Sul cadavere della trascendenza. Un oggi

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Se la società dei consumi è immanenza e tautologia, allora ogni cosa è diventata segno che sostituisce l’argomentazione. La morte dei significati ha lasciato in vita solo parole-fantasma.

Ciò ha dato forza a un discorso che non ammette più la presenza degli opposti-dialoganti che hanno dato forma ai miti dell’occidente. Immanente e unidimensionale è l’uomo, al quale è rimasto il confronto con la sua alienazione.

È proprio per questo motivo che ogni riferimento al mito si perde in uno sterile accordo tra interpretazioni svuotate dei significati originari e intellettualismi ripetitivi. Tutte le nevrosi usano un linguaggio spettacolare, infatti, un teatrino osceno è davanti ai nostri occhi: la guerra e la pace vengono annunciate dai mass-media.

Il corpo diventa riflesso della libido, della violenza e dell’animalità; la carne ha un valore variabile. Ormai, solo due diritti sono diventati inalienabili: quello alla pornografia e quello alla putrefazione. Nella società del consumo ogni cosa diventa oggetto e la reificazione è un medium posto a priori attraverso cui il codice viene svelato.

Il nostro linguaggio è binario. Con i nostri “sì” affermiamo ciò che è già imposto, con i nostri “no” approdiamo a un’alternativa che già è stata preparata per noi. Più ci distacchiamo da una massa, più ci immergiamo in un’altra massa; più neghiamo qualcosa, più diamo forza a ciò che abbiamo negato.

È secondo questo processo che noi avvertiamo la stanchezza, quell’apatia che ci rende sorridenti, iperattivi, insofferenti verso il silenzio, spaventati da ogni immobilismo.

Il sistema ha già pensato a tutto. Scrive bene Jean Baudrillard nel suo libro “La società dei consumi”. Dalle sue tesi dipende gran parte della lettura del postmodernismo.

Pensiamo all’emergenza sanitaria in cui ci troviamo. Anche questa è stata “codificata” dal linguaggio del consumo. Il Lockdown è stato un momento di passaggio in cui una società privata di ogni mito e di ogni parola, si è aggrappata al codice del consumo, alla dittatura dell’abbondanza, al solitario discorso della scienza inesatta.

Ha vinto l’opinione, maschera democratica posta sul volto della dittatura dell’ignoranza. Durante il periodo della “clausura” noi abbiamo visto la faccia di un sistema malato, volto che è stato subito dimenticato con la riapertura. I miti ancestrali connessi al Covid19, apparsi sotto forma di reminiscenze delle antiche paure, hanno parlato secondo la lingua dell’uomo postmoderno. Il caos estivo ha subito rimosso il trauma, perché nella società dell’abbondanza dimenticare è sinonimo di progresso.

Ma se manca la trascendenza, ossia, l’Iperuranio della nostra conoscenza, manca anche la capacità di instaurare un dialogo che vada oltre le “regole del consumo” e “il codice imposto dal regno dell’eterno progresso”. Da qui prende forma il nostro “oggi”, che se ne sta sospeso tra “stanchezza mentale” e “iperattività”.

Millennial. Segreti di coscienza del miracolo italiano

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Io sono un Millennial, figlio dell’ozio e della coscienza di classe.

I miei genitori erano pargoli del dopoguerra allevati dal boom economico come le bestie da soma, ma rallegrati dalle canzonette di Sanremo. Mi hanno concepito quando il primo tempo degli anni di piombo era ormai un ricordo, ma mentre poveri cristi venivano sacrificati sull’altare della Ragion di Stato con bombe nere e rosse.

Intanto, la P2 assoldava i suoi “addetti ai lavori”.

E così, mentre lo Stato, ossia, l’assassino dall’animo democristiano, tutelava i Figli di Dio e i Figli di Marx, io sparavo il primo vagito. Quell’anno nevicò, gli Azzurri vinsero il Mondiale e da qualche parte qualcuno moriva. Era il 1982.

Nel tempo ci hanno insegnato che dovevamo essere forti, ben nutriti, educati al futuro, al progressivo miglioramento della vita. E i miei genitori vi hanno creduto, anche quando Chernobyl sconvolse i piani e la “nube radioattiva” ci svolazzava sulla testa, anche quando il Muro di Berlino crollò, anche quando Tangentopoli decretò la fine della Prima Repubblica, anche quando Falcone e Borsellino furono fatti a pezzi, anche quando Berlusconi diede inizio alla porno-politica, anche quando abbiamo scoperto che i Comunisti italiani mangiavano i bambini e poi si pulivano il muso con i tovaglioli di kashmir.

