Ennio Flaiano, un notturno per l’Italia

Articolo scritto da Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Italia, paese di porci e di mascalzoni…

Volevo leggere qualcosa sui vizi degli italiani e mi sono soffermato su Diario notturno di Ennio Flaiano. Sono andato sul sicuro, certo che avrei trovato risposte esaustive. L’ironia di questo scrittore-giornalista-cronista ha l’effetto di un digestivo.

Accettarci è difficile, eppure, conviviamo con i nostri sensi di colpa, lasciandoci cullare dai complessi. Forse ne abbiamo bisogno, d’altronde, come faremmo a giustificare il nostro immobilismo e la nostra incapacità di reagire? Già negli anni Cinquanta, Flaiano scriveva del vizio dei mariti italiani di uccidere e di picchiare le loro mogli. Già parlava della spettacolarizzazione del macabro che ci rende allegri necrofili. Già descriveva i nostri peccati e i mille modi escogitati per leccare il culo al potere.

Il posto fisso; la sfrenata ambizione; il moralismo esasperato, usato per mascherare le porcherie quotidiane; la finta indignazione davanti agli scandali, grazie alla quale ci sentiamo un po’ meno corrotti; il nostro bisogno di apparire, ossia, l’antitesi della volontà di potenza.

Volere è potere: la divisa di questo secolo. Troppa gente che «vuole» piena soltanto di volontà (non la «buona volontà» kantiana, ma la volontà di ambizione); troppi incapaci che debbono affermarsi e ci riescono, senz’altre attitudini che una dura e opaca volontà. E dove la dirigono? Nei campi dell’arte, molto spesso, che sono oggi i più vasti e ambigui, un West dove ognuno si fa la sua legge e la impone agli sceriffi. Qui, la loro sfrenata volontà può esser scambiata per talento, per ingegno, comunque per intelligenza. Così, questi disperati senza qualità di cuore e di mente, vivono nell’ebbrezza di arrivare, di esibirsi, imparano qualcosa di facile, rifanno magari il verso di qualche loro maestro elettivo, che li disprezza. Amministrano poi con avarizia le loro povere forze, seguono le mode, tenendosi al corrente, sempre spaventati di sbagliare, pronti alle fatiche dell’adulazione, impassibili davanti ad ogni rifiuto, feroci nella vittoria, supplichevoli nella sconfitta. Finché la Fama si decide ad andare a letto con loro per stanchezza, una sola volta: tanto per levarseli dai piedi.

Ed oggi, c’è in giro qualche nuovo Flaiano? No! La qualità dei nostri cronisti è scadente. Tutti vanno alla ricerca degli scoop, ma di quelli che scoperchiano una passeggera e provinciale indignazione. Mancano opinionisti degni di nota. Più che bastioni della cultura, abbiamo prigioni dentro cui il nostro cervello non deve pensare. Tutto deve andarci bene. La critica è affidata ai comici. Abbiamo dato a Made in Sud e a Zelig il compito di aprirci la mente. I nostri difetti ci fanno tenerezza, rappresentano un patrimonio inestimabile, che esportiamo con fierezza.

Le case crollano con i ponti, le coste continuano ad essere erose dal mare. Finita la speculazione edilizia è iniziata quella culturale. Ma in fondo Ennio Flaiano ha anticipato questo fenomeno… cosa sarebbero gli italiani senza i cognati e i parenti, senza l’attesa di un miracolo che risolva ogni problema, all’improvviso, senza far vittime, ridando a tutti lo status di innocente? Il nostro nepotismo ha fatto scuola, in Europa già viene imitato.

L’Italia è quindi un paese immenso che può finire in un diario che si scrive di notte, quando le tenebre nascondono meglio i nostri peccatucci, grazie ai quali si ride, si piange e si spera in un domani migliore.

Salvatore Satta, il fascismo dell’uomo tradizionale

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

In un momento come questo, nel quale fascisti e antifascisti cercano il loro posto rievocando teorie anacronistiche, la lettura del De profundis di Salvatore Satta eviterebbe tanto onanismo ideologico. Sono sicuro che alcuni non riuscirebbero a sopportare il puzzo della colpevolezza che ancora aleggia sulla nostra italica (in)coscienza.

Ebbene, questo breve saggio fu scritto tra il 1944 e il 1945. Salvatore Satta parte da un episodio particolare. Un militare italiano, reduce dal fronte russo, sale su un treno, trova posto in uno scompartimento e viene subito adocchiato da un borghese curioso, che inizia a fargli delle domande. Il racconto del soldato è meticoloso, ricco di spunti di riflessione, ma l’uomo si addormenta e il milite continua a raccontare al vento la sua esperienza siberiana.

