Esserci autenticamente. Un’opportunità

 

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Di fronte a questo virus siamo diventati autentici?

Partiamo da qui per riflettere su questo momento di fragilità, ma che attraverso gesti amorevoli e solidali ci sta pienamente ricollocando nella nostra umanità.

Ritornano adesso le parole di Martin Heidegger. Nel suo Essere e Tempo si concentrò molto sulla differenza tra Ci Si, due particelle usate distrattamente, ma che rendono perfettamente l’idea di quanto riusciamo a inserirci nella storia e nel qui-ora.

Se Ci, attributo dell’EsserCi, ossia, dell’uomo in cammino e custode dell’Essere, indica uno stato di partecipazione e di autenticità, Si diventa un distanziamento da ogni Ente e da ogni Tempo che non sentiamo nostri. Ma se il mondo è tutto ciò che noi vediamo e tocchiamo, se esso è in continuo dialogo con noi, come è possibile prenderne le distanze? Heidegger nota che l’uomo allontana da sé l’dea della morte proprio nel momento in cui dice si muore. È attraverso questa spersonalizzazione della morte, come se essa non toccasse mai me ma solo gli altri, che il filosofo tedesco intravedeva la disumanizzazione del pensiero e la volontà di svestirsi dei panni da pastore dell’Essere. Ecco perché per Heidegger l’uomo è vero nella morte, perché solo nel momento in cui riconosce la sua caducità, egli è pronto a prendersi cura dell’Essere e a vivere nel tempo propizio.

E qui pongo una domanda, vale la pena chiedersi se la vita abbia o meno un senso?

Ecco perché, in questo momento di quarantena forzata e di limitazione delle libertà personali in nome della salute pubblica non possiamo dire l’altro si ammala, ma solo noi ci ammaliamo. È in questo ritorno a un linguaggio attivo autentico che partecipiamo alla storia dell’Essere, che non è qualcosa di astratto, ma una epifania del tempo propizio.

L’autenticità dell’Esserci, ossia, dell’uomo, si mostra attraverso la cura, che nel linguaggio heideggeriano è l’aver cura con, in quanto è un atto che inizia in me e termina nel noi.

Ecco, è ora il momento di essere autentici e questa non  è una speranza ma un imperativo categorico.

Kali Yuga. La quantità del non essere

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Suddiario

Kali Yuga. La quantità del non essere

In un tempo non troppo lontano, quando ancora la Terra era un mistero, gli uomini rivolgevano le loro domande al cielo. Con gli occhi velati dalle lacrime e pregni di una nostalgia ancestrale, scrutavano i fiumi invisibili che scorrevano tra le costellazioni. Come in cielo così in Terra, essi sussurravano, consci della limitatezza dei loro sensi segregati in corpi-gabbia in cui le anime si dibattevano. Difficile, in questo modo, percepire il Tuttol’Unol’Indivisibile.

Eppure, su ciò che non riuscivano a dare una spiegazione, quegli uomini ponevano un’aureola. Nacque così il mito e la poiesi, lavorio dello spirito spontaneo e anonimo. Tale anonimato non era dettato dal fatto che questi uomini fossero omertosi o perché non esistesse il copyright, ma perché la spersonalizzazione era sublimazione dell’io e tentativo di riunirsi a quell’Uno indivisibile, dal quale si nasce e al quale si torna. In fondo, la molteplicità è solo su questa Terra, in questo popoloso deserto, nel quale meccanicamente nasciamo e meccanicamente moriamo.

L’incontro tra essenza e sostanza

Tutte le Teogonie iniziano con l’incontro tra Cielo e Terra, ossia, tra Essenza e Sostanza, Qualità e Quantità. Ogni inizio necessita di luce. Sul Mondo avvolto dalle Tenebre irrompe lo sguardo luminoso del Cielo; un Sole che dà avvio allo svelamento e alla percezione. Fiat Lux e luce fu. Da allora, lo spazio si è mischiato al tempo e nel suo movimento costante, in cui anche tutti gli Enti sono in cammino, nulla appare per perire sulla Terra, ma è legato in maniera indissolubile al Cielo.

Così l’uomo ha sempre alimentato il suo rapporto con il sacro, proteggendo ciò che era misterioso e segreto. Non tutto poteva essere spiegato, ma spiegare ogni cosa non era il problema dell’uomo. L’importante era saldare sempre di più, giorno dopo giorno, il legame con il Cielo. Infatti, l’uomo ha sempre portato nel cuore l’idea che provenisse da quello spazio lontano del quale conservava un ricordo rarefatto, una reminiscenza; magari, il ricordo di un pezzo di Iperuranio. Tutto andava bene, purché durante i suoi sogni o i suoi momenti catartici fosse riuscito a rivedere l’altrove, ossia, la sua Patria. Risorgeremo tra le braccia dell’Essenza.

 Il modernismo ha distrutto il senso del sacro

Il modernismo ha distrutto il senso del sacro. Lo ha considerato superstizioso e lo ha relegato in un cantuccio, rendendolo quasi invisibile. Non parliamo della religione, che attraverso il suo dogmatismo ha reso meccanico e burocratico il rapporto con il Cielo dell’umanità, ma del metafisico, luogo che ormai non si ha più il coraggio di visitare. La tecnica ha reso superfluo il dialogo con l’altrove. Oggi tutto è statistica, anche il Cielo. Pensiamo all’astrologia, quella cosa in cui nessuno crede ma verso cui tutti tendono le orecchie. Guardiamo al sapere esoterico, convertito in discussione da salotto o reso argomento di attrazione per imbrattare le pagine di qualche saggio alternativo.

