I principi del diritto… da principi a ranocchi

Articolo di Antonella Perrotta.

Accadde secoli e secoli addietro, agli albori dell’umanità, che si avvertì l’esigenza di norme che regolassero il vivere sociale. Dapprima, fu il νόμος (nòmos), la consuetudine, la legge non scritta, ad adempiere alla funzione. Il νόμος diventò, poi, la legge dell’uomo, contrapposta a quella della natura, fino ad arrivare al complesso di norme che composero il diritto, directum da dirigere, nel senso originario di indicare una direzione, prima, fino al significato moderno di ciò che è retto e giusto, poi.

Ci sono voluti secoli, durante i quali filosofi, economisti, santi ed eroi, hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama, per arrivare a definire in forma scritta ciò che è da considerarsi giusto ed equo nei rapporti interpersonali e in quelli tra il popolo e chi lo amministra. Anzi, giusto è troppo. Nulla è giusto in questo mondo, se non fra le dita di quella Nemesi che regola i fili dell’universo. Diciamo, accettabile. Accettabile a un vivere civile, che sta appresso a un concetto volubile e plasmabile di civiltà, elaborato nel tempo della Storia.

Possiamo dire che il nostro vivere civile, in epoca postbellica, è rimasto strettamente ancorato ai principi di diritto delle Costituzioni, la nostra in primis, e dei Trattati internazionali: una serie di norme scritte che si inchinano al principio cardine di legalità, disposte, a loro volta, in un ordine gerarchico. Perché l’ordine è necessario se si vuole garantire l’ordine. Ciò, fino a quando, i legislatori contemporanei non hanno pensato che i filosofi, gli economisti, i santi e gli eroi che hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama, sapessero di stantio.

Da civilista (i penalisti, gli amministrativisti, i costituzionalisti avranno anche il loro dire), da quel che ho memoria, fu il 1995 l’anno delle incertezze. In quell’anno, constatarono che i processi civili erano lenti e pensarono, quale soluzione, di smantellare in parte e riscrivere ex novo il codice di procedura civile. D’altronde, alle novità ci si fa l’abitudine, presto o tardi. Nessuno di loro pensò che si sarebbero dovuti anche implementare gli organici dei magistrati in carriera, dei cancellieri, del personale giudiziario in genere, e, magari, mettere mano all’edilizia deputata allo scopo. Bazzecole. Sarebbero bastati i magistrati onorari, la categoria new entry, cui non venivano garantiti né contributi pensionistici né stipendio. In fondo, l’Italia, quando vuole e in ciò che vuole, è votata al risparmio.

Ma, poco tempo passò che neanche il riformato andasse bene. Un taglio qui, uno lì, una giuntura, una pezza, giusto la modifica di un comma o di un articolo, al massimo di un intero capo, diventò abitudine, perché le cose si vedono sul campo e, prima, si provano e, poi, si aggiustano via via, mentre l’assenza di un intervento organico della materia, qualunque essa fosse, ingenerava l’impressione che i legislatori contemporanei, o chi per loro, non ne fossero capaci. Agli operatori del settore, alla domanda: “Ma come funziona?”, non restava che allargare le braccia, ché oggi è così e, domani, non si sa. Giustizia certa, chiamasi …

Fu, poi, il tempo del colpo di fulmine. I legislatori guardarono oltreoceano, verso l’America, la sacrosanta America, dove le mediazioni, gli arbitrati, le ADR, acronimo di Alternative Dispute Resolution, sono strumento deflattivo delle controversie. Pensarono andassero bene anche qui da noi. Avrebbero, comunque, evitato di spendere soldi con l’implemento degli organici. Concepirono l’ADR come condizione di procedibilità in determinate materie, sì che le parti avrebbero potuto adire i tribunali soltanto dopo mesi e mesi spesi nel tentativo di conciliazione.  Che furbata l’ADR!

Dimenticarono, i cari legislatori, che la nostra cultura è romanistica, il nostro sistema non è di Common Law come quello anglosassone e che, diciamolo, il popolo italiano un po’ litigioso è. Forse, perché di cose storte ne vede talmente tante che solo i tribunali gli restano. Dimenticarono pure che gli americani sono più pratici, più parchi nell’uso della carta e delle regole formali tanto care al Belpaese. Fu, in pratica, come voler condire gli spaghetti col ketchup. Le ADR non fecero mettere d’accordo nessuno, o quasi, allungando ancora di più i tempi del processo e collassando il sistema nervoso delle parti e degli operatori del diritto. Ancora oggi è così.

Poi, venne la digitalizzazione della giustizia. Che bella cosa, la digitalizzazione! Fa risparmiare tempo e carta. Se non fosse per quel maledetto rigo da rispettare, quella firma a destra e non a sinistra, quell’ingolfo della forma a discapito della sostanza, insomma, ché chi bada alla sostanza se bisogna perder tempo a contare le righe?