Io sono un Millennial, uno speranzoso e disilluso giovanotto di secondo pelo ben pettinato che ha studiato per rendere migliore il mondo (almeno ci avevano detto che questo sarebbe stato il nostro compito), ma forse qualcosa è andato storto, ne sono sicuro, solo che ancora non riusciamo a capire cosa. Anzi, noi sappiamo cosa non è andato bene, ma non riusciamo a dirlo, perché ancora ci piace questo spettacolare progresso che ci farà morire in povertà, senza pensione, senza assistenza sanitaria, senza democrazia, senza ideali e senza responsabilità. E nell’era della comunicazione-sorda, visto che tutti parlano e nessuno ascolta, noi gironzoliamo felici alla ricerca del senso della vita, proprio quando siamo nel mezzo del cammin di nostra vita.

Io sono un Millennial e vedo lo Stato come il Dio che prese in giro Giobbe. Infatti, quando questo gli chiese il perché delle sue sofferenze, il Creatore dell’Universo gli rispose Dov’eri tu quando io ponevo le basi della Terra, un bel modo per dire Che tutte le cose hanno un senso per pochi, mentre gli altri devono solo accettarle. E dopo me, Millennial ferito, sarà la volta di altre generazioni che studieranno questo momento di passaggio, e, come tutti i passaggi, essi sono violenti e si scoprirà che tutto ciò che oggi brilla era solo una fiammella, e ciò che sta ai margini, ossia, il Popolo dell’Abisso simile a quello di cui parlò Jack London, non era altro che carne da macello per il progresso dei pochi, sani, ben costituiti, spettacolari, uomini del futuro.

Io sono un Millennial…

Solitudine. Una spiegazione

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Sei solo anche tra mille persone, nel mezzo di una folla in cui ognuno ha perso i propri connotati. Ma riesci a riconoscere i tuoi. Non sono mai cambiati. Erano così prima di immergerti tra gli uomini e così resteranno. I tuoi pensieri sono astratti, poco concreti, guardano altrove, ti fanno oltrepassare.

Dove c’è un marciapiede tu vedi un fiume grigio che scorre placido…

L’acqua riflette il cielo grigio, poco illuminato, mentre l’alba avanza e il nuovo giorno abbraccia il mondo… che cazzo è un nuovo giorno? Magari sarà l’ultimo che vedrai o sarà il primo di un’Era di follia, di pace, di gioia… parusia… s’aprono le danze, Dio ha dato inizio ai festeggiamenti e sulle tavole imbandite, laddove si celebrano le seconde Nozze di Cana, tu cerchi la formula magica con cui trasformare l’acqua in vino. Oh sì, anche tu vorresti compiere un miracolo o, magari, contagiare tutti con un’allucinazione, perché se tutto fosse stato solo un’allucinazione, Gesù sarebbe stato considerato un compositore di messaggi lisergici e ogni sua parola non avrebbe avuto effetto senza la stupefacente necessità di oltrepassare il limite.

Un uomo fischietta, ma nella tua testa il suo sibilo è simile a un’esplosione…

Nulla è vero intorno a te, nulla ha consistenza, nulla ha valore. La solitudine è così: sentire altro, essere diverso, estraniarsi dalla realtà, aver brividi di freddo e riuscire a parlare solo con la propria coscienza… coscienza infettata dal virus del silenzio… ricordi quando ricercavi il silenzio in una stanza di cui chiudevi la porta a chiave e a ogni scatto di serratura cresceva quella voglia suicida di non aver contatto con il mondo mentre il sole rovente dell’estate torturava l’umanità… e faceva sera, e poi la notte… quanto hai amato la notte. Un viaggio oscuro, anzi, il più luminoso… il silenzio della notte è come quello della morte, perciò tanti non sopportano l’idea di svegliarsi all’improvviso nel cuore dell’oscurità, perché riaddormentarsi sarebbe come morire di nuovo. Si vorrebbe morire una sola volta al giorno, possibilmente senza soffrire… addormentarsi-morire, insonnia-soffrire… di quante parole-chiave abbiamo bisogno per sopravvivere all’incomunicabilità, mentre la paura della solitudine ci spreme, e chi ci ha inculcato che siamo animali sociali o chi ci ha consigliato di amare il prossimo era un solitario, misantropo, portatore di infelicità.

Su una panchina si è accucciato un gatto, ma tu vedi te stesso…

Forse non ti sei mosso di qui e tutte le cose intorno a te non sono mai esistite. Forse è così forte questo senso di solitudine che non puoi far altro che immaginare e, intanto, quando hai oltrepassato il limite della normalità per entrare nel territorio della ragione ragionevole che sa ragionare anche sull’irragionevole, tu riconosci che su tutto si può fantasticare proprio perché esiste. Ed è per questo motivo che ami la solitudine, perché mentre la attraversi tutto ti appare vero.

