Fenomenologia delle corna

Articolo di Giorgio Pca Mameli

Le corna non hanno sempre lo stesso significato. Ci sono quelle da offesa e quelle da difesa. La differenza tra le prime e le seconde dipende dalla postura, del movimento e dal contesto. Oltre che dalle motivazioni e dal fine dell’atto. Infine ci sono le corna ideologiche e corna fattuali.

Le corna: tipico gesto italico dal non univoco significato, se si soppesa la questione si scopre che anch’essa è cornuta. E questo già dalla forma: indice e mignolo tesi verso l’esterno, a mo’ di saluto romano, mentre pollice medio e anulare scompaiono vergognosi nel palmo della mano, quasi a dire “noi non c’entriamo”. Poi c’è il fatto della gestualità: questa definisce il senso. L’apparire da concretezza all’essere. Già perché la postura della mano, del braccio e, alla fine, del corpo tutto muta col mutare del senso sotteso all’atto. Non tutti gli atti portatori di corna sono uguali, esiste dunque la fenomenologia delle corna.

La pratica dice di almeno due categorie di corna: quelle a difesa e quelle ad offesa. E la distinzione non sta solamente nel fine dell’atto ma anche nella definizione del contesto, nel tono della movenza, nella posizione e financo nella postura del resto del corpo.  Le corna a difesa prevedono corpo lievemente curvo in avanti, spalle cadenti, braccio arcuato e mano parcheggiata nella vicinanza dei genitali o al massimo ad alzo zero, puntate cioè verso il cuore o gli occhi dell’avversario. Ma quest’ultima tipologia è decisamente borderline.

Di norma vengono elaborate quando il cornificatore è fatto oggetto di anatemi evocanti immediate e sconce sciagure. Quelle invece ad offesa, che dicono, andando oltre il mero sottendere, di tradimenti, di profanazioni e maligne alludono a incapacità ed impotenze, godono di altra postura: sono gagliardamente, ferocemente, sfacciatamente lanciate verso il cielo, corpo dritto, quasi in punta di piedi, braccio teso. Travalicano il bersaglio, ambiscono alla notorietà massima. Tutti devono sapere che il cornuto è tale. E non va dimenticare la tipologia di sguardo. Lo sguardo nella esibizione delle corna è fatto fondamentale e complementare a questo, così vuole la tradizione e dunque le radici nella storia, ha da essere parte integrante dell’atto che, in qualche modo, avvolge ed enfatizza. Nell’azione a difesa lo sguardo attinge all’ibrida mistura del preoccupato-rassegnato, si ricordino le espressioni di Totò e quelle, ancor più comiche di un antico presidente della repubblica specializzato in ogni tipologia di corna che, abbondantemente riprese dalla stampa sia nazionale sia estera, raccontavano di uno sguardo tragicamente spiritato e per ciò stesso voglioso di infinite divine (cornute) protezioni. Di tutt’altra specie è invece quello ad offesa, anch’esso sguardo bastardo, poiché ha da essere aggressivo e allo stesso tempo irridente. E questo connubio non è facile. Solo dall’unione incestuosa dei due opposti si può scatenare la potenza devastante che quelle due ditine, così lontane tra loro eppure così connesse, possono mettere in campo. Dicotomia bizzarra questa delle corna che rivive peraltro, come quasi sempre accade, anche in natura. Tanti animali sono portatori di corna, e dalle forme le più strane, ma due sono molto simili tra loro per forma e struttura: il toro e il bue.

Il primo simbolo di virilità e selvaggia potenza, protagonista (obtorto collo) di tragici miti e di cruente corride, a lui fanno riferimento sia il padre del “bell’Antonio” che lo sfortunato protagonista di “Fiesta” mentre l’altro, mite e generoso è simbolo di forza buona e tranquilla tanto da meritare l’appellativo (involontariamente ironico) di “pio” e prima ancora spazio anche nell’iconografia del presepe accanto all’asino, simbolo di sapienza, e Maria, che invece rappresenta la bellezza. E in così opulenta compagnia anche le corna si nobilitano.

Le corna di secondo tipo, se frutto di meretricio domestico ancorché gratuito, sono così forti da non essere scalfite neppure dal denaro. Questo, come noto e tragicamente visto nei secoli, può comprare uomini e donne, rinfoltire capigliature, far ottenere magniloquenti titoli (anche accademici) magari allungare gambette che voglie irridenti hanno fatto troppo corte ma con le corna non ha alcuna possibilità di successo. Quando quelle sono conficcate nel ancorché angusto spazio della fronte lì stanno e lì restano.

Le dieci “love-story” più belle della letteratura (Seconda Parte)

Articolo di Letizia Falzone

Continua il nostro percorso tra le storie d’amore più belle della letteratura.

6) Jane Eyre e Edward Rochester
(Jane Eyre – Charlotte Brönte)

Romantica e concreta, orfana e principessa, istintiva e razionale, volitiva e tenera, intelligente e passionale, straordinaria e normale.
Rimasta orfana, la piccola Jane Eyre viene allevata a Gateshead Hall dalla dispotica zia Reed. 
Sottoposta a soprusi e umiliazioni d’ogni genere, privata di qualunque forma elementare d’affetto, finisce per essere affidata all’arcigno Sig. Brocklehurst, rettore della Lowood School. Nel tetro collegio, unica consolazione è l’amicizia con Helen Burns, ma la ragazza muore di tubercolosi.
Eroina del suo tempo, in cui già risuona l’eco delle tensioni sociali proprie della contemporaneità, dotata di una solida istruzione, oltre che di una sensibilità raffinata, di uno spirito romantico e, non ultimo, di uno squisito sense of humour, Jane a diciotto anni affronta il mondo. Un mondo che, nell’Inghilterra a metà strada tra due rivoluzioni industriali, non può che essere, per lei ragazza nullatenente ma acculturata, il mondo del lavoro: ad attenderla c’è un impiego modesto ma dignitoso come istitutrice a Thornfield Hall, un’imponente casa di campagna, dove la cordiale signora Fairfax e la simpatica piccola allieva Adele la rasserenano anche se risate lugubri turbano a volte le notti nella casa.
È qui, in questa moderna versione del castello principesco, accogliente ma pur sempre fornito di oscuri recessi che custodiscono segreti innominabili, che Jane conosce l’amore: un amore romantico e cerebrale, e perciò problematico, contrastato, negato.
Conosce l’amore di Mr Rochester.
Un amore travolgente, sensuale e inevitabile fin dal primo incontro.
Presto però i sogni di Jane si rivelano impossibili, destinati a farsi soffocare dal passato oscuro di Rochester, quel passato che sempre più forte riecheggia minaccioso.
La Brontë ha inserito nella trama tutto ciò che una lettrice potrebbe desiderare.
C’è la passione travolgente e l’amore dilaniante di una giovane per un uomo più grande, c’è la differenza di posizione sociale tra i due, il mistero, l’impedimento all’unione, l’altra/l’altro usati strategicamente per gelosia, i colpi di scena (ma anche di fortuna), un finale strappalacrime.
E poi, sopra ogni cosa, c’è lei: Jane Eyre. Intelligente, forte, generosa, divisa “tra la completa sottomissione e la forte ribellione”, caritatevole, schietta, una giovane donna che ha vissuto i morsi della fame, i soprusi, che non sa come comportarsi davanti alla gentilezza, capace di essere ferma anche quando il cuore vorrebbe fare pazzie.
(Oh, piccola Jane, quante volte avrei voluto che tu la smettessi di definirti brutta!)
È lei che ruba la scena a tutti. Il romanzo è suo e solo suo.
Il Signor Rochester è un uomo orgoglioso, lunatico, cinico, implacabile nella vendetta eppure capace di grandi affetti. Si innamora dell’animo di Jane Eyre prima ancora che del suo corpo.
Un uomo che ama davvero, che vuole lei soltanto. E aspetta l’amata, sempre a metà tra disperazione e speranza.
Entrambi riescono a vedere l’altro nel profondo, ad andare oltre le apparenze. Un dialogo tra anime affini.

