ci vuole pure la voglia. E per i paesani di Cozzicello, stremati di fatica e di vecchiaia e, ancor più, di secolare abitudinarietà, immaginare era soltanto uno spreco di energie. Faccende ben più pratiche li tenevano impegnati.

Come quella di trovare qualcuno che, a basso costo e senza pretese, li aiutasse nei campi, ché quei malanova di figli e nipoti, a differenza loro, s’erano tutti arresi all’immaginazione e avevano preferito le incertezze della spartenza alle certezze del paese. “Ah, illusi! Come se fuori da qui si stesse meglio …” aveva detto Oliverio Campise, che faceva da sindaco e da intera amministrazione comunale, quando l’ufficiale dell’anagrafe gli aveva comunicato che, ormai, erano emigrati tutti e solo in cento restavano. “Magari, no. Magari, sì”, la risposta dell’impiegato. Perché negarsi una speranza? “Eh, già, perché?” aveva risposto il sindaco, ma tanto per dir qualcosa.

A risolvere il problema, dell’aiuto s’intende, erano giusto in tempo arrivati loro: i marcantonio forestieri. I requisiti li avevano tutti. Uno in particolare: la disperazione che li portava ad accettare la qualunque, salario, orario di lavoro, sistemazione, pure l’indifferenza. Senza pretese, appunto. E al fatto che si trovassero lì per andare appresso alle incertezze dell’immaginazione – così come, altrove, si trovavano quei malanova di figli e nipoti – nessuno pensava.

Nessuno, eccetto Rosina Sposito, la matta di Cozzicello, colei che dava ricovero a cani, gatti, pure uccelli, e camminava leggera con la paura di calpestare persino le formiche. Colei che era rimasta da sola, tutti andati via i suoi familiari di cui diceva, però, di continuare a sentire le voci.

“E che ti dicono le loro voci, Rosi’?” qualcuno le chiedeva. “Di andarmene a fanculo” rispondeva lei e tutti ridevano. Era matta, Rosina. Ma lei, con gli occhi lucidi, pensava che i figli, i nipoti, i fratelli, che l’avevano lasciata da sola e non s’erano quasi più fatti vedere e sentire, se non una telefonata alle feste comandate, a fanculo, l’avevano mandata davvero. Non era stata fortunata.

I marcantonio forestieri, invece, no. Loro, alle famiglie, ci pensavano e sospiravano, sospiravano sempre, al pensiero di chi avevano lasciato e di ciò che erano stati costretti a diventare.

Per questo Rosina, in quegli occhi neri e profondi, vedeva la verità degli uomini o, almeno, quello che avrebbero dovuto essere ma avevano dimenticato e, per questo, dava loro ricovero, come faceva con gli altri esseri viventi. E a chi la rimproverava, ché chissà mai cosa ci si può aspettare da estranei, ricordava che una spartenza è sempre un dolore.

Ma ci sono alcune spartenze che ti fanno dimenticare ciò che hai lasciato, luoghi, cose, persone e pure la disperazione che ti ha indotto a partire. E, queste, non sono spartenze ben riuscite. E, poi, ce ne sono altre che, invece, ricordano tutto e lo rivivono ogni giorno. E sono queste, le spartenze che hanno memoria, quelle che non fanno perdere le tracce degli uomini.

Ma Rosina era matta. Camminava leggera per non calpestare le formiche.

Oriana Fallaci. La vita è una guerra ripetuta ogni giorno. Rizzoli

Articolo di Rosa Angela Papa già pubblicato per Zona di Disagio

Sin dall’antichità l’uomo ha usato la guerra, in nome di Dio, di dottrine, ideologie, scopi politici ed economici per trovare soluzioni veloci e risolutive, ma come diceva il teologo Michele Serveto “Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, ma uccidere un uomo”.

La guerra non può e non deve essere un mezzo per trovare la soluzione.
Oriana Fallaci, giornalista, scrittrice e attivista italiana, è la voce della libertà e della verità e in questo libro la sua voce diventa un urlo, un’esortazione a riconoscere il fanatismo islamico per mettere in guardia l’Occidente.
“Ho visto libertà ferite, anzi assassinate, in nome di quelle libertà. Ho visto apostoli della libertà trasformarsi in carnefici della libertà, in nome di quella libertà “.

L’autrice del libro aveva solo quattordici anni quando, per seguire il padre nel 1943, entra nella Resistenza come staffetta e quando finisce ne esce come soldato semplice.

“In quegli anni imparai a odiare la guerra…a comprenderne la illogicità, la imbecillità, la follia.”