E, poi, da ultimo, venne il Covid. E fu capolavoro legislativo: quello emergenziale. Quello propinato con la faccia contrita e la lacrimuccia agli angoli dell’occhio, mentre, a suon di DPCM, atti di un solo soggetto non rappresentativo della volontà popolare, costringeva gli italiani in casa, le attività a calare le saracinesche e, a suon di decreti legge, non ancora convertiti in legge, elargisce ora lasciapassare sanitari talmente illogici da suscitare il legittimo dubbio che, di sanitario, poco abbiano. Quello che prevede lo scudo penale (quando mai in diritto è esistito uno scudo penale?) per i medici e gli operatori sanitari per le conseguenze, anche mortali, derivanti dall’inoculazione dei sieri, implicitamente ammettendo che, di conseguenze, possano essercene, senza, però, che nessuno ne sia responsabile, né i medici, né le Case farmaceutiche, né lo Stato stesso. Quello che delle normative europee vincolanti per gli Stati membri, della gerarchia delle fonti normative, del valore della riserva di legge costituzionalmente sancita e della legge stessa, espressione della volontà parlamentare e, quindi, della volontà del cittadino, ne fa fazzoletto per asciugare le lacrime. Quello che dei principi della Costituzione fa finta di non aver memoria. Ma, d’altronde, è emergenza.

Allora, di fronte a tutto questo, ripetutamente questo, è così insensata la pretesa che l’azione dei nostri legislatori sia competente, coerente, risolutiva o quasi, rispettosa di quelle stesse norme cui si chiede osservanza ai cittadini?

Di fronte a tutto questo, ripetutamente questo, è così insensata la domanda se mai lo Stato abbia avuto a cuore gli interessi dei cittadini, se l’abbia a cuore anche adesso, se mai si è assunto le responsabilità del suo operato o se additi soltanto i singoli a responsabili del mal funzionamento della qualunque, se i colpi inferti ai principi che dovrebbero garantire il vivere civile segnano il divenire di un nuovo concetto di civiltà regolata da una diversa νόμος  – che, di nuovo, ha poco e, di antico, tanto – che potrebbe anche non piacere, salvo, farci la cattiva abitudine?

E resta da chiedersi che fine faranno i filosofi, gli economisti, i santi e gli eroi che hanno speso parole, versato sangue, condotto battaglie di pensiero e di lama. Credo, nuovamente sepolti e pure senza lacrime. Succede quando la dimenticanza fa da padrona, quando l’accondiscendenza segue alla manipolazione o all’indifferenza, quando il dire e lo sbraitare hanno la meglio sul pensare.

Ma, questo mio, è soltanto un incubo, in cui intravedo prìncipi fuoriuscire a passi di danza dai codici e dai testi di legge che mi stanno davanti e trasformarsi in ranocchi desiderosi di un bacio accondiscendente che mai gli darò. Perché, nella loro trasformazione, scorgo un pericolo.

Mi sveglio dall’incubo, ma perdo, comunque, il sonno.

Economia della sopravvivenza creativa. Buonsenso e altre stronzate

Articolo di Martino Ciano

Se abitui le masse a non avere regole, non puoi pretendere che ci sia convivenza tra individui.

La parola buonsenso è priva di significato in una società educata all’individualismo e al raggiungimento del benessere. L’individuo-consumista è alla ricerca di una illimitata felicità, quindi, a non porsi limiti. La regola è un limite; il buonsenso è un limite; la convivenza pone un limite e rende ogni persona parte di un dialogo. Ma chi riesce a dialogare? Peggio ancora quando l’autore di qualche malevolo comportamento viene giustificato a colpi di poverino-poveretto, e ogni sua azione diventa oggetto di studio per la psicologia-casereccia praticata nei talk-show.

Chi ancora crede nell’illusione del mondo a venire, in una società opulenta, meritocratica, pacifica e altamente qualificata, sia pronto a morire disperato. Chi non si è ammalato di Covid19, è preda di frustrazioni scaturite dalla visione del limite.

Il virus è un limite? No, è stato il coltello che ha squarciato il velo dietro cui erano nascoste tutte le illusioni di eterna felicità. L’analfabetismo funzionale esisteva prima della Pandemia, ma era sopportabile; il mito dell’immortalità era la favola che ogni sera ci raccontavamo prima di dormire, il suo finale ci imponeva di “credere in noi stessi”; la resilienza è stata la dottrina inculcata dalle casalinghe new age e dai venditori di materassi e pentole da cucina. Ma più che la resilienza, ci è stata imposta la sottomissione al buonismo e al culturalmente corretto.

Una sola cosa salverà il mondo: ammettere il fallimento del “pensiero-positivo”. Il vero nichilismo si annida nel pensiero positivo, nella fiducia incontrastata verso il futuro.  Il vero complotto è il pensiero-positivo.

Tutti possiamo essere tutto. Una sciocchezza del genere è oggi alla base della nuova economia della sopravvivenza creativa. La mediocrità è l’arma attraverso la quale tutti i livelli di salubrità della società post-democratica sono stati resi manipolabili. La nuova democrazia è Facebook, social in cui ognuno è un individuo illuso dal motto primordiale “tu sei quindi vali”.

E mentre nel mondo alcune popolazioni non hanno pane e pace, il tramonto continua inesorabile sull’umanità. Non è più il Covid19 a far paura, ma la mancanza di un modello alternativo, perché ora che la materia delle nostre illusioni si sta corrompendo più velocemente del solito, ecco che resta tra le nostre mani una bolla di sapone che continuiamo a scambiare per una sfera di cristallo.

Un serioso senso di impotenza. Un incendio

Articolo di Martino Ciano

Solo ciò di fronte al quale siamo impotenti va preso con serietà. Non esiste altro modo per esprimere la nostra insofferenza se non davanti al limite che ci pone l’incontrollabile. E la sensazione migliore è quella che ci regala l’inattività.

Ora colti da una sindrome di menefreghismo, ora commossi dalla rabbia del disincanto, ce ne stiamo con gli occhi spalancati a guardare il disastro. E il disastro è sempre un luogo in mezzo a migliaia di non-luoghi, una casa tra tanti ruderi felici, un abbraccio tra tanti cazzotti carichi di stima e di affetto. A cosa serve volgere lo sguardo verso l’orizzonte quando ci sentiamo abitanti di una terra piatta, che ha perso la sua sfericità?