7) Noah Calhoun e Allie Hamilton
(Le pagine della nostra vita – Nicholas Sparks)

Una struggente e bellissima storia d’amore tra Noah, un ragazzo di bassa estrazione sociale, ma dal cuore nobile, e Allie, una ragazza più altolocata che va a trascorrere l’estate a New Bern, dove i due si incontrano.
Quella che apparentemente può sembrare una semplice storiella d’amore estiva e passeggera si rivelerà essere qualcosa di più profondo e unico.
I due ragazzi, ancora adolescenti, si ameranno così profondamente che quando Allie è costretta ad andarsene non smetteranno mai di pensarsi.
Noah scriverà innumerevoli lettere alla sua amata, ma non le arriveranno mai.
La madre di Allie infatti, desiderosa di proteggere sua figlia e nel tentativo illusorio di non farla soffrire, le intercetta e le nasconde.
Noah e Allie penseranno allora che il loro amore sia sfumato e continueranno così le loro vite seguendo strade differenti, fino a quando una foto non farà precipitare gli eventi.
Allie sentirà il bisogno di tornare indietro, di rivedere Noah, di comprendere i suoi sentimenti prima di sposare un altro uomo… e dopo quell’incontro qualcosa cambierà, irrimediabilmente.
La storia è narrata dal punto di vista di Noah, ormai anziano, che racconta la sua vita a una donna colpita dall’alzheimer, una donna bellissima che non ricorda nulla, ma che grazie alle parole dell’uomo e alle poesie di Withman, che lui ama leggerle, tornerà indietro… seppur per brevi istanti.
Noah è un personaggio meraviglioso, semplice, umile, gentile e con una passione per la poesia; un uomo adorabile, dolce e a tratti timido, ma soprattutto rispettoso verso la sua Allie.
Pur amandola con tutto il suo cuore, cerca di rispettare i suoi spazi e le sue decisioni, anche se questo per lui significa morire dentro.
Perderla equivale a non riuscire veramente a vivere, perché lei è tutto per lui; la comprende perfettamente, sa quali sono le abilità artistiche della ragazza e la sprona a seguirle, anziché pensare sempre a ciò che gli altri possano pensare.
Noah ama così tanto Allie che fa di tutto per lei; anche quando un male più grande sembra dividerli, lui le legge la loro storia e sa che lei tornerà… per poco tempo… ma lei tornerà.
Noah è l’uomo dei sogni, affascinante e nostalgico, un poeta nell’animo – come lo definisce Allie – un uomo capace di stravolgere il cuore di una donna con il solo sguardo, ma allo stesso tempo è paziente e comprensivo. La sua quotidianità è pura libertà e forse è proprio questo che ammalia Allie nella sua breve visita.
Allie d’altro canto è un’artista che vive una vita costruita senza troppe passioni, con un futuro chiaro e definito con un uomo che ama, ma che mai le ha suscitato lo stesso calore e sentimento che Noah le fece provare più di dieci anni prima. Il suo ritorno a New Bern sembra così naturale seppur fuori dai suoi schemi che viene da chiedersi se mai avrebbe dovuto andarsene.
Due personaggi incredibili, i cui caratteri si completano l’un l’altro ed è proprio il loro amore il vero protagonista del racconto, una forza così grande da riunirli ancora e ancora, un sentimento che li unisce irrimediabilmente e che sembra essere stato scritto nelle stelle. 
Le pagine della nostra vita è questo ed altro, è un libro fatto per chi ha bisogno di credere nell’amore vero, per chi ci crede già ciecamente e per chi ama sperare sempre e comunque in un lieto fine. 
Una storia semplice ma affascinante, una di quelle che fermano il tempo con la loro intensità e le emozioni che evocano.

8) Hazel Grace Lancaster e Augustus Waters
(Tutta colpa delle stelle – John Green)

Hazel ha sedici anni e da sempre è malata di un tumore ai polmoni che la costringe a vivere in compagnia di una macchina che le permette di respirare. Si sottopone periodicamente a controlli medici e a volte a ricoveri. Grazie ad un farmaco sperimentale, il tumore sembra però in regressione ed è quindi sotto controllo.
Rinchiusa nel suo piccolo mondo, arresa al cancro, Hezel tenta solo di stare a galla; i suoi giorni trascorrono fra la lettura del suo libro preferito, lezioni, tv, opprimenti attenzioni di genitori apprensivi e incontri di gruppo nel seminterrato del Sacro Cuore insieme ad altri malati terminali, dove un bel giorno a dare senso alla sua esistenza arriva lo spavaldo e attraente Augustus, che si innamora a prima vista di lei.
Gus è guarito dal cancro e l’unico segno visibile che porta è una protesi ad una gamba che ne caratterizza la camminata ma che lo rende assolutamente speciale.
Il ragazzo con la sua voglia di vivere e la sua determinazione vuole lasciare un’impronta nel mondo, e grazie a lui, Hazel per la prima volta sembra riuscire ad apprezzare quella vita che prima, a suo parere, non aveva senso.
Lei riesce, grazie a lui, a concedersi delle esperienze uniche che non avrebbe mai immaginato di poter fare … Lui diventa la sua medicina miracolosa, la sua forza, il centro della sua esistenza.
E lei … lei si sente sempre così inferiore rispetto a lui e così pericolosa, come una granata pronta ad esplodere e a colpire chiunque le stia intorno. Ecco perché tiene tutti a distanza, ecco perché preferisce non legare con nessuno.
Eppure, con Augustus, sarà inevitabile. Lui stravede per Hazel, se ne innamora dal primo istante, e ogni sua azione sarà un piccolo corteggiamento per conquistarla.
Lui che è pronto a rinunciare al suo desiderio pur di far felice lei, lui che è pronto a realizzare il suo più grande sogno solo per vederla sorridere. Augustus è generoso, leale e in gamba. È un ragazzo che non ti stancheresti mai di avere accanto.
Ma come un peccato originale, come una colpa scritta nelle stelle avverse sotto cui Hazel e Augustus sono nati, il tempo che hanno a disposizione è un miracolo, e in quanto tale andrà pagato.
Il cancro li unisce perché permette loro di guardare nella stessa direzione, di vivere la vita dalla stessa prospettiva senza doversi dare nessuna spiegazione.
La storia d’amore che si sviluppa è tutta giocata su un doppio piano: la normalità di una giovane storia d’amore e l’anormalità degli ostacoli che il cancro presenta e ripresenta senza stancarsi mai. La malattia però agisce in sordina in questa storia. Sappiamo che c’è, ma riesce a non essere un elemento disturbatore.
Non parla mai, agisce, decide e distrugge, ma non impedisce che l’amore svolga il suo corso. I due ragazzi infatti rincorrendo il sogno di scoprire cosa succede ai protagonisti del romanzo preferito da Hazel si mettono in viaggio verso Amsterdam, pur avendo tutti e tutto contro, compresa la malattia. Non si arrendono, riescono a partire e nella casa di Anna Frank iniziano la loro storia. La realtà è che loro non hanno nulla ma hanno tutto. Sono due giovani che vogliono vivere la loro adolescenza ma che non possono farlo. Sanno di avere poco tempo a disposizione ma riescono a vivere intensamente quello che hanno trovato conoscendosi, solo perché lo vogliono. Alla fine il loro destino si compie in  ogni caso, mischiando le carte e offrendo un finale inaspettato.
Hazel e Gus creano un mondo unico cui possono accedere solo loro due, nessuno può capire e nessuno può sapere. Questo permetterà loro di continuare a comunicare anche dopo la morte.
Hazel è un personaggio molto forte, nonostante la fragilità che le provoca la sua malattia. Augustus è il suo naturale completamento, proprio come dovrebbe essere nelle coppie reali. La loro descrizione è così viva da far pensare che, forse, da qualche parte del mondo sono esistiti davvero.
Dal dolore si può imparare, si impara a fare attenzione ai sentimenti degli altri, si dà il giusto valore ad ogni attimo di felicità. Non si da più nulla per scontato, soprattutto quello che appartiene alla normalità. Come dice Augustus ad Hazel ” il dolore ti rivela”, tira fuori il tuo vero essere, la tua reale natura.

9) Louisa Clark e William Traynor
( Io prima di te – Jojo Moyes)

Louisa ha ventisei anni e lavora come cameriera in un locale nella piccola località turistica in cui vive; è fidanzata da sette anni con Patrick, un ragazzo che però sembra non averle rapito totalmente il cuore e crede di avere alcune certezze nella vita, ma ignora che presto le perderà.
Dall’altra parte, il trentacinquenne ricco e indaffarato Will, a causa di un incidente, è costretto a rivedere tutta la sua vita. Tutto quello che faceva diventa passato, impossibile ritrovare la gioia di vivere, la bellezza delle sue giornate sempre impegnate tra lavoro e vita privata. Tra queste due persone, così lontane nei loro mondi e nelle esperienze, si stabilisce una connessione impensabile. Un incontro cambia per sempre le loro esistenze.
Lei, infatti, accetta un lavoro come assistente della famiglia Traynor, in cerca di qualcuno che si occupi del figlio rimasto paralizzato su una sedia a rotelle. Giorno dopo giorno imparano a conoscersi. Lei comprende che dietro quella corazza fatta di ostilità e freddezza si nasconde un uomo sensibile, lui che quella ragazza è in realtà una fonte di vitalità ed emozioni per le sue ordinarie giornate. Lo stesso, però, ha chiesto ai suoi genitori di poter vivere solo sei mesi, al termine dei quali andrà in Svizzera per porre fine alla sua vita. È allora che Lou cerca di convincerlo che la vita è degna di essere vissuta, e si propone di dimostrarglielo in ogni modo. Ci riesce, ma non basta a fargli cambiare idea. Entrata nel suo cuore a piccoli passi, la piccola assistente scopre di amarlo e di volergli stare accanto fino alla fine, anche se non condivide quella decisione.
Saranno divisi nella vita terrena ma quel legame resterà in eterno. Proprio per ringraziarla dell’amore e della felicità ricevuta, Will farà in modo che i sogni della sua amata possano concretizzarsi.
Fin dal primo incontro di Will e Lou si capisce qual è la piega che gli eventi prenderanno, quanto l’essere l’assistente di lui la costringerà a diventare più di quello e la spingerà oltre la sua zona di comfort, così come si intuisce quanto la presenza talvolta eccessiva e chiacchierona di lei sia la medicina che serve a riempire di luce le grigie giornate che lui trascorre in attesa che arrivi il buio della notte.
Durante lo scorrere della storia vediamo tutti e due i protagonisti diventare persone diverse, Will cambia Lou e le offre il mondo che mai aveva avuto il coraggio di immaginare nello stesso modo in cui lei modifica la sua vita e gli mostra che è possibile vivere e godere delle piccole grandi cose anche nelle sue condizioni.
Quello che i due ragazzi riescono a ottenere dal loro rapporto è qualcosa di vero e di profondo: Will avrà finalmente un motivo per iniziare ogni nuova giornata, mentre Lou riuscirà a comprendere che la vita non va sprecata, ma vissuta fino in fondo, inseguendo i propri sogni e uscendo dalla rassicurante routine quotidiana. E’ un romanzo splendido, molto intenso, a volte doloroso, a volte divertente, a volte persino passionale, anche se in un modo tutto suo. Ben lontana dall’avere alcun tipo di contatto fisico con l’uomo, Louisa imparerà ad amare piccole cose che fino ad allora le erano state sconosciute: il profumo buono della pelle di Will, l’intensità del suo sguardo quando sorride, il calore delle mani del ragazzo ogni volta che le intreccia alle sue, il sapore delle sue labbra. Quello creato da Jojo Moyes è uno di quegli amori impossibili da dimenticare e il romanzo, per quanto suoni strano, è un inno alla vita: una vita che va avanti nonostante tutto, che va assaporata, sfruttata, vissuta.

