Fenomenologia delle corna

Articolo di Giorgio Pca Mameli

Le corna non hanno sempre lo stesso significato. Ci sono quelle da offesa e quelle da difesa. La differenza tra le prime e le seconde dipende dalla postura, del movimento e dal contesto. Oltre che dalle motivazioni e dal fine dell’atto. Infine ci sono le corna ideologiche e corna fattuali.

Le corna: tipico gesto italico dal non univoco significato, se si soppesa la questione si scopre che anch’essa è cornuta. E questo già dalla forma: indice e mignolo tesi verso l’esterno, a mo’ di saluto romano, mentre pollice medio e anulare scompaiono vergognosi nel palmo della mano, quasi a dire “noi non c’entriamo”. Poi c’è il fatto della gestualità: questa definisce il senso. L’apparire da concretezza all’essere. Già perché la postura della mano, del braccio e, alla fine, del corpo tutto muta col mutare del senso sotteso all’atto. Non tutti gli atti portatori di corna sono uguali, esiste dunque la fenomenologia delle corna.

La pratica dice di almeno due categorie di corna: quelle a difesa e quelle ad offesa. E la distinzione non sta solamente nel fine dell’atto ma anche nella definizione del contesto, nel tono della movenza, nella posizione e financo nella postura del resto del corpo.  Le corna a difesa prevedono corpo lievemente curvo in avanti, spalle cadenti, braccio arcuato e mano parcheggiata nella vicinanza dei genitali o al massimo ad alzo zero, puntate cioè verso il cuore o gli occhi dell’avversario. Ma quest’ultima tipologia è decisamente borderline.

Di norma vengono elaborate quando il cornificatore è fatto oggetto di anatemi evocanti immediate e sconce sciagure. Quelle invece ad offesa, che dicono, andando oltre il mero sottendere, di tradimenti, di profanazioni e maligne alludono a incapacità ed impotenze, godono di altra postura: sono gagliardamente, ferocemente, sfacciatamente lanciate verso il cielo, corpo dritto, quasi in punta di piedi, braccio teso. Travalicano il bersaglio, ambiscono alla notorietà massima. Tutti devono sapere che il cornuto è tale. E non va dimenticare la tipologia di sguardo. Lo sguardo nella esibizione delle corna è fatto fondamentale e complementare a questo, così vuole la tradizione e dunque le radici nella storia, ha da essere parte integrante dell’atto che, in qualche modo, avvolge ed enfatizza. Nell’azione a difesa lo sguardo attinge all’ibrida mistura del preoccupato-rassegnato, si ricordino le espressioni di Totò e quelle, ancor più comiche di un antico presidente della repubblica specializzato in ogni tipologia di corna che, abbondantemente riprese dalla stampa sia nazionale sia estera, raccontavano di uno sguardo tragicamente spiritato e per ciò stesso voglioso di infinite divine (cornute) protezioni. Di tutt’altra specie è invece quello ad offesa, anch’esso sguardo bastardo, poiché ha da essere aggressivo e allo stesso tempo irridente. E questo connubio non è facile. Solo dall’unione incestuosa dei due opposti si può scatenare la potenza devastante che quelle due ditine, così lontane tra loro eppure così connesse, possono mettere in campo. Dicotomia bizzarra questa delle corna che rivive peraltro, come quasi sempre accade, anche in natura. Tanti animali sono portatori di corna, e dalle forme le più strane, ma due sono molto simili tra loro per forma e struttura: il toro e il bue.

Il primo simbolo di virilità e selvaggia potenza, protagonista (obtorto collo) di tragici miti e di cruente corride, a lui fanno riferimento sia il padre del “bell’Antonio” che lo sfortunato protagonista di “Fiesta” mentre l’altro, mite e generoso è simbolo di forza buona e tranquilla tanto da meritare l’appellativo (involontariamente ironico) di “pio” e prima ancora spazio anche nell’iconografia del presepe accanto all’asino, simbolo di sapienza, e Maria, che invece rappresenta la bellezza. E in così opulenta compagnia anche le corna si nobilitano.

Le corna di secondo tipo, se frutto di meretricio domestico ancorché gratuito, sono così forti da non essere scalfite neppure dal denaro. Questo, come noto e tragicamente visto nei secoli, può comprare uomini e donne, rinfoltire capigliature, far ottenere magniloquenti titoli (anche accademici) magari allungare gambette che voglie irridenti hanno fatto troppo corte ma con le corna non ha alcuna possibilità di successo. Quando quelle sono conficcate nel ancorché angusto spazio della fronte lì stanno e lì restano.