Ecco una metafora dell’Italia fascista, ossia, una nazione dormiente che non si accorge della disgrazia. Ma a volere il regime fu proprio l’uomo tradizionale, a cui interessava vivere senza troppi pensieri. Dopotutto, ci spiega Satta, la borghesia voleva un uomo forte che si facesse carico di tutti i problemi, e tra i tanti pretendenti scelse Mussolini. Vero è che il regime avrebbe tolto a tutti la libertà, ma a pensarci bene, agli italiani è mai importato qualcosa della libertà?

Infatti, ci spiega lo scrittore sardo, quando Mussolini dichiarò guerra alla Francia e di riflesso all’impero britannico, l’uomo tradizionale rimase deluso; questo perché la borghesia italiana aveva sempre osservato con ammirazione il modello anglosassone della libertà, basato sulla ricchezza e sull’abbondanza. Per questo motivo, quando gli Alleati entrarono in Italia, tutti scesero in piazza a festeggiare. Infatti, nessuno aveva mai accettato la guerra contro gli inglesi; così come, nessuno vide di buon occhio l’alleanza con il popolo tedesco; popolo dal quale gli italiani si sono sempre dovuti difendere.

Ma il concetto di libertà caro agli anglosassoni non è né romantico né razionale, bensì, ha come unico scopo quello di liberalizzare degli spazi altrimenti inaccessibili, che verranno poi sfruttati economicamente.

Pertanto, l’uomo tradizionale, ossia, il borghese, attraverso il Fascismo, ha solo cercato di calmare le acque di un’Italia in preda a una pericolosa isteria bolscevica, per poter svestirsi dei suoi logori indumenti e indossare abiti da gentlemen. Fatto sta che Mussolini ha rotto l’incanto di un romantico contratto firmato anni prima, e che aveva come oggetto la cessione del decadente modello italico della libertà. Anche i contadini e i proletari si sono fidati delle promesse e hanno vissuto gioie e miserie del Fascismo come se fossero espressioni di una inesplicabile volontà divina. Nessuno poteva immaginare che il sonno della ragione portasse con sé la Guerra Civile, le città distrutte e una penisola devastata dalle bombe e dalla povertà, e che gli abiti da gentlemen venissero pagati con fiotti di sangue.

Così parla Satta. Lo scrittore sardo guarda con ironia e cinismo all’Italia fascista. L’uomo tradizionale, colpevole dell’avvento e della disfatta del regime, è stato colui che ha acclamato e poi maledetto Mussolini. Con il suo dormir tranquillo ha attirato nella trappola tutti gli altri; compresi gli eroi, ossia, quelle camicie nere che subito dopo la conquista del potere abbandonarono il coraggio, la forza bruta, la carica rivoluzionaria, il furore e la sfrontatezza, in favore delle buone maniere e della mollezza.

Questa lettura che ci propone Satta è un discorso amaro e mai affrontato nella nostra Italia, ancora priva di identità. Nonostante la sua storia millenaria, la penisola appare divisa in piccoli stati e in zone in cui a governare è l’anti-stato, ossia, una mentalità tribale che adora feticci. Ancora oggi, il Fascismo appare come una rivoluzione neutra, che sta dando a qualcuno la possibilità di giocare al rosso e al nero.

Ciò che Satta denuncia nel suo De Profundis è questo: l’Italia non ha mai creato un suo modello di libertà, ma ha sempre guardato a quello degli altri. Un problema che persiste e che non si risolve con la sola applicazione della Costituzione, ma con un processo di emancipazione.

Incroci, Henry Miller-Heinrich Böll-Enrico Emanuelli insieme senza saperlo

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Ho sfogliato con gli occhi le opere allineate nella mia libreria. Tanti volumi, riposti alla meglio, senza tener conto dell’ordine alfabetico. Eppure ogni testo è ancor vivo in me. Mi basta uno sguardo per ricordarmi quando l’ho letto, quanto ci ho messo, le emozioni che mi ha dato. In alcuni casi, riesco a ricordare anche il disgusto che ho provato, perché non tutto ciò che si legge piace davvero. A volte la nostra colpevole bulimia letteraria serve solo a soddisfare l’insoddisfazione cerebrale. Si legge per grazia ricevuta.

I miei occhi sono caduti su Opinioni di un clown, il capolavoro dello scrittore tedesco Heinrich Böll. L’ho letto qualche anno fa, ma in me rimane ancora vivido il ricordo del protagonista, Hans. Attore, clown, caduto in povertà, fermato da un infortunio, eroe anti-borghese e tremendo accusatore del bigottismo cattolico con cui la Germania stava provando a dimenticare il nazismo e l’Olocausto.

Ricordo anche quando lessi l’introduzione e la prefazione del libro. Io le leggo sempre, perché oltre l’opera v’è lo scrittore e oltre l’autore v’è il contesto storico in cui agisce. Non esiste penna che sia indipendente dal tempo in cui il suo tratto si rende indelebile. Al massimo può essere controcorrente. Böll faceva parte della corrente della Letteratura delle macerie nata proprio per ricostruire la cultura tedesca attraverso l’autocritica. Mi rimase impresso questo nome. A primo acchito potrebbe sembrare un nomignolo nichilista, invece, svela al mondo il potere salvifico della letteratura. Dalle macerie, la ricostruzione spirituale attraverso l’analisi e l’autocritica.