10) Emma Morley e Dexter Mayhew
(Un giorno – David Nicholls)

Due cuori giocano a nascondino, in questo romanzo che si legge tutto d’un fiato.
Due cuori si rincorrono, si cercano, si perdono e si ritrovano in una tormentata corsa nel labirinto della vita. L’universo ha le sue leggi, e noi  possiamo solo illuderci di manovrare il destino.
Dexter ed Emma hanno poco più di vent’anni e hanno appena concluso il percorso universitario. Dopo aver esagerato un po’ con l’alcool, si ritrovano nella stanza di Emma, a parlare del futuro che li attende in quel domani che forse fa un po’ paura.
Non possono essere più diversi. Emma ama i libri, e di questi vorrebbe vivere. Il suo sogno è
diventare una scrittrice, lasciare il suo segno nel mondo, una traccia di sé. Lotta da sempre per gli ideali in cui crede, ma non riesce a credere in se stessa. Ha paura, forse dovrebbe curarsi di più, si sente bloccata, persa, e se osserva il suo domani lo vede pieno di giornate vuote. Ma vuole vivere, un giorno dopo l’altro, e raggiungere pian piano i suoi obiettivi.
Dexter proviene da una famiglia agiata, ha sempre avuto tutto, e non si preoccupa più di tanto. Sa di essere bello, è sicuro di sé, e quello che desidera è diventare famoso, viaggiare, conoscere il mondo, e semplicemente… divertirsi!
In quella piccola stanza di Edimburgo, il 15 luglio del 1988, nella giornata di San Swithin, Emma e Dexter si osservano, parlano, s’innamorano. Potrebbe essere una semplice storia d’amore, se non fosse che ben presto le loro strade si dividono, ma prima si promettono di sentirsi, di rimanere in contatto, di rivedersi.
Solo migliori amici? No. Eppure… per quasi vent’anni non riescono a comprenderlo. O forse lo sanno, ma la paura, e i colpi del destino, non sempre possono aiutare.
Emma e Dex seguono percorsi diversi. Lui intraprende un viaggio, va a Roma, in India, e quando torna inizia la sua carriera nel mondo dei Media. Una realtà che lo travolge totalmente, nella quale si perde, tra lusso, alcool, droghe, sesso. Effettivamente Dex pensa a divertirsi, e pian piano quello diventa un modo per affogare il suo dolore per una vicenda famigliare che lo toccherà in maniera profonda, lo annienterà un po’ dentro. Quello della televisione è un mondo pieno di luci all’apparenza, ma che farà sprofondare Dexter in un vortice che lo spingerà sempre più in basso.
Dall’altro lato Emma arriva a Londra, piena di sogni. Ma per mantenersi dovrà lavorare. Lei non ha i mezzi di Dex, deve lottare e impegnarsi molto per poter avere una vita perlomeno decente. Inizialmente le cose saranno difficili: lavorerà in un ristorante messicano, tra nachos e birra, pur di guadagnare qualcosa. I suoi sogni sembrano sempre più lontani, le sue insicurezze più forti. Nella sua strada incontrerà alcuni uomini, tra cui Ian, un comico che però non fa assolutamente ridere, anzi sarà spesso fonte di imbarazzo. Emma si sente, però, amata. Ma lei lo ricambia davvero? E riuscirà a realizzare i suoi progetti?
C’è un giorno, però, che rimarrà sempre fondamentale per loro: il 15 luglio. I loro pensieri, i loro cuori, le loro parole, saranno sempre rivolti l’uno all’altra. Anche a distanza, anche se non potranno sempre vedersi, Emma e Dexter ritorneranno con la mente a quel ricordo impresso nelle loro anime. Un giorno speciale, in cui tutto il resto del mondo può spegnersi.
Un anno dopo l’altro – dalla fine degli anni ’80 al 2007 -, percorriamo insieme le vicende di questi due ragazzi nell’arco di vent’anni. Emma e Dexter crescono e diventano adulti, ma saranno sempre legati da una sorta di filo invisibile che anche se potrà affievolirsi in dei momenti, non verrà mai reciso.
Quei due ventenni maturano, fanno scelte, cadono, si rialzano. Hanno storie che però non sembrano mai vero Amore. Perché in fondo questo sentimento li lega. Sembrano anime gemelle che non possono veramente mai unirsi, ma che non smettono di attendersi l’una con l’altra. Si rincorrono per tutta la vita, si allontanano, si ritrovano, ma non si perderanno mai.
Senza Emma, Dexter sembra peggiorare sempre di più, sprofondare miseramente in basso, perdersi nel buio, diventare insopportabile. Nei momenti in cui vomita il gusto nauseante della vita e rimane vuoto dentro che Dexter sente ancor di più il bisogno di Emma, di quella figura a volte ammirata e a volte quasi detestata. Senza Dexter, Emma non riesce mai a sentirsi veramente felice, completa.
Perché lei lo rende una persona migliore, lui la fa sentire felice.
Le tempistiche per Emma e Dexter non sono mai perfette, è un continuo rincorrersi per fermare il momento perfetto per il loro rapporto, che neanche loro sanno definire. Tante cose non dette, altre ripetute anche troppe volte, comportamenti che non dovrebbero avere ma che alla fine sono gli unici a venire fuori. Emma e Dexter sono due personaggi veri, reali, presenti.
E quando finalmente qualcosa di bello accade, la vita sferza uno di quei colpi che non ti aspetti, che non puoi accettare.
Un giorno non è una mera storia romantica, ma c’è molto di più dietro. C’è l’abbandono della giovinezza e l’entrata nel mondo degli adulti; i sogni che s’infrangono con la dura realtà; le scelte difficili, la voglia di apparire, di diventare famoso, anche a costo di distruggersi fisicamente, e anche il desiderio inconscio di allontanarsi da una realtà che fa male, anche a rischio di perdere le persone amate. È una storia d’amore, di amicizia, di famiglia, ma anche di crescita e fallimenti, di cadute e difficoltà, ma anche di sogni, di letteratura.

Tutti abbiamo una certa concezione di come dovrebbe essere l’amore.
Ma l’amore non è un concetto universale o dalla definizione univoca. Bisogna sentirsi liberi di amare chi ribalta i nostri schemi e ci rende migliori. Anche se, per diversi motivi, spesso non lo facciamo.
Non possiamo esprimere l’amore con una definizione che contenga semanticamente tutte le sfumature.
Amare significa desiderare il meglio per l’altro. Amare è permettere all’altro di essere felice, anche quando il suo cammino è diverso dal nostro. È un sentimento che nasce dalla volontà di donarsi, di offrirsi completamente dal profondo del cuore.
Possiamo amare qualcuno solo quando lo conosciamo davvero, perché amare significa fare un salto nel vuoto, affidare la propria vita e la propria anima. Un rischio che corriamo affidandoci a chi abbiamo appena conosciuto.

Che sia l’amore tutto ciò che esiste
É ciò che noi sappiamo dell’amore;
E può bastare che il suo peso sia
Uguale al solco che lascia nel cuore.
(Emily Dickinson)

Le dieci “love-story” più belle della letteratura. Prima parte

Articolo di Letizia Falzone

Travolgente, passionale, incondizionato. Ma anche dolce, protettivo, tenero. O ancora tormentato, straziante, tragico.
Come è possibile che aggettivi tanto diversi si riferiscono a un unico oggetto?
Non c’è da stupirsi, se l’oggetto è l’amore: il più indefinibile e indecifrabile dei sentimenti, capace di spingere gli uomini verso l’estasi o la perdizione.
Nel tempo, è cambiato il nostro modo di raccontarlo, ma l’amore continua a essere il propulsore delle azioni degli uomini, 
I grandi classici della letteratura sono costellati di storie d’amore che ci hanno fatto sognare.
Indicare quelle “più belle” è un’impresa ardua in quanto ognuno di noi ha la sua preferita, quella che più rappresenta la propria concezione di amore ideale.
Alcune di queste però si sono radicate nel nostro immaginario in modo più forte delle altre, tanto da contribuire a creare l’immagine che abbiamo dell’amore.
Ripercorriamo insieme le dieci storie d’amore più belle di sempre, tra realtà e finzione, storia e letteratura.