Bastano questi esempi per far notare quanto ambigua sia la società, che da una parte cerca il sacro, mentre dall’altra lo ironizza e lo degrada a passatempo. L’ancestrale bisogno di rivolgere il proprio sguardo verso il Cielo delle domande e delle idee non è venuto meno, piuttosto, il sacro è stato barattato con l’esasperato razionalismo, innescando quello schizofrenico male di vivere che dona all’uomo un aspetto messianico.

Tutti abbiamo una missione da compiere nell’epoca del Kali Yuga

Nell’epoca dello spettacolo tutti abbiamo una missione da compiere, tutti sono pervasi da un senso di immortalità, nessuno vuole morire. La morte, ossia, la porta di ingresso per l’altrove alla quale si bussa serenamente solo se si ha coscienza del sacro, è oggi un nemico innominabile. Nell’Universo dei moti perpetui, delle orbite calcolate matematicamente, della statistica e della scienza inumana, non c’è posto per la morte. Il mondo stesso, senza morte, è diventato un Universo che l’uomo ha costruito a sua immagine e somiglianza. Perirà con lui?
“È questa l’epoca del Kali Yuga – scriveva Rene Guenon nella premessa del suo Il regno della Quantità e i segni del tempo – è un tempo di ignoranza e di oscurità in cui l’uomo misura tutto secondo se stesso”.
Di tutto ciò noi siamo testimoni o è solo un’impressione… una delle tante?

Il Bello come necessità di “senso”

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Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Suddiario

Il Bello abita nel nostro bisogno di dare un senso alla vita.

Nasce dal nostro stato di inquietudine e dalla necessità di comunicare con la vita. Lontani dall’alienazione quotidiana, che parla il sintomatico linguaggio della reificazione, ci riappropriamo delle sembianze dell’Essere, ossia, ciò che è e mai gli è concesso di non essere. Ma il Bello è un giudizio, pertanto, un valore che appartiene al nostro linguaggio privato. In nostro soccorso può venire Wittgenstein.

Nel suo celebre Tractatus, nella proposizione 6.432, egli afferma una proposizione è solo un’altra proposizione; un fatto è solo un altro fatto. Ossia: nessuna proposizione, nessun fatto, ci avvicina al senso del mondo (della vita) o ce ne allontana. Allo stesso modo, nessuna proposizione, nessun fatto, ci avvicina a Dio o ce ne allontana: “Dio non si rivela nel mondo”.

Insomma, il filosofo austriaco ci pone su un binario logico, anaffettivo, ma ci rivela una grande verità, a patto che non ci consideriamo avulsi dalla natura e dallo spazio logico nel quale si muove l’Universo.

Nelle sue Ricerche filosofiche, Wittgenstein ci parla del linguaggio privato, ossia, quello attraverso cui traduciamo in malo modo i nostri sentimenti. Il linguaggio è fatto di segni, siano essi parole o suoni; tali segni possono dare voce alle nostre emozioni, al nostro sentire, ma non spiegano bene ciò che davvero sentiamo. Per comprendere nella loro totalità gioie e dolori della nostra anima, l’altro dovrebbe entrare completamente in noi, e sappiamo che questo è impossibile. Pertanto, spiega, Wittgenstein, tutti noi parliamo un linguaggio privato e così rimane. Ogni parola ha solo un carattere generale, capace di catalogarlo, ma non di spiegarlo. Davanti ai nostri segni o alle nostre parole, l’altro legge il proprio sentire e gli attribuisce il proprio significato. Pertanto, deduciamo che ogni concetto e ogni parola esistono e trovano piena esplicazione solo nel soggetto.

Il Bello è quindi edulcorato eticamente, sociologicamente, pedagogicamente, in quanto, in un primo momento, rimane una impressione. Pertanto, solo nel processo di traduzione, che avviene all’interno del soggetto, prende forma e diventa significato attivo solo-per-me.

In quest’ottica, cos’è il Bello? E soprattutto è Esso la porta di ingresso della nostra anima? Se il mondo logico non è né bello né brutto, né buono né cattivo, né utile né inutile, il Bello è il concetto cardine del non-senso, capace di comunicare con il senso, quindi, con l’ordine?

Partiamo da un concetto: l’ordine genera il senso; il disordine è tutto ciò che agita il non senso. Dunque, abbiamo bisogno del Bello per dare vita al nostro senso. Bello e Brutto sono per noi sinonimi di Giusto e Sbagliato, Buono e Cattivo, ma, per ognuno di noi, questa scala di valori è soggettiva, privata. Saliamo e scendiamo lungo questi valori, e quando la logica corregge le nostre affinità col mondo noi sappiamo che tutto diventa solo uno spazio contenente enti oggettivi, anaffettivi.

Abita qui il suicidio?

Il Bello risponde quindi alla nostra necessità di dare un senso alle cose ma, paradossalmente, questo grido di allarme proviene dal non-senso, da quel luogo in cui il soggetto è solo epifania senza meraviglia.