Terrore della rinascita. Un ritorno alla normalità

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

In un ispirato momento di estasi pomeridiana, mentre fuori la gente corre ad acquistare l’ultimo igienizzante miracoloso per sfuggire all’invisibile virus, fisso lo sguardo su una fila di persone pronta a introdursi ordinatamente in un negozio di biancheria intima.

Il lockdown ci aveva tolto anche le mutande, i calzini, i reggiseni, le canottiere.
Ah, finalmente possiamo riacquistare la dignità.

E in questa visione di facce coperte da pezzi di stoffa che non proteggono, di labbra sigillate che dispensano sorrisi muti, di respiri soffocati, c’è tutto il senso della disgrazia che non ci vuole abbandonare, anzi, lei è felice di stare al nostro fianco e di abbracciarci, forse.

Oh, la disgrazia. Me la immagino nuda e formosa, con la pelle liscia e diafana, con gli occhi grandi e brillanti, il naso camuso (che non è un bel vedere), e le mani tozze per schiaffeggiare meglio. Non ha sesso, perché la disgrazia non sa di essere, non sa di esserci, non sa di respirarci sul collo. E anche lei guarda con me la gente che entra ed esce dal negozio di biancheria intima… tutti felici dopo aver acquistato le mutande, perché almeno quelle sono rimaste a buon mercato, alla portata di tutti… il pudore, in fondo, è democratico e a tutti è concessa la dignità di coprirsi con rigore l’intimità.

La fila si rompe, le persone iniziano a vociare.

Cosa mangeremo e di cosa ci vestiremo? Si domandano queste persone così eroiche che hanno voglia di tornare alla normalità, al pettegolezzo, al calcio in Tv, al gossip da spiaggia, alla prova costume, alla spesa nei Discount senza presentazione dell’Isee ai Comuni per ricevere i buoni spesa, all’aperitivo a sette-euro-con-stuzzichini, a sognare il rolex e l’ultimo iPhone. E proprio vicino al negozio di biancheria intima c’è quello che vende cellulari-tablet-iPad-TouchScreen, e lui, il proprietario, sta sulla porta, e fuma, e digrigna i denti, e guarda, e si gratta la testa e anche le palle, e sbuffa, e borbotta. A cosa pensa? Dai, pensate a cosa lui pensa…

La fila si è spezzata e si crea un assembramento, un uomo e una donna si abbracciano, non potrebbero, ma tutto è concesso mentre si attende il turno per entrare in un negozio di mutande. Sono quasi le sei di sera, si attende la pubblicazione dell’ultimo bollettino Covid19 (vittime-sopravvissuti-contagiati-guariti-miracolati). Non è più atteso come prima, non ci sono più tanti morti da piangere, il virus ha perso la sua carica virale, è quasi innocuo come un tiro di canna.

La statistica ha compiuto un altro miracolo: aveva previsto che per giugno tutto si sarebbe calmato. Così è, anche se la tensione va tenuta viva. In una nazione che si rispetti, il ricordo è arma di ricatto e l’Italia è una nazione fondata sul ricatto. Non si possono dimenticare facilmente i morti, i numeri della tragedia collettiva, i miliardi di euro bruciati, le parole della politica, le tesi dei virologi, le cazzate e le preghiere sputate al Cielo… Dio non si è ammalato, sta bene ed è già tornato a occuparsi della gestione ordinaria del cosmo… e in pochi istanti vanno via tutti, l’assembramento è scomparso, il sole è ancora alto, e io sono un altro, e il venditore di iPhone è uno qualsiasi, e il commerciante di mutande si ferma sulla soglia del negozio e si accende una sigaretta.  Sta finendo un altro giorno, forse, e qualcuno dice che “andrà tutto bene”… sarà stata la disgrazia?

 

Incertezza al chiaro di luna. Un domani

 

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

La comunicazione ci unisce, il silenzio ci allontana.

In questo momento di distanziamento sociale e di segregazione dobbiamo fare i conti con le nostre voci e i nostri corpi. Mai come adesso ci ascoltiamo e ci guardiamo, ci ammiriamo e ci commiseriamo. Fuori, la natura continua a parlare e a manifestarsi. Prima non avevamo tempo per Lei. Ora, invidiamo gli uccelli che volano liberamente, i gatti che si accoppiano, i fiori che vengono baciati dal sole e accarezzati dalla brezza.