1) Elisabeth Bennet e Fitzwilliam Darcy (Orgoglio e Pregiudizio – Jane Austen)

La coppia più romantica della letteratura.
Il titolo del romanzo si riferisce proprio alle attitudini dei due protagonisti, orgogliosi e pieni di pregiudizi, i due prima si detestano, poi si sfidano ed infine s’innamorano.
Una storia d’amore classica ambientata nel bucolico paesaggio della campagna inglese del 1700.
Complice il caratterino di lui e una serie infinita di malintesi, i due oscillano per tutto il romanzo tra l’antipatia e l’ammirazione, l’odio e l’amore finché alla fine la passione trionfa.
La loro è una storia senza tempo perché è una stora d’amore vera, reale. Nessun colpo di fulmine, nessun corteggiamento fatto di rose e poesie. Il lieto fine arriva solo nel momento in cui entrambi i protagonisti si accorgono che l’amore è più importante delle divergenze sociali e caratteriali; che l’amore è più importante di tutto, orgoglio e pregiudizio compreso.
Ovviamente Jane Austen riesce a farne un capolavoro: non per niente quella di Orgoglio e pregiudizio è, senza ombra di dubbio, la love story più amata di sempre.

2) Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti
(Romeo e Giulietta – William Shakespeare)

La storia d’amore più famosa e popolare del mondo.
Amore vero, sincero, profondo, impossibile, tragico. La vicenda dei due amanti di Verona possiede tutti gli elementi necessari per essere parte della nostra epica.
La storia d’amore sboccerà sotto il segno della sciagura, conducendo con sé il tocco fatale della morte dove era atteso l’amore. Il destino fa di tutto per separarli, e solo l’ombra della notte permette l’incontro dei due giovani amanti. È l’incanto assoluto che li unisce in segreto su un balcone in una profumata notte veronese. Un paradiso, destinato però a non conoscere la beatitudine dell’eternità.
Romeo e Giulietta sono diventati il simbolo dell’amore con la A maiuscola, dell’amore ideale, del vero amore che tutti sognano e a cui tutti tendono l’animo e il desiderio. Un amore che sceglie di vivere nel tempo e oltre la vita, oltre la morte. Un amore che sopravvive oltre tutte le barriere, che nonostante la morte dei due protagonisti vive nella memoria di tutti noi, per l’emozione e l’eco che ha provocato nel cuore di tutti.

3) Catherine Earnshaw e Heathcliff
(Cime tempestose – Emily Brönte)

Ambientato tra le brughiere dello Yorkshire, la storia segue infanzia e vita adulta di Heathcliff, orfano adottato da una famiglia facoltosa, che per tutta la sua esistenza lotta per vivere secondo lo stile di vita di Mr. Earnshaw, suo benefattore, ricco gentiluomo proprietario di Cime tempestose, un antico maniero immerso nelle campagne inglesi.
Heathcliff è innamorato di Catherine, sua sorella adottiva. L’amore tra i due si sviluppa fin dall’infanzia, ma nel corso del tempo, a causa soprattutto delle differenze di ceto tra loro e dalla costante avversione di Hindley, il fratello di Catherine, il sentimento perde progressivamente la propria dolcezza.
Catherine è una donna che vede svanire i propri sogni e le proprie passioni a causa della pressione e degli inganni di un ambiente che vuole preservare il “buonsenso” esteriore, la dignità di facciata. La sua intima, quasi inconscia incapacità di scegliere, una volta per tutte, la passione rinunciando alla “tranquillità” e agli agi di una vita matrimoniale rispettabile.
Catherine è felice solo tra le braccia di Heathcliff. Ma Heathcliff è stato ridotto a fare il servo proprio nella casa della donna che ama. Il loro amore vive comunque, di nascosto, con la passione di due amanti disposti a tutto, pur di stare insieme.
Eppure, in un solo momento, drammatico e imprevedibile, Catherine allontana da sé Heathcliff, per colpa di una frase offensiva nei suoi confronti, pronunciata in un momento di sconforto. Heathcliff va via, in cerca di riscatto. E Catherine, credendolo morto, sposa Edgar, pur non amandolo. Da quel momento, di fatto, Catherine sostituisce la sopravvivenza alla vita.
Ma la vita ritornerà insieme all’uomo amato, molti anni dopo: Heathcliff si ripresenta, elegante e ricco, proprio nel momento in cui Catherine ha accettato un’esistenza basata su una “disperata rassegnazione”. Ancora una volta, i nostri protagonisti dovranno combattere contro tutto e tutti, compresa la nascita di una bambina concepita da Catherine con suo marito.
Heathcliff e Catherine riusciranno a realizzare il loro amore, ma solo in punto di morte, quando ormai Catherine si spegne e non ci sarà più tempo per una vita insieme. Ma certi amori sopravvivono anche alla morte. Così, il ricordo di Catherine, quasi un fantasma che incombe sulle desolate brughiere di Cime Tempestose, tormenterà Heathcliff per tutto il resto della vita, fino a che lui riuscirà a raggiungerla per sempre, in una dimensione spirituale.
Anche se è considerato uno dei più grandi romanzi d’amore di tutti i tempi, Cime tempestose è molto altro: è una narrazione complessa, con personaggi spesso detestabili, in cui odio, ossessione, abuso, classe sociale e gelosia si intrecciano in un’atmosfera gotica.
Heathcliff, anti-eroe complesso, ama con la stessa forza con cui odia. La sua relazione con Catherine domina i decenni, passa attraverso le generazioni e sconvolge l’esistenza di due famiglie. I due, pur distruggendosi a vicenda, non riescono a fare a meno della propria ossessione.

4) Florentino Ariza e Fermina Daza 
(L’amore ai tempi del colera – Gabriel García Márquez)

Può un amore sconfiggere il tempo? Possono due persone che si amano sconfiggere tutte le cattiverie e vicissitudini del mondo solamente per riuscire finalmente ad abbracciarsi ed amarsi? Questo grande classico rappresenta l’emblema delle storie drammatico/romantiche, uno di quegli esempi che è stato imitato ed emulato a lungo senza mai riuscirne a copiarne l’essenza magnifica che lo particolarizza. Citato in diversi film, recensito e commentato da migliaia di persone rimane tutt’oggi un’opera quasi “obbligatoria” da leggere per la sua importanza storico-letteraria. 
Ambientata a Cartagena de Indias, in Colombia, negli anni Venti del XX secolo, la storia si snoda nell’arco di oltre cinquant’anni, raccontando l’amore tra il telegrafista Florentino Ariza e la bella e testarda Fermina Daza, moglie del dottor Juvenal Urbino.
È da quest’ultimo personaggio che lo scrittore inizia il racconto, “gettando” il lettore in medias res per poi tratteggiare con pennellate da abile pittore la platonica passione adolescenziale tra i due giovani.
Questo sentimento che si nutre di sguardi furtivi durante la messa nella Cattedrale, del violino di Florentino al centro di magiche serenate notturne, di bigliettini nascosti nei pertugi più strani della città, viene d’improvviso brutalmente troncato dal padre della ragazza. Così Fermina si auto convincerà che quello che prova per Florentino non è amore in realtà, ma una specie di compassione, di tenero affetto.
Spetterà al giovane prima e all’uomo poi il compito di farla nuovamente re-innamorare dopo oltre cinquant’anni, un lunghissimo arco di tempo nel corso del quale il lettore assiste allo sfiorarsi dei due protagonisti, al rischio di perdersi più volte, al ritrovarsi e al congiungersi, in un magico finale nel quale saranno ormai anziani, ma esperti della vita e dei sentimenti.
Uno degli aspetti più pregevoli di questo libro risiede proprio nel fatto che l’autore consente al lettore di immedesimarsi nei protagonisti: Fermina è sì una donna bellissima, ma anche testarda, volubile, e perfino razzista (quando scopre che il marito l’ha tradita, ciò che le fa più male è che lo abbia fatto con una donna di colore). D’altra parte, Florentino è un uomo antiquato, preda di mille manie, preoccupato della forma e dell’esteriorità (i suoi tentativi di porre rimedio alla calvizie sono assai comici), addirittura pedofilo (instaurerà un rapporto anche con una ragazzina quindicenne).
Florentina finalmente si innamorerà di quest’uomo così perseverante, ma non del ragazzo che è stato, non del ricordo sbiadito che ne ha: amerà l’anziano, l’ultrasettantenne oramai calvo, ma infinitamente romantico, dolce e paziente.
Questo libro è molto più di una storia d’amore. È la descrizione minuziosa dei sentimenti più comuni che attraversano l’animo umano. Questi spaziano dall’amore all’egoismo, dalla totale dedizione alla crudeltà dell’indifferenza.
In un mondo che vuole convincerci che l’amore eterno non esiste, L’amore ai tempi del colera racconta di come invece le persone possano nutrire sentimenti forti ed indistruttibili. Questi sentimenti possono spingere costantemente la propria vita nella direzione indicata da ciò che provano, a qualunque costo. È una celebrazione delle persone che vivono l’amore non corrisposto con tenacia e lungimiranza, con pazienza ed ottimismo.
È un racconto positivo, colorato, con il sapore di una fiaba che può diventare realtà, quel sapore che chi è stato perdutamente innamorato conosce bene.
Mirabile la delicatezza con cui Márquez affronta in questo libro i temi delle sfumature diverse dell’amore, del tradimento e della morte, una capacità di descrivere i sentimenti che davvero pochi scrittori possiedono.