Faccio scorrere lo sguardo tra le mensole della mia libreria e pesco un piccolo testo che ho letto da poco. Una lettera dal deserto di Enrico Emanuelli. Giornalista e scrittore morto nel 1967 e che negli ultimi anni della sua vita fu responsabile delle pagine letterarie del Corriere della Sera. Questo libro è un breve testo in cui cronaca e letteratura si uniscono. Tutto ruota intorno a una curiosità: sapere perché un ex tenente medico italiano si sia rifugiato presso gli Indos peruviani per condurre una vita appartata. In queste poche ma intense pagine si intrecciano emozioni, ricordi e, soprattutto, una profonda analisi dell’uomo e della società italiana nell’epoca fascista.

Anche di questo libro ho letto la prefazione e ho scoperto che Emanuelli era un convinto avversario del Gruppo ’63, all’epoca avanguardisti, oggi, tra i principali responsabili della creazione delle baronie culturali italiane. Sarà per questo motivo che Emanuelli è finito nel dimenticatoio?

Ecco cosa scrisse Emanuelli riguardo al gruppo di cui facevano parte Sanguineti, Eco, giusto per citare i più celebri.

“Certuni ad ogni costo vogliono far paura ai benpensanti. È da sciocchi non riconoscere grande importanza a questi impauritori di turno. Soltanto bisogna rassegnarsi a un guaio: per ogni vero, spontaneo e disinteressato impauritore, come Henry Miller, ve ne sono dieci fasulli, calcolatori e mestieranti”.

Ed ecco, rimetto Emanuelli al suo posto. Nel mio cuore ancora lo applaudo e mi scuso con lui per averlo conosciuto così tardi. Mi sposto proprio su Henry Miller, sul suo Tropico del Cancro. Libro amabile, libertino, parigino. L’esperienza di un uomo che risponde con indifferenza alla possibilità che i suoi sogni non si realizzino. Miller è diventato ciò che voleva, ma proprio grazie alla genuinità della sua scrittura. Scioccare, raccontando la realtà.

E così finisco il viaggio nella mia libreria, il mio tour in questi ricordi ancor vividi. Posso andare a dormire tranquillo anche questa sera.

Fëdor Dostoevskij, quell’uomo felice della sua malattia

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Lasciamo i giochi di potere a Dio, a noi ha lasciato la sua ira… la parola.

Questa frase è stata partorita dalle profonde pozzanghere della mia anima in questa sera di gennaio, mentre rileggo Memorie dal sottosuolo di Fëdor Dostoevskij. Mi sono trasformato nell’uomo-topo che cozza indomito contro il muro innalzato dalle leggi della natura.

Ah, quanto sazio ne ho ricevuto, signori miei. Mi sono lasciato perseguitare dalle parole di questo libro che avevo sepolto nella mia libreria. Seppellito ma sempre presente nella mia mente, perché ogni tanto mi sono sentito un uomo malato.

Con piacere ho goduto ancora una volta delle manie del protagonista, delle pulsioni del suo animo delirante. Ma cos’è il sottosuolo?

È quella parte della nostra coscienza in cui si deposita il nostro male, il nostro masochismo, la cattiveria che divora la bontà. Incarnando ruoli diversi e maschere pagliaccesche riusciamo a tenerlo lì, in silenzio, sottomesso, fin quando l’istinto decide di liberalo e si riprende la rivincita, facendoci finalmente sussurrare: io sono un uomo infelice. Infelice perché si vuole, si desidera, si lotta solo per il proprio bene.

Ma proprio il protagonista si domanda: è possibile che il nostro vantaggio sia sempre positivo? Sì, attraverso questo racconto Dostoevskij indaga il bene e il male, va al di là d’ogni razionalità e crea un personaggio che per la prima volta lotta per la sua rovina. Lo fa in maniera ponderata, ma spinto da una forza astratta, cui non sa dare un nome. E più il protagonista proverà a darle dei connotati, più essa diventerà sfuggente. E allora qui sta la grande intuizione dello scrittore russo, quella che muoverà orde di filosofi del ‘900 verso la metafisica dell’assurdo: il male è una contemplata negazione della vita e l’uomo la conserva nel suo sottosuolo; il male è l’abisso che si guarda con paura e con piacere. E l’origine del male è più misteriosa della vita.

 Ma c’è salvezza per l’uomo? Sì, Dostoevskij non lo esclude ma non è ottimista, bensì, possibilista. Come a dire a volte ci credo. Di qui nasce la figura di Lisa, la prostituta più angelica della letteratura.