In questi giorni di galera, in cui si vive per contare i morti, siamo felici per l’arrivo della Fase Due, ossia, il ritorno alla semilibertà, al quasi contatto, alla speranza di sentirci cautamente meno soli. Eppure, nessuno parla del nuovo ruolo che dovrà avere l’uomo nel mondo. Infatti, anche questa volta corriamo il rischio che la scienza risolva tutto con una cura o con un vaccino. Dopodiché, quando ci sentiremo nuovamente al sicuro, potremo ricominciare a combattere contro la Natura e a imporre il nostro dominio sulla Terra.

Rischiamo davvero di salvarci nel momento in cui avremmo potuto capire che la Tecnica non è tutto e che la Scienza non è sempre amica della Natura, ma, forse, tutto questo già lo sappiamo, solo che a noi piace sfidare il destino.

Oggi, noi guardiamo al futuro con occhi incerti, ma non riusciamo ancora a prenderci le nostre responsabilità. Infatti, scarichiamo la nostra ira contro Dio, i virologi, i cinesi, gli economisti, i politici, i pipistrelli e i serpenti. In alcuni casi, però, siamo ottimisti, invece, ci vorrebbe un po’ di cinismo.

Personalmente, non penso che questa esperienza ci renderà migliori, anzi, già si sente il profumo dell’inedia e il grido isterico e ipocondriaco di molte persone che non erano abituate alla solitudine; nonostante tutto, dobbiamo dirigere le nostre forze verso qualcosa di reale come l’accettazione della nostra condizione di ospiti della Terra. Infatti, la scienza ci potrà salvare adesso, ma non per sempre. Potremo salvarci anche altre mille volte, ma senza nuove prospettive perderemo costantemente la nostra libertà.

Non bisogna essere ottimisti, ma realisti. O ci adeguiamo alla Natura o lentamente ci estingueremo.

Leggere per abbandonare…

 

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su L’Ottavo

Mi hai chiesto perché leggere e io ti rispondo, amico mio.

Lo hai fatto in un momento in cui il mondo ti è crollato addosso, in cui avevi bisogno di risposte concrete e non solo di parole; ma sappi che le parole sono meglio dei fatti, perché esse li prefigurano, quindi, te ne danno sostanza e coscienza prima ancora che accadano. Non come vorresti, ma come potrebbero essere.

Leggere non rende le persone migliori e la cultura non salva il e dal mondo; tutt’al più allontana lo spirito, lo pone in esilio e lo fa rientrare in esso con occhi nuovi. Ma se ti manca l’umiltà, allora penserai che il tuo compito sia quello di ammaestrare, eppure, non c’è niente di peggio di una persona che si arroga il diritto di insegnare. L’unico senso della vita è apprendere per morire coscientemente, con la speranza di trasmigrare in luoghi nei quali ci sia altro da imparare. Puoi insegnare il tuo mondo, ma non il mondo; le tue parole, ma non le parole. Puoi gridare il tuo dolore, ma non il dolore. Ogni saggezza sbandierata a destra e a manca è solo un trofeo di cartapesta; diverso è l’amore per il sapere che niente chiede in cambio, ma tanto ti dà. Tu credi che il pensiero sia cosa da ricchi, da benestanti, da radical chic, invece, è proprio nella precarietà che tutto si svela. Tranne qualche eccezione, non ci sono stati né poeti, né filosofi, né letterati che abbiano potuto vivere del loro lavoro; i migliori sono morti di stenti, ai bordi delle strade, ai margini del mondo, sognando mentre lo stomaco soffocava per la fame. Alcuni hanno fatto scelte amare, perché la volontà di sapere è un fuoco che uccide le convenzioni, ma non ti rende migliore, anzi, ti allontana dal mondo e ti chiede di stare da solo.

La solitudine e la dissociazione sono percorsi obbligatori se preferisci la poiesi alla reificazione. E in questo mondo di facili connessioni e di web master pronti a darti consigli utili per non morire di fame-da-like, la diffusione delle idee è diventata solo una gara a chi la spara più grossa. Tu leggi, sfoglia le pagine, usa i tuoi libri come armi e quando senti che qualcosa non quadra con il tuo pensiero, non fermarti ma vai avanti… ogni libro ti suggerirà una strada. Non devi mai fermarti davanti alla tentazione dell’utile; il sapere è amico di chi vuole coltivare la disillusione verso questo mondo e l’amore verso il proprio universo. Già i profeti e tanti dei che l’uomo ha creato, compreso il nostro finito in croce, hanno messo in guardia l’umanità dai pericoli dell’arrivismo, della guerra, dell’utile, dell’egoismo, ma come vedi non è servito a molto; continuiamo a vivere nella nostra adolescenza. Come ragazzetti in preda alle nostre crisi ormonali inseguiamo la futilità e ci diamo la morte con estrema facilità.