Un odio, quello verso la guerra, nato troppo presto tanto da rendere il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza cupa. Ma a differenza di chi faceva la guerra per attaccare, Oriana faceva la guerra per difendersi.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Oriana ha l’occasione di trovarsi in prima linea entrando a Budapest per raccontare e descrivere la rivolta del 1956, ma al confine viene fermata dai carri armati sovietici. “Io volevo solo raccontare la guerra a chi non la conosce “, mail suo sogno viene interrotto e “La libertà è un sogno. …Però guai a non rincorrerlo”.

Oriana fa del dubbio che l’attanaglia una risorsa, lei vuole capire, soprattutto vuole sapere cosa pensa un uomo quando uccide un uomo che non conosce.
Così, armata di coraggio, caparbietà e tenacia, parte per il Vietnam dove conosce i fedayn in lotta contro l’occupazione di Israele. Ella entra nel conflitto mettendo a repentaglio la sua vita pur di comprendere le ragioni della Storia.

Nel 1971 Oriana è testimone di una guerra tra India e Pakistan, una guerra breve e ipocrita e nel 1973 si reca in Grecia per intervistare Alessandro Panagulis appena scarcerato, ma tra i due nasce un forte intesa, da quel momento non si staccarono nemmeno una volta, ella le stette accanto fino alla morte.

Panagulis, politico rivoluzionario, noto come Alekos fu assassinato perché cercava la verità e la trovò! Egli è “L’eroe che si batte da solo per la libertà e la verità, senza arrendersi mai e per questo muore ucciso da tutti: dai padroni e dai servi, dai violenti e dagli indifferenti”.

Nel 1982 in seguito al massacro di Sabra e Chatila, Oriana scriverà senza remore delle donne violentate e sodomizzate, un evento questo che le dà l’occasione per denunciare nuovamente il suo odio per la guerra e per schierarsi dalla parte dei più deboli.

E poi sarà la volta della Guerra del Golfo da dove la “giusta guerriera” fa ritorno con i polmoni danneggiati dalla nuvola nera causata dallo sprigionamento dei pozzi di petrolio. In un’intervista a Pino Scaccia dichiara che il cancro che l’ha colpita fu causato dall’oro nero.

La cronista sosteneva che il cancro non è una malattia inguaribile e che bisogna parlarne liberamente e serenamente anche per esorcizzarlo.

Per Oriana ogni giorno è quello giusto per combattere, ha combattuto per difendere la libertà, la vita dalla malattia, l’amore, la rettitudine, la giustizia, la libertà di parola, la libertà di scrivere e la libertà di essere se stessa.

Dopo la sua scomparsa, nel 2006 in seguito alle vignette di Maometto, Oriana lancia la sua ultima sfida: ” Io vi combatterò sempre, anche da morta“.

Un libro da conoscere “ La vita è una guerra ripetuta ogni giorno” perché è attuale e adattabile a tanti eventi e situazioni della nostra vita.

Il corpo di Oriana Fallaci si è spento, ma ha lasciato parole incisive con la sua penna, ci ha lasciato un focolare ancora acceso dal quale possiamo attingere coraggio e forza. Buona lettura.

Fabio Rocchi. La disputa sul raki. Besa Muci Editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Storie di adattamento, di allontanamenti forzati, di dialoghi difficili tra culture diverse, ma anche di rientri nella propria patria. Di questo parla il libro di Fabio Rocchi, autore fiorentino che attraverso dieci storie ci fa scoprire l’incontro-scontro tra albanesi e italiani. Due popoli che nei secoli hanno avuto modo di “conoscersi”, di amarsi e di guardarsi qualche volta con diffidenza.

È una storia ancora tutta da scrivere. Rocchi mette tra queste pagine anche la sua esperienza lavorativa nel paese balcanico e, infatti, non pone i personaggi solo nella prospettiva di un’emigrazione intossicata da ragioni storiche, pensiamo alla fine del comunismo e alla fuga di massa in Italia dei tanti albanesi che qui hanno cercato l’America, ma anche del ritorno in patria e dell’incapacità di riconoscersi.

È la storia tipica di chi perde la propria identità, valutando l’erba del vicino migliore della sua. È un po’ quella metamorfosi che già Pasolini aveva osservato nei genuini ragazzi delle borgate romane, che per appagare i propri desideri di “emancipazione”, diventavano schiavi di un conformismo violento che imponeva la spersonalizzazione in cambio del benessere e della noia consumistica combattuta solo con una sovrapproduzione di desideri.