Emanuele Severino parte da Thauma, che significa Meraviglia, che in questo caso, secondo il concetto aristotelico, è uno stupore che nasce davanti a ciò che è Sconosciuto e Mostruoso. Il non-senso è per noi mostruoso; solo ricercando il Bello di ogni enteche abita questo luogo ostile, lo portiamo nella dimensione del senso e lo incastoniamo nell’ordine. Questo processo di riappropriazione, di fuoriuscita dal limbo dell’incertezza, in alcuni casi ci fa giustificare il Male e la Cieca Volontà che attanagliano l’esistenza.

Il Bello risponde quindi alla nostra esigenza di sicurezza.

Termino con un esempio. In La morte a Venezia di Thomas Mann, l’anziano scrittore protagonista, Gustav von Aschenbach, dice meglio non conoscere l’origine di alcuni lirismi che fanno commuovere. Sulla loro provenienza è meglio non indagare, in riferimento al suo amore, al limite della pederastia, nei confronti del giovanissimo Tadzio. Un amore che rimane legato a un sentimento che non sfocerà mai in contatto carnale, ma che trasformerà un turpe concetto in qualcosa di sublime, di Bello.

Questo processo di giustificazione rende il Bello un concetto privato, che può essere incastonato in un ordine, in un senso che rimane proprio e senza il quale è lo stesso concetto-del-mondo, in sé e per sé, che verrebbe meno.

Martino Ciano

Rapporto ex Seileste-150t “Pianeta Terra”, una divagazione di Giuseppe Milite

Racconto a cura di Giuseppe Milite – inedito

Dista dalla sua stella 325 vlm[2] ( circa 150 milioni di chilometri – UMU[3]). Compie intorno ad essa un’intera rotazione alla velocità 3,75 vlm/g[4] (circa 100.000 chilometri orari  – UMU).
La specie dominante che ha abitato il pianeta nell’ultimo periodo della sua evoluzione, suonava il tempo impiegato per questo intero ciclo, “anno”. Si stima che dalla sua formazione abbia compiuto tale rotazione più di quattro miliardi e mezzo di volte (circa 4.500 milioni di anni – UMU).
Fa parte di una galassia di 115.726 miliardi stelle e 103,286 miliardi di galassie, contenenti a loro volta, ognuna mediamente, 100 miliardi di stelle. È ancora sinergico, attualmente, all’universo multiversalmente denominato eX-Seileste-150t.  Negli ultimi cicli circumstellari della sua vita, grazie alle straordinarie proprietà acquisite attraverso continui ed epocali stravolgimenti, un interscambio costante con altri corpi celesti e la favorevole distanza dalla sua stella, riuscì a sviluppare una ragguardevole varietà di specie viventi, tantissime, straordinarie e sicuramente multiversalmente uniche.
Oggi che cominciamo a saperne di più di questo pianeta, possiamo sicuramente affermare che tra la miriade di quelli finora individuati, probabilmente era uno dei pianeti maggiormente e meravigliosamente prolifici. Allo stato attuale dei nostri studi risulta che verso la fine del suo percorso evolutivo, una specie in particolare, si sviluppò al punto di essere in grado, tra i propri individui, di comunicare in modo rozzo ma gradevole, originale e discretamente evoluto. Tale comunicazione avveniva attraverso una sorta di articolazione sonora emessa da uno strumento vocale contenuto all’interno della sommità del loro corpo. Probabilmente nella parte congiungente l’unità centrale di elaborazione dati, al resto della struttura. Quest’ultima si suppone fosse, energeticamente poco efficiente. Per denotare la loro specie ed il loro pianeta li suonavano rispettivamente, “umana” e “Terra”.  È certo che la specie si considerò intelligente. Anche se non fu mai in grado di comprendere le forme di comunicazioni (meno evolute, ma altrettanto espressive e la maggior parte suonanti) delle altre specie viventi abitanti lo stesso pianeta. Da quello che vedremo dopo, anche le comunicazioni tra la stessa specie, non devono essere state tra le migliori.
E’ oltremodo ormai assodato che in relazione alla dimensione ed alle risorse del pianeta si sia riprodotta oltre il sostenibile, a danno di altre specie suonate rispettivamente “animale”, alla quale, pur ritenendo di appartenervi amavano distinguersi per presunta superiorità, e la “vegetale”.  Anche in questo caso è stato commesso l’errore di specie dominante classico, definito convenzionalmente “squilibrio ecosistemico di base”.
Le tesi sopra esposte sono state ulteriormente confermate dal ritrovamento nello spazio, appena fuori il loro sistema stellare, di una massa di materiali ferrosi[5], sicuramente appartenente a questo pianeta. L’oggetto è stato scoperto, casualmente,  da un nostro esternauta in viaggio di ricognizione a bordo di una navicella a curvatura intermultiversale. Era ormai privo di controllo e preda dei flussi magnetici stellari esterni, vagava a 64.500 vlm (45 miliardi di chilometri circa – UMU) dal pianeta d’origine. Sostanzialmente una sorta di sonda rudimentale, sicuramente utilizzata per ispezionare i dintorni di quella che era la loro casa.
Ebbene in questo oggetto è stato ritrovato un disco di rame placcato in oro, (la scelta del materiale era stata opportuna), con incisioni ben conservate di suoni, immagini e informazioni fondamentali sul pianeta, dalle quali è stato facile evincere e in alcuni casi avvalorare, quanto sopra esposto.
Da ulteriori accertamenti, effettuati poi, su residui di materiali organici sicuramente attribuibili a questa specie e miracolosamente salvi, ed all’analisi oggettiva dell’intero contesto, si arrivati alla determinazione, con l’esclusione di qualsiasi dubbio, che la specie era effettivamente poco intelligente ed appena ai primi gradi evolutivi secondo convenzione VIMAS[6]  .
È d’altra parte ormai noto, che una specie vivente che attraverso la sua evoluzione sviluppi una minima capacità intellettiva, non è in grado di autovalutarla. Tutte le specie studiate finora che l’hanno fatto, hanno difatti, implicitamente dimostrato di non essere sufficientemente intelligenti da comprendere di non poter essere in grado di farlo. Va comunque detto che la giustificazione dell’errore commesso spesso è dato dall’impossibilità di confronto che queste specie poco evolute hanno.
Difatti, se incapaci di viaggiare, quantomeno nel sistema stellare esterno, e se non raggiunti, magari casualmente, da altre civiltà, essi non hanno tale possibilità di confronto. È riconosciuto ormai multiversalmente che solo attraverso il rapporto e il confronto con altre specie galattiche, extragalattiche o extrauniversali che è possibile definire il proprio grado di intelligenza secondo convenzione VIMAS. Essi, purtroppo, si confrontavano solo con specie a loro prossime e disponibili sul loro pianeta, in particolar modo con un loro antenato prossimo, per denotarla suonavano “scimmia”. Da qui la facile induzione all’errore.
Avvicinandosi al pianeta poi, è stato rilevato che è ormai ridotto ai primordi. Stime effettuate concludono che affinché possa essere riutilizzabile da qualche colonia multiversale, sia necessario un intenso lavoro di pulizia e ricostruzione. Naturalmente questo avverrebbe all’incirca in 6000 rotazioni intorno alla sua stella (o anche anni umani). Sono attualmente allo studio possibili interventi, che se valutati sostenibili, (vista la grave condizione ecosistemica) potrebbero ridurre questi tempi ad un terzo.
In prossimità del pianeta, nello spazio prossimo che lo circonda, si ritrovano una miriade di ammassi ferrosi. La cosiddetta “spazzatura spaziale di prossimità primitiva”, tipica delle civiltà ai primi gradini della scala evolutiva.  “Nonostante la nostra grande esperienza di navigazione universale esterna, non è stato facile passarci attraverso!”, “Mai vista una cosa del genere!”, “ Il caos che regnava fuori l’uscio di casa lasciava immaginare quanto potevano averne dentro!”.
Questi sono solo alcuni dei singolari commenti, dei nostri esternauti addetti alla missione esplorativa. Comunque erano sicuramente strumenti usati per l’esplorazione e le comunicazioni del pianeta. Molti di loro giudicati senza dubbio superflui. Esaminandoli si rileva la loro appartenenza a studi, costruttori e scopi diversi, (spesso, presumibilmente sospetti) e la confusione dei gruppi che li lanciava in orbita. Questo indica, inoltre, che quella che loro suonavano “umanità”, si era fortemente divisa in ordini e sottordini e che ognuno di essi aveva obiettivi e scopi molto diversi. Alcuni senza dubbio malvagi e di supremazia di razza, all’interno di specie. Riteniamo, come c’è capitato ormai di scoprire e di esser costretti a scrivere più volte, che anche in questo caso, e purtroppo temiamo non sarà l’ultimo, sia stata questa, con ragionevole certezza, la causa della loro autodistruzione. Il pianeta attualmente emette ancora un suono, molto verosimilmente associabile a quello che poteva essere un lamento umano, esso è ascoltabile già ad una distanza di 650 vlm ( circa 300 milioni di chilometri – UMU).