Allora, amico mio, leggi per abbandonare ogni cosa e per non aggrapparti al mondo. Leggere non è un passatempo e non è un gioco, è un divertente modo per amare se stessi e per comprendere ciò che ti sta intorno. Hai bisogno di fatti, ma i fatti sono anche innescati dalle parole che pronunciamo… esse vanno proferite con cura, e la Cura è l’unica cosa di cui non dobbiamo mai dimenticarci. Io leggo perché ho trovato un raccordo tra i miei fatti e le mie parole, tra ciò che accade in me e fuori di me. Ma posso leggere milioni di libri, eppure, questo processo non te lo posso spiegare, ma ti garantisco che puoi metterlo in moto anche tu, perché è parte dell’uomo cercare un senso anche dove questo non c’è.

Leggi semplicemente senza sentirti migliore, ma solo per trovare parte di te in quel processo universale ed eterno di apprendimento al quale saremo sempre chiamati. Non sentirti mai maestro, tantomeno colto; leggere infatti ti abitua ad ascoltare, a stare in silenzio, a scrivere il meno possibile, a dire ciò che vale la pena pronunciare e, in alcuni casi, ti prepara anche alla morte.

E la morte è l’unica cosa che ci fa capire quanto siamo umani e disgraziati.

Anti-modernità. La rivolta gentile e la soffice delusione

 

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su L’Ottavo

PARTE I

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Prendo in prestito Eugenio Montale per iniziare questa disquisizione senza pretese, ma che cerca di addentrarsi tra le idee che vengono espresse quotidianamente contro il progresso e la modernità da un certo popolo di lettori e di internauti. Molti chiamano quest’epoca liquida, quando essa si presenta senza contorni, o post-modernità, quando non riusciamo più a dare una temporalità alle nuove scoperte. Nonostante tutto, non offenderemmo nessuno se parlassimo di post-contemporaneità e se identificassimo nel suffisso post una sorta di isola sulla quale il cammino dell’uomo si è paralizzato. Nulla vi è oltre la contemporaneità perché niente sopravvive oltre il presente. La mancanza di una prospettiva futura, oscurata anche dalla negatività delle statistiche, fa pensare a un tempo che ha tirato il freno a mano. La sensazione peggiore, avvertita da tutti, è che il tempo scorra per inerzia, pur apparendo frenetico e divoratore.

La società degli ossimori. Wittgenstein disse che la filosofia è un continuo chiarire proposizioni, ossia, ha il compito di rendere limpido ogni giudizio espresso. Qualsiasi intuizione è gettata nel Mondo; il nido da cui spicca il volo è avvolto dalle tenebre. È il regno dello Spirito, del subconscio, che produce ciò che la ragione elabora. La logica della sopravvivenza, attraverso cui l’individuo si amalgama alla società, genera il conflitto tra l’intuizione, la quale sottolinea l’errore, e la ragione, che limita l’azione di contrasto e di correzione. Ciò genera la società della contraddizione, dell’aperta guerra gentile, dell’odio di massa, della necessità di aggrapparsi a simboli forti. Così, a un generale bisogno di violenza si affianca la necessità di esternare pietismo e compassione; alla costante propaganda vitalista si pone la morte come scelta individuale. Di fronte a tutto questo ogni proposizione non è più intuitiva, ma deduttiva, essa è già chiara alla fonte per ciò che manifesta, ma non per ciò che rappresenta in sé. Vince in questo modo l’apparenza e scompare l’essenza.

Ogni sistema è costellato da apriorismi, quindi, vero solo nell’apparenza. La società umana sopravvive al non senso del mondo con la costruzione di un sistema. Ogni sistema ha i suoi pilastri, i quali vengono posti aprioristicamente. Valori morali, leggi economiche, norme comportamentali, non sono rintracciabili in natura. La ragione, ossia, il vanto dell’uomo, ha contribuito a creare la sua sopravvivenza, ma come si può notare ogni cosa muta. Le epoche scorrono. Le società sperimentano e modificano. Non esistono sistemi rigidi. Una norma cambia e il senso di giustizia viene relegato al mito. Il mito è sempre stato un collante tra il susseguirsi dei sistemi di una società. In questo modo, la società ha sempre mantenuto un legame con il Sacro. Con la morte e la resurrezione di un dio, è apparso anche un nuovo sistema. Il passato è diventato Tradizione, quindi, monito. Oggi, il legame con il Sacro è stato reciso. Ogni sistema è fragile. La Tradizione è scomparsa perché non esistono più dei. Il collante contemporaneo è il meccanicismo scientifico e la morale individuale della libertà e della buona volontà.