Eccomi, terra arida e senza colore come una pagina sulla quale l’inchiostro è sbiadito, rovinato dall’umidità del tempo.

Odore di terra bruciata, sensazione felice dei giorni d’agosto. In una regione chiamata Calabria, al centro di un Mediterraneo inquinato, sta la mia casa. E io appartengo all’Antropocene, epoca di sconquassi e calamità indotte; di azioni volute e non volute, ma sempre accettate grazie all’impotenza dimostrata da masse di uomini che si sono affidate al Dio degli eserciti, dei cieli, delle resurrezioni e dell’isteria.

E guardate un po’, imbratto una pagina word. Digito in fretta le parole. Le mie dita si muovono sulla tastiera senza che io la guardi. Sono mani potenti, mosse da una mente che è impotente davanti al flusso dei pensieri… da dove viene il pensiero? E questo fiume che scorre e sovrasta l’emisfero destro e l’emisfero sinistro del cervello è fatto di acqua o di fuoco, di aria o di terra.

Intanto i Canadair volano verso l’ennesimo incendio. Mezza montagna bruciata. Il venti percento del bosco è andato in fumo, il restante ottanta percento del costone ormai annerito era composto di erba, fiori e fiorellini, arbusti secchi e cose sacrificabili. Mentre sale verso il cielo la colonna di fumo, io sto nel tempio mondano dell’impotenza. Che mani umane abbiano appiccato il fuoco, mi sembra una ovvietà; che mani umane abbiano spento il fuoco, mi sembra una ovvietà; che menti umane si chiedano ancora “perché questo avviene”, mi sembra una bestialità. Quanta fiducia nell’umanità ha l’uomo potente e pronto all’azione.

E il fuoco è stato spento e l’ultimo Canadair va via, attraversando il cielo come una freccia ammuffita. Ho assistito a ogni cosa, mettendo in salvo quel poco di fiducia verso la vita che mi è rimasta, anche ora quando il mondo va incontro all’estrema unzione. Torno a essere serio, scrivendo un impotente grido d’allarme, per sentirmi parte di una natura che pian piano ci aiuterà a estinguerci.

Nomadland. Un cinema di sguardi

Recensione di Gianni Vittorio

Il cinema di Zhao è un cinema fatto di sguardi, dolori, emozioni e paure. Il suo ultimo film, Nomadland, vincitore annunciato di ben 6 premi Oscar, è un ritratto spietato della parte più nascosta dell’America, il Nevada, stato ricco di contraddizioni. Ma è anche la storia di una donna tenace, interpretata da Frances McDormand.

Il film ha quasi un approccio documentaristico, ma sa mettere in correlazione finzione e realtà. La vicenda è tratta dal libro di Jessica Bruder dal titolo Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century, pubblicato nel 2017. La stessa autrice per scrivere il libro ha dovuto vivere dentro un camper per poter documentare la vita della comunità nomade che incontrava.

Tutto ruota attorno a Fern, la quale, rimasta vedova e senza lavoro decide di cambiar vita. Così, gradualmente entra a far parte di una comunità nomade, parte col suo van e inizia a conoscere gente, si prende cura di loro, ma non si ferma mai. Continua fare piccoli lavori occasionali, e anche se incontra degli ostacoli riesce sempre ad evitarli grazie alla sua forza di volontà.

Il cinema di Zhao, che può sembrare retorico ad una prima lettura, è invece cinema del profondo, perché riesce a scavare nell’anima delle persone, è ritrovare se stessi nello sguardo degli altri. È poetica visiva attraverso un viaggio, quello di Fern, un trip-road reso ancor più emozionante dalle musiche sublimi di Ludovico Einaudi, che accompagna la protagonista nel suo viaggio esistenziale.

Infine Nomadland riesce bene a far emergere i conflitti di una società americana, fatta di contrasti, da un lato il capitalismo sfrenato ed estremo (basta vedere le scene dentro la fabbrica Amazon), e la comunità nomade che vuole rimanere in contatto con la natura cercando di affrancarsi dal consumismo spietato dei giorni nostri.

L’ennesima fine del sogno americano.

Culturalmente corretto. Una bestemmia

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio.

Non è più una questione di valore, ma di nomi, perché questo torrente di fango chiamato cultura, in cui ormai sguazza di tutto, ha bisogno di influencer, di sponsor, di costruttori di tendenze, per sfociare senza ostacoli nel mare della mediocrità. E sia ben chiaro, tutti siamo parte di una democrazia banale, che attraverso la scusa della libertà d’espressione protegge coloro che edificano le nuove sovrastrutture.

Quando ognuno viene lasciato libero di alimentarsi solo delle proprie opinioni, alle quali viene riconosciuta anche una momentanea ed effimera autorevolezza, allora vuol dire che l’élite sta costruendo un nuovo recinto nel quale rinchiudere la massa. È questo il vero complotto. È nel momento in cui si è convintissimi di pensare con la propria testa, sfruttando però le fonti, i mezzi e i canali del potere, che l’élite cuce addosso alla massa il vestito che crede di aver scelto autonomamente.

Il risultato sarà un’indotta illibertà mascherata da democratica diatriba.