P.S. Dopo aver elaborato in particolare un suono, presente sul disco sopra menzionato, probabilmente di una specie che loro consideravano inferiore, veniva da loro suonata “balena”, ci siamo resi conto che è stato veramente un peccato non fossero stati in grado di interpretarlo.  Riuscirci avrebbe potuto significare la loro salvezza.
Gli umani ma anche le specie viventi a loro precedenti e contemporanee, vengono ormai multiversalmente ricordati come: i suonatori.




Note:
1. ^ Tempo multiversale coordinato (corrispondente al 27 Dicembre 2112 – Anni umani – UTC)
2. ^ Velocità della luce multiversale
3. ^ UMU (unità di misura umana)
4. ^ g = Unità di tempo atomico multiversale
5. ^ Voyager 1 (così si suonava),  vista la distanza del ritrovamento dal suo pianeta di origine, è probabilmente stata una delle prime  esploratrici del loro sistema stellare esterno. Quando ritrovata, dal suo interno veniva ancora inviato qualche flebile segnale all’indirizzo del suo pianeta d’origine, anche se ormai, nessuno avrebbe potuto più ascoltare. Fu probabilmente lanciata nell’ambito di qualche programma della NASA (sigla che riteniamo dovesse riferirsi al costruttore). Voyager 1 porta ancora con se, (nel rispetto del codice etico di esplorazione multiversale, dopo lo studio è stato riposto li dove trovato), un disco di rame placcato d’oro. Le immagini e i suoni in esso contenuti sono ritenuti ormai multiversalmente, unici e spettacolari. Le istruzioni per accedere alle registrazioni (anche se superflue) erano incise sulla custodia del disco.
6.^ Criteri di valutazione coefficiente intellettivo ed evoluzionistico specie viventi, multiversalmente riconosciuti ed accettati.