Se l’unità di misura del mondo è proprio l’uomo, allora, quali sono le prospettive?

 

PARTE II

Il mondo è una mia rappresentazione. Quando Schopenhauer scrisse la sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione avrà immaginato qualcosa di simile al nostro momento storico così zeppo di uomini tornati all’uso di una ragione fallace, e incapaci di ascoltare le proprie intuizioni.

Infatti, l’intuizione secondo il filosofo di Danzica, sintetizza oggetto e soggetto in un mondo che è solo rappresentazione, in quanto senza la vista, il tatto, l’udito, l’olfatto e il gusto di chi lo percepisce non esisterebbe.

E sebbene una realtà oggettiva esista, è comunque forma che si presta alla percezione e che l’uomo elabora. Ma è proprio nell’elaborazione che si genera l’errore, perché la ragione crea la riflessione e la riflessione è madre del concetto. In un mondo di concetti, giusti o sbagliati che essi siano, ogni proposizione, norma o lettura degli eventi è re-visionabile, perché immersa nello scorrere del tempo.

Sì, che anche la rappresentazione è relativa, in quanto ogni soggetto è parte del mondo e propugna la sua rappresentazione, ma l’intuizione non è giudizio, non è riflessione, non è concetto. L’intervento della ragione sostituisce l’intuizione e costruisce una fede cieca, scevra di dubbi, nel fenomeno, ossia, quella sequenza causale che spiega un avvenimento, ma che non riuscirà a rendere evidente il perché degli elementi che lo compongono.

La fede nella scienza e la morte di Dio. Solo i fenomeni sono diventati di interesse generale, i perché sono rimasti alla religione, diventata oggi spiritismo. È solo il Cielo delle idee che riesce a rispondere al perché delle cose, ma anche in questo caso, credere nel Cielo implica cieca fiducia, eppure la fede è speranza, quindi, dubbio.

Può esistere una verità dubbiosa? Lascio a voi la risposta. Svuotato d’ogni certezza, a ognuno di noi non è rimasto altro che affidarsi alla scienza che ha però chiarito i fenomeni. La grande speranza dell’umanità di trovare i perché è rimasta ancora una volta disattesa. In questo quadro di ansiosa ricerca, in cui anche la più stupida delle opinioni si trasforma in concetto, l’unica necessità è quella del ritorno all’intuizione. Viviamo in un mondo che non ci piace e che attraversiamo con disillusione. Avvertiamo la necessità di cambiarlo, ma ci sentiamo privi di forze. Pigri, vigiliamo. È questo sentirCi spaesati, però, che attesta il nostro EsserCi in mezzo a qualcosa che non sopportiamo più. Non è questa una grande intuizione? Non potremmo partire da qui per cambiare?

Un finale. Distopia ed utopia, per quanto all’opposto, partono dalla realtà, pertanto possono avverarsi. Anche se credere a questo richiederebbe una propensione alla ricerca e una dose di scetticismo non indifferente (scetticismo inteso come volontà di sapere), esse restano le uniche carte che possiamo giocarci. Poiché viviamo un’epoca di passaggio, di abisso, dobbiamo trovare nuovi linguaggi con cui edificare il futuro. Di tutte le epoche sono la grandezza e la miseria, la nostra non è da meno. Partiamo dunque da un sano scetticismo verso la tecnica e la dittatura della felicità. Riscopriamoci mortali.

Dominio e fallimento. Un discorso logico, ma non troppo

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Poiché la scienza è stata innalzata a contraddizione nell’interregno del dominio, mentre il dominio è schizofrenia della volontà di potenza che, a sua volta, tende a distruggere tutto ciò che è considerato immutabile, trovo giusto soffermarmi sul breve, ma intenso, Legge e Caso di Emanuele Severino.

Da sempre l’Occidente ha cercato di prevedere il divenire ponendo come già dato e stabilito ciò che ancora non è e che, di conseguenza, potrebbe presentarsi come evento casuale che dal nulla irrompe nella quotidianità. Attraverso questo gioco di prestigio, la logica ha costituito il regno degli immutabili, ossia, gli Dei, le istituzioni divine, la segmentazione del tempo e la sua ciclicità, e sebbene questa spiegazione maccheronica serva a rendere di facile comprensione la questione, questo discorso risulterà ancora poco chiaro se non teniamo in considerazione che il tentativo dell’uomo di dominare il divenire è, soprattutto, un modo per dominare la morte, dietro cui si cela l’ignoto e l’atavica paura per il passaggio nell’aldilà, trapasso inteso come fuoriuscita dal Mondo e ritorno nel Nulla. Proprio da qui dobbiamo partire, in quanto, tutta la disquisizione di Severino è incentrata sul nichilismo, inteso come processo logico-culturale che sancisce la nullificazione dell’Ente.