5) Anna Karenina e Aleksej Kirillovič Vronskij
(Anna Karerina – Lev Tolstoj)

Il romanzo ritrae la Russia ottocentesca riversata nelle classi sociali d’alta borghesia. Le apparenze, più dei sentimenti, sono pesanti drappeggi di velluto verde smeraldo con il quale le donne si fasciano la vita e sbocciano, lente e maliziose, adorne di roseo imbarazzo, nelle sale riccamente addobbate dei più bei salotti di Mosca. 
Anna è una rosa selvatica in un campo di margherite; un miscuglio di palpito e decoro, di eleganza e istinto, di anima e affanno. Chiunque la osservi ne rimane affascinato, ma si spaventa appena scorge l’abisso del suo sguardo.
Lo scrittore ce lo suggerisce quasi subito, attraverso i pensieri di altri personaggi, quanto la donna sia abbagliante di misterioso incanto.
Anna è sposata con l’ufficiale governativo Karenin e insieme hanno un figlio. Il suo matrimonio, avvenuto quando la ragazza era molto giovane, non è d’amore e il marito è un uomo freddo e scostante. Quando incontra Vronskij, un seducente e fascinoso conte, Anna rimane conquistata dal suo amore. Lo contraccambia, e dal loro legame nasce una bambina.
Questa relazione mette però in crisi il rapporto con il marito, dal quale Anna si separa dopo la nascita della piccola.
Karenin, in uno slancio di generosità, la lascia libera di andarsene, a patto che il figlio rimanga con lui e che lei non lo riveda più.
Da qui in poi comincia la vita di coppia di Anna e Vronskij. Lui, benestante, può offrire ad Anna un’esistenza agiata e piacevole. I due partono per l’estero e tornano nella tenuta di lui, dove crescono la figlia. Anna, come moglie adultera, è malvista in società ed in un primo tempo si accontenta del mondo protetto che le offre Vronskij.
A questo punto del romanzo avviene qualcosa di importante: Karenin, per tramite di altri, propone ad Anna di divorziare. Una proposta che però lei respinge.
Vronskij vorrebbe che Anna divorziasse, ma lei rimanda la decisione, scegliendo di rimanere moglie separata e di continuare a convivere.
Il suo rifiuto per il divorzio da un marito che odia non dipende solo dalla paura di perdere il rapporto con il figlio. Questa strana decisione, incomprensibile anche per Vronski, potrebbe essere proprio la sua volontà di mantenere un rapporto d’amore con lui senza che questo rapporto sia tutelato da un contratto di matrimonio. Anna vuole un rapporto basato sulla piena libertà, in cui l’amore suo e del compagno sia scelto tutti i giorni, vero e senza legami legali, dato che appena divorziata Vronskij vorrà sposarla.
Ma in questo modo non solo la società continua ad emarginare Anna, ma anche la figlia sarà considerata figlia di Karenin proprio per via di questo suo rifiuto, e di questa situazione inoltre soffre molto pure Vronskij. Pentita allora della sua decisione chiede a Karenin di accordarle il divorzio.
Ma questa volta è Karenin ad avere dei ripensamenti e a respingere la richiesta. Di conseguenza, da questo momento in poi, la convivenza di Anna con Vronskij non sarà più una libera scelta ma dovuta ad una costrizione. Anna perde quindi la libertà generata dalla sua precedente decisione e il boicottaggio della società comincia a diventare insopportabile. Nonostante Vronskij continui ad amarla come prima, lei comincia a temere che lui voglia lasciarla per un’altra. E nel momento in cui la gelosia comincia a insinuarsi non sarà più possibile fermare la spirale che la porterà fino al suicidio finale.
Anna non è una dissoluta, ma una persona che, per amore, va al di là della propria morale: è per questo un personaggio che nasce tragico, con un destino che in qualche modo è già scritto. Piena d’angoscia, di sensi di colpa e di ossessioni, Anna condanna se stessa nel momento stesso in cui si innamora e in qualche modo si perde. 

Vi aspetto nel prossimo articolo per continuare il viaggio nei sentimenti delle ultime cinque coppie più belle della letteratura.

Il rosa e le sue sfumature

Articolo di Letizia Falzone

Inizio subito questo articolo con una domanda: perchè i libri d’amore si chiamano romanzi rosa?

Come i libri gialli, che si chiamano così per il colore che aveva la prima collana Mondadori nel 1929 dedicata al genere poliziesco, anche i libri d’amore o sentimentali (romance, romantici, in inglese) presero il nome di romanzi rosa per l’aspetto che avevano all’origine.

Negli anni Trenta, infatti, la Casa Editrice Salani decise di mettere in ristampa la collana “La biblioteca delle signorine” interamente dedicata al genere romantico, con una veste più moderna e facilmente identificabile. Questa collana si presentava con una copertina color cipria e un delicato logo floreale dorato. I romanzi d’amore de “La biblioteca delle signorine” ebbero grandissimo successo e da quel momento per distinguere quel genere specifico, si iniziò a utilizzare il temine di romanzo rosa.

Un romanzo rosa è un genere letterario che narra storie sentimentali, inventate o scritte sulla base di vite realmente vissute, senza mai trascurare l’originalità dei contenuti. Si tratta di racconti caratterizzati da colpi di scena e intrecci romantici, che in genere finiscono a lieto fine.

Un tratto che contraddistingue il rosa dagli altri generi è il confronto polemico tra uomo e donna, ossia i due protagonisti si scontrano sul piano psicologico: da una parte vi è l’uomo che rappresenta un campione di virilità mascolina e dall’altra c’è la donna, bellissima e delicata che si ribella all’uomo e tuttavia al tempo stesso ne è sopraffatta. Perciò il conflitto sfocia in passione ed amore indimenticabile.

La struttura della trama è solitamente semplice e facile alla lettura, i periodi sono brevi e le scene descrittive non risultano mai esageratamente enfatiche e articolate. Di solito i romanzi rosa sono destinati ad un pubblico femminile e anche le autrici sono prevalentemente donne.

I romance presentano una struttura con molte analogie rispetto alla fiaba, infatti i ruoli dei personaggi seguono uno schema alquanto preciso.
Sto forse dicendo che Cenerentola è stato il primo racconto rosa? Non proprio, ma se si analizza lo scheletro della fiaba di Cenerentola si arriva alla struttura base delle storie d’amore scritte ancora oggi.

Si pensi poi ai sonetti e alle liriche composte dal Quattrocento fino al Seicento, quando in Inghilterra cominciano a venire pubblicati i primi veri romanzi rosa come “Jane Eyre” o i capolavori di Jane Austen. Il romanzo rosa moderno si rifà quindi a questa tradizione, ma si è evoluto e standardizzato.

Il romance però è come un prisma dalle tante facce e pertanto vi sono varie sfumature di rosa. La struttura di base ovviamente resta valida per tutte le categorie perchè, per quanto siano generi autonomi, sono comunque sue declinazioni. Quindi, la storia d’amore è sempre presente e tra le mille peripezie si arriverà comunque all’happy ending.

Tuttavia alcuni elementi come: il focus della storia, il ritmo della narrazione, l’evoluzione dei personaggi, assumono tonalità diverse a seconda del genere del romanzo. Troviamo quindi il “romance contemporaneo” con storie ambientate nel secondo dopoguerra.

Il genere “chick lit” dove ci si concentra molto sulla crescita personale e lavorativa della protagonista e quindi su come riesce ad affrontare e superare gli ostacoli che le si presentano davanti. Quindi sono le sue avventure, non le avventure della coppia o l’amore in sé, a essere il fulcro del racconto. Insomma: il nome Bridget Jones non vi dice proprio nulla?

Nel “Young adult e new adult” i protagonisti hanno sempre un’età molto giovane, solitamente ambientati negli anni delle scuole superiori o universitarie e si rivolgono proprio ai lettori di quella fascia d’età. Parlano dei primi amori tormentati, delle prime esperienze, delle prime delusioni.

“Romance erotico”: forse neanche serve spiegare questa categoria ma per amore di completezza lo farò lo stesso! Scommettiamo che avete già capito qual’è il fulcro della narrazione?  Esatto, il sesso. Molto esplicito e molto spinto.

Si trovano poi i “romance storici” dove c’è molta attenzione all’ambientazione e la storia si svolge in un determinato periodo storico. In questa categoria rientrano anche i Regency, nei quali le storie sono tutte ambientante in Inghilterra agli inizi dell’800 e sono molto più pudici. Del resto siamo nell’epoca in cui si corteggiavano le donne invitandole a fare delle lunghe passeggiate controllate.

“Paranormal romance”: le trame contengono un mix tra fantascienza, fantasy e rosa. I personaggi sono spesso esseri sovrannaturali; pensate ad esempio a licantropi, vampiri, maghi, streghe e chi più ne ha più ne metta!

“Romantic suspense”: qui si mischiano i colori del giallo e del rosa. I romanzi appartenenti a questo genere hanno solitamente ritmi narrativi molto incalzanti.
 
Il rosa è forse il genere più sottovalutato e più disprezzato dagli amanti della letteratura con la L maiuscola. Quando si immagina la tipica lettrice di romanzi rosa, si pensa subito alla casalinga insoddisfatta dal proprio matrimonio, che sfugge alla depressione solo divorando Harmony uno dietro l’altro.
La realtà è diversa. Se io penso al classico “rosa”, genere che affronto come scrittrice e apprezzo da lettrice, non mi viene in mente una storiella da quattro soldi per signore annoiate. Mi viene in mente un romanzo che saprà emozionarmi ed intrattenermi. Un romanzo che mi lascerà la piacevole sensazione di aver trascorso una giornata in compagnia di personaggi interessanti e affascinanti. Un romanzo che, è vero, non mi cambierà la vita (ma quale romanzo lo può fare?), ma che comunque mi avrà donato più di un sorriso. E non sono risultati da poco.