Nota: voglio precisare ai lettori che ne avessero bisogno, che questo breve racconto, pur se fantastico, contiene alcuni dati reali. Effettivamente la terra gira a 100.000 chilometri l’ora intorno al sole e l’intero percorso di rotazione, il cosiddetto “anno solare”, dura appunto un anno. In questo periodo la terra descrive, approssimativamente, un’ellisse intorno al sole, il cui perimetro è poco meno di 1 miliardo di chilometri. Il nostro sistema solare poi, con tutta la galassia che lo comprende, la via lattea, si muove a circa 3.5 milioni di chilometri orari per lo spazio infinito che la circonda. Quindi, anche se a noi sembra quasi tutto immobile, la nostra posizione nello spazio, cambia di migliaia di chilometri ad ogni istante.  L’universo a noi conosciuto, poi, si stima sia composto da 100 e più miliardi di galassie, e che ognuna di esse contenga a sua volta, 100 e più miliardi di stelle. Tutto questo esiste e si espande da circa 13,5 miliardi di anni. I valori espressi sono magari approssimativi, ma fortemente impressionanti. Ci danno la possibilità di intendere quanto sia infinitamente sconfinato lo spazio che ci circonda. Insomma, va bene, ma perché elencare tutti questi numeri, vi chiederete. Credo che farlo possa servire a ridimensionarci un po’. Siamo sì una creazione magnifica e straordinaria, ma pur sempre e comunque, miseri puntini di polvere aggregata, seppur di stelle. Credo ancora che servano a porci una domanda. Perché una mano divina o, se si vuole, complicati e meccanici eventi (quest’ultimi, a mio avviso, poco probabili), ci avrebbero assegnato tanto spazio da doverci sembrare infinito. Se pur da misero puntino anch’io, quale convintamente sono, immagino che la ragione possa, in fondo, essere semplice e che attraverso questa ragione appunto, si possa comprendere, quanto più è possibile per noi, comprendere. Al fine di guadagnare quindi, sempre più ragione, almeno qualche volta e solo per chi dovesse per se, ritenerlo opportuno, eseguiamo il seguente esercizio: di sera, in belle sere, con la coscienza dei numeri sopra esposti ben a mente, alziamo gli occhi al cielo, inspiriamo, osserviamo il firmamento e poi riflettiamo espirando. Ripetiamo l’esercizio più volte. L’assiduità e la costante ripetizione di sera in sera, del suddetto esercizio, nei soggetti che sono afflitti da narcisismo, egoismo e materialismo, comporterà una lenta ma continua remissione dei sintomi

Martin Buber, Confessioni estatiche, Adelphi

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Anela l’anima mia… vuole raggiungere l’oltre, vuole unirsi per un attimo a quell’Uno indivisibile dal quale proviene. È prigioniera l’anima mia, ma certe volte si libera e se ne va lontana; si dimentica di appartenere al mondo, perché dopotutto il mondo è stretto… come una gattabuia. Nessuna parola, però, riesce a spiegare le meraviglie che dimorano nell’oltre. Tutte le lingue del mondo non hanno la capacità di rappresentare le cose che lo abitano. Per spiegarle bisogna usare delle similitudini, oppure, bisogna semplicemente tacere e godere nel silenzio… allora, sarà come addormentarsi.

Ecco, né io né tu vivono separatamente, ma in un contesto antecedente… lo dice Martin Buber; lo riporta nell’introduzione del suo Confessioni estatiche, un’antologia nella quale sono raccolte esperienze mistiche. Tutte queste storie sono simili e senza tempo. Buber ne prende solo atto, non le giudica da un punto di vista psicologico, religioso o sociale; no, vuole solo donarcele.

Sono testimonianze che hanno attraversato i millenni, eppure, sembrano scritte dallo stesso autore.

Ho letto questo libro e non ho avvertito il peso dei secoli, anzi, mi è sembrato che tutto si riproducesse qui e ora. In quest’oltre in cui non vi sono muri, corpi e spazi delimitati, v’è un senso di pace. È un tornare all’origine che le membra umane ci hanno fatto dimenticare; è come immergersi nel mare sentendosi contemporaneamente goccia, onda e oceano; è un tutto senza confini in cui non ci sono distinzioni.

Leggere questo libro vuol dire entrare in contatto con qualcosa che percepiamo, ma nel quale mai ci tuffiamo completamente. In pochi sono riusciti in questa impresa dolce ma dolorosa… tornare in prigione, nel corpo, è terribile. Così, in queste confessioni estatiche sta il tutto che è anche parte di noi; un tutto che ci chiama, ma dal quale qualcosa ci allontana.

Meditate su ogni pagina di Confessioni estatiche e sarà come addormentarsi.

Essere e poi, forse, morire… una divagazione

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Vogliamo Esistere, ma mai ci chiediamo quanto costerà mostrarci nudi, senza difese, con tutti i punti deboli ben esposti. Eppure, anche quando le ferite sanguinano, non ammettiamo di essere stati colpiti, bersagliati, tramortiti.

Vogliamo Esistere, anche quando tutto è contro di noi, quando non c’è possibilità di fuggire dal giudizio e dalla disgrazia di appartenere a una comunità che non ammette gli imperfetti, anche se questa si cosparge quotidianamente il capo di cenere per le vittime dell’indifferenza, della cecità, della sordità, del nulla che genera il nulla. In fondo, anche noi apparteniamo alla comunità e ne alimentiamo i pregiudizi; siamo dunque vittime e carnefici.

