Il nomade. Una svolta che non c’è stata… Tortora e la Calabria perduta

Il nomade. Diario di un ragazzo del Sessantotto in un borgo di Calabria. Il libro di Giuseppe Petrucci tra illusione e disincanto. Articolo di Martino Ciano

Un giovane tortorese, o meglio un adolescente che nella Tortora di fine anni sessanta raccoglie in un diario le sue impressioni sulla società che lo circonda, sulle aspirazioni tradite, sulla scarsa lungimiranza di una comunità che si lasciava vivere e dominare da un progresso formale che non seguiva anche quello sostanziale.

Sono pagine che ogni abitante del borgo calabrese dovrebbe leggere, perché non si fermano a riflessioni di natura intima o romantica, ma di critica sociale. All’epoca, Giuseppe Petrucci era un ragazzo, era dominato dall’utopia, dalla ribellione e dalla voglia di ricercare. Non erano caratteristiche scontate, ma frutto di una sensibilità innata. Il suo Diario va dal 1968 al 1970. È lucida poesia che auspica al riscatto. È voce che chiede di essere accolta e ascoltata, ma così non è stato, come non lo è stato per tanti altri.

In un primo momento Giuseppe viene illuso dalla possibilità di un cambiamento, poi, fa i conti con la realtà e gli resta una sola scelta: andare via. Non solo a Tortora, ma in tutto il Tirreno cosentino, questo passaggio dall’illusione alla disillusione ha colpito tante persone. Intere generazioni sono fuggite a gambe levate da un territorio arido di prospettive, nonostante fosse ricco di risorse. Giuseppe non indica una chiave di lettura, un diario non aspira a questo, ma ha il pregio di essere una cronaca quotidiana di impressioni che nascono dall’anima, ed è per questo motivo che un diario è e sempre sarà un documento pregno di dignità.

A distanza di cinquant’anni, visto che molto di ciò scrisse Giuseppe non è cambiato e anche quel tanto che si poteva cambiare è stato modificato in peggio, il territorio appare depauperato e da luogo di incanto e terra vergine tutto si è trasformato in una zona annientata che necessita dell’azzeramento.

C’è un peccato che noi abitanti di questa zona non riusciamo a confessarci: abbiamo fallito su ogni fronte. Né sviluppo turistico, né agricolo, né edile, né industriale. Un’economia basata sulla conquista e sullo sfruttamento senza lungimiranza di ogni metro quadro di territorio ha portato oggi all’impossibilità di una progettualità nuova. Non possono esserci oggi progetti alternativi se non si abbatte il vecchio. Gli ottimistici sermoni in favore di un bene comune inattuabile, proferiti da chi ha la pancia piena, sono bugie che ancora vengono raccontate a una società che vive allo stremo, che aspira a grandi cambiamenti, ma che di fatto non ha il coraggio di riconoscere che non c’è possibilità di rinascita se prima non si distrugge.

Una riqualificazione del territorio non può avvenire sulle rovine roventi di un passato che ancora viene visto come glorioso, senza considerare che l’aggressione di quegli anni è stata l’inizio della fine.

Giuseppe Petrucci nel suo diario immortala quegli anni in cui la fine, ammantata di oro, stava per iniziare. Tra queste pagine giovanili, scritte tra il 1968 e il 1970, Petrucci si interroga sulla giustizia sociale, sulla necessità di un cambiamento forte di mentalità, su quella discrepanza che c’è sempre tra idee, ideologie, fatti e parole; su una ipocrisia velata di fatalismo tipicamente meridionale, su una volontà che si affloscia su sé stessa ogni qualvolta si è chiamati a rinunciare a qualcosa in nome del bene comune.

Assurdo mnemonico. Intuizione del relativismo

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Eretici

Accade così, che mi siedo su uno strapiombo e osservo l’orizzonte. L’infinito ha ora un limite. Vasto è lo sguardo, confusa la sostanza, indifferente ogni mio agire. Penso, sono, ma non posso essere l’unità di misura delle cose, perché mi manca la parola se immagino d’essere un demiurgo. Otto minuti impiegano i raggi del sole per giungere da Lui a noi. È mezzogiorno e io sono illuminato da quelli emanati alle ore 11 e 52 minuti, eppure penso che sia tutto immediato, come davanti alle stelle a quattrocento anni luce dalla Terra che son vecchie e forse implose, ma sembrano luminose come sempre perché la relatività ci inganna.