La necessità della stanchezza

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Eretici

Così ci ritroviamo gettati nel bel mezzo di un mondo felice che mette a disposizione una vasta gamma di maschere e di personalità da indossare all’occorrenza. Affamati di successo e di ambizione ci muoviamo con il solo scopo di raggiungere un traguardo che, a sua volta, è solo l’inizio di un nuovo tragitto.

Vietato fermarsi, peggio ancora provare stanchezza o sentire dentro di noi il puzzo del fallimento. Non possiamo fallire, toppare, scansare l’obiettivo. Non possiamo permettercelo e tanto meno possiamo accettare che qualcun altro ci sbarri il cammino.

L’uomo che si accontenta è un modello da non imitare; la persona che vive di poco, che non cerca la fama, non è contemplato in questo universo felice e sorridente. È vergognoso che qualcuno accetti il proprio destino, accetti il silenzio, accetti la regola, non sia all’altezza della situazione. Ma se guardiamo attentamente, anche gli uomini di azione, pregni di quell’inappagabile vitalismo che li rende iperattivi, non sono che stanchi, prossimi a indossare le maschere messe a disposizione da una sorridente tristezza, da una sgargiante depressione che viene tenuta a bada da farmici che annullano le emozioni. Così, vivere senza emozioni, distaccandosi per un attimo da sé, diventa un momento di meritato riposo, una vacanza dall’ego.

Nel tempo della felicità illimitata, la tragedia dominante è quella dell’uomo che si dà in pasto a ogni avventura, che mette in gioco se stesso per dimostrare solo a se stesso che non c’è altro uomo all’infuori di lui. La soddisfazione sta in questa filastrocca che viene cantata a squarciagola. E mentre il copione della contentezza viene recitato con attenzione, qualcosa ci divora, ci chiede di cambiare; ma più anela l’anima verso la liberazione dallo stress quotidiano, più qualcosa la trattiene, la lega e la salda a un corpo che deve correre, resistere, vincere mille volte. E più ardua è la sfida che ci imponiamo più sale la tensione e la febbre, e il dolore, e l’angoscia, e l’ansia, ma l’importante è non dimostrare la debolezza.

Benedetti quindi gli uomini stanchi, senza traguardi, senza obiettivi, che contemplano la vastità e se ne lasciano divorare, perché essere nulla costa tanto e costa fatica.

Giustizialismo. Mano armata del moralismo contemporaneo

Articolo di Martino Ciano già pubblicato su Zona di Disagio

La giustizia è spettacolo e il giustizialismo è la sua essenza. Ogni caso giudiziario è trattato come un evento, qualcosa che per sua natura gode dello stato di eccezionalità e che non dovrebbe ripetersi, ma che invece si muove sempre con le stesse modalità.
Il braccio armato della legge agisce di notte, quando ogni uomo riposa. L’irruzione è un rito di passaggio. Il braccio armato viola la notte, stupra la quiete, la riconciliazione con l’inconscio e con la conversione. Il braccio armato è lo Stato-regista che accende la sua telecamera. Tutto viene filmato, fotografato, raccontato nei minimi dettagli, perché nella società dello spettacolo ogni fatto è una curatissima sintesi di immagini, di inquadrature che suscitano emozioni, di drogato amore per la giustizia, di trionfalismo del bene.

Quando le luci si spengono e lo spettacolo lungo le strade termina, il giustizialismo diventa violenta aggressione per gli arrestati. Il braccio armato incita la folla con le sue sfilate di uomini in manette, la cronaca-social enfatizza le smorfie facciali degli arrestati, tutti coloro che sono stati messi in ceppi sono condannati mediaticamente. Gli spettatori chiedono i particolari. I particolari sono l’anima dello spettacolo. Una cronaca fredda non ha valore, non è spettacolo, ma sospensione del giudizio; ma senza un’immagine che ha già in sé un giudizio non ci sono emozioni e senza emozioni non c’è irragionevolezza e istintività. Il giustizialismo infatti è brama di vendetta, manifestazione della frustrazione e della malvagità-buonista.

Quando lo Stato-regista accende le telecamere, la giustizia deve diventare la morte. Ed è per questo motivo che ognuno degli arrestati si dichiara innocente, perché tutti hanno paura di morire. Quando anche il clamore mediatico si spegne, lo Stato-regista prepara un nuovo blitz. Il braccio armato si riposa fino a nuovo ordine. Intanto, lì, nel mondo della vita, altri uomini hanno preso il posto degli uomini messi in ceppi. Giocano con le stesse regole accettate da quelli arrestati, sono incitati anche dal braccio armato che se ne sta in silenzio, che aspetta che la legge venga trasgredita tanto quanto basta per entrare in azione in maniera spettacolare, perché nella società dello spettacolo nulla può avvenire senza clamore. Tutto ciò che non lascia traccia del proprio passaggio non è spettacolo e non può essere definito evento.
Il giustizialismo è lo spettacolo della contemporaneità. Di fronte allo Stato-regista o si accetta di diventare attore, senza remore, o ci si abbandona alla morte civile.