Vogliamo Esistere, ma non riusciamo a sopportare quella necessità di soffrire anche nel momento in cui gioiamo. Non ci piace ammettere che diveniamo, che torniamo nel silenzio mestamente. Vogliamo sempre cantare, come le cicale. Vogliamo sempre disturbare, come gli ubriachi. Vogliamo sempre gridare e incitare le folle a seguirci.

Vogliamo Esistere, ma scopriamo di non-essere, semplicemente appaiamo e ci appaghiamo a vicenda… per un attimo, finché la morte non ci separa da ciò che ci rende atrocemente veri, ossia, la vita. Le leggi proteggono i nostri crimini, il fato a volte è clemente con noi; eppure, nel corso del cammino dobbiamo saldare tutti i debiti. La morte si sconta vivendo. Si salva solo chi ha deciso di non esistere, perché ilvivere costringe all’anonimato, all’essenziale; mentre l’esistere getta nella mischia, impone di imbracciare le armi e di difendere il nostro nome.

Non so cosa sia Essere, ma so che ogni giorno mi costringo a Esistere. E questo vuoto incolmabile, questo difetto di conoscenza che mi tiene lontano dalla mia intimità, è proprio la felicità ebete, illusoria, tragicomica, che mi ha dato solo un nome da difendere… una carta di identità, un codice fiscale, una tessera sanitaria e armi con le quali tutti i giorni tento di salvarmi la pelle… mai però riesco a Essere.

Il buio oltre la siepe, Americanah, The hate you give – Nell’immaginario collettivo esistono ancora i ne(g)ri ? –

Articolo a cura di Maria Rosaria Deriu – Inedito

«Non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri» pare che avesse detto lo sceriffo Lummie. «L’abbiamo chiuso perché se l’erano dimenticati, che erano neri.»

OLTRE IL FIUME – J.R. Moehringer

La cultura nera mi affascina da sempre, colpevole probabilmente una certa filmografia hollywoodiana che, quasi a riscattarsi per anni di razzismo statunitense feroce , propone stereotipi razziali particolarmente carismatici e ai quali ci si affeziona.

I neri dei cori Gospel e della breakdance prima di tutto, i neri simpatici e snob de Il Principe di Bel Air, Danzel Washington e Morgan Freeman che in ogni pellicola risolvono ogni tipo di problema, la risata di Eddie Murphy a Natale, Nino Ferrer che canta Vorrei la pelle nera e Pino Daniele che si sente un Nero a metà. Siamo impregnati di una certa cultura pop che assegna ai neri o grandi talenti o grandi crimini, tutto estremizzato.

Ho letto un’interessante teoria secondo la quale i bianchi sono portati a pensare che un nero debba essere eccezionale per essere considerato, debba quindi essere imbattibile nello sport, nella danza o particolarmente in gamba negli affari. La storia del nero che ce la fa non la batte nessuno, come se davvero credessimo che i neri (un po’ come le donne) nascano con un cervello più piccolo, un handicap da superare, per cui il successo di quello che ce la fa merita di essere enfatizzato come un fatto straordinario; di conseguenza ogni nero sa che non dovrà semplicemente essere bravo nel proprio campo, dovrà essere superlativo per riscattare l’intera razza.

Non bisogna per forza essere razzisti per ammettere che spesso ci abbandoniamo a questo modo di pensare, quanto ha suscitato più stupore l’ascesa alla Casa Bianca di Barak Obama rispetto a quella di Trump? Obama all’epoca aveva tutte le carte in regola: figlio di un’antropologa e di un economista, due lauree di cui una in giurisprudenza ad Harward, impegnato attivamente in difesa dei diritti civili, senatore dell’Illinois … eppure nero per cui tutti i titoli conseguiti, un’intera carriera da golden boy vengono offuscati da questa lampante caratteristica fisica e la sua elezione diventa l’emblema del sogno americano nel quale chiunque (persino un nero) può realizzarsi.

Ovviamente “la razza nera” è molto presente anche nella letteratura. Ad esempio ultimamente, come spesso accade alla morte dell’autore, è tornato in prima linea in libreria Il buio oltre la siepe, un classico della letteratura americana, scritto da Harper Lee nel 1960 ma ambientato nell’Alabama degli anni 30. Narra la storia di un uomo di colore, Tom Robinson, ingiustamente accusato ed in seguito condannato per un reato che non ha commesso: violenza sessuale su una ragazza bianca. Tutta la vicenda viene narrata dal punto di vista di Scout, figlia dell’avvocato difensore di Tom. Scout è una ragazzina vivace e intelligente, cresciuta in una società della quale intuisce l’ipocrisia pur ignorando i pregiudizi e le meschinità. Questo romanzo in maniera molto delicata e semplice fa riflettere sulla facilità di attribuire la colpa al diverso anche se il “diverso” in questione è inserito pienamente nella comunità.