Dopo una cena trascorsa con alcuni conoscenti, il protagonista si reca con loro in un bordello. L’unico motivo che l’ha spinto a seguirli è la vendetta che brama verso Zverkov, con cui ha precedentemente mangiato e bevuto. Ma il suo è più che altro un gesto di ribellione verso questo amico, ex compagno di scuola e ora vigoroso ufficiale dell’esercito. Il protagonista non ha un vero motivo per dargli uno schiaffo, vuole solo umiliarlo, fargli sentire ciò che lui prova come misero impiegato che passa il suo tempo libero a leggere e a fantasticare. Ma la sua rimane un’intenzione che sbuca dal sottosuolo e divora la sua anima. Ed è proprio in questo momento cruciale, in questa casa di perversione, che avviene l’incontro con Lisa.

Giovane, carina, spaesata. Di fronte a lei il male torna nel sottosuolo e lui, il protagonista, ha per lei parole di redenzione, di amore e di compassione. L’amore, l’unica cosa che conta e che va al di là delle ricchezze. Il nostro eroe è così colpito da questa ragazza che addirittura le dà il suo indirizzo, la invita a non vendere più la sua anima e il suo corpo. È come se volesse salvarla dal suo stesso destino, quello di rimanere un giorno schiava del proprio sottosuolo e di trasformarsi in una donna-topo perseguitata dal male.

E allora cos’è il male se non il risultato dell’umiliazione costante, del degradamento della coscienza dell’uomo, dell’incapacità di reagire. Ecco il perfetto eroe superfluo di cui  Dostoevskij ha riempito i suoi romanzi. L’uomo qualunque, sofferente, la cui reazione non muove rivoluzioni, ma indifferenza; che rimane lì, a morire, schiavo della sua ribellione sognata, immaginata. Cerca il bene e la pace ma è così sottoposto al male e allo scherno altrui, che si converte alla malvagità. Un profilo che Moravia rievoca nella figura di Michele nel romanzo Gli indifferenti e che troviamo anche nel breve racconto Giovanni Episcopo di D’Annunzio.

Ma quando Lisa si presenterà a casa del protagonista ecco che lui quasi la caccia. Si vergogna della sua povertà e per difendersi la calunnia e la maltratta. L’uomo-topo scoperto nella sua tana vuole sia vendicarsi di lei, sia riversarle addosso anche tutto l’astio che non è riuscito a scaricare su Zverkov. Ma anche in questo caso fallisce. Cade tra le braccia della prostituta, piange e ammetterà: sono un uomo infelice.

Il resto dovete scoprirlo voi.

Non ho parlato di questo racconto né da critico, né da studioso. Io sono solo un lettore che conosce la sua malattia: l’amore per la ricerca. E in questo mio commento non c’è traccia di disonestà, ma di idiozia… la bellezza che forse un giorno salverà il mondo.

 

NOTE

  1. Uomo-topo è stato utilizzato da Nabokov per descrivere il protagonista.
  2. Eroe superfluo è stato coniato dal critico Igor Sibaldi.

LeggendoSi, son questi i peccati della noia

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Mi sono sdraiato sul letto. Felice. Sguardo attento, astuto, di chi vuole ingannare il tempo. Catturo una manciata di minuti dallo stormo che mi svolazza davanti agli occhi. Li conto uno a uno. Sono pochi per me e saranno pochi anche per voi. Giusto un attimo. Un istante è un adesso che non lascia traccia, una precoce eiaculazione, un sussulto di razionalità nella mente di un folle.

C’è un libro sul mio comodino, come sempre. È la fonte di salvezza per ogni pensatore che crede di poter salvare il mondo, poi si scopre barbaro e tamarro… un uomo, insomma. Metto da parte il libro. Non ho più voglia di leggere, ma di ordire tranelli contro il mondo libero, contro quello imprigionato tra le pareti della mia stanza. In un modo o nell’altro, anch’io sarò una vittima delle mie elucubrazioni.

C’è un ragno sulla parete della mia stanza.
C’è una tela di pensieri appiccicata al soffitto.

Nulla e nessuno, però, è rimasto impigliato tra le sue trame, chissà come mai. Eppure, il tempo scorre e cattura tutto, si fa beffa di un giorno come di mille anni. Neanche Dio è immune dal suo incedere. Lasciando le sue creature in balia del degrado ha accettato di morire un po’ anche lui, di non essere del tutto eterno.

Sarà per questo motivo che tanto nella vita di un Dio, quanto in quella di un uomo, ci sono molteplici resurrezioni?

Il tempo è così buono e così cattivo, un Leviatano e una Furia.

Ora mi alzo dal mio letto e sento che tutti gli attimi si sono amalgamati in una retta, il labirinto perfetto, diceva Borges. Non so perché, ma mi sento in caduta libera, come se mi fossi lanciato da un punto qualsiasi dello spazio aereo.