Tutto ciò è ben rintracciabile nei racconti di Rocchi e lo stesso avviene negli italiani che lavorano in Albania, i quali guardano con sospetto questo popolo, sentendosi ancora dominatori cui è stato tolto il privilegio del comando. Ora sono gli albanesi che si “vendicano” dell’invasore. Tutto viene scritto con grande maestria dall’autore toscano, che in diversi momenti si comporta come un antropologo che studia anche i cambiamenti radicali di questo paese, su cui ancora aleggiano le ombre di uno dei regimi comunisti più violenti d’Europa.

La scrittura di Rocchi è asciutta. Concetti complessi si materializzano perfettamente nei personaggi. È un’opera in cui i fatti hanno il predominio, tant’è che questo libro è una cronaca dello sradicamento che coinvolge tutti, senza esclusione.

Le gambe delle donne

Un racconto di Antonella Perrotta. Buona lettura.

“Settantasette” urlò Saverio, il pescivendolo, nel pescare il numeretto dal sacchetto della tombola.

E fu un coro di: “Le gambe delle donne.”

E a tutti s’illuminarono gli occhi, neanche le avessero per davvero davanti, quelle gambe. Immaginaria visione. Porta del cielo.

“Ma che deficienti. Du’ gambe, so’. Ossa, pelle e carne, quando poca, quando troppa” avrebbe risposto Teresina, la levatrice, che pure di gambe s’intendeva.

E, invece, no.

Perché le gambe delle donne sono come un libro chiuso che non vedi l’ora di sfogliare, prima, e di tuffartici dentro, poi. Dritte, storte, sode o cellulitiche, fanno l’andatura, ché nessuna è più femmina di chi cammina da femmina. “La camminata è importante. Sgrazia e aggrazia” diceva sempre Alfonso Campobasso, il titolare del negozio di calzature “Un passo alla volta”, nel suo lessico personale. E, a suo modo, aveva ragione.

Basti pensare a Luisa Barbieri, la barista, che aveva un passo da camionista e le caviglie di chi è affetto da gotta. Ecco, nessuna calzatura era in grado di “aggraziarla”. Nessuno fantasticava sulle sue gambe. Ma a lei poco importava. “Sono bella uguale” diceva. Agli altri e a se stessa. E non per voler convincere, ma perché ne era convinta.

Su quelle di sua sorella Vera, invece, c’era da farci un film e niente era più inverosimile del finale, considerato che a Vera, di quelle fantasie, poco e niente importava. “E che le fai vedere a fare le gambe, allora?” le chiedeva più di qualcuno, scarpe grosse e cervello pure, riferendosi alle minigonne che era solita indossare. “Perché mi piacciono” rispondeva lei altezzosa, senza lasciare intendere se fossero le minigonne o le sue gambe a piacerle o, magari, entrambe. Perché, diciamolo, solo una donna sa.

C’era, poi, Assuntina Capotosto. Lei le sue gambe le postava sui social sotto il profilo “Venere”. Gambe sulla spiaggia oliate come alici fritte, gambe umide di salsedine sulla battigia, gambe pronte a calarsi in piscina, gambe che danzavano, gambe fasciate da tute stretch sul tapis roulant, gambe fra le frasche e i papaveri rossi, gambe su tacchi dodici e mai con le infradito che ingrossano la caviglia. Lo sapeva, Assuntina, che le sue gambe piacevano, più dei suoi occhi marrone-slavato, stesso colore di un cane randagio. Una donna, sa. Perciò, le postava. D’altronde, era l’unica soddisfazione della sua vita banale sapere che gli uomini sulle sue gambe fantasticavano e pure assai. Significava che fantasticavano anche su di lei, ché le sue gambe erano la sua persona. Gambe e anima, per Assuntina, erano equivalenti.

C’erano le controindicazioni, però. Ci sono sempre quando si ha a che fare con gli uomini-muli, intendendosi per tali quelli che camminano su un percorso già tracciato senza discostarsene e senza avere la minima idea di come si possa farlo. Quelli che indossano il paraocchi e non come accessorio, ma come capo basic. Ecco, con loro bisogna prestare attenzione, ché non si sa mai cosa potrebbero capire, immaginare, pensare, anche fare, di fronte a quel gamba più gamba.

Mentre, solo una donna sa.

Italo Svevo. La coscienza di Zeno e l’ironia dell’inconscio

L’ironia dell’inconscio e la malattia dell’anima. Ne parla Rosangela Papa in questo articolo già pubblicato su Zona di Disagio

Quante volte ci è capitato di avere di fronte un problema e non avere la capacità o la voglia di affrontarlo e tanto meno risolverlo? E se non è capitato a noi personalmente lo abbiamo visto capitare a qualcuno.