Accade così che ogni intuizione è ricordo, è una realtà parallela, un mondo possibile attraversato, percepito, che poi ha preso un’altra strada, magari quella che non volevamo. E non c’è differenza tra ciò che era, ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, in un luogo tutto è. Così, in solitudine, s’agita il mio mare e una lacrima pulisce la memoria. Quanta gioia sta nel fiore che non sa di esistere, quanto disumana è la necessità di appartenersi e ritrovarsi. E da un corpo ci si stacca e a un altro ci si unisce. Un giorno si compie un delitto, in un altro un processo, in un altro ancora si riceve il verdetto… ma ci si sveglia sempre diversi e non si è mai colpevoli o innocenti alla stessa maniera. È quasi inutile domandarsi perché così e non in un altro modo.

Ciò che è reale è razionale e viceversa, scrisse Hegel, magari contemplativo davanti alla catastrofe, padre di ogni cosa. Sapeva che da ogni annientamento sboccia la creazione. E accade che ora io sia un oggetto e la vastità sia me. Lo strapiombo è una fossa, la fossa è un giardino, il giardino è un Eden, l’Eden è una maledizione e la maledizione è la porta per la purificazione. Magari vedo la mia trasfigurazione e mi unisco alla mia sostanza, che contiene in sé tredici miliardi e ottocento milioni di anni di evoluzione delle particelle sprigionate dal taglio cesareo dell’Universo. E ora mi fermo, perché la mente non è pronta ad abbandonare questa vita, ancora no. Sono ancora figlio e non conosco il padre della mia catastrofe. Nudo e orfano me ne sto sullo strapiombo e lascio ancora commuovermi.

Il mio orologio segna mezzogiorno e otto minuti. Sono questi i raggi più caldi che il sole ha emanato nel suo mezzogiorno. E mentre l’ora solare mi riporta in me, qui, nell’anima, è ancora l’aurora e lei è così simile al tramonto. E un ricordo di chissà quanti secoli fa mi ha attraversato… assurdo appare questo pensiero, relative tutte le realtà. Domani sarà di nuovo mezzogiorno, forse domani il sole non sorgerà, forse domani non tramonterà. Dove andrò a cercare il padre della mia catastrofe?

Delirio immacolato. Un comandamento

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio

Il vento scuote un albero, la pioggia bagna l’asfalto, tu corri, non ti fermi e non cerchi riparo. Il viso bagnato, i lampi ti baciano, i tuoni ti chiamano ma tu non rispondi. Ogni tempesta è figlia di un orgasmo. Un dio eccitato seduce la natura servile, una sua carezza innesca la passione, la passione è morte, la vita è quiescenza. Benedette siano tutte le morti, maledette le vite senza resurrezione.

Tu corri e ogni metro percorso percuote le tue gambe. Sorridi, hai paura. Ridi, sei angosciato. Sei l’unica cosa che non si sottomette al temporale. Sai bene che Dio non crea, ma separa, un errore di interpretazione ha attribuito troppa potenza a un Padre celeste che dopotutto è solo un bambino che gioca con le costruzioni. Tu sei invece un uomo che segue la sua volontà, il desiderio di correre, di sfidare la natura, di imporsi agli occhi del cielo. Ma il cielo se ne fotte, sei nella sua indifferenza, che tu viva o muoia poco gli importa. Qualcuno ti sostituirà, qualcuno nascerà dopo di te, qualcuno vivrà meglio di te, qualcuno tra migliaia di anni, in mezzo allo stesso temporale, si troverà nella tua stessa situazione e non saprà di te e tu non saprai di lui.

Ora deliri. Una poesia ti viene declamata dall’anima. I suoi versi si compongono con lentezza, ti scorrono davanti agli occhi. Le dita delle tue mani tremano. Corri, ma sei in una poesia, in un brodo di emozioni. L’eccitazione dell’inguine, le gambe che non si fermano, sudore e acqua che si incontrano mentre tu pensi a quando sarai a casa… la casa che da bambino ti ha coccolato, ti ha salvato, in cui hai sentito gridare e ridere, in cui sei stato padrone e ospite, in cui non morirai perché te ne andrai per essere un solo corpo e una sola anima. Ma tu sai anche che a una certa età andrai alla ricerca di una casa in cui morire. Morire in casa è l’aspirazione degli uomini-giusti, ma nessun giusto ha mai avuto sembianze umane e per l’Universo indifferente la giustizia è una supplica che va necessariamente ignorata.