Da una stanza narrante. Un tramonto

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio

La stanza è vuota. Quattro pareti azzurrine, nessun mobile, solo una sedia al centro.

La stanza è rettangolare. Tre metri per cinque, ossia, quindici metri quadri calpestabili. La stanza sono io. Infiniti sguardi calcolano illimitate lunghezze, aree indeterminate attraversabili. Ogni unità di misura è pensabile, ma variabile.

L’amore di Dio è una cosa che in natura non esiste, perché se bestie e uomini fanno la stessa fine, allora Dio odia e ama bestie e uomini allo stesso modo. La natura è più sincera di Dio.

La stanza è un mondo logico in cui ciò che accade è legato a cause ed effetti che non possono essere sempre determinate. Non c’è un fine a tutto, solo la fine. La fine delle cose è la causa di ogni nostro dolore, il dolore non è comunicabile con le parole.

Delle parole bisogna avere rispetto, così come della letteratura. Eppure, sia le parole che la letteratura servono per prendersi in giro e per prendere in giro.

Chi ozia ha scoperto il segreto dell’eterna giovinezza, muore di ogni vizio e sente che la vita è un soffio di cui godere. L’illimitato godimento dell’attimo è il senso della vita. Anche la gioia non si può tradurre in parole, perché parlare è solo il tentativo di comunicare ad altri le nostre sensazioni. Bisogna avere rispetto delle parole, ma ogni parola pronunciata è uno squarcio sulla felice sordità del mondo, è un tuono che spaventa per un attimo poi torna il sereno, il sole, la luce, l’abbacinante silenzio.

Ecco, un uomo cammina per strada. I miei pensieri non sono i suoi pensieri. Il sole sta tramontando e il mio tramonto non è il suo tramonto. L’uomo che cammina per strada ha il viso paffuto, le guance rosse, il naso è un fungo porcino. Il mio viso non è il suo viso, le sue intenzioni non sono le mie intenzioni, i miei sguardi non sono i suoi sguardi. Sono consapevole che tra me e lui c’è una distanza incolmabile.

L’uomo che cammina per strada si sente così solo e padrone del mondo che rutta con disinvoltura, poi si passa una mano sulla patta dei pantaloni e inizia a fischiettare. Io torno a guardare i muri azzurrini della mia stanza rettangolare. Quindici metri quadri mi bastano per soffocare, per marcire, per decompormi, per tornare a essere solo una fluttuante nube di particelle.

Anch’io rutto. Rimbomba tra le pareti la mia umanità, mentre il sole tramonta e l’uomo che cammina per strada è un puntino all’orizzonte, e le case intorno si tingono delle ombre serali, e ogni parola qui pronunciata e qui scritta mi è ignota.

Il rosa e le sue sfumature

Articolo di Letizia Falzone

Inizio subito questo articolo con una domanda: perchè i libri d’amore si chiamano romanzi rosa?

Come i libri gialli, che si chiamano così per il colore che aveva la prima collana Mondadori nel 1929 dedicata al genere poliziesco, anche i libri d’amore o sentimentali (romance, romantici, in inglese) presero il nome di romanzi rosa per l’aspetto che avevano all’origine.

Negli anni Trenta, infatti, la Casa Editrice Salani decise di mettere in ristampa la collana “La biblioteca delle signorine” interamente dedicata al genere romantico, con una veste più moderna e facilmente identificabile. Questa collana si presentava con una copertina color cipria e un delicato logo floreale dorato. I romanzi d’amore de “La biblioteca delle signorine” ebbero grandissimo successo e da quel momento per distinguere quel genere specifico, si iniziò a utilizzare il temine di romanzo rosa.

Un romanzo rosa è un genere letterario che narra storie sentimentali, inventate o scritte sulla base di vite realmente vissute, senza mai trascurare l’originalità dei contenuti. Si tratta di racconti caratterizzati da colpi di scena e intrecci romantici, che in genere finiscono a lieto fine.