In questo periodo produttore di opinioni, di merci culturali, di pubblicità progresso che impongono la distruzione di ogni singolarità, tutti hanno potuto assistere al fenomeno di un pensiero autarchico, autosufficiente al vociare quotidiano che non deve superare certi limiti, ma deve rimanere confinato nel suo limbo in cui nulla è chiaro e nessun problema viene risolto. Più informazione e prodotti culturali si creano, più si può gridare “viva la democrazia”, “viva la libertà di espressione”, ma intanto la vista si annebbia e il cammino diventa difficoltoso; scambiamo i nostri passi claudicanti per passi di danza.

Il culturalmente corretto dei nostri tempi è solo il necessario sforzo quotidiano richiesto a ognuno di noi, attraverso cui le opinioni contrastanti possono sfociare nella confusione. È di fronte a questo continuo chiacchiericcio, spacciato ogni giorno come confronto democratico, che si impone la dittatura del pensiero debole, che non ha nulla a che vedere con i nobili fini di principi sacrosanti come la sospensione del giudizio, l’opinione ragionata e la scepsi.

Il culturalmente corretto è il mezzo tramite cui la mediocrità diventa regola, in cui la democrazia è bolgia di parole, in cui la politica è litigio di facciata, in cui il lavoro è solo attività per garantirsi una mera sopravvivenza, in cui l’élite costruisce un cielo di idee nefaste illuminate da un sole artificiale.

Evocare. Necessità dell’utopia

Breve riflessione di Martino Ciano dopo la lettura di Dialoghi con Leucò di Cesare Pavese. Buona lettura a chi vorrà.

In principio fu l’evocazione d’ogni forma.

Il Divino Creatore avvertì così chiaramente la nausea della permanenza, che gettò tutto nell’eterno divenire. Il costante mutamento! Che dolore, che delirante sconquasso, che poesia, che tormento. Possa il caos di nuovo inghiottire ogni cosa.

Ognuno è parte del tenero suicidio dell’ente-mutevole man mano che la necessità invoglia a ricercare. Ricerca stupida. Vana. L’unico risultato è lo scuotimento della mente, la follia della lucidità.

Non trovare mai la luce. Anche questo è un dogma.
Gli scettici s’aggrapparono alla convinzione che la verità assoluta fosse un’utopia.

Così la vita si attraversa in sospensione, accettando un bene supremo che somiglia al male. Ma anche se tutto si riducesse solo a tre piacevoli azioni, ossia, mangiare, bere e fare all’amore, nessuno si salverebbe dall’innata tentazione di essere potenza e atto. Così come gli Dei e l’Unico Dio, che non conoscono la morte, ma possono solo osservare ciò che creano, così gli uomini si affannano a produrre e a trasformare. Eppure sono destinati alla morte, anche se sono preda della volontà di vita.

Volontà di vita? Forse andrebbe chiamata istinto.

S’aggira la volontà cieca e casuale. Fa danni, è il tormento, è l’agire famelico. Che sia la coscienza solo una sostanza che ha la capacità di contemplare se stessa, negando l’oltre e gettando nella follia l’uomo convinto d’aver compreso i divini meccanismi? Se dopo Auschwitz non avremmo più dovuto scrivere poesie, perché abbiamo continuato a chiederci da dove veniamo? E l’uomo creato-non generato della stessa sostanza del Padre, a chi somiglia?

Dal soffitto della mia stanza, quella in cui mi richiudo per pochi ma intensi minuti, discende un ragno. Con la sua tela ha fatto una corda, con quella corda giungerà a mezz’aria. E come io mi avvicino, lui risale, fino a diventare invisibile al mio sguardo, ma lui è lì, in quel cielo ch’io chiamo soffitto, e io non so più riconoscerlo in quel cemento dipinto di bianco. La mia stanza non diventa senza pareti, la mia stanza è una gabbia. Chiamo il ragno, non torna; evoco il ragno, lui non c’è. Magnifica utopia, credere che ognuno, prima o poi, sarà padrone del proprio destino.

Non v’è decisione, idea, progetto, che non sia figlio di un delirio.

Tutto è forma di un’unica sostanza, anche questo testo che io consegno alla collera degli Dei.

“Un libro e una rosa rossa”. 23 Aprile Giornata mondiale del Libro

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il 23 Aprile si celebra la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’autore, indetta dalla Conferenza generale dell’Unesco. La scelta della data non è casuale ma, anzi, di grande effetto. Nel 1616 morirono tre grandi autori: William Shakespeare, Cervantes e Inca Garcilaso de la Vega.

Dal 2001 l’Unesco e le organizzazioni internazionali che rappresentano i tre principali settori dell’industria del libro: editori, librai e biblioteche, decidono una capitale alla quale assegnare questo ruolo per un anno.

La prima fu Madrid, l’anno successivo fu Alessandria d’Egitto, poi fu la volta di New Delhi, Antwerp, Montreal, Torino, Bogotà, Amsterdam, Beirut, Ljubljana, Buenos Aires e Yerevan. Nel 2013 fu Bangkok, in Thailandia, mentre nel 2014 è stata la volta di Port Harcourt, in Nigeria. La capitale mondiale della Giornata Mondiale del Libro 2020 ci porta in Malesia, a Kuala Lumpur. Mentre quest’anno ci troviamo a Tbilisi in Georgia.

L’obiettivo della Giornata è quello di incoraggiare a scoprire il piacere della lettura e a valorizzare il contributo che gli autori danno al progresso sociale e culturale dell’umanità . Il messaggio è rivolto principalmente ai giovani che, tramite la parola scritta, possono ripercorrere le gesta delle donne e degli uomini che hanno contribuito al progresso sociale e culturale.