Così tu hai scelto di correre, di sfidare il vento e la pioggia nel giorno di un’Immacolata dal cielo plumbeo. Sei solo nell’amplesso del dio con la natura e questo risveglia il tuo complesso di Edipo. Corri e vai alla ricerca del padre da uccidere, ma qui non ci sono armi, puoi solo recitar-bestemmie, ma l’Universo è indifferente. E tu sgambetti, mentre un divino delirio sussurratoti da voci inconsce ti ha guidato fin davanti al cancello della tua casa.

Allenamento terminato. Ce l’hai fatta, ma l’Universo se ne fotte.    

Ricordo dell’eternità. Un frammento narrante 

Articolo di Martino Ciano

Nati lontani dal coro, siamo sbocciati come i rovi, così ricchi di spine da far schifo anche alle mosche; si viveva di poco, si moriva di troppe cose, si assaporavano gli attimi. Lungo il fiume che divora la costa, dove l’erosione ci ha strappato a piccoli morsi l’anima, abbiamo sofferto per troppe risate, per i sogni interrotti e per i giudizi degli altri.  

Che una carezza valga quanto uno schiaffo lo avevamo imparato da tempo. Tutti si agitano per un po’ di amore, figuriamoci per un gesto di pietà o di consolazione. E noi ci siamo sempre fidati della pelle degli altri, degli sguardi delle madri, dei baci delle amiche, delle bugie dei padri, degli inganni dell’umanità.  

Così abbiamo ingannato, e maledetto, e pianto, e gioito; su ogni ricordo, su ogni tormento, su ogni vizio, su ogni capriccio abbiamo steso un velo di misericordia. Ma ciò che mancava era saper accettare lo scorrere delle ore. Guardare sempre lo stesso cielo ed esser certi che prima o poi da lì il sole e la luna sarebbero passati.

È la vita, la vita non ha altre alternative che respirare tra alba e tramonto, fin quando va bene.  

Mentre ci condannavamo agli schiaffi della marijuana, le nuvole ci passarono sul capo, qualcuna di loro pisciò per un attimo… non ci siamo riparati, ci siamo bagnati di onore. Dietro il canneto abbiamo giocato come i bambini, saltando nel fango, vomitando per le troppe risate. Ce la siamo presa con i santi, con i nostri morti, con le mosche… eravamo noi. La paura della morte è la consapevolezza che tutto è un gioco, che oltre ogni traguardo umano sta lo sguardo dell’eternità, che troppe cose ci accarezzano amichevolmente per viltà. Poi è finita. Cosa? Non l’abbiamo mai capito e mai lo capiremo. C’è un giorno che si riempie di ricordi, un giorno in cui si vuota il sacco, un giorno in cui si perdona tutto… poi finisce, finisce ogni tensione, ma nessuno sa perché? 

Così raccontava un amico del mio paese. Un caffè al bar dei nostri pomeriggi spensierati, ma ora aveva una vita altrove, in città. Mi ripeteva che la vita è uguale ovunque, non cambia niente, sono tutte false le esperienze fatte e quelle che si sognano. Tanto a Roma quanto nel tuo paese ci sarà sempre qualcuno che ti chiederà Come stai? E tu risponderai Tutto bene! Perché tutto bene liquida in un solo colpo ogni responsabilità, ogni confessione, ogni possibilità di confronto. Eppure, si impara presto che non esiste un dolore maggiore o minore, una sofferenza che sia peggiore dell’altra. Puoi essere grato di esserci, fin quando ti va bene, puoi essere gioioso, ma tra te e il mondo non c’è altro che un respiro.  

Così, abbiamo ricordato con il mio amico quel giorno in cui prendemmo da terra le nostre biciclette dopo aver pulito le suole delle scarpe strisciandole sull’erba. Ci siamo allontanati felici, mentre l’asfalto emanava il profumo della pioggia e mai più è tornato un momento così felice e spensierato. Per questo ci è ritornato in mente, a distanza di venticinque anni, perché ora che siamo adulti, che lavoriamo, che lottiamo per essere felici in questa società, abbiamo paura, mentre allora ci sentivamo forti ed eterni come la luna e il sole e come quel fiume che sempre scorre, ma alle cui sponde non abbiamo più saputo avvicinarci. 