Voi sapete cosa succede quando un uomo si sente spaesato, confuso, inghiottito da un vacuo senso di colpa che somiglia un po’ alla noia. La noia.

Sublime per Leopardi, viziosa e perniciosa per Dio.
La noia ha partorito le mie inutili righe.
Sodoma e Gomorra di Proust era il libro sul mio comodino.    

EuroMortis, i profeti inascoltati del tramonto

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Pensate per un attimo al quadro Le Métafisyx di Jean Dubuffet. È una figura umana sgraziata su uno sfondo color acido. Sembra disegnata da un bambino, invece, è un’opera cardine dell’arte contemporanea, dipinta nel 1950, subito dopo la Seconda Guerra mondiale, quando l’Europa ancora contava i morti del conflitto.

Il quadro rappresenta la morte della filosofia, della forma, dell’arte, della bellezza. Parametri sui quali l’Occidente aveva costruito la sua società. Colpa della guerra che aveva distrutto tutto in fretta per declamare il trionfo della crudeltà, della violenza, dell’edonismo.

Poi venne il boom economico, le canzonette, il consumismo, l’emancipazione degli oppressi, la libertà sessuale, la spettacolarizzazione della vita umana.

L’anarchico Guy Debord scrive la sua opera più importante La società dello spettacolo e profetizza una società in cui l’immagine sarà più potente della parola, in cui ogni persona è una comparsa nell’illusorio teatro della libertà. Comparse che credono di essere protagoniste di una vita immersa nell’eterno presente. Entità senza futuro e senza passato. Ma il grido di allarme di Debord passa inosservato.

Siamo negli anni sessanta e intanto le comunità hippy e le Primavere sessantottine si moltiplicano in tutto l’Occidente. Contro di loro si scaglia un filosofo definito un cattivo maestro. È un nero scampato al giudizio delle fogne. Il suo nome è Julius Evola. Nel suo Cavalcare la tigre dipinge un quadro simile a quello di Debord ma usa un’altra chiave di lettura, quella della spiritualità. Parla di riappropriazione dello spirito europeo, ma alle orecchie degli uomini di quell’epoca suonò tanto di culturalismo, una forma soft di razzismo che nei secoli ha mietuto più vittime del cinico razionalismo nazista.

Trenta anni più tardi, penso proprio senza saperlo, gli farà eco Michel Houellebecq nel suo romanzo Le particelle elementari, opera dedicata all’uomo che non c’è più. Secondo lo scrittore francese, una volta liberati e di conseguenza soddisfatti gli istinti sessuali all’uomo rimarrà la violenza. Pertanto, un efferato assassino hippy quale Charles Manson non è un figlio dei fiori mal riuscito, ma il prodotto di quella ideologia.

In fondo negli anni del boom economico, in Austria per l’esattezza, i membri del gruppo artistico dell’Azionismo viennese si divertiranno ad inscenare squartamenti di animali e grottesche scene di violenza, per confezionare il proprio museo delle atrocità. Tutto ciò sarebbe servito agli austriaci per non dimenticare la crudeltà fai-da-te che ormai il nazi-fascismo aveva fatto scoprire agli uomini.

Questa violenza banale e borghese, trapelata nel corso dell’olocausto, che i germani volevano dimenticare “annegandola nel perbenismo del socialismo e del cattolicesimo”, come amava ricordare nelle sue opere lo scrittore austriaco Thomas Bernhard… e poi ci sarebbe tanto altro da dire.

L’Io perplesso, ossia, la letteratura della disintegrazione

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

La chiamerò la letteratura della disintegrazione. Qui la parola non ha un senso logico e cambia continuamente il proprio significato. È una particella neutra che lo scrittore carica a suo piacimento di energia negativa o positiva. In queste opere non c’è una trama o dei personaggi, c’è l’uomo “grigio” né buono, né cattivo. C’è l’io che si cerca e si nega, che rinasce, che si prende beffa del perbenismo e della sociologia. Qui alberga l’anti-romanzo. La vittoria della confusione e dell’assurdità.

Questa è la letteratura che mi piace perché aldilà di ogni sentimento, di ogni perversione, di ogni struttura sociale, c’è l’uomo che fa la storia e partecipa sempre al destino del mondo. Anche se indifferente. Leggendo queste opere vi renderete conto che la prosa è disarmonica, che sogno e realtà si intrecciano, che gli opposti coincidono. Non c’è bisogno di attrazione. L’uno contiene l’altro. L’io narrante si confessa con voi. Mantenete il segreto, mi raccomando. Siete il tramite tra la terra degli scrittori e il cielo della letteratura.

Ora prendiamo in considerazione quattro opere dove tutto ciò che ho detto prima si manifesta a noi lettori.