Un bel romanzo rosa è una fiaba che aiuta a superare le preoccupazioni quotidiane; è un toccasana per lo spirito. Romantici, passionali e travolgenti, i romanzi rosa ci raccontano le tante sfumature dell’amore e ci fanno appassionare, fra avventure, eroine e love story indimenticabili. 

Storie moderne o classici intramontabili per sognare ed emozionarsi.

Natalia Ginzburg. Lessico familiare. Einaudi

Articolo di Rosangela Papa già pubblicato per Zona di Disagio

“La memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé.” 

Così ci insegna Oscar Wilde, infatti solo attraverso la memoria possiamo ritornare indietro nel tempo per ricordare e rivivere contenuti piacevoli e meno piacevoli. Il ricordo poi ci insegna anche ad amarli.

Lessico Famigliare di Natalia Ginzburg, pubblicato nel 1963, è un libro di memorie, nato da una folla di ricordi (così scrive l’autrice nelle testimonianze d’autore). E il titolo è proprio il suo punto cardine.

In quest’opera, vincitrice del Premio Strega, Natalia racconta e descrive quasi fotograficamente frammenti di vita e ricordi familiari con assoluta libertà di linguaggio, utilizzando un lessico che ha attraversato un passato ricco di ricordi, fatti, frasi, motti, proverbi, modi di dire e contenuti dialettali, tipici della sua famiglia. Esso è un romanzo famigliare perché racconta la storia di una famiglia ebraica e antifascista. Un libro che rievoca il valore dei ricordi familiari nelle frasi e nei gesti più semplici della quotidianità che l’autrice racconta con tenerezza e a volte con ironia.

Tutto ruota intorno alla famiglia dei Levi, vissuta a Torino fra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta di cui l’autrice è l’ultima di cinque figli, Natalia. La bambina, poi ragazza, poi donna che descrive con grande precisione però non si racconta mai, perché l’autrice non vuole parlare di sé in quanto non è la sua storia, ma quella della sua famiglia.

Intorno a questa famiglia ruotano alcuni intellettuali dell’epoca: Olivetti, Balbo, Einaudi, Turati, Montale e Pavese che si uccise un’estate a Torino quando non c’era nessuno di noi; tutti erano profondamente antifascisti. Ma la colonna portante di questo romanzo resta sempre il rapporto genitoriale, il padre Giuseppe, comunista, dispotico e amorevole contemporaneamente.

“Mio padre tornava a casa sempre infuriato, perché aveva incontrato per strada, cortei di camicie nere; o perché aveva scoperto, nelle sedute di Facoltà, nuovi fascisti fra i suoi conoscenti, -Pagliacci! Farabutti! Pagliacciate!”

La madre Lidia invece era socialista, protettiva e sempre pronta ad aiutare e a smorzare i momenti difficili.

“Mia madre invece si rallegrava a raccontare storie, perché aveva il piacere di raccontare”.

L’ambiente è sempre l’abitazione privata e gli argomenti trattati vanno dal fascismo alla montagna dove tutti i Levi erano costretti ad andare perché il padre voleva “skiare”.

“Mia madre, il far gite in montagna lo chiamava:” il divertimento che dà il diavolo ai suoi figli”, e lei tentava sempre di restare a casa, soprattutto quando si trattava di mangiar fuori: perché amava dopo mangiato, leggere il giornale e dormire al chiuso sul divano”.

Questa casa era sempre molto affollata soprattutto durante la guerra quando venivano ospitati gli antifascisti. I suoi fratelli diventarono cospiratori che riuscirono a fuggire all’estero. Gino fu arrestato, Mario si rifugiò in Francia e Alberto non era un cospiratore ma un loro confidente.

Dopo la guerra “Il mondo appariva … enorme, inconoscibile e senza confini. Mia madre tuttavia riprese ad abitarlo come poteva. … Il suo animo non sapeva invecchiare e non conobbe mai la vecchiaia, che è starsene ripiegati in disparte piangendo lo sfacelo del passato.”

Anche il matrimonio di Natalia con Leone è solo accennato e non viene descritto con parole d’amore o dolci, questo sempre perché Natalia non amava parlare di sé. Ma la sua scrittura induce alla nostalgia, alla tenerezza, alla gioia e soprattutto riesce a far provare al lettore sentimenti ed emozioni proprie.

Con il dopoguerra Natalia si concentra su ciò che accadeva nella casa editrice Einaudi e delle persone che vi lavoravano, tra questi vi era Pavese, Balbo e la stessa autrice dove i poeti giovani portavano versi di questa specie : “ Alla Cia venne male a un piede/ Pus ne sgorgava a volte la ser/ La Mutua la mandò a Vercelli.

In questo momento storico tutti pensavano di essere poeti e politici e che si potesse far poesia di tutto “dopo tanti anni in cui era sembrato che il mondo fosse ammutolito e pietrificato e la realtà era stata guardata come di là da un vetro, in una vitrea, cristallina e mutua immobilità”.

Un libro importante Lessico Famigliare, che offre tanti spunti di riflessione sul rapporto genitori e figli e su come si sviluppa col passare degli anni; il gusto dell’avventura dei personaggi e la fierezza; gli innumerevoli riferimenti alla storia di questo episodio storico importante dell’antifascismo, il suicidio di Pavese… le difficoltà dell’epoca, ma anche degli aspetti migliori rispetto alla società odierna come l’unione famigliare e la fiducia nell’amicizia.

Le meraviglie del divenire

Articolo di Gianfrancesco Caputo

L’elemento costitutivo del divenire è la novità, essa è sempre occasione di meraviglia, una meraviglia che si prova di fronte all’ignoto, in quanto ciò che è già noto non può più destare stupore, ma la novità è la differenza tra un prima ed un poi, tra ciò che esiste prima del mutamento e ciò che insorge in conseguenza di esso. Il divenire è questa fondamentale differenza segnata dal ritmo del tempo il quale è il vero elemento trascendentale della realtà. La meraviglia del divenire attraverso la separazione tra un prima e un dopo stupisce, dunque il divenire è problematico.

La realtà non esaurisce interamente l’essere, in modo tale che l’essere eccede al di là della realtà cioè la trascende, la realtà dunque non è tutto l’essere ma una parte di questo, quindi il divenire cioè il mutamento in tutte le sue forme è innegabile.

La fisica contemporanea afferma l’esistenza di movimenti di particelle o di trasmissione di quanta di energia, descrivendo in sostanza un divenire; il primo principio della termodinamica, ammettendo che la quantità complessiva di energia da cui è formato l’universo si conserva immutata, malgrado tutte le trasformazioni di stato che avvengono in essa, accetta l’esistenza di un divenire.

Il divenire non è un sorgere dell’essere dal nulla o un precipitare dell’essere nel nulla, il divenire relativo alla realtà non è uno stato fisico ma è un mutamento di stato che si manifesta come entropìa, che è un’involuzione da forme di energia più facilmente trasformabili a forme meno facilmente trasformabili, cosi come stabilisce il secondo principio della termodinamica.

La problematicità del divenire è tutta racchiusa nell’affermazione che il divenire non si spiega da sé, non è autosufficiente; se dovessimo ipotizzare che il divenire è assoluto, cioè comprende tutta la realtà, oppure che il divenire è spontaneo, cioè non accade per opera di alcuna causa, o infine che il divenire è autosufficiente, cioè non ha bisogno di alcuna spiegazione, dovremmo ammettere che un nuovo stato che produce il mutamento, sia già ricompreso nello stato di cose precedente ad esso, in tal modo non si spiega affatto la sua differenza rispetto allo stato precedente, cioè la sua novità.

Pertanto il divenire sarebbe non un mutamento di stato, ma uno stato immutabile al pari di un movimento inerziale che non ha bisogno di cause, ma questo significherebbe affermare che stati successivi al precedente, quindi diversi, sono identici, cadendo in una evidente contraddizione.

Dunque tutto ciò che muta si muove rispetto allo stato precedente ed è mosso da altro, infatti se ciò che si muove fosse mosso da sé produrrebbe un mutamento in potenza e in atto nello stesso tempo e rispetto allo stesso movimento il che è contraddittorio.

Una forza misteriosa muove l’universo.

Raw. Un horror oltre gli stereotipi di genere

Recensione di Gianni Vittorio

La nuova ondata di registi francesi sta facendo rinascere il cinema d’oltralpe. Tra questi vi rientra a pieno titolo la giovane Julia Ducournau, fresca di vittoria a Cannes 2021 con l’osannato ma controverso Titane. Per parlare della sua poetica bisogna necessariamente partire dal suo esordio.

Raw, il suo primo film datato 2016, rappresenta la prosecuzione di un certo cinema horror di rottura, inteso come rottura con uno stile ben definito. La linea che separa l’horror puro con il thriller psicologico è stata tracciata molto bene dal grande regista canadese Cronenberg. Basti pensare a film cult come Crash oppure Videodrome.