Ambientato circa settanta anni dopo, nei primi anni duemila, Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, ci presenta una storia di emigrazione, sogni e nostalgia di casa. Ifemelu è una ragazza come tante altre, cresciuta con il mito dell’America e la voglia di realizzarsi, famiglia rispettabile, un percorso di studi di alto livello. Arriva negli States con una borsa di studio universitaria e da quel momento smette di essere una persona qualsiasi e diventa nera, viene dalla Nigeria per cui l’inglese è la sua lingua madre eppure la ragazzina dell’ufficio informazioni le parla molto lentamente dando per scontato che non verrà capita. Un piccolo dettaglio che da subito la fa sentire fuori luogo. La storia di Ifemelu ricorda la storia di qualche immigrato sulle coste di Lampedusa, si da per scontato che non abbiano istruzione o che siano vissuti sfuggendo ad ogni principio di civilizzazione o igiene, la verità è che alcuni scappano dalla fame, altri hanno solo il sogno di una vita migliore.

Capivano tutti la fuga dalla guerra, dal tipo di povertà che distruggeva l’animo umano, ma non avrebbero capito il bisogno di scappare dall’opprimente letargia dell’assenza di scelta. Non avrebbero capito perché persone come lui, cresciute con cibo e acqua abbondanti ma impantanate nell’insoddisfazione, abituate fin dalla nascita a guardare altrove, ora fossero decise a fare cose pericolose, illegali, come partire: nessuno di loro moriva di fame, o subiva violenza, o veniva da villaggi bruciati, ma aveva semplicemente sete di scelte, di certezze.” (Americanah)

Tutt’altro scenario in The Hate U Give di Angie Thomas, concepito come Young Adult ovvero rivolto ai lettori più giovani, tocca un tema molto sentito all’ interno del dibattito moderno sulla razza: la violenza gratuita e paranoica della polizia statunitense sui neri. Protagonista e voce narrante è Star, una sedicenne che una sera vede un poliziotto sparare senza motivo a Khalil, suo amico d’infanzia. Questa tragedia la porterà ad interrogarsi sulle leggi non scritte del ghetto nel quale vive con la famiglia ma soprattutto a prendere una decisione difficile: testimoniare o no al processo per la morte di Khalil. Ferma al posto di blocco la protagonista ricorda gli insegnamenti dei genitori su come comportarsi qualora fosse stata fermata da un poliziotto “devi fare tutto quello che ti dicono di fare. Tieni le mani bene in vista. Non fare movimenti bruschi. Parla solo se interpellata”, proprio a sottolineare quanto la comunità nera delle città americane sia terrorizzata dalla polizia. Terrore che ha ben espresso una mamma di Baltimora, diventata per qualche giorno star del web nel 2015 per una fotografia nella quale è stata immortalata mentre prende a schiaffi il figlio adolescente e gli intima di tornare a casa dopo averlo riconosciuto sfilare durante una manifestazione violenta contro le forze di polizia.

Tre storie molto diverse accomunate dalla stessa visione stereotipata della razza, una razza che in realtà ne comprende centinaia diverse, i neri afro-americani, i neri dell’Africa e tra questi i neri dei singoli stati africani, i neri delle metropoli e i neri dei villaggi, una moltitudine di dialetti, religioni, tradizioni, cibi, usanze, che ci viene spesso presentata come un’unica massa nera.

Esilio, ossia, una riflessione dopo aver letto Pavese

Articolo di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Conservo per me le piccole gioie di una riflessione suffragata dal bisogno di evasione che si avverte nei momenti in cui Dio è morto. Non c’è pessimismo nel nichilismo ma disillusione, e disilludersi vuol dire prendere coscienza della realtà attribuendo alle cose il loro nome. Come Adamo possiamo rinominare il creato abbandonato dall’Eterno. La sua assenza è un dato di fatto, solo gli estremisti possono ancora credere nel suo intervento… girano come bimbi fin quando una vertigine non li farà cadere in terra.

Ecco le lacrime delle cose. Tutto è compiuto. Ciò che è mortale tocca la mente.

Siamo pronti per l’esilio.

L’esilio è la scelta suprema di chi non vuole più mettere piede su un suolo che non gli appartiene, è la strada imboccata da chi ha deciso di attraversare la realtà e non le illusioni della fama e dell’approvazione.

L’esilio è la nobile ricerca di un’alternativa che preservi l’individuo dal male collettivo. Gli avvenimenti devono far riflettere ma non scombussolare, ciò obbliga a passare da un’empatia di facciata a un’empatia vera, libera da tutti i formalismi. Chi sceglie l’esilio sa che è un uomo tra uomini con lo stesso destino. Alla morte importano poco le qualità che ognuno di noi si attribuisce, poco le importa di tutto ciò che è stata la nostra vita.

Mortuus est… tutto sparisce in un sol colpo.

L’esilio è il bisogno istintivo dell’uomo di aspirare alla sua salvezza.
Essere impronta di se stesso e non per il mondo che dimentica e cancella tutto.

Un minuto di silenzio per i morti del passato, per quelli recenti, per le vittime degli attentati terroristici. Rimane solo questo… un minuto di silenzio in cui il dolore è assenza di parole, suoni ed emozioni. Eppure, la sofferenza è rumore, scuotimento, tremore.

Ma più che di silenzi avremmo bisogno di risposte. Le chiedeva Pavese, guardate che bella questa sua riflessione.

Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – Dei caduti cosa facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

Nessuno sa rispondere.

Termino dicendo che nonostante le mie forze né l’esilio, né il nichilismo preservano l’uomo dal dolore. Perché convincervi del contrario? Questa è un riflessione scritta di getto, seduto in poltrona, mentre in tv passa un telefilm poliziesco.

