La dialettica del non luogo

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Mi trascino, cantando uno stornello della mia terra. Non posso riportarvi tutte le parole, alcune sono intraducibili; questa, però, mi sembra la più comprensibile… scialare.

Scialare: sensazione di inesprimibile goduria; momento in cui l’anima e il corpo sono pervasi dal benessere. A sollecitarmi questa sensazione, l’attraversamento di un non luogo, ossia, un centro commerciale in cui le identità si mischiano e gli incontri sono solo fatti di sguardi ansiosi e veloci.

Qui, ora, nessuno ha il tempo per conoscersi o per manifestarsi. Qui, ora, ogni trasfigurazione è bandita. Mostrare la propria matrice divina sarebbe uno schiaffo all’acquisto compulsivo. Siamo qui per comprare, per spendere, per desiderare abiti, gioielli, scarpe, occhiali da sole. Siamo qui per pregare. Le nostre carte di credito, i nostri contanti, i nostri spiccioli, vorrebbero moltiplicarsi; vorrebbero essere come quei pani e quei pesci che rallegrarono palati affamati di persone che hanno creduto solo dopo aver riempito la pancia.

Stronzate. Io mi scialo sempre, anche qui, anche ora. Apro un libro e il non luogo si trasforma in una cattedrale silenziosa. Sfoglio le pagine e torno in me. Mi disturba solo la visione dell’ultimo libro di Fabio Volo, che riposa nella vetrina di una simil-libreria, ma non fa niente… è uso comune dire che tutto ha il diritto di esistere. Condivido. D’altronde, io posso scegliere cosa voglio e cosa non voglio, e scegliere ci rende indifferenti verso ciò che non vogliamo. Amen.

Allora, scelgo di sedermi su una panchina; di attendere che i miei amici-familiari facciano tranquillamente i loro acquisti; di leggere le ultime venti pagine di Trilogia della città di K. di Agota Kristof, scrittrice di cui ultimamente mi sono innamorato, perché anche lei parla di drammi che si consumano in luoghi reali, ma che sembrano non esistere. Sono luoghi in cui avvengono abbandoni; dove i sentimenti sono sacrificati sull’altare dell’istinto di sopravvivenza. Sono luoghi dove c’è sempre una frontiera da superare; dove i muri separano anime e corpi; dove le identità si mischiano; dove tutti si perdono e tutti si cercano; dove tutti falliscono la loro missione.

Proprio per questi motivi, i luoghi della Kristof, che spesso si trovano nell’Ungheria soggiogata dal comunismo, sono così simili a questi spazi soggiogati dalla dittatura dell’avere che rende tutti bavosi, desiderosi, impazienti, ansiosi.

Nonostante tutto, ho finito di leggere il libro.
I miei amici-familiari hanno terminato i loro acquisti.
Uno di loro mi ha detto anche qui rompi i coglioni con i tuoi romanzi, rilassati!
Ho appreso la dialettica del non luogo.

Mi hanno regalato una t-shirt.
Mi sono scialato.
Amen.

La necessità e la vocazione

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

La vocazione è necessaria, sfugge al controllo della razionalità. È l’unica cosa che riesce a dare un senso alla vita. Spesso non capiamo il perché dei nostri gesti, di alcune scelte, di molti errori commessi volontariamente, di tanti “no” e di pochi “sì” pronunciati con convinzione.

Ci affascina tutto quello che releghiamo nei territori inospitali dell’irrazionale. Ciò che non riusciamo a controllare lo affidiamo al cielo, al fato, alle nostre paure; eppure, cerchiamo risposte esaustive affinché quell’avvenimento inspiegabile ed improvviso lasci le lande desolate e caotiche del non senso e trovi casa qui, nella razionalità, nella logicità e nella meccanicità dell’esistenza palpabile e sensibile.

A volte, darsi una risposta è come firmare un passaporto a quegli accidenti che si palesano nella vita quotidiana e nella mente.