Se la scienza è verità, intesa come episteme, allora, ogni verità provata dal dato è certezza, e ogni certezza è conseguentemente un immutabile socialmente accettato anche quando si manifesta fallacemente. Ma ciò che per sua natura è fallace si dà in pasto a un cammino interpretativo che innesca il processo di distruzione del dato. Il dato quindi diventa quasi-verità parzialmente conoscibile solo attraverso l’ipotesi e la probabilità. Pertanto, la probabilità che qualcosa avvenga rinforza la potenza creatrice del nulla.

Ma come si può creare qualcosa dal nulla?

Ancora una volta siamo sul terreno di scontro della contraddizione, anzi, dell’aporia. E in questo procedere a tentoni tutto diventa imprevedibile, indeterminato e calcolato in base a una serie di probabilità che rende il nulla un caso, tradotto: ciò che ancora non è potrebbe generarsi dal nulla e modificare ciò che è e sempre sarà.

Qual è quindi la natura della scienza, intesa come dominio? Il dominio è esaltazione della tecnica, una tecnica svuotata del suo contenuto utilitaristico e infarcita, invece, di un cieco progressismo in cui la volontà di potenza rende impotente, quindi, fallace, ogni verità epistemologica.

Ma come può manifestarsi la verità in un Ente nullificato?

Il tempo. L’evento che non sa più di esistere

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Suddiario

Il mistero del tempo

Guardate quanto è silenzioso lo scorrere del tempo. Ci tiene per mano, ci guida e poi ci lascia. Finiamo noi, termina lui. Nulla torna indietro. Tutto svanisce. Poco ci ricordiamo, molto proviamo a rievocare, troppo non ha forma e colore. In lui, tutte le cose sono vecchie e nuove, rinascono e muoiono all’istante. Chi guida il tempo, che come un sogno non sa di esistere se non nell’attimo in cui si palesa? È come un miraggio che dà sollievo. È come un incubo che spaventa. Tranquilli, entrambi passano.

Il tempo dai punti cardinali sfuggenti

Pensiamo a quanto lontane siano le cose di prima e quanto irraggiungibili siano quelle di dopo. Quanto ricordiamo di Notre Dame in fiamme? Che cosa è rimasto delle polemiche del Salone del Libro di Torino? Quanto rimane dei nostri anniversari? Cosa ricordiamo dei nostri giorni? E domani sarà davvero un altro giorno? Oggi non è che un modo per delimitare l’adessoOra è solo un sinonimo di qui. Ma come sono sfuggenti questi punti cardinali che vivono nel nostro animo. Avvertono la densità di questo mare in costante espansione, si spostano, ci abbandonano e ci disorientano. I giorni feriali si compattano in unico blocco e il fine settimana diventa un traguardo.

Esiste un tempo interno, personale

Intanto, il nostro corpo viaggia sul tempo interno. Un orologio invisibile ci impone un ritmo che ci portiamo per tutta la vita. Non ha niente a che fare con quelle lancette che si muovono meccanicamente lungo i quadranti dei tanti orologi contro cui si imbattono i nostri occhi. È forse questo l’unico tempo che esiste ma che ignoriamo. È l’unico tempo che vale la pena di vivere a pieno, ma non abbiamo il tempo per assaporarlo. Andiamo di corsa. Tutto è vissuto come evento, ma per evento s’intende qualcosa di unico e di irripetibile. Eppure, oggi siamo eventi, perché tutto ciò che sta al di fuori del tempo oggettivo si svela unicamente a noi… un’epifania.

Una società fatta di eventi, di Epifanie

Siamo una società che vive di soli eventi, quindi, di Epifanie. Quelle tragiche ci piacciono più di tutte. Ci incollano agli iPhone e ai televisori. Pensate all’incendio che ha distrutto Notre Dame di Parigi. Per giorni se n’è parlato, tutti si sono sentiti ardere dentro. Adesso, in pochi ricordano questa tragedia. Non se ne parla più. L’evento è finito. Tutto sembra lontano. Pochissimi ricorderebbero il giorno in cui è avvenuto. I più dovrebbero ricercare la notizia su internet per rinfrescarsi la memoria. Sono passati meno di due mesi dall’accaduto, ma nella nostra mente sembrano anni.