Nel 2016 la debuttante regista francese realizza uno straniante e disturbante horror di formazione, descrivendo la scoperta di segreti interiori della giovane protagonista Justine (Garance Marillier) e del suo rapporto conflittuale con la sorella maggiore Alexia (Ella Rumpf). Justine inizia a frequentare il primo anno della facoltà di veterinaria all’Università di Liegi. Già per i suoi genitori, così come per la sorella, studentessa della stessa facoltà, la scelta di curare gli animali è come una tradizione familiare che viene rafforzata dall’essere una vegetariana. Se la prima parte della storia ha una narrazione lenta e criptica, la seconda invece si mostra in tutta la sua crudezza e violenza, senza risparmiare immagini dure allo spettatore di turno.

Ciò che emerge con efficacia è il rapporto di attrazione-repulsione verso la carne, dapprima vista come un tabù, poi trasformata in oggetto da possedere.

Una delle cose più interessanti del film è l’uso dei campi lunghi, scelta voluta dalla Ducournau per rendere l’occhio di chi guarda voyeristico. Ciò che non si comprende pienamente è la volontà della regista, visto che la narrazione sembra fermarsi e indugiare troppo sul conflitto tra le due sorelle, come se l’aspetto sociologico passasse in secondo piano. Ma rimane comunque il furore controllato di una regia elegantissima ma fredda, alla francese.

Raw può essere anche letto come una rappresentazione di un viaggio iniziatico verso la maturità di Justine, ossia, il fatidico passaggio dall’adolescenza all’età adulta che termina con la trasformazione in donna che esercita il potere sugli uomini. Altra caratteristica peculiare che troviamo in questo film è la figura degli uomini, visti come soggetti passivi, trasformati in oggetti da possedere, usati solo per il proprio piacere, i cui corpi diventano carne di cui cibarsi.

Tutti questi elementi verranno portati avanti con l’ultima opera già citata, Titane, di prossima uscita nelle sale italiane.

Isabel Allende tra cuore e magia

Articolo di Letizia Falzone

Ha vissuto la sua vita tra gioie e dolori, trasformando le sue esperienze dirette in storie da raccontare.
La sua vasta produzione letteraria, caratterizzata da uno stile che fonde alla perfezione la realtà con la sua infinita fantasia, è diventata nel tempo simbolo di riscatto e di ribellione.
Ha raccontato dei più forti e dei vulnerabili, delle gioie e dei dolori, non solo degli altri, ma anche di quelli che la riguardavano.
E il suo “realismo magico” è qualcosa in cui tutti dovremmo catapultarci.

Isabel Allende nasce il 2 agosto 1942 a Lima.
Suo padre abbandonò moglie e figli quando lei aveva appena due anni. La famiglia si trasferì pertanto dal nonno materno, un uomo benestante, in una bella casa a Santiago (poi evocata ne «La casa degli spiriti»).
Bambina inquieta e già cittadina del mondo, si trasferisce in Bolivia, in Europa e in Libano, sempre a causa del lavoro diplomatico del marito della madre.
Nel 1959 torna in Cile e tre anni dopo sposa Michael Frias, con cui avrà due figli, Paula e Nicolàs.

È l’8 gennaio del 1981, quando si trova a Caracas, in autoesilio dopo il golpe del generale Pinochet in cui aveva trovato la morte il cugino di suo padre, il presidente Salvador Allende.
Non è ancora la scrittrice di bestseller, ma è una giornalista con un matrimonio in crisi e due figli che stanno per andare all’università. Quando scopre che suo nonno, in Cile, sta per morire, comincia a scrivergli una lunga lettera. Non verrà mai letta dal destinatario, ma sarà l’inizio del suo libro più conosciuto: “La casa degli spiriti” che uscirà un anno dopo, nel 1982.

Ci sono libri capaci di nascondere tra le loro pagine l’intero mondo del loro autore e “La casa degli spiriti” è uno di questi.
Le vicende dei personaggi della grande casa dell’angolo riflettono quelle della famiglia di Isabel, che per prima spesso ribadisce come la sua infanzia non sia stata felice. Ma questo precoce contatto con le avversità della vita ha affinato il suo spirito di osservazione e la necessità di raccontare una storia che non è mai a un unico binario, ma è formata dalle tante storie individuali dei suoi attori.
Una matrioska che di capitolo in capitolo svela i personaggi, dedica un po’ di spazio a ciascuno di loro e li inserisce nel più ampio affresco di cui fanno parte e che molto spesso prende le mosse da eventi reali, da notizie curiose, da ritagli di giornale, approfonditi con cura e passione.
Nel suo affascinante stile narrativo che fonde la realtà con la fantasia, le leggende e i sogni, non è difficile scorgere l’influenza del “realismo magico“, una tecnica descrittiva in cui il realismo si fonde con la rappresentazione di episodi soprannaturali osservati con lo sguardo distaccato di chi è abituato a certe visioni e non vi avverte nulla di macabro. 

Paragonato spesso allo stile di un altro grande autore latinoamericano, Gabriel Garcia Marquez, il realismo magico di Isabel Allende è in realtà un modo di scrivere in evoluzione, accattivante, che si è andato affinando nel corso della sua vasta produzione letteraria. Lei stessa, sul suo sito ufficiale, ha definito la sua letteratura come un esempio di scrittura «realistica, che affonda le radici nella mia notevole educazione e nelle creature mistiche e negli eventi che hanno alimentato la mia immaginazione».
In ogni passo dell’imponente produzione letteraria della Allende, in ogni sua opera è possibile ravvisare le sue convinzioni femministe, il suo impegno per la giustizia sociale, segnali evidenti delle dure battaglie politiche che hanno tratteggiato la sua vita e plasmato le sue convinzioni.

Uno degli eventi che hanno segnato la sua vita è stata la morte della figlia. Nel 1991 improvvisamente la figlia Paula, a ventotto anni, si ammala di una malattia rara e gravissima, la porfiria, che la trascina in un lungo coma.
Durante questo terribile periodo, l’autrice comincia a scrivere, raccontando i ricordi della loro vita insieme in una toccante biografia della figlia che si rivela una vera e propria dichiarazione d’amore, ma anche un viaggio verso l’accettazione della dura realtà.
Un anno dopo sua figlia muore e la Allende pubblica gli scritti nel libro “Paula”.
Con questo libro, si conferma il potere guaritore della scrittura per superare i momenti più difficili e drammatici della vita.

Negli ultimi anni, la vita l’ha portata in una nuova ed emozionante direzione: il mondo dei bambini e dei giovani. Da questa fertile immaginazione, e senza smettere mai di ascoltare la sua bambina interiore, nasce la trilogia “Le avventure di Aquila e Ciaguaro”.

Impegnata, coraggiosa, onesta e creativa, sempre fedele a se stessa facendo sentire la sua voce e regalando forza e intensità alle voci delle donne di tutto il mondo, Isabel Allende non è soltanto una scrittrice, ma una forza della natura, che con il suo talento ha costruito un meraviglioso mondo immaginario dove tutto è possibile, oltre le lingue, le religioni e i confini geografici e culturali.

Simbolo di riscatto, di ribellione, di emancipazione, è probabilmente la più grande scrittrice in lingua spagnola di sempre.

“L’amore ci fa diventare buoni. Non importa chi amiamo e non importa nemmeno essere corrisposti o che la relazione sia stabile. È sufficiente l’esperienza di amare: è questa che ci trasforma.”

La Spigolatrice che «destò estremo schiamazzo»

Articolo di Roberta Manfredi

Nel 1606, Roma conobbe “La morte della Vergine”, ammiratissima tela del Caravaggio oggi conservata al Louvre. Va precisato che, a quella data, la reazione dell’opinione pubblica (all’epoca coincidente unicamente con le classi sociali più elevate che detenevano il potere) fu tutt’altro che ammirata: ma perché un artista che aveva già destato scandalo con la “Madonna dei Palafrenieri” e con la prima versione del “San Matteo e l’angelo” aveva rappresentato con così esplicito appiglio terreno e crudo realismo uno dei momenti più sacri del Nuovo testamento, arrivando a ritrarre dal vero addirittura un cadavere?

La risposta è presto data: era questo che voleva fare Caravaggio, rappresentare la vita con crudo realismo così come la poteva vedere.

L’autore innesta la propria attività in un periodo di forte rinnovamento in cui in molti guardano a nuovi stili e nuovi soggetti; grazie ad Annibale Carracci e al suo “Mangiafagioli” irrompe – si potrebbe dire prepotentemente – sulla scena l’arte di genere, che si occupa di immortalare attività quotidiane con protagonisti, spesso e volentieri, attinti dai ceti sociali più umili, effigiati così come apparivano, senza il minimo tentativo di abbellimento, realistici in tutto e per tutto; dal vero, appunto.

È questo il saldo appiglio del Realismo che si sviluppò in Europa alla metà del XIX secolo «concretizzandosi in una rappresentazione veridica e non emendata della realtà, nella scelta di soggetti eterogenei e “popolari”, non discriminati per la loro eventuale indegnità o bruttezza, e in uno stile volutamente disadorno» (C. Bertelli); a questo stile aderì anche Millet, autore, tra gli altri, de “Le spigolatrici” (manco a dirlo datato proprio al 1857) che tanto in auge è tornato in questi giorni. La sua intenzione, per dirla con Bertelli, era chiaramente quella di dipingere «la vita contadina in toni non idilliaci, soffermandosi sulla rappresentazione delle fatiche che essa comporta».