Il libro e la lettura rappresentano un mezzo indispensabile di approfondimento e di conoscenza di noi stessi, degli altri e del mondo, e soprattutto nei periodi di incertezze e precarietà ci aiutano a guardare avanti fiduciosi. Promuovere la lettura serve a formare cittadini oltre che informati, che abbiano capacità di capire quello che leggono e quello che ascoltano, farsi delle proprie opinioni, crescere, non solo da un punto di vista culturale, ma anche sociale ed economica.

Investire nella lettura, soprattutto per i più piccoli, nelle scuole, significa investire sul futuro di un Paese. Quando non lo si fa, i risultati sono quelli di un Paese che non legge, che non capisce. Sostanzialmente di un Paese che non cresce.
Le cose che si amano a mio avviso, si amano da subito. La lettura, i libri, soprattutto se promossi e letti nelle famiglie e nelle scuole fanno sì di intraprendere un cammino per un grande amore. L’idea della giornata mondiale del libro ha origine in Catalogna dove il 23 aprile viene offerta una rosa per ogni libro venduto. San Giorgio è una festività molto sentita in Catalogna. 

La leggenda narra che un drago terrorizzasse un villaggio della regione e che per placare la sua ira gli abitanti gli davano in pasto degli animali. Col passare del tempo questi non furono più sufficienti ad ammansire la bestia, così la popolazione fu costretta ad immolare le persone. Il giorno che questa crudele sorte toccò alla figlia del re, un cavaliere di nome Jordi (Giorgio, in catalano) combatté con il drago per salvarla. Fu così valoroso ed impavido che con la sua spada uccise il mostruoso animale e da uno spruzzo di sangue spuntò una rosa rossa, che Jordi donò alla fanciulla.

Così nel 1926 un editore valenzano, Vicent Clavel i Andrés, fuse leggenda e storia unendo il simbolo del libro, che ricordava gli scrittori, alla rosa di San Giorgio dando vita alla “Festa dei libri e delle rose“.

Leggenda, anniversari, amore per la lettura e per i libri si fondono e promuovono questa bella festa in cui gli innamorati, i fidanzati e tutte le persone che si vogliono bene si regalano libri e rose. E così, ecco la giornata dei libri… e delle rose!

Rossini Editore. Storia e sogni di una Casa Editrice

Articolo e intervista a cura di Letizia Falzone

Promuovere autori giovani e meno giovani, esordienti e non, puntando sempre sulla qualità. Sono queste le linee guida della Casa Editrice Rossini Editore, nata nel novembre 2019. La sua sede operativa è a Rende, in Calabria. Il suo fondatore è Raffaele Costabile, avvocato civilista, autore di libri giuridici e amante della cultura. Costabile è entrato nel mondo dei libri nel 2011 facendo prima da legale e poi da direttore amministrativo per la Santelli Editore, fino a diventare cofondatore e direttore editoriale della Rossini Editore.

Un’attenta ricerca di talenti che parte da una grande sensibilità verso la scrittura.
I componenti della redazione sono giovani sì, ma con esperienza e preparazione nel campo dell’editoria e dell’industria culturale. E, soprattutto, hanno le idee molto chiare su cosa sia e debba essere la loro casa editrice. Questi risultati sono il frutto di una politica editoriale attenta alle esigenze dell’autore, che viene seguito in un percorso che valorizza il suo talento. Lo staff della casa editrice segue, passo dopo passo, l’elaborazione del manoscritto, partendo da un’attenta analisi del testo, fino ad arrivare alla promozione attiva del libro. Non passa inosservata la scelta grafica, studiata appositamente per la Rossini e che punta molto sulla riconoscibilità.

Lo staff si pone come obiettivo quello di far credere nei propri sogni. Una realtà autentica, che mantiene fede al verbo originale della letteratura. Una bottega in cui vi lavorano gli artigiani delle parole, scelte e sempre selezionate con cura.
L’editore definisce i suoi libri: emozioni da sfogliare. Non solo una semplice Casa Editrice, quindi, ma un laboratorio itinerante, una fabbrica di sogni, un’evasione dalla realtà, un luogo per sperimentare, condividere idee e dove tutte le emozioni prendono vita.

Ma per saperne di più ho scambiato qualche parola con Rosamaria Costabile, Responsabile Comunicazione e Social Media Manager.

1) Quando e come nasce Rossini Editore?
Rossini editore nasce ufficialmente nel Novembre del 2019 ma il suo progetto ha una storia ben più lunga. Quest’ultima prende vita dalla voglia di creare una realtà editoriale specializzata nella narrativa, quella che ormai, viene considerata solo “roba per romanticoni”, tanto per intenderci. La nostra è stata una scommessa con chi diceva che i lettori non hanno più tempo per le storie, perché preferiscono i libri di settore, i libri di cucina, i manuali che “almeno loro insegnano qualcosa”. La scommessa di cui parlo, noi cerchiamo di vincerla ogni giorno e, nel nostro piccolo, ci stiamo riuscendo. Nei nostri romanzi non c’è solo l’amore romantico, ci sono: fantasia, incertezze, dubbi, rabbia, insicurezza, coraggio, insomma c’è vita vera.

2) Quali sono gli obiettivi della Casa Editrice?
Puntiamo a diventare una realtà sempre più importante nel panorama editoriale italiano. Un punto di riferimento per gli artisti della scrittura, coloro i quali hanno per le mani progetti ambiziosi ma non lo sanno. Il nostro obiettivo è fornire gli strumenti migliori per consentire ai nostri autori di fare gli scrittori ai massimi livelli. Potenziando ancora di più i servizi che già offriamo quali: distribuzione nazionale, qualità editoriale e tipografica, adeguati accordi per film e cinema, affiancamento in fase di promozione.