Un tratto che contraddistingue il rosa dagli altri generi è il confronto polemico tra uomo e donna, ossia i due protagonisti si scontrano sul piano psicologico: da una parte vi è l’uomo che rappresenta un campione di virilità mascolina e dall’altra c’è la donna, bellissima e delicata che si ribella all’uomo e tuttavia al tempo stesso ne è sopraffatta. Perciò il conflitto sfocia in passione ed amore indimenticabile.

La struttura della trama è solitamente semplice e facile alla lettura, i periodi sono brevi e le scene descrittive non risultano mai esageratamente enfatiche e articolate. Di solito i romanzi rosa sono destinati ad un pubblico femminile e anche le autrici sono prevalentemente donne.

I romance presentano una struttura con molte analogie rispetto alla fiaba, infatti i ruoli dei personaggi seguono uno schema alquanto preciso.
Sto forse dicendo che Cenerentola è stato il primo racconto rosa? Non proprio, ma se si analizza lo scheletro della fiaba di Cenerentola si arriva alla struttura base delle storie d’amore scritte ancora oggi.

Si pensi poi ai sonetti e alle liriche composte dal Quattrocento fino al Seicento, quando in Inghilterra cominciano a venire pubblicati i primi veri romanzi rosa come “Jane Eyre” o i capolavori di Jane Austen. Il romanzo rosa moderno si rifà quindi a questa tradizione, ma si è evoluto e standardizzato.

Il romance però è come un prisma dalle tante facce e pertanto vi sono varie sfumature di rosa. La struttura di base ovviamente resta valida per tutte le categorie perchè, per quanto siano generi autonomi, sono comunque sue declinazioni. Quindi, la storia d’amore è sempre presente e tra le mille peripezie si arriverà comunque all’happy ending.

Tuttavia alcuni elementi come: il focus della storia, il ritmo della narrazione, l’evoluzione dei personaggi, assumono tonalità diverse a seconda del genere del romanzo. Troviamo quindi il “romance contemporaneo” con storie ambientate nel secondo dopoguerra.

Il genere “chick lit” dove ci si concentra molto sulla crescita personale e lavorativa della protagonista e quindi su come riesce ad affrontare e superare gli ostacoli che le si presentano davanti. Quindi sono le sue avventure, non le avventure della coppia o l’amore in sé, a essere il fulcro del racconto. Insomma: il nome Bridget Jones non vi dice proprio nulla?

Nel “Young adult e new adult” i protagonisti hanno sempre un’età molto giovane, solitamente ambientati negli anni delle scuole superiori o universitarie e si rivolgono proprio ai lettori di quella fascia d’età. Parlano dei primi amori tormentati, delle prime esperienze, delle prime delusioni.

“Romance erotico”: forse neanche serve spiegare questa categoria ma per amore di completezza lo farò lo stesso! Scommettiamo che avete già capito qual’è il fulcro della narrazione?  Esatto, il sesso. Molto esplicito e molto spinto.

Si trovano poi i “romance storici” dove c’è molta attenzione all’ambientazione e la storia si svolge in un determinato periodo storico. In questa categoria rientrano anche i Regency, nei quali le storie sono tutte ambientante in Inghilterra agli inizi dell’800 e sono molto più pudici. Del resto siamo nell’epoca in cui si corteggiavano le donne invitandole a fare delle lunghe passeggiate controllate.

“Paranormal romance”: le trame contengono un mix tra fantascienza, fantasy e rosa. I personaggi sono spesso esseri sovrannaturali; pensate ad esempio a licantropi, vampiri, maghi, streghe e chi più ne ha più ne metta!

“Romantic suspense”: qui si mischiano i colori del giallo e del rosa. I romanzi appartenenti a questo genere hanno solitamente ritmi narrativi molto incalzanti.
 
Il rosa è forse il genere più sottovalutato e più disprezzato dagli amanti della letteratura con la L maiuscola. Quando si immagina la tipica lettrice di romanzi rosa, si pensa subito alla casalinga insoddisfatta dal proprio matrimonio, che sfugge alla depressione solo divorando Harmony uno dietro l’altro.
La realtà è diversa. Se io penso al classico “rosa”, genere che affronto come scrittrice e apprezzo da lettrice, non mi viene in mente una storiella da quattro soldi per signore annoiate. Mi viene in mente un romanzo che saprà emozionarmi ed intrattenermi. Un romanzo che mi lascerà la piacevole sensazione di aver trascorso una giornata in compagnia di personaggi interessanti e affascinanti. Un romanzo che, è vero, non mi cambierà la vita (ma quale romanzo lo può fare?), ma che comunque mi avrà donato più di un sorriso. E non sono risultati da poco.