Knut Hamsun, Fame. Esce nel 1890 in Norvegia. Un’opera innovativa per l’epoca. Nessuno aveva scritto così prima. La trama? La lotta tra bisogni materiali e spirituali. La fame di vita si scontra con la solitudine del protagonista fuggiasco, vagabondo, in una città che non comprende la sua lingua interiore. Oslo-Christiania. È qui che inizia in letteratura quel processo di disgregazione dell’io che sta alla base di tutti i movimenti del novecento.

Guido Morselli, Dissipatio Hg. Viene scritto nel 1973, qualche mese dopo l’autore si suiciderà. Sarà pubblicato dopo la morte dello scrittore. Dissipatio è un atto di negazione. Letteralmente, di evaporazione dell’umanità, dei propri sentimenti, della coscienza. Un atto di ribellione volontario. Anche in questo caso il protagonista si perde nei suoi pensieri man mano che “muore” lungo le strade di Zurigo-Crisopoli.

Leggete queste due opere e troverete delle similitudini. La struttura ad esempio coincide. Ma se in Fame sentirete il costante bisogno del protagonista di aggrapparsi alla vita, in Dissipatio avvertirete solo la dissoluzione dell’io. Se nell’opera di Hamsun sentirete ancora la voce di un Dio parlante, in quella di Morselli c’è l’assenza di ogni divinità. L’uomo è origine e fine. L’io ha completato la sua disgregazione, i suoi resti devono necessariamente evaporare.

Albert Camus, Lo straniero. Appare nel 1942. Qui l’indifferenza dell’io diventa l’arma per combattere l’imprevedibilità. Il protagonista è straniero al mondo, alle sue leggi, all’ordine divino e naturale. Egli subisce e accetta ogni punizione perché ha negato la colpa e quindi la morale. Lo straniero è un anarchico, quindi. Confessa la sua voglia di libertà. Anche l’omicidio che compie è solo un atto, imprevedibile, frutto di un’idea, pertanto giustificabile. Forse necessario al mondo.

Thomas Bernhard, Estinzione. Appare nel 1986. Qui l’io riacquista ed estingue. Fa i conti con la propria memoria. Ricordare, rivivere, estinguere. Il protagonista è un distruttore, non salva nulla. La memoria diventa anche un cimitero. Nulla deve resuscitare. L’io chiede il diritto all’oblio.

In queste quattro opere il lettore partecipa al dramma delle emozioni. Ci viene imposto un atteggiamento empatico. Maneggiate con cura questi libri. Sono cuori pulsanti nel mezzo di petti lacerati. Non ho parlato delle loro trame… leggeteli e lasciatevi affascinare.

Buona lettura.

 

Curzio Malaparte, quei colpi di stato che portarono al Kaputt

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Kaputt è la seconda guerra mondiale; è il tramonto dell’Occidente. Kaputt è la fine di un’epoca che non tornerà più; è un punto e a capo.

La storia è un susseguirsi di eventi che possiamo studiare e interpretare, ma che non possiamo comprendere a pieno. Ci sono accadimenti che vanno necessariamente vissuti. Curzio Malaparte è stato uno di quelli che si è trovato lì, in mezzo alla guerra. L’ha vista e l’ha raccontata.

Tutto gli è parso grottesco, al limite della realtà; eppure, quella era la realtà.

La Finlandia, la Polonia, l’Ucraina, la Romania, l’Italia, la caduta dell’Europa. Lui ha visto ogni cosa; ha conosciuto i protagonisti di quella disumana tragedia. Nessuno come Malaparte ha saputo descriverci Frank, governatore della Polonia, nazista elegante, amante della musica, artista incompreso, uomo nobile, ma capace di imbracciare un fucile e sparare su un bambino ebreo.

Nessuno come Malaparte ci ha lasciato una immagine così forte del principe delle SS, Himmler, beccato completamente nudo e mentre fa a botte con alcuni dei suoi uomini in una sauna finlandese, solo per procurarsi un po’ di piacere.

Nessuno come Malaparte ha ritratto con maniacale perfezione Galeazzo Ciano, amato dalle donne, incapace di prendere decisioni, così sincero da odiare apertamente Mussolini.

Nessuno come Malaparte ha saputo raccontarci delle ragazze di Soroca, giovani ebree imprigionate in un bordello, che dopo aver regalato ore felici ai soldati, vengono portate nei pressi di un fiume e fucilate.

Nessuno come Malaparte ci ha raccontato di Pavelic, capo del nuovo stato di Croazia, dittatore che vuole fare il bene del popolo, ma che ama cavare gli occhi ai suoi nemici. Occhi che conserva in un paniere; occhi che tutti scambiano per ostriche.

Questa è la guerra, questa è stata l’Europa del secondo conflitto mondiale. Kaputt è il non senso che diventa realtà; è una contraddizione. Malaparte è un cinico? No, è solo stato un testimone che ha raccontato le cose così come le ha viste.