3) È difficile trovare piccole case editrici che decidono di pubblicare senza chiedere un contributo economico. Può considerarsi questo un punto di forza della Rossini Editore?
Assolutamente si. Lo è per l’autore, per motivi che già saprai, ma soprattutto per noi come casa editrice. Ti spiego perché. Sarebbe facile chiedere un contributo economico ad autori emergenti, spesso molto giovani, il cui unico desiderio è vedere pubblicata la propria opera. Ma, a nostro avviso, sarebbe come speculare sui sogni degli autori, e questo, oltre ad essere un comportamento che non ci appartiene, ci arrecherebbe due danni fondamentali: uno sulla qualità del catalogo (accettando tutti quelli disposti a pagare), e l’altro che riguarda una perdita di autori promettenti, che (sicuramente) sceglierebbero altre soluzioni per una eventuale seconda pubblicazione. Certamente c’è da dire, come hai anticipato tu, che alcune piccole realtà adottano questa pratica anche per una questione di sopravvivenza nel mercato. Noi, fortunatamente, abbiamo potuto scegliere di operare in maniera diversa perché facciamo parte di un gruppo editoriale che opera nel settore da più di 30 anni.

4) Puntate molto sugli scrittori esordienti. Vuol dire che credete fortemente nelle loro idee e potenzialità?
Beh, questa domanda suggerisce già la risposta. Naturalmente sì, ma prima di credere nell’autore crediamo nel progetto. Il libro deve convincerci ad investire sull’autore, a prescindere da chi egli sia. Che l’autore sia esordiente o alla sua decima pubblicazione, poco importa. Una volta valutate le potenzialità del libro, passiamo alla conoscenza dell’autore e delle sue idee. Se decidiamo di pubblicare insieme, allora sì, crediamo nelle potenzialità dell’autore e lo sosteniamo in tutto il percorso, fino alla pubblicazione e oltre. A dimostrazione di ciò, possiamo anticipare che molti nostri autori hanno già firmato per un secondo libro.

5) Avete pensato di organizzare un concorso letterario o di poesia?
Non è tra i nostri prossimi programmi, ma in futuro, chissà.

6) A distanza di breve tempo dalla sua fondazione, la Rossini Editore può già vantare una gamma completa di collane. Ce n’è per tutti i gusti e per ogni età: si spazia dal fantasy al thriller, dalla saggistica al romance, fino ad arrivare alla poesia. Il catalogo è a disposizione on-line: quali sono i libri che suggerite per cominciare?
Per noi, ogni libro che pubblichiamo è di valore. Suggeriamo al lettore di iniziare dal
genere che preferisce per poi esplorare cose nuove. Magari iniziando con qualcosa che si discosta leggermente, per poi avvicinarsi a ciò che è totalmente al di fuori dalla sua comfort zone. Per esempio, agli amanti del fantasy, consigliamo di procedere con il romanzo distopico per poi allontanarsi sempre di più e sperimentare. Come hai detto tu, ne abbiamo per tutti i gusti.

7) Cosa c’è dietro il lavoro di una casa editrice? Quali aspetti ritieni più difficili?
Dietro alla realizzazione in un progetto editoriale c’è un mondo! C’è il lavoro di valutazione dei manoscritti, processo spesso splendidamente semplificato
dagli agenti letterari. C’è il processo di revisione del testo, che avviene in sinergia con l’autore tramite quegli andirivieni pressoché infiniti chiamato “giri di bozze”, per poi giungere alla creazione della veste grafica, e infine alla pubblicazione. Ma non finisce qui, ancora abbiamo la stampa, la distribuzione e la promozione del libro. In mezzo ci sono le valutazioni preliminari sull’andamento del libro che incidono sul numero di copie da mandare in stampa, e ancora, gli accordi con le librerie e tanto altro. Gli step da eseguire su ogni progetto sono tanti, sicuramente il più impegnativo è quello della revisione del testo, soprattutto quando sul manoscritto non è stato già fatto un lavoro di editing preliminare. In ogni caso, quando la passione per quello che fai è tanta, è tutto meno complesso di quanto sembri.

8) Il mondo editoriale ormai è molto vasto ed ampio, le case editrici sono molte e le piattaforme di auto-pubblicazione vedono sempre più autori. A tutti gli autori che ci stanno leggendo, perché dovrebbero rivolgervi a voi?
Questa è una bella domanda! Possiamo dire che il nostro maggiore competitor sta diventando il self-pubblishing che, sicuramente, ha dei vantaggi. Ma se un autore emergente, oggi, vuole considerare questa opzione, deve anche essere pronto ad assumersi l’onere della stampa, della promozione e della distribuzione del suo libro, tutti obblighi che diversamente si assumerebbe l’editore. Detto questo, non sappiamo perché un autore dovrebbe scegliere proprio noi ma, ti possiamo dire quello per cui lavoriamo sodo. Lavoriamo per assicurare che nessuna proposta editoriale rimanga dimenticata in una casella di posta elettronica: diamo a tutti una risposta celere sia essa positiva o negativa. E, qualora fosse una risposta positiva, seguiamo passo passo, insieme all’autore, tutto il processo di creazione del libro, già dalla fase di realizzazione della copertina che progettiamo, anche, tenendo in considerazione le aspettative dell’autore. Il nostro maggior punto di forza è il rapporto che creiamo con gli autori. Offriamo assistenza personale e dedicata quasi a tutte le ore (e non stiamo esagerando). Un canale diretto e privilegiato. L’autore Rossini sa che può contare sul nostro supporto per telefono, sui nostri canali social e per email. Un vantaggio che un colosso dell’editoria non potrebbe mai garantire.