E veniamo al 2021, quando a «destare estremo schiamazzo» – per riprendere l’accusa di Baglione ad una delle opere più belle del Caravaggio: “La Madonna dei pellegrini” – è la statua di Sapri, raffigurante la giovane spigolatrice mercantiniana che assistette allo sbarco di Pisacane e dei suoi Trecento nel pieno del Risorgimento.

L’opera dell’artista Emanuele Stifano è stata, in questi giorni, oggetto di polemiche che sono rimbalzate da una parte all’altra dell’etere, portando nella città del Golfo di Policastro, numerose troupe televisive nazionali, fino ad echeggiare anche all’estero. Ci si è chiesti per quale ragione una scultura che doveva essere rappresentativa di una vicenda che tanto interessa la storia d’Italia non sia stata resa con il realismo proprio di Millet, ma la risposta perviene osservando l’opera nel suo complesso: appartiene a un filone artistico diverso.

Osservando la statua bronzea, non possono non tornare in mente modelli classici e neoclassici a cominciare proprio dalla “Venere Callipigia” conservata al MANN, di cui la Spigolatrice riprende in maniera alquanto evidente la posa e la torsione del busto e della testa.

L’intuizione di Stifano, sta qui nel fatto che la rotazione del busto della Spigolatrice procede nel senso opposto rispetto a quella impressa al vestito dal vento che proviene dal mare alle sue spalle, rimarcando così il forte senso di movimento e rendendo perciò la figura estremamente viva.

Al vorticoso panneggio sul davanti, corrisponde, sul retro, l’effetto bagnato fidiaco che già si poteva ammirare sul frontone orientale del Partenone nel V secolo a.C.; qui è rappresentata l’alba di una nuova era, quella del giorno della nascita di Atena che di fatto avrebbe introdotto nel mondo sapienza e saggezza: l’evento è salutato da svariate divinità tra cui la stessa Afrodite, rappresentata accanto a Hestia e Dione: patrona del focolare l’una, del cielo e del mare l’altra.

Lo stesso Fidia si premura di imprimere alle effigi delle tre dee un forte senso di movimento tanto più «sottolineato dalle pieghe delle vesti, che sembrano avvitarsi lungo le gambe e i busti fino alle spalle nude e, soprattutto, dalla consistenza velata del panneggio stesso che, aderendo perfettamente ai corpi sodi e armoniosi delle dee, ne mostra la fine anatomia con l’effetto che è stato felicemente definito di “stoffa bagnata”» (G. Cricco, F.P. Di Teodoro).

Effetto che è stato magistralmente ripreso nel tempo e che possiamo riscontrare tra gli altri nella “Nike di Samotracia” rinvenuta nel 1863 e oggi conservata al Louvre e nella “Ebe” canoviana; proprio in relazione allo scultore di Possagno, illustre esponente del nostro Neoclassicismo, bisogna tenere presenti i dettami che Winckelmann impartiva per le opere di questo movimento artistico sorto nel XVIII secolo, dopo attenta osservazione di quelle appunto classiche: esse dovevano esprimere nobile semplicità e quieta grandezza, per cui non dovevano essere mai rappresentate nel momento topico dell’evento tragico e delle proprie passioni, ma sempre negli attimi immediatamente antecedenti o successivi.

È quanto avviene per la Spigolatrice, che di lì a pochi attimi si troverà ad andare incontro ai Trecento e a stringere le mani al loro «bel capitano» lasciando trasparire per quest’ultimo anche un certo invaghimento, però è gelata per sempre, dal sapiente estro di Stifano, nell’attimo precedente, quando il vento che si solleva e le scuote l’abito non è soltanto fisico, ma anche simbolico e rende concreto e vivido il cambiamento che Pisacane e compagni stanno venendo a portare su suolo saprese.

La torsione del busto, le sopracciglia inarcate, persino la bocca che già inizia a dischiudersi, con quella piega laterale che un po’ riporta al sorriso arcaico delle prime korai greche, ci parlano di curiosità e sorpresa; la stessa che spinge la mano destra sul cuore, con un atteggiamento che ci è tipico durante l’ascolto dell’inno nazionale e che qui non può non sapere di patriottismo e soprattutto di scoperta di un moto dell’animo fino a questo momento ignoto alla giovane: un’improvvisa e irrefrenabile tensione alla libertà.

Nella sua lirica Mercantini ne fa l’unica in grado di comprendere il messaggio di uguaglianza portato dai Trecento; nella sua scultura Stifano preserva tutto questo, ma mette in risalto anche la fierezza delle sue origini: la giovane figlia della Magna Grecia, l’erede di Afrodite «la dea dal dolce sorriso», «dagli occhi folgoranti di bellezza», che «bello ha tutto il corpo» (Treccani), in procinto di salutare per sempre il suo Adone giovane e forte. L’erede di Afrodite «colei che è nata dalla schiuma» del mare, perché è proprio in questo momento che la Spigolatrice nasce ed inizia ad esistere come individuo libero: quando il vento le scuote l’abito e la schiuma del mare le porta, a bordo di un piroscafo dirottato, i Trecento di cui seguirà le gesta.

La narratrice interna evocata dalla fantasia di Mercantini per consegnare Pisacane e i suoi uomini alla leggenda e non solo alla storia, che nella poesia osserva sempre un po’ da lontano il consumarsi dell’azione, è qui unica e sola protagonista, in una rappresentazione che esalta, piuttosto che svilire, la figura femminile.

Incarnando pienamente il concetto di kalokagathia, ossia di perfezione fisica cui deve corrispondere una perfezione morale, che nell’antica Grecia era esclusivo appannaggio maschile, la Spigolatrice accostata ad Afrodite è circonfusa di quell’aura semidivina che spetta agli eroi e se ne sta lì, silente, in attesa, già sentendo nascere la fiamma della rivoluzione, già percependo sulle proprie carni il vento del cambiamento, ricordandoci di come la nostra coscienza debba svegliarsi contro tutti i soprusi di qualsiasi epoca.

Perché dunque Stifano decide di non rappresentare la Spigolatrice con la veridicità di Millet? Perché lui è alla leggenda che deve guardare.

Ad appena un mese dagli eventi di Sanza, quando la sua opera fu pubblicata sul quotidiano genovese “Il Movimento”, Mercantini non poteva conoscere esattamente la storia così come si era svolta, addirittura sbaglia di circa un centinaio il numero delle persone che erano con Pisacane, e per questo idealizza andando a inserirsi perfettamente in quella «grande illusione collettiva e popolare che l’intero Risorgimento non fosse altro che una specie di grande melodramma, rappresentato sul teatro della storia, con una serie di personaggi del tutto tradizionali, per i quali era bello cantare e morire sulla scena: gli eroi indomiti, gli esuli ed i martiri, quelli che pagavano di persona (Garibaldi, Mazzini, Menotti, Pisacane), i re buoni e quelli inetti e tiranni (Carlo Alberto e Vittorio Emanuele, Francischiello e “Cecco Beppe”), gli astuti politicanti (Cavour), i “cori” (i Mille, i Trecento di Sapri), le donne e gli amori (Anita, la spigolatrice di Sapri)» (Carlo Vecce). Un melodramma per cui sembra più che mai valida l’aspirazione, ancora una volta tutta greca, di trovare massima gloria nel perire giovani in battaglia; destino che attenderà anche Pisacane, reinventato, lui per primo, nell’aura sacrale del mito.

Ed eccola lì, sfiorata dalla brezza di una storia e di un retaggio culturale che continueranno a passarle addosso, la Spigolatrice di Sapri: personaggio letterario, e forse a priori già un po’ mitologico; non Afrodite, ma Musa ispiratrice di arti; Diva invocata dal poeta, come già fece Omero, per cantare le gesta del «bel capitano» «con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro». A noi non resta altro che stare ad ascoltare.

«Cantami, o Diva»…

Il segno più che la trama

Recensione di Stefano Cazzato al romanzo “Oltrepassare” di Martino Ciano. Buona lettura.

Le avvisaglie non mancano sin dalle prime righe; gli indizi del fatto che tra poco ci sposteremo in uno spazio mistico, di estasi, di visioni, di sogni, di rivelazioni. Ma il narratore, prima di introdurci in questo mondo, ci porta dentro i risvolti di una storia, anzi di varie storie che si intrecciano, per poi riprendere saldamente in mano la tensione verso l’altro, verso l’oltre.

Inequivocabile il tono salmodico delle pagine 57,8: “Maràna tha, vieni Signore, Dio tormentato che hai creato figli imperfetti in cerca di perfezione gettati sulla Terra per bagnarsi delle lacrime versate dal tempo …

Si procede con La nube della non conoscenza, “i discorsi dell’anima”, il richiamo di Gorgia (e di Wittgenstein) all’inconoscibilità dell’essere, un’epifania indecente, la dissoluzione della logica, sia quella del reale che quella del racconto: qui ciò che è irrazionale è tremendamente reale.

Infine l’attesa, la possibilità, di una catastrofe che, come nell’Angelus Novus di Benjamin, potrebbe spalancare un tempo nuovo: la fabbrica dei veleni e della morte che esplode è una cesura della storia, forse un cambio di passo.

Non cercate subito la trama, ma la lingua, il segno, la parola, l’annuncio, in questo libro complesso, in questo romanzo-non romanzo che è anche un affresco sociologico, un conte philosophique, un libro di memorie, il bilancio doloroso di più generazioni (di padri e di figli) e disastroso di una terra: la Calabria.