Un bel romanzo rosa è una fiaba che aiuta a superare le preoccupazioni quotidiane; è un toccasana per lo spirito. Romantici, passionali e travolgenti, i romanzi rosa ci raccontano le tante sfumature dell’amore e ci fanno appassionare, fra avventure, eroine e love story indimenticabili. 

Storie moderne o classici intramontabili per sognare ed emozionarsi.

Le meraviglie del divenire

Articolo di Gianfrancesco Caputo

L’elemento costitutivo del divenire è la novità, essa è sempre occasione di meraviglia, una meraviglia che si prova di fronte all’ignoto, in quanto ciò che è già noto non può più destare stupore, ma la novità è la differenza tra un prima ed un poi, tra ciò che esiste prima del mutamento e ciò che insorge in conseguenza di esso. Il divenire è questa fondamentale differenza segnata dal ritmo del tempo il quale è il vero elemento trascendentale della realtà. La meraviglia del divenire attraverso la separazione tra un prima e un dopo stupisce, dunque il divenire è problematico.

La realtà non esaurisce interamente l’essere, in modo tale che l’essere eccede al di là della realtà cioè la trascende, la realtà dunque non è tutto l’essere ma una parte di questo, quindi il divenire cioè il mutamento in tutte le sue forme è innegabile.

La fisica contemporanea afferma l’esistenza di movimenti di particelle o di trasmissione di quanta di energia, descrivendo in sostanza un divenire; il primo principio della termodinamica, ammettendo che la quantità complessiva di energia da cui è formato l’universo si conserva immutata, malgrado tutte le trasformazioni di stato che avvengono in essa, accetta l’esistenza di un divenire.

Il divenire non è un sorgere dell’essere dal nulla o un precipitare dell’essere nel nulla, il divenire relativo alla realtà non è uno stato fisico ma è un mutamento di stato che si manifesta come entropìa, che è un’involuzione da forme di energia più facilmente trasformabili a forme meno facilmente trasformabili, cosi come stabilisce il secondo principio della termodinamica.

La problematicità del divenire è tutta racchiusa nell’affermazione che il divenire non si spiega da sé, non è autosufficiente; se dovessimo ipotizzare che il divenire è assoluto, cioè comprende tutta la realtà, oppure che il divenire è spontaneo, cioè non accade per opera di alcuna causa, o infine che il divenire è autosufficiente, cioè non ha bisogno di alcuna spiegazione, dovremmo ammettere che un nuovo stato che produce il mutamento, sia già ricompreso nello stato di cose precedente ad esso, in tal modo non si spiega affatto la sua differenza rispetto allo stato precedente, cioè la sua novità.

Pertanto il divenire sarebbe non un mutamento di stato, ma uno stato immutabile al pari di un movimento inerziale che non ha bisogno di cause, ma questo significherebbe affermare che stati successivi al precedente, quindi diversi, sono identici, cadendo in una evidente contraddizione.

Dunque tutto ciò che muta si muove rispetto allo stato precedente ed è mosso da altro, infatti se ciò che si muove fosse mosso da sé produrrebbe un mutamento in potenza e in atto nello stesso tempo e rispetto allo stesso movimento il che è contraddittorio.

Una forza misteriosa muove l’universo.

I principi del diritto… da principi a ranocchi

Articolo di Antonella Perrotta.

Accadde secoli e secoli addietro, agli albori dell’umanità, che si avvertì l’esigenza di norme che regolassero il vivere sociale. Dapprima, fu il νόμος (nòmos), la consuetudine, la legge non scritta, ad adempiere alla funzione. Il νόμος diventò, poi, la legge dell’uomo, contrapposta a quella della natura, fino ad arrivare al complesso di norme che composero il diritto, directum da dirigere, nel senso originario di indicare una direzione, prima, fino al significato moderno di ciò che è retto e giusto, poi.

Ci sono voluti secoli, durante i quali filosofi, economisti, santi ed eroi, hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama, per arrivare a definire in forma scritta ciò che è da considerarsi giusto ed equo nei rapporti interpersonali e in quelli tra il popolo e chi lo amministra. Anzi, giusto è troppo. Nulla è giusto in questo mondo, se non fra le dita di quella Nemesi che regola i fili dell’universo. Diciamo, accettabile. Accettabile a un vivere civile, che sta appresso a un concetto volubile e plasmabile di civiltà, elaborato nel tempo della Storia.

Possiamo dire che il nostro vivere civile, in epoca postbellica, è rimasto strettamente ancorato ai principi di diritto delle Costituzioni, la nostra in primis, e dei Trattati internazionali: una serie di norme scritte che si inchinano al principio cardine di legalità, disposte, a loro volta, in un ordine gerarchico. Perché l’ordine è necessario se si vuole garantire l’ordine. Ciò, fino a quando, i legislatori contemporanei non hanno pensato che i filosofi, gli economisti, i santi e gli eroi che hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama, sapessero di stantio.