Ecco. Io non so perché scrivo, perché leggo, perché voglio sapere. So solo che una voce mi comanda, mi incita a prendere una penna, ad aprire un libro, a cercare una risposta. Sono richiami, a volte tristi, altre volte allegri. Mi ipnotizzano e il mondo sparisce, i doveri verso la società non mi importano più. Rotti i legami con gli altri, si ricuciono quelli con l’anima.

Forse è questo il vero Volto di Dio. Lo vediamo quando lo scopo sfuggente della vita riappare davanti ai nostri occhi e capiamo che la vocazione è figlia della necessità. Infatti, c’è qualcosa di necessario che il nostro cuore reclama e al quale non riusciamo a dire “no”.

Amo passeggiare a qualche metro di distanza dal mare perché mi ispira ogni pensiero. Le onde sono come le pagine dei libri che leggo o le note della chitarra che quotidianamente imbraccio.

Proprio in riva al mare ho iniziato a sfogliare Il codice dell’anima di James Hillman, psicanalista, morto nel 2011, che aveva poco a che fare con la razionalità. Infatti, lui detesta la psicologia canonica perché distrugge l’eccentricità, chiude entro limiti ristretti la sfera umana e imbottisce di farmaci chi è fuori dagli schemi.

Hillman preferisce rifarsi al mito di Er di Platone; al genio tutelare, il daimon, che sorveglia su di noi affinché il destino scelto dall’anima venga rispettato. Tutte cose su cui nessuno si sofferma più, ma che ci chiamano e ci spaventano. Torniamo a pensarci solo quando qualcosa si avvera e sfugge dal controllo della nostra razionalità…

… e io avevo un irrazionale bisogno di raccontarvi queste cose.

Perifrasi del nulla

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Quanti giri di parole per non dire, ma solo per proferire profezie che non si compiono e muoiono dopo pochi secondi. Sentimenti ansimanti si mescolano in questo bisogno di blaterare, mentre il mormorio del silenzio appaga i cuori miti.

Il nichilismo è una religione stuzzicante. L’ho scritto pochi giorni fa sulle pagine della Bibbia social denominata Facebook, strumento astruso dove la contemplazione dell’ego e la volontà di potenza si manifestano in noiosi orgasmi. Infatti, ci sono Mi piace simili a lacrime insipide, come quelle versate durante le cerimonie di commemorazione dedicate ai caduti in guerra. Battaglie le cui date si studiano a memoria per essere ripetute durante un’interrogazione.

E dopo il nulla.

Tutto ciò che è reale è razionale. Lo dice Hegel. Ho letto questa citazione in Tutto scorre di Vasilij Grossman. Mi ha fatto riflettere, perché anch’essa è una perifrasi del nulla. La realtà è frutto della fredda razionalità, o si accetta, o si muore… o ci si ammazza e si fotta il mondo. Così non è, però. Questo è solo materialismo.

Penso che una notte insonne sia una vita nella vita. La lucida confusione che si crea nella mente di chi si sveglia nel cuore delle tenebre rappresenta cos’è l’esistenza: un’incontrollabile e anarchica manifestazione della nostra essenza. Un corpo che non ha la possibilità di orientarsi, che è avvolto nel buio, che scruta uno spazio senza luce, ha come unico appiglio la mente. Ma in quella mente c’è il caos… frammenti di sogni, conversazioni tra neuroni, pensieri che si accavallano.

La notte ci dona il seme della libertà, ma nessuno osa piantarlo.

 La notte ispira nefandezze e gesta romantiche. Ci rende sentimentali e crudeli, ci dà sollievo e tormento, ci fa sperare e ci fa architettare il nostro fallimento, ci dona l’immaginazione e ci toglie la felicità di tutte le attese. Ogni notte scegliamo se vivere o morire; ogni notte siamo preda o della paura o della felicità; ogni notte siamo noi, disillusi e felicemente illusi di essere uomini.

Poi arriva il giorno e con esso la luce, la razionalità e la perifrasi del nulla.