Questa percezione malata del tempo lo ha reso così ostile. Mal sopportiamo i suoi capricci; poco ci sveliamo attraverso lui; poco resta della sua vivacità. Così sacro e dispettoso, il tempo scorre pur non sapendo di esistere e, forse, noi neanche immaginiamo di attraversarlo.

Rimodellare. Un delitto inconscio

 

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Racconto di Martino Ciano – già pubblicato su Libroguerriero

Forse l’ho già scritto da qualche parte o forse ho solo immaginato di scriverlo, l’uomo è nato per tormentare e per tormentarsi. La cosa importante è capire quanto ne valga la pena. Eppure, ci è data la possibilità di scendere in strada e sparare, dando vita a un giocoso massacro in cui tutti sono vittime e carnefici; così come possiamo sputare veleno su un foglio bianco, usando le parole come proiettili, e poi, strappare o bruciare tutto, lasciare che ogni pensiero torni a essere un segreto. D’altronde, un segreto è sempre qualcosa che ci angoscia, che ci scava. Sappiamo che prima o poi troverà il modo per manifestarsi al mondo, ma non importa, bisogna pur patire per qualcosa.

Questa notte ho voluto chiudere i conti con il mio segreto. Mi sono svegliato alle due e tredici minuti, sono andato in cucina, mi sono preparato una tazza di caffè, l’ho buttata giù come un assetato, sono andato in bagno, mi sono lavato il viso, le ascelle, poi ho messo i pantaloni blu scuro, la camicia azzurra, i mocassini color indaco.

Fuori la notte, addosso avevo tutte le tonalità del cielo delle prime ore del giorno.

Mi sono seduto alla scrivania e ho iniziato a confessarmi.

Avevo appena finito di rimodellare una donna, la mia donna di cui non ricordo neanche le iniziali del nome. Stavo lavorando intorno al collo e a un tratto ha smesso di muoversi. Tutto stava andando bene. Ricordo che avevo davanti a me un ammasso di argilla morbida e le mie mani ricostruivano l’immagine che avevo di lei in mente. Ho sempre amato modellare, costruire, far sì che tutto fosse come me lo immaginavo. Ho sempre odiato il caso, il libero arbitrio. Mi sembra ingiusto che un uomo nasca e si accontenti di ciò che qualcuno ha creato per lui.

Bisogna osare. Con la mia donna ho osato. È stata l’unica volta in vita mia e poi lei è sempre stata così accondiscendente. Silenziosamente, mi ha sempre ringraziato.

Prima del ritocco che ho apportato qualche ora fa sul suo corpo, ho impiegato cinque anni per imprimerle la forma che volevo. Ha lasciato il lavoro da segretaria d’azienda, ha lasciato la palestra, ha smesso di frequentare le sue amiche, ha abortito perché non avrei mai voluto un altro impiastro da modellare a mia immagine, sarebbe stato troppo impegnativo, non potevo permettere che la mia casa si trasformasse in un museo delle ceri. Ha imparato a parlare la mia lingua, ha soddisfatto le mie voglie a tavola, a letto, nel vestirsi, nel pettinarsi. Non ha mai disobbedito. Poi, un giorno, ha iniziato a ribellarsi, a gridarmi contro, mi ha chiamato mostro. Non potevo permetterle che si rivolgesse così. Dovevo intervenire.

Solo mia madre mi apostrofava mostro quando mi beccava a torturare le lucertole. Avrei rimodellato anche lei, ma non potevo fare tanto; d’altronde, lei mi aveva donato la vita, mi aveva allevato. Dovevo accettare i suoi rimproveri. È una legge di natura, non si può distruggere il proprio creatore, al proprio creatore ci si sottomette. E poi, ci pensava mio padre a rimodellarla con qualche ceffone sul viso. Anch’io avrei voluto farlo, mi sarebbe piaciuto. L’ho fatto con la mia donna. Qualche schiaffo, qualche calcio, tante parole che le incutevano terrore, che le facevano piegare la testa, a cui rispondeva spogliandosi, allargando le braccia e accogliendomi in lei, e quando la penetravo era come se penetrassi in me, nella mia opera d’arte. Era l’unico momento in cui mi sentivo in pace con l’anima.

Ora, però, deve svegliarsi.

La mia donna è distesa sul letto. Ha un corpo ferace. Vorrei possederla, farle capire che è mia, che non deve disobbedire più. So di essere esagerato ma deve avere pazienza. Quando tutti i miei tormenti saranno finiti, sarò sereno e lo sarà anche lei.

Adesso, devo svegliarla. Il rimodellamento è finito da un pezzo.

Devo solo togliere i segni viola che ha intorno al collo e poi sarà perfetta.