9) Qual è il vostro autore ideale?
Potremmo dire, in maniera cinica ma vera, che l’autore ideale è l’autore del libro che vende! Ovviamente, quando investiamo su un libro lo facciamo pensando che possa piacere a molte persone. Premesso questo, oltre ai numeri auspichiamo che l’autore abbia delle caratteristiche umane che possa rendere la nostra collaborazione un’esperienza piacevole per entrambi. Ecco, al fine di instaurare un rapporto di fiducia, il nostro autore ideale dovrebbe essere preciso nel rispettare le scadenze e nel seguire le poche e piccole istruzioni che impartisce la casa editrice. Avere capacità di collaborare con noi, soprattutto con la redazione. Ultima, ma non per importanza, l’autore ideale della Rossini è colui che supporta la casa editrice, che si fa portavoce dei valori in cui crediamo, che sostiene ogni nostra iniziativa, che ci sceglie come se non ci fossero altre alternative. Sembra surreale tutto questo? Eppure autori così esistono e ci abbiamo a che fare ogni giorno. Le persone di cui stiamo parlando, leggendo queste parole, si riconosceranno sicuramente nella descrizione.

10) Cosa bolle in pentola? Progetti per il futuro?
I progetti per il futuro, si spera non troppo lontano, sono quelli di ritornare a
organizzare eventi letterari. Quello che ci manca e che manca di più agli autori, sono le presentazioni. Pubblicare un libro, e non poterlo presentare è un po’ un limite di questo periodo che penalizza soprattutto gli emergenti. Sì, ci sono i social ma un primo incontro vis a vis con l’autore che introduce il libro, e fa entrare il lettore nel giusto mood, arricchisce l’esperienza di lettura stessa. E poi, ci sono molte novità in programma per questo 2021: sequel di libri molto attesi ma anche un progetto che rappresenta un po’ una scommessa. Un libro che coinvolge il lettore in modi insoliti. Uscirà in estate ma, non posso dire di più. Come ho detto nelle risposte precedenti, vogliamo investire in progetti innovativi e sempre più ambizioni.

Ed ora la parola ad alcuni autori della Rossini Editore:

Ester Aquino, 29 anni di Casali del Manco in provincia di Cosenza, nel marzo 2020 ha pubblicato il suo primo romanzo: Il Posto del Cuore. Della Rossini dice: “Ho scelto la Rossini Editore perché mi sembrava un’ottima possibilità e poi essendo della mia provincia penso sia bello far crescere potenziali nel nostro territorio.”

Antonio Spinosa, pugliese di Alberobello, 43 anni, è un commerciante con la passione per la scrittura. La sua duologia L’angelo della vera alleanza e Il Settimo Angelo rappresantano due dei fantasy di spicco della Casa Editrice. “La Rossini è una grande famiglia. Sono molto umani e con loro si può parlare di tutto. Mi trovo molto bene perché sono sempre pronti a collaborare con l’autore e risolvere eventuali problemi. Spero di crescere insieme a loro.”

Esordio letterario con Come un girasole anche per la giovanissima studentessa di Buonvicino in provincia di Cosenza, Sara Felice, 22 anni e con tanti sogni. “La casa editrice Rossini mi ha attirata da subito per la sua freschezza e voglia di supportare soprattutto giovani autori emergenti. Ha sede in Calabria (luogo in cui sono nata e in cui vivo) e anche questo fattore ha inciso sulla mia scelta. Infatti, essendo alla prima esperienza di pubblicazione, ho pensato che una casa editrice a me più “vicina” potesse guidarmi e supportarmi meglio rispetto ad altre realtà forse un po’ troppo “dispersive”.

Nel team Rossini ho trovato una seconda famiglia. Sempre disponibili, cordiali, al fianco degli autori in ogni loro passo. Serietà e competenza sono i loro cavalli di battaglia. Il tipo di rapporto che si viene a instaurare, è un rapporto fatto di complicità e trasparenza.
Nel mio piccolo, sono felice di essere entrata a far parte di questa realtà.
Personalmente come autrice ho ancora tanto da imparare ma sono sicura che insieme alla Rossini editore, il mio percorso si consoliderà e creeremo grandi cose.”

Condivido tutti i pensieri dei miei colleghi e non posso non ringraziare anche io tutto lo staff della Rossini. Nel marzo 2020 è stato pubblicato Come le foglie rosse d’autunno, seguito di Come un campo di spighe di grano. E proprio i diritti di questo sono stati voluti fortemente dalla casa editrice in quanto fermamente sicuri che possa ancora avere un grande successo.

Inoltre collaboro con loro non solo come autrice ma anche come agente letterario, e proprio in questa veste sono orgogliosa di aver fatto conoscere due autori: Francesco Forestiero di Cetraro, esperto di scrittura creativa, con il suo romanzo di formazione La mente sbagliata, e la giovanissima studentessa di Psicologia, Roberta La Corte. Conosciuta nel mondo di Instagram come una delle bookblogger più capaci, è stata spronata da me a passare da lettrice ad autrice. Come la marea è in uscita il 25 Febbraio.