Solo l’ennesima cazzata venuta fuori, così.

La tragica immortalità: un pensiero positivo

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Così si manifesta l’intuizione, allucinazione che ci rende per un attimo folli; momento in cui l’anima mostra agli occhi la materia invisibile che se ne sta nascosta nel cosmo, o che ricorda alla mente un concetto appreso prima ancora che nascessimo.

Intuizione, madre di ogni catastrofe metafisica; lucido ragionamento non accettato dalla fisicità. Lei, ci spaventa, ci rende profeti, o poeti, o scrittori, o artisti. Ed esultanti esclamiamo: Noi sappiamo, perché semplicemente esistiamo!

Abbiamo in noi una conoscenza innata, appresa in luoghi lontani, prima ancora di mettere i piedi sulla terra, prima che la carne ci relegasse a passioni imperfette. Lo ripeté Socrate ai suoi allievi nelle sue ultime ore di vita; lo scrisse Platone, nel suo Fedone. La prova è data dalle reminiscenze che ci tornano in mente come lampi che illuminano il buio. Ecco l’impeto dell’intuizione, quel dialogo che l’anima riesce a pronunciare liberamente, quando per un attimo zittisce quei sensi che ci rendono carne sensibile in un mondo materialmente limitato.

Cos’è quindi la morte, se non liberazione da una gabbia che ci separa da quel sapere supremo, cui la filosofia e le arti aspirano? Solo per questo motivo non bisognerebbe averne paura.

 Sacrificate allora un gallo ad Asclepio, dio della salute riacquistata.

Pertanto, tutto è mescolanza di elementi e ogni cosa è frutto di una rigenerazione che avviene nei laboratori del caos primordiale; ciò che abita sulla terra vive e muore per poi separarsi e unirsi ad altro.

Inspiegabile immortalità, in cui io non io, oggetto soggetto si agitano.

Forse, questa è un’esposizione imperfetta, velata dalle titubanze, perché dire tali cose fa sembrare sciocchi e frustrati. In quest’epoca, nella quale ci si affida solo ai cinque sensi, ragionare per intuizioni è roba da santoni. Ma qui, non invochiamo né spiriti né demoni, tutt’al più vorremmo discutere faccia a faccia con il nostro daimon, solo per capire se ci siamo smarriti durante il viaggio. Di tutte queste cose invisibili eppur visibili sono piene la letteratura, la poesia, la filosofia, l’arte e la musica.

Più umanità, meno macchine.

Più Hölderlin, Empedocle, Socrate, Platone, Hillman e altri mille… affinché si vada sempre alla ricerca della sapienza velata, intuitiva, che guida l’anima fanciulla e immortale. Potrebbe sembrare un augurio, invece, è solo un’intuizione che mi ha rapito un po’ più del solito.

Jules Régis Debray, Elogio delle frontiere

Articolo a cura di Gianfrancesco Caputo – Inedito

In tempi di globalizzazione e di annullamento delle identità dei popoli, al fine di creare il “popolo unico”, parlare di frontiere può sembrare anacronistico e forse addirittura antiquato, tuttavia un certo amore per l’archeologia ci fa riscoprire il senso e la funzione della frontiera, quel limite che Ludwig Feuerbach definiva nella sua Critica della filosofia hegeliana, come “quello che diviene realtà, lo diventa sempre esclusivamente in quanto è qualcosa di determinato”.

Soprattutto in tempi come questi è opportuno, forse necessario, riconsiderare l’idea di frontiera, Jules Régis Debray scrittore, giornalista, professore e intellettuale francese, lo fa nel suo “Elogio delle frontiere” (add editore 2012). Debray si chiede se non sia lo stesso decantato sistema democratico ad aver concettualizzato un mondo senza né dentro né fuori, precipitandolo in una tecnocrazia senza confini naturali, quei confini che erano il naturale limes di popoli e imperi.

D’altro canto l’Europa delle banche e del capitalismo finanziario ha ripudiato il principio del “concerto delle nazioni” poiché avendo ereditato “un massimo di diversità in un minimo spazio” diventa troppo faticoso capirsi tra popoli europei così differenti, meglio incontrarsi nel campo neutro e spoliticizzato dell’economia, i buoni affari interessano tutti, “pecunia non olet”.

I popoli europei invece, sentono un bisogno arcaico, sanguigno, vitale, di piantare insegne ed innalzare emblemi, perché al di là delle nuvole della realtà virtuale, unificante ma falsa, i popoli europei vogliono abbeverarsi alla fonte della propria tradizione culturale.

Dunque la demo-tecnocrazia mentre comprime l’orizzonte del cittadino-elettore, allarga l’orizzonte dell’individuo-consumatore “deterritorializzando” le identità comunitarie e globalizzando l’economia, ecco perché il tema delle frontiere, oggi più che mai, è di grande attualità.

La frontiera è innanzitutto una questione intellettuale e morale, la frontiera non è un muro, è corpo vivo che respira, che filtra, lascia passare l’aria nuova proveniente da altri e diversi luoghi, favorisce l’equilibrio attraverso lo “ius publicum europaeum”, che necessita, anzi quasi impone, l’incontro tra i popoli, perché è ovvio che se questa formula è valida per i popoli europei sarà valida per i popoli di tutto il mondo, ecco si intravede la nuova frontiera.