Da civilista (i penalisti, gli amministrativisti, i costituzionalisti avranno anche il loro dire), da quel che ho memoria, fu il 1995 l’anno delle incertezze. In quell’anno, constatarono che i processi civili erano lenti e pensarono, quale soluzione, di smantellare in parte e riscrivere ex novo il codice di procedura civile. D’altronde, alle novità ci si fa l’abitudine, presto o tardi. Nessuno di loro pensò che si sarebbero dovuti anche implementare gli organici dei magistrati in carriera, dei cancellieri, del personale giudiziario in genere, e, magari, mettere mano all’edilizia deputata allo scopo. Bazzecole. Sarebbero bastati i magistrati onorari, la categoria new entry, cui non venivano garantiti né contributi pensionistici né stipendio. In fondo, l’Italia, quando vuole e in ciò che vuole, è votata al risparmio.

Ma, poco tempo passò che neanche il riformato andasse bene. Un taglio qui, uno lì, una giuntura, una pezza, giusto la modifica di un comma o di un articolo, al massimo di un intero capo, diventò abitudine, perché le cose si vedono sul campo e, prima, si provano e, poi, si aggiustano via via, mentre l’assenza di un intervento organico della materia, qualunque essa fosse, ingenerava l’impressione che i legislatori contemporanei, o chi per loro, non ne fossero capaci. Agli operatori del settore, alla domanda: “Ma come funziona?”, non restava che allargare le braccia, ché oggi è così e, domani, non si sa. Giustizia certa, chiamasi …

Fu, poi, il tempo del colpo di fulmine. I legislatori guardarono oltreoceano, verso l’America, la sacrosanta America, dove le mediazioni, gli arbitrati, le ADR, acronimo di Alternative Dispute Resolution, sono strumento deflattivo delle controversie. Pensarono andassero bene anche qui da noi. Avrebbero, comunque, evitato di spendere soldi con l’implemento degli organici. Concepirono l’ADR come condizione di procedibilità in determinate materie, sì che le parti avrebbero potuto adire i tribunali soltanto dopo mesi e mesi spesi nel tentativo di conciliazione.  Che furbata l’ADR!

Dimenticarono, i cari legislatori, che la nostra cultura è romanistica, il nostro sistema non è di Common Law come quello anglosassone e che, diciamolo, il popolo italiano un po’ litigioso è. Forse, perché di cose storte ne vede talmente tante che solo i tribunali gli restano. Dimenticarono pure che gli americani sono più pratici, più parchi nell’uso della carta e delle regole formali tanto care al Belpaese. Fu, in pratica, come voler condire gli spaghetti col ketchup. Le ADR non fecero mettere d’accordo nessuno, o quasi, allungando ancora di più i tempi del processo e collassando il sistema nervoso delle parti e degli operatori del diritto. Ancora oggi è così.

Poi, venne la digitalizzazione della giustizia. Che bella cosa, la digitalizzazione! Fa risparmiare tempo e carta. Se non fosse per quel maledetto rigo da rispettare, quella firma a destra e non a sinistra, quell’ingolfo della forma a discapito della sostanza, insomma, ché chi bada alla sostanza se bisogna perder tempo a contare le righe?

E, poi, da ultimo, venne il Covid. E fu capolavoro legislativo: quello emergenziale. Quello propinato con la faccia contrita e la lacrimuccia agli angoli dell’occhio, mentre, a suon di DPCM, atti di un solo soggetto non rappresentativo della volontà popolare, costringeva gli italiani in casa, le attività a calare le saracinesche e, a suon di decreti legge, non ancora convertiti in legge, elargisce ora lasciapassare sanitari talmente illogici da suscitare il legittimo dubbio che, di sanitario, poco abbiano. Quello che prevede lo scudo penale (quando mai in diritto è esistito uno scudo penale?) per i medici e gli operatori sanitari per le conseguenze, anche mortali, derivanti dall’inoculazione dei sieri, implicitamente ammettendo che, di conseguenze, possano essercene, senza, però, che nessuno ne sia responsabile, né i medici, né le Case farmaceutiche, né lo Stato stesso. Quello che delle normative europee vincolanti per gli Stati membri, della gerarchia delle fonti normative, del valore della riserva di legge costituzionalmente sancita e della legge stessa, espressione della volontà parlamentare e, quindi, della volontà del cittadino, ne fa fazzoletto per asciugare le lacrime. Quello che dei principi della Costituzione fa finta di non aver memoria. Ma, d’altronde, è emergenza.