La Spigolatrice che «destò estremo schiamazzo»

Articolo di Roberta Manfredi

Nel 1606, Roma conobbe “La morte della Vergine”, ammiratissima tela del Caravaggio oggi conservata al Louvre. Va precisato che, a quella data, la reazione dell’opinione pubblica (all’epoca coincidente unicamente con le classi sociali più elevate che detenevano il potere) fu tutt’altro che ammirata: ma perché un artista che aveva già destato scandalo con la “Madonna dei Palafrenieri” e con la prima versione del “San Matteo e l’angelo” aveva rappresentato con così esplicito appiglio terreno e crudo realismo uno dei momenti più sacri del Nuovo testamento, arrivando a ritrarre dal vero addirittura un cadavere?

La risposta è presto data: era questo che voleva fare Caravaggio, rappresentare la vita con crudo realismo così come la poteva vedere.

L’autore innesta la propria attività in un periodo di forte rinnovamento in cui in molti guardano a nuovi stili e nuovi soggetti; grazie ad Annibale Carracci e al suo “Mangiafagioli” irrompe – si potrebbe dire prepotentemente – sulla scena l’arte di genere, che si occupa di immortalare attività quotidiane con protagonisti, spesso e volentieri, attinti dai ceti sociali più umili, effigiati così come apparivano, senza il minimo tentativo di abbellimento, realistici in tutto e per tutto; dal vero, appunto.

È questo il saldo appiglio del Realismo che si sviluppò in Europa alla metà del XIX secolo «concretizzandosi in una rappresentazione veridica e non emendata della realtà, nella scelta di soggetti eterogenei e “popolari”, non discriminati per la loro eventuale indegnità o bruttezza, e in uno stile volutamente disadorno» (C. Bertelli); a questo stile aderì anche Millet, autore, tra gli altri, de “Le spigolatrici” (manco a dirlo datato proprio al 1857) che tanto in auge è tornato in questi giorni. La sua intenzione, per dirla con Bertelli, era chiaramente quella di dipingere «la vita contadina in toni non idilliaci, soffermandosi sulla rappresentazione delle fatiche che essa comporta».

E veniamo al 2021, quando a «destare estremo schiamazzo» – per riprendere l’accusa di Baglione ad una delle opere più belle del Caravaggio: “La Madonna dei pellegrini” – è la statua di Sapri, raffigurante la giovane spigolatrice mercantiniana che assistette allo sbarco di Pisacane e dei suoi Trecento nel pieno del Risorgimento.

L’opera dell’artista Emanuele Stifano è stata, in questi giorni, oggetto di polemiche che sono rimbalzate da una parte all’altra dell’etere, portando nella città del Golfo di Policastro, numerose troupe televisive nazionali, fino ad echeggiare anche all’estero. Ci si è chiesti per quale ragione una scultura che doveva essere rappresentativa di una vicenda che tanto interessa la storia d’Italia non sia stata resa con il realismo proprio di Millet, ma la risposta perviene osservando l’opera nel suo complesso: appartiene a un filone artistico diverso.

Osservando la statua bronzea, non possono non tornare in mente modelli classici e neoclassici a cominciare proprio dalla “Venere Callipigia” conservata al MANN, di cui la Spigolatrice riprende in maniera alquanto evidente la posa e la torsione del busto e della testa.

L’intuizione di Stifano, sta qui nel fatto che la rotazione del busto della Spigolatrice procede nel senso opposto rispetto a quella impressa al vestito dal vento che proviene dal mare alle sue spalle, rimarcando così il forte senso di movimento e rendendo perciò la figura estremamente viva.

Al vorticoso panneggio sul davanti, corrisponde, sul retro, l’effetto bagnato fidiaco che già si poteva ammirare sul frontone orientale del Partenone nel V secolo a.C.; qui è rappresentata l’alba di una nuova era, quella del giorno della nascita di Atena che di fatto avrebbe introdotto nel mondo sapienza e saggezza: l’evento è salutato da svariate divinità tra cui la stessa Afrodite, rappresentata accanto a Hestia e Dione: patrona del focolare l’una, del cielo e del mare l’altra.

Lo stesso Fidia si premura di imprimere alle effigi delle tre dee un forte senso di movimento tanto più «sottolineato dalle pieghe delle vesti, che sembrano avvitarsi lungo le gambe e i busti fino alle spalle nude e, soprattutto, dalla consistenza velata del panneggio stesso che, aderendo perfettamente ai corpi sodi e armoniosi delle dee, ne mostra la fine anatomia con l’effetto che è stato felicemente definito di “stoffa bagnata”» (G. Cricco, F.P. Di Teodoro).