Eppure, nel 1931, questo scrittore e scomodo giornalista, oggi dimenticato dalle masse e dai critici, profetizza la catastrofe nel breve saggio Tecnica del colpo di Stato. Malaparte intuisce che la conquista del potere è ormai una questione tecnica. Non servono le cosiddette condizioni favorevoli, quali il disordine sociale, la povertà o un generale malcontento, per dar vita a una rivoluzione. No! C’è bisogno di una buona tattica. Il nostro Curzio comprende che anche le democrazie più solide non sono al sicuro. Infatti, l’errore delle democrazie parlamentari è l’eccessiva fiducia nelle conquiste della libertà.

Basta guardare a Trotskij, Mussolini e Hitler; quest’ultimo prende il potere in Germania dopo due anni dalla pubblicazione del libro, nonostante Malaparte metta in guardia i tedeschi dalla tattica dei nazisti.

Per il nostro Curzio, insomma, tutto è molto semplice. Mentre i vecchi uomini di potere pensano a difendere i palazzi statali dalla rivoluzione, i nuovi dittatori ribaltano la situazione con poche persone ben addestrate che occupano le sedi della tecnica, attraverso cui lo Stato funziona; ossia, radio, telegrafi, acquedotti, fabbriche, stazioni ferroviarie.

In poche parole, nell’Europa moderna, lo Stato è una macchina.

Il libro di Malaparte fu criticato dai gerarchi della rivoluzione russa; Mussolini lo vietò in Italia e fece perseguitare lo scrittore; Hitler lo fece bruciare nella piazza di Lipsia. E tutto questo avvenne non perché il nostro Curzio avesse detto delle castronerie, ma perché diceva la verità. Una verità così scomoda che i dittatori ne ebbero paura.

Malaparte ha compreso prima di tutti che la rivoluzione non è più qualcosa di ideologico, ma materia di studio per la nascente ingegneria politica. La seconda Guerra mondiale, infatti, è stata una guerra tecnica. La tecnica non ha colore politico, non ha cuore e non ha pietà.

L’eccessiva fiducia nella tecnica porta sempre al Kaputt.    

EuroMortis, un presente scritto un secolo fa

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Se George Orwell scrivesse oggi il suo 1984 potremmo definirlo un romanzo neorealista. Se Aldous Huxley resuscitasse, saprebbe destreggiarsi meglio di noi nel Nuovo Mondo. Se rileggessimo Fahrenheit 451 di Ray Bradbury potremmo affermare che il suo pompiere-incendiario-di-libri, Montag, è l’azzeccata metafora di un editore moderno che brucia la cultura per dare cenere da sniffare a lettori sempre più assuefatti dalle nuove proposte Merdstream…

La società dello spettacolo di Guy Debord, invece, sarebbe un manuale di istruzioni per vivere bene nello show-business quotidiano in cui l’Occidente si è cacciato. Il mondo come palcoscenico, l’immagine come linguaggio e il dionisiaco di Nietzsche appannaggio dei pazzi.

Tutto vero, insomma. I distopici e i nichilisti hanno vinto. Ma ce ne sono stati tanti altri e tra questi voglio soffermarmi sul mio preferito, James Ballard. Con il suo romanzo Crash, uscito nel 1973 e subito inserito tra i romanzetti di serie B dell’epoca, ha detto tutto in 150 pagine. La promiscuità sessuale, la velocità di esecuzione dei sentimenti, la meccanizzazione dell’uomo.

L’uomo-macchina, la penetrazione delle lamiere fumanti nella carne. L’automobile come prolungamento del corpo è uno degli elementi più affascinanti del romanzo. Ballard legge in questo processo i germi dell’autodistruzione umana, ormai incapace di sfruttare l’energia corporea e  sempre pronta a ricorrere a sistemi estremi per esprimere la propria libido. Studioso dei meccanismi sociali ne Regno a venire, Ballard teorizza il ritorno alla xenofobia e introduce l’immagine del Centro Commerciale – Tempio. Luogo in cui la rabbia si placa con gli acquisti e il culto della merce raggiunge il suo massimo splendore.

Ballard è stato anche studioso dello spazio interno e dei meccanismi psicologici che producono nell’uomo pulsioni esternalizzate solo in forma di comportamenti compulsivi. Lo scrittore inglese mostra un uomo perduto, incapace di reagire ma pronto a creare nuovi ovili, come ci spiegherà bene ne Il Condominio.

Ma scomodiamo per un attimo Martin Heidegger, questo mostro sacro, a volte prolisso e lezioso.  Per lui la cura è l’azione e il tempo ne definisce i modi. Il senso del tempo è proprio un altro degli elementi che l’occidente ha perso di vista.

Il kairos dov’è?
Dove abbiamo dimenticato il momento in cui si agisce e si è propiziatori?