Albert Einstein sosteneva che se avesse avuto un’ora per salvare il mondo, avrebbe sicuramente impiegato 55 minuti a definire bene il problema e solo 5 minuti a trovare la soluzione!

L’opera “La coscienza di Zeno”, nata nel 1919, durante la Prima Guerra Mondiale e pubblicata poi nel 1923, esprime i tratti distintivi di una crisi di sistemi di valori che si perdono e si confondono dinnanzi a nuove forme e tensioni culturali. Essa è un’opera trasgressiva perché fa decadere tutti i valori tradizionali.

Zeno Cosini, figlio di un ricco commerciante triestino, è il protagonista del libro che all’età di trent’anni ancora non sembra aver trovato la sua strada, la sua realizzazione. La sua tendenza a distrarsi e a ridere delle cose più serie lo hanno

portato a lasciare gli studi di legge e dopo la morte del padre si ritrova a vivere di rendita. Egli non si occupa dei propri affari pur essendone il responsabile. Così libero da ogni impegno di lavoro può dedicarsi alle sue manie: dal continuo proposito di smettere di fumare e di tante malattie immaginarie.

Per liberarsi dalle sue malattie, soprattutto quella del fumo, che gli causava mal di gola, Zeno si rivolge ad uno psicoanalista perché “la malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione “.

Il dottore S. che lo prende in cura gli consiglia di scrivere un’analisi storica della sua attitudine al fumo.

Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero.

Zeno comincia a frequentare la casa di un ricco commerciante, padre di quattro figlie. Si innamora di una di essa, ma a causa di equivoci e malintesi sposa un’altra sorella che lo amerà con tenerezza e comprensione verso tutte le sue manie;

Chissà se l’amo? È un dubbio che m’accompagnò

per tutta la vita e oggidì posso pensare che l’amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore.

Successivamente Zeno conoscerà una ragazza semplice e povera che diviene la sua amante, ma questo non inciderà affatto sui buoni rapporti con la moglie, ignara del tradimento.

L’ultima parte del libro è una sorta di diario dove Zeno, deciso a interrompere la cura, riprende in mano la sua autobiografia; egli vuole scrivere “sinceramente” la storia della sua cura manifestando tutta la sua disistima verso il dottore S. e per la psicoanalisi. Egli non è affatto guarito come dice il Dottore S, anzi, sta peggio di prima, ma un fatto importante cambia la sua vita: scoppia la guerra.

L’Olivi, gestore delle sue proprietà si rifugia in Svizzera come pure il Dottor S. e finalmente Zeno si sente libero da ogni controllo.

Ogni sincerità fra me e il dottore era sparita ed ora respiro. Non m’è più imposto nessuno sforzo. Non debbono costringermi ad una fede né ho da simulare di averla”…

La mia malattia doveva essere finta perché la mia malattia era stata scoperta”.

Egli si avventura in imprese commerciali fortunate e allo psicoanalista invia alcune pagine di diario per dimostrargli la sua antipatia.

Zeno Cosini è un uomo inetto che non riesce ad affrontare i problemi ed è continuamente insoddisfatto della propria vita.

Tale inettitudine lo rende passivo di fronte alla vita e impossibilitato ad affrontare le sfide e le difficoltà che essa gli pone davanti.

Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che potesse avere importanza

La dipendenza dal fumo fa riflettere Zeno sulla sua mancanza di forza di volontà e sull’incapacità di portare a termine un traguardo con convinzione e forza. Tale fragilità è da attribuire sia al senso di vuoto che egli sente nella sua vita sia all’assenza nella sua infanzia di una figura paterna.

Da ciò ne consegue che per Zeno è sempre il tempo

dell’ultima sigaretta…

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute.”

La malattia resta sempre fino alla fine il tema dominante infatti a concludere il libro è l’immagine di un silenzio cosmico…

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute

Questo è il tempo dell’inettitudine, della passività, della mancanza di autostima e dei valori pertanto per Zeno è sempre il tempo dell’ultima sigaretta. È su questo che Hector Schmitz con lo pseudonimo Italo Svevo ci invitava a riflettere un secolo fa. Ci sono ancora tanti spunti e argomenti sui quali riflettere e approfondire: dal complesso di Edipo ai successi commerciali favoriti dalla Prima Guerra Mondiale.

Sono passati circa cento anni, ma ancora poco è cambiato!