Augurando tanto successo alla Rossini Editore concludo con una citazione:
Quando finisci un libro e lo chiudi, dentro c’è una pagina in più. La tua.

Apologia del dubbio. Un fenomeno

Articolo a cura di Martino Ciano

Qualcuno dirà che Pirrone non ha passato momenti entusiasmanti, che, in fin dei conti, sospendere i propri giudizi, mostrarsi indifferenti e imperturbabili davanti a ogni evento, aiuta a sopravvivere ma non di certo a vivere pienamente.

Ma alla fine qual è il senso delle cose e soprattutto dell’esistenza?

Certamente, Pirrone, considerato da molti padre dello scetticismo, non ha mai dato delle risposte, d’altronde non era il suo obiettivo, ma neanche gli altri sono riusciti a risolvere il rompicapo del perché della vita e delle cose.

Cosa ha fatto quindi Pirrone? Di sicuro ha compreso che oltre ciò che appare non possiamo andare, che ogni nostra indagine non ci farà mai giungere all’essenza di ciò che ci circonda, che i nostri sensi ci ingannano e che mai è tutto oro ciò che luccica. Il buon Pirrone, che ha seguito Alessandro Magno fino in India, molto si affeziona a ciò che ad Oriente si insegnava da tempo. Ma sia ben chiaro, Pirrone non è una sorta di buddista greco, ma solo un ottimo osservatore. Il suo viaggio tra i gimnosofisti dell’India gli ha solo dato qualche conferma.

Non ha lasciato nulla di scritto, ma ha saputo insegnare e, infatti, i suoi discepoli lo hanno reso immortale. Giovanni Reale ne traccia un profilo molto esaustivo, facendo chiarezza anche su molti luoghi comuni che ruotano intorno a questo filosofo.

Ma se il dubbio è tutto e la verità è sempre più un’utopia, perché continuiamo a ricercare ciò che mai potrà essere?

Il lupo della steppa. Quel romanzo di Hermann Hesse che non ha ancora smesso di parlare

Articolo a cura di Martino Ciano

Questo romanzo piacque tanto anche ai ragazzi della Beat Generation e ai giovani idealisti degli anni della Contestazione che andavano in cerca di paradisi artificiali, nonostante l’autore abbia cercato di far capire loro che il suo messaggio fosse un altro, ossia, riscoprire la vita. Hermann Hesse pubblicò Il lupo della steppa nel 1927, ma per questo libro il successo arrivò con molto ritardo. L’opera uscì in un periodo poco favorevole.

Sulla scena tedesca cominciava ad affacciarsi la tempesta nazista, in Italia il Fascismo era in piena attività. Certamente, nessuno pensava alla guerra. Tante cose crescevano in silenzio e furono pochi gli intellettuali che avvertirono “la puzza di bruciato”. Hesse fu uno di quei pochi.

In un’epoca di passaggio i più non si accorgono della tragedia. Essi vengono inghiottiti dalle nevrosi che aleggiano nell’aria; imparano a parlare una lingua diversa, assumono atteggiamenti paranoici, si lasciano cullare dal pensiero dominante. Pochi invece si distaccano da tutto, incominciano a sentirsi inquieti, fuori posto; perdono ogni punto di riferimento. Il loro non è un atteggiamento nichilistico, ma apatico. Harry Haller, il protagonista del romanzo, è uno di quelli che abbandona il gregge e si lascia trascinare dalla sua inquietudine. Ma nonostante questo, non è soddisfatto, perché la sua non è una scelta, ma una necessità, e come tutti coloro che si sentono costretti ad abbandonare il proprio status, non ha una meta, ma spera solo che tutto finisca presto, magari con un pacifico suicidio. Ma la vita è imprevedibile e tale diventa solo per coloro che sono pronti a “vivere”. E sebbene Harry non sia pronto, ci pensa il destino a fargli incontrare una fanciulla che gli mostrerà la vita semplice e l’attimo propizio.

Ma chi è Harry Haller? Per molto tempo è stato un flaccido intellettuale, pronto a combattere, ma in poltrona; fiero sostenitore della pace, ma anche difensore delle sue comodità e dei suoi privilegi. Ma quando il vento cambia, quando l’Europa viene investita dal morbo nazionalista, revisionista e militarista, Harry perde di vista il senso delle cose e diventa un vagabondo. Resta un borghese, perché preferisce vivere nel suo moralismo-di-classe; resta un individualista gentile e garbato; insomma, diventa un lupo solitario che disprezza e si commisera.

Poi, come in una favola, compare una donna che lo porta tra la vita, tra gli eccessi e tra i paradisi artificiali. E, forse, proprio questi aspetti, anni dopo, fecero credere a molti giovani che Hesse avesse scritto, con qualche decennio di anticipo, un manifesto sulla droga, sul sesso e sulla vita di gruppo, ma così non è e non era.

In questo romanzo, Hesse invita all’esperienza, a leggere la vita nelle sue molteplici sfaccettature, a sospendere ogni giudizio, a non fidarsi di chi vuole dividere il mondo in categorie. In Il lupo della steppa bene e male non esistono, perché lo stesso Harry è un figlio del proprio “male interiore” che tende verso una “benevola rinascita”. Ma ogni rinascita passa sempre per una morte violenta che giunge alla fine di un gioco perverso.

Come in Siddharta, anche in questo romanzo, Hesse inserisce quegli elementi della filosofia orientale che gli hanno portato tanta fortuna, ma sono molti gli aspetti che il lettore scoprirà, tanto da arrivare alla conclusione che Il lupo della steppa è un romanzo clamorosamente attuale.