Effetto che è stato magistralmente ripreso nel tempo e che possiamo riscontrare tra gli altri nella “Nike di Samotracia” rinvenuta nel 1863 e oggi conservata al Louvre e nella “Ebe” canoviana; proprio in relazione allo scultore di Possagno, illustre esponente del nostro Neoclassicismo, bisogna tenere presenti i dettami che Winckelmann impartiva per le opere di questo movimento artistico sorto nel XVIII secolo, dopo attenta osservazione di quelle appunto classiche: esse dovevano esprimere nobile semplicità e quieta grandezza, per cui non dovevano essere mai rappresentate nel momento topico dell’evento tragico e delle proprie passioni, ma sempre negli attimi immediatamente antecedenti o successivi.

È quanto avviene per la Spigolatrice, che di lì a pochi attimi si troverà ad andare incontro ai Trecento e a stringere le mani al loro «bel capitano» lasciando trasparire per quest’ultimo anche un certo invaghimento, però è gelata per sempre, dal sapiente estro di Stifano, nell’attimo precedente, quando il vento che si solleva e le scuote l’abito non è soltanto fisico, ma anche simbolico e rende concreto e vivido il cambiamento che Pisacane e compagni stanno venendo a portare su suolo saprese.

La torsione del busto, le sopracciglia inarcate, persino la bocca che già inizia a dischiudersi, con quella piega laterale che un po’ riporta al sorriso arcaico delle prime korai greche, ci parlano di curiosità e sorpresa; la stessa che spinge la mano destra sul cuore, con un atteggiamento che ci è tipico durante l’ascolto dell’inno nazionale e che qui non può non sapere di patriottismo e soprattutto di scoperta di un moto dell’animo fino a questo momento ignoto alla giovane: un’improvvisa e irrefrenabile tensione alla libertà.

Nella sua lirica Mercantini ne fa l’unica in grado di comprendere il messaggio di uguaglianza portato dai Trecento; nella sua scultura Stifano preserva tutto questo, ma mette in risalto anche la fierezza delle sue origini: la giovane figlia della Magna Grecia, l’erede di Afrodite «la dea dal dolce sorriso», «dagli occhi folgoranti di bellezza», che «bello ha tutto il corpo» (Treccani), in procinto di salutare per sempre il suo Adone giovane e forte. L’erede di Afrodite «colei che è nata dalla schiuma» del mare, perché è proprio in questo momento che la Spigolatrice nasce ed inizia ad esistere come individuo libero: quando il vento le scuote l’abito e la schiuma del mare le porta, a bordo di un piroscafo dirottato, i Trecento di cui seguirà le gesta.

La narratrice interna evocata dalla fantasia di Mercantini per consegnare Pisacane e i suoi uomini alla leggenda e non solo alla storia, che nella poesia osserva sempre un po’ da lontano il consumarsi dell’azione, è qui unica e sola protagonista, in una rappresentazione che esalta, piuttosto che svilire, la figura femminile.

Incarnando pienamente il concetto di kalokagathia, ossia di perfezione fisica cui deve corrispondere una perfezione morale, che nell’antica Grecia era esclusivo appannaggio maschile, la Spigolatrice accostata ad Afrodite è circonfusa di quell’aura semidivina che spetta agli eroi e se ne sta lì, silente, in attesa, già sentendo nascere la fiamma della rivoluzione, già percependo sulle proprie carni il vento del cambiamento, ricordandoci di come la nostra coscienza debba svegliarsi contro tutti i soprusi di qualsiasi epoca.

Perché dunque Stifano decide di non rappresentare la Spigolatrice con la veridicità di Millet? Perché lui è alla leggenda che deve guardare.