Allora, di fronte a tutto questo, ripetutamente questo, è così insensata la pretesa che l’azione dei nostri legislatori sia competente, coerente, risolutiva o quasi, rispettosa di quelle stesse norme cui si chiede osservanza ai cittadini?

Di fronte a tutto questo, ripetutamente questo, è così insensata la domanda se mai lo Stato abbia avuto a cuore gli interessi dei cittadini, se l’abbia a cuore anche adesso, se mai si è assunto le responsabilità del suo operato o se additi soltanto i singoli a responsabili del mal funzionamento della qualunque, se i colpi inferti ai principi che dovrebbero garantire il vivere civile segnano il divenire di un nuovo concetto di civiltà regolata da una diversa νόμος  – che, di nuovo, ha poco e, di antico, tanto – che potrebbe anche non piacere, salvo, farci la cattiva abitudine?

E resta da chiedersi che fine faranno i filosofi, gli economisti, i santi e gli eroi che hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama. Credo, nuovamente sepolti e pure senza lacrime. Succede quando la dimenticanza fa da padrona, quando l’accondiscendenza segue alla manipolazione o all’indifferenza, quando il dire e lo sbraitare hanno la meglio sul pensare.

Ma, questo mio, è soltanto un incubo, in cui intravedo prìncipi fuoriuscire a passi di danza dai codici e dai testi di legge che mi stanno davanti e trasformarsi in ranocchi desiderosi di un bacio accondiscendente che mai gli darò. Perché, nella loro trasformazione, scorgo un pericolo.

Mi sveglio dall’incubo, ma perdo, comunque, il sonno.

Economia della sopravvivenza creativa. Buonsenso e altre stronzate

Articolo di Martino Ciano

Se abitui le masse a non avere regole, non puoi pretendere che ci sia convivenza tra individui.

La parola buonsenso è priva di significato in una società educata all’individualismo e al raggiungimento del benessere. L’individuo-consumista è alla ricerca di una illimitata felicità, quindi, a non porsi limiti. La regola è un limite; il buonsenso è un limite; la convivenza pone un limite e rende ogni persona parte di un dialogo. Ma chi riesce a dialogare? Peggio ancora quando l’autore di qualche malevolo comportamento viene giustificato a colpi di poverino-poveretto, e ogni sua azione diventa oggetto di studio per la psicologia-casereccia praticata nei talk-show.

Chi ancora crede nell’illusione del mondo a venire, in una società opulenta, meritocratica, pacifica e altamente qualificata, sia pronto a morire disperato. Chi non si è ammalato di Covid19, è preda di frustrazioni scaturite dalla visione del limite.

Il virus è un limite? No, è stato il coltello che ha squarciato il velo dietro cui erano nascoste tutte le illusioni di eterna felicità. L’analfabetismo funzionale esisteva prima della Pandemia, ma era sopportabile; il mito dell’immortalità era la favola che ogni sera ci raccontavamo prima di dormire, il suo finale ci imponeva di “credere in noi stessi”; la resilienza è stata la dottrina inculcata dalle casalinghe new age e dai venditori di materassi e pentole da cucina. Ma più che la resilienza, ci è stata imposta la sottomissione al buonismo e al culturalmente corretto.

Una sola cosa salverà il mondo: ammettere il fallimento del “pensiero-positivo”. Il vero nichilismo si annida nel pensiero positivo, nella fiducia incontrastata verso il futuro.  Il vero complotto è il pensiero-positivo.

Tutti possiamo essere tutto. Una sciocchezza del genere è oggi alla base della nuova economia della sopravvivenza creativa. La mediocrità è l’arma attraverso la quale tutti i livelli di salubrità della società post-democratica sono stati resi manipolabili. La nuova democrazia è Facebook, social in cui ognuno è un individuo illuso dal motto primordiale “tu sei quindi vali”.

E mentre nel mondo alcune popolazioni non hanno pane e pace, il tramonto continua inesorabile sull’umanità. Non è più il Covid19 a far paura, ma la mancanza di un modello alternativo, perché ora che la materia delle nostre illusioni si sta corrompendo più velocemente del solito, ecco che resta tra le nostre mani una bolla di sapone che continuiamo a scambiare per una sfera di cristallo.

Un serioso senso di impotenza. Un incendio

Articolo di Martino Ciano

Solo ciò di fronte al quale siamo impotenti va preso con serietà. Non esiste altro modo per esprimere la nostra insofferenza se non davanti al limite che ci pone l’incontrollabile. E la sensazione migliore è quella che ci regala l’inattività.