Chi ci pone davanti questo problema con i suoi racconti è Borges. Lo scrittore argentino ci racconta di labirinti in cui l’uomo perde se stesso.

Spersonalizzato e senza tempo, tutto e nulla, ovunque e in nessun posto. L’uomo di Borges è il dramma esistenziale di ogni  persona raccontato in tutte le sue manifestazioni. La scrittura del dio, Le rovine circolari, Il miracolo segreto. Basta leggere questi suoi tre racconti per comprendere l’universo di questo autore.

Per Borges la retta era il labirinto perfetto. Ma tanto è limitato l’uomo che si vede sempre chiuso in gabbia e si sente sorvegliato e punito, da forze invisibili. Quella forza che per Michel Foucault era il potere. Il Panopticon, questa prigione che oggi ci ingabbia e ci libera, cosicché l’uomo viva in una costante libertà vigilata. Il sorvegliante è tra noi, vive le nostre esperienze, ci guida, ci educa e infine ci sbrana. Egli è un cattivo maestro perché ci tiene tra le ombre e ce le fa scambiare per immagini nitide, compiute.

Tutto questo ce l’hanno detto la filosofia e l’arte. Da André Gide in poi ci ha pensato la letteratura che continua a metterci in guardia e a profetizzare. Ma per qualcuno con la cultura, e quindi anche con la letteratura, non si mangia. E come dar torto a questo sorvegliante che ci vuole succubi di modelli tecno-lesivi della creatività e dell’intelligenza?

Panopticon, la gabbia di Michel Foucault

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Ha ispirato la letteratura. Ha cambiato il modo di intendere la sociologia. Ha parlato di follia, di sessualità e di controllo delle masse. In poche parole, è stato il profeta del XX secolo e nessuno come lui è stato così bravo nello spiegare i meccanismi che stanno alla base società moderna.

Michel Foucault non ha bisogno di presentazioni eppure oggi se ne parla poco. Sorvegliare e punire è uno dei suoi libri più interessanti e dovrebbe essere una lettura obbligatoria nelle scuole, ma questa è utopia.

Cos’è il potere? Foucault si pone questa domanda e comprende che ormai non è più un qualcosa di visibile, ma di camuffato sotto principi liberticidi. Il diritto alla felicità, all’autodeterminazione, all’individualità paradossalmente sono i punti cardine di una nuova società che lascia tutti liberi, purché si accettino delle procedure di persuasione. Ma tale prassi non ha uno scopo educativo, bensì, di controllo. Ecco le società panottiche.

Il Panopticon è una prigione circolare teorizzata nel 1785 da Jeremy Bentham, esponente dell’illuminismo inglese. Al centro di questa circonferenza si erge una torre in cui si nasconde il sorvegliante, il cui occhio vigile controlla il carcerato. La torre è posta in controluce, il guardiano non può essere visto dai prigionieri e, soprattutto, chi è in gabbia non sa se il sorvegliante è davvero lì. Sa solo che non può sfuggirgli. Che ci sia o meno in quella torre, il prigioniero ha una sola possibilità: conformarsi alle regole e controllare i propri istinti.

Altro aspetto importante, Bentham voleva una prigione democratica. Pertanto, tutti potevano accedere alla torre. Tutti avrebbero potuto far parte del sistema e testare la sua funzionalità. Per l’esponente inglese dell’illuminismo tale sistema avrebbe dovuto essere introdotto nelle fabbriche e in qualsiasi istituzione pubblica. In questo modo non solo ci sarebbero stati dei benefici educativi ma, soprattutto, produttivi.

Il Panopticon oggi è realtà. Ma c’è altro. Foucault scrive un altro illuminante saggio e lo divide in tre volumi: Storia della sessualità. Conia un nuovo termine: biopolitica. Il potere, dopo aver reso tutti liberi dalla paura del sovrano medievale, assoluto, forte del suo diritto di dispensare vita e morte sui suoi sudditi, si manifesta attraverso la difesa della vita e della sessualità, con il solo scopo di impossessarsi dei corpi.

Il controllo del corpo, insomma, è il controllo totale.

Il controllo delle nascite, il diritto alla propria sessualità, il diritto alla vita passano per procedure specifiche. Legano il corpo a un controllo costante del potere che suddivide e sorveglia, rimanendo nascosto, sorridendo alle masse. La tesi di Foucault è geniale e oggi in pochi riuscirebbero a confutarla, anche perché tutto ciò che il filosofo francese ha teorizzato si è avverato.

Non era un conservatore, tanto meno un moralista. Muore nel 1984 a causa dell’Aids. Ha regalato pagine che vanno lette con cura, senza porle sull’altare delle facili estremizzazioni. Foucault invita alla meditazione. Ci mostra quel guardiano che ci segue con il suo occhio e che sta prendendo possesso dei nostri corpi.

Del cervello… forse non ne ha bisogno. Usiamolo, quindi.