Ad appena un mese dagli eventi di Sanza, quando la sua opera fu pubblicata sul quotidiano genovese “Il Movimento”, Mercantini non poteva conoscere esattamente la storia così come si era svolta, addirittura sbaglia di circa un centinaio il numero delle persone che erano con Pisacane, e per questo idealizza andando a inserirsi perfettamente in quella «grande illusione collettiva e popolare che l’intero Risorgimento non fosse altro che una specie di grande melodramma, rappresentato sul teatro della storia, con una serie di personaggi del tutto tradizionali, per i quali era bello cantare e morire sulla scena: gli eroi indomiti, gli esuli ed i martiri, quelli che pagavano di persona (Garibaldi, Mazzini, Menotti, Pisacane), i re buoni e quelli inetti e tiranni (Carlo Alberto e Vittorio Emanuele, Francischiello e “Cecco Beppe”), gli astuti politicanti (Cavour), i “cori” (i Mille, i Trecento di Sapri), le donne e gli amori (Anita, la spigolatrice di Sapri)» (Carlo Vecce). Un melodramma per cui sembra più che mai valida l’aspirazione, ancora una volta tutta greca, di trovare massima gloria nel perire giovani in battaglia; destino che attenderà anche Pisacane, reinventato, lui per primo, nell’aura sacrale del mito.

Ed eccola lì, sfiorata dalla brezza di una storia e di un retaggio culturale che continueranno a passarle addosso, la Spigolatrice di Sapri: personaggio letterario, e forse a priori già un po’ mitologico; non Afrodite, ma Musa ispiratrice di arti; Diva invocata dal poeta, come già fece Omero, per cantare le gesta del «bel capitano» «con gli occhi azzurri e coi capelli d’oro». A noi non resta altro che stare ad ascoltare.

«Cantami, o Diva»…

Nella regione dell’innocenza. Un indizio di colpevolezza

Articolo di Martino Ciano

Io vivo nella regione dell’innocenza in cui nessuno è colpevole, e se proprio qualcuno non riesce a sfuggire alla giustizia terrena, ci pensa Dio ad assolverlo con il suo supremo quarto grado di giudizio con cui si spalancano le porte del Paradiso. Siamo figli di un Dio buono che comprende tutto, che salva tutti, che giustifica ogni cosa, che si fida dell’intimo atto di pentimento delle sue creature.

In questa premessa sta tutto ciò che conosco della mia regione, la Calabrisella nostra delle bestie vestite di pelle d’agnello. Candide pecore con onorevoli intenti. Tacciono su tutto fin quando il potere delle consorterie le tiene unite in un unico abbraccio, poi, se qualcosa non va bene, ecco la ribellione dell’una che si unisce ad altre per costruire il partito dei delusi.

Anch’io sono pecora, ci mancherebbe. Io non voglio salvarmi.

E la lobby fonda una cordata di incazzati che vuole detronizzare i vecchi pastori.
E la pecora si fa pastore, e il pastore si fa di nuovo pecora, e nella regione dell’innocenza l’evoluzione della specie è circolare. Nella regione dell’innocenza l’emancipazione delle masse è un processo di incesti in cui il padre corrompe il figlio, e il figlio si fa padre che corrompe i suoi figli, e un seme malato si insinua nella mente e nel corpo, si deposita nei coglioni e lì resta, e bisogna sperare che mai esca, che mai diventi frutto. Poi qualcuno si indigna e allora capisce che bisogna far le valigie e andare via; tanto, se Dio vuole, tutti si salvano vivendo lontani dalla ragione dell’innocenza.

I colpevoli sono quelli che annusano la disgrazia, che la annunciano per le strade e per le piazze. Esistono anche nella regione dell’innocenza. Se ne stanno ai bordi, come gli emarginati. Se hanno idee contorte, annegano nel mare di cazzate che dicono. Ricevono consensi, tanti, ma è il consenso che si dà ai pazzi. Insomma, non vale nulla, è solo un atto di misericordia. I colpevoli non sono rivoluzionari, sono semplicemente coloro che non hanno più nulla da perdere; condannati alla solitudine in cui incappa chi diventa lucido. Infatti, nella regione dell’innocenza, la lucidità è una disgrazia. Due cose può donare la lucidità: la follia e la morte. Dopo la chiarezza c’è l’insensatezza dell’esistere, e il colpevole può decidere tra la forca e l’esilio.

Eppure, nella regione dell’innocenza la pietà primeggia. C’è chi ha pietà di sé e chi degli altri, ed è per questo motivo che tutti si affidano al quarto grado di giudizio, quello di Dio misericordioso che assolve tutti sempre, ovunque e comunque. Nella regione dell’innocenza vige un’interpretazione malsana del consiglio lasciatoci da Guglielmo di Occam: Non moltiplicare gli elementi più del necessario, ossia, così è, così sarà, quindi fatti i cazzi tua!

Fatti i cazzi tua è un atto di pietà.