Ora colti da una sindrome di menefreghismo, ora commossi dalla rabbia del disincanto, ce ne stiamo con gli occhi spalancati a guardare il disastro. E il disastro è sempre un luogo in mezzo a migliaia di non-luoghi, una casa tra tanti ruderi felici, un abbraccio tra tanti cazzotti carichi di stima e di affetto. A cosa serve volgere lo sguardo verso l’orizzonte quando ci sentiamo abitanti di una terra piatta, che ha perso la sua sfericità?

Eccomi, terra arida e senza colore come una pagina sulla quale l’inchiostro è sbiadito, rovinato dall’umidità del tempo.

Odore di terra bruciata, sensazione felice dei giorni d’agosto. In una regione chiamata Calabria, al centro di un Mediterraneo inquinato, sta la mia casa. E io appartengo all’Antropocene, epoca di sconquassi e calamità indotte; di azioni volute e non volute, ma sempre accettate grazie all’impotenza dimostrata da masse di uomini che si sono affidate al Dio degli eserciti, dei cieli, delle resurrezioni e dell’isteria.

E guardate un po’, imbratto una pagina word. Digito in fretta le parole. Le mie dita si muovono sulla tastiera senza che io la guardi. Sono mani potenti, mosse da una mente che è impotente davanti al flusso dei pensieri… da dove viene il pensiero? E questo fiume che scorre e sovrasta l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del cervello è fatto di acqua o di fuoco, di aria o di terra.

Intanto i Canadair volano verso l’ennesimo incendio. Mezza montagna bruciata. Il venti percento del bosco è andato in fumo, il restante ottanta percento del costone ormai annerito era composto di erba, fiori e fiorellini, arbusti secchi e cose sacrificabili. Mentre sale verso il cielo la colonna di fumo, io sto nel tempio mondano dell’impotenza. Che mani umane abbiano appiccato il fuoco, mi sembra una ovvietà; che mani umane abbiano spento il fuoco, mi sembra una ovvietà; che menti umane si chiedano ancora “perché questo avviene”, mi sembra una bestialità. Quanta fiducia nell’umanità ha l’uomo potente e pronto all’azione.

E il fuoco è stato spento e l’ultimo Canadair va via, attraversando il cielo come una freccia ammuffita. Ho assistito a ogni cosa, mettendo in salvo quel poco di fiducia verso la vita che mi è rimasta, anche ora quando il mondo va incontro all’estrema unzione. Torno a essere serio, scrivendo un impotente grido d’allarme, per sentirmi parte di una natura che pian piano ci aiuterà a estinguerci.

Nomadland. Un cinema di sguardi

Recensione di Gianni Vittorio

Il cinema di Zhao è un cinema fatto di sguardi, dolori, emozioni e paure. Il suo ultimo film, Nomadland, vincitore annunciato di ben 6 premi Oscar, è un ritratto spietato della parte più nascosta dell’America, il Nevada, stato ricco di contraddizioni. Ma è anche la storia di una donna tenace, interpretata da Frances McDormand.

Il film ha quasi un approccio documentaristico, ma sa mettere in correlazione finzione e realtà. La vicenda è tratta dal libro di Jessica Bruder dal titolo Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century, pubblicato nel 2017. La stessa autrice per scrivere il libro ha dovuto vivere dentro un camper per poter documentare la vita della comunità nomade che incontrava.

Tutto ruota attorno a Fern, la quale, rimasta vedova e senza lavoro decide di cambiar vita. Così, gradualmente entra a far parte di una comunità nomade, parte col suo van e inizia a conoscere gente, si prende cura di loro, ma non si ferma mai. Continua fare piccoli lavori occasionali, e anche se incontra degli ostacoli riesce sempre ad evitarli grazie alla sua forza di volontà.

Il cinema di Zhao, che può sembrare retorico ad una prima lettura, è invece cinema del profondo, perché riesce a scavare nell’anima delle persone, è ritrovare se stessi nello sguardo degli altri. È poetica visiva attraverso un viaggio, quello di Fern, un trip-road reso ancor più emozionante dalle musiche sublimi di Ludovico Einaudi, che accompagna la protagonista nel suo viaggio esistenziale.

Infine Nomadland riesce bene a far emergere i conflitti di una società americana, fatta di contrasti, da un lato il capitalismo sfrenato ed estremo (basta vedere le scene dentro la fabbrica Amazon), e la comunità nomade che vuole rimanere in contatto con la natura cercando di affrancarsi dal consumismo spietato dei giorni nostri.

L’ennesima fine del sogno americano.