Una mano

Un racconto di Alessia Antonucci. Buona lettura

Davanti a tutti, alla schiera di uomini e donne armati, c’è quella mano. Uno scatto per dire che si deve fermare quell’odio che porta alla cancellazione dell’esistenza. Quel rancore che scava e corrode ogni vena dell’anima. Quella superficialità che mischia ogni cosa, come se non ci fosse nessun senso in questo marasma.

Una mano davanti: cinque dita che si aprono, mostrando le line segnate sul palmo della mano. Qualcuno, in un periodo diverso, ne avrebbe letto a suo modo il significato.

L’amore, la fortuna, il destino, i figli. La vita. Sì, la linea della vita. Ma ora che non suonano le campane da tempo, che intorno è fumo, che ovunque sembra riecheggiare un vento di tempesta, pensare alla linea della vita sembra un paradosso.

Eppure, quella mano che si mette davanti a tutto e a tutti cerca d’indurre al “cessate il fuoco”. Basta con l’odio e il rancore, la sofferenza e la violenza. Anche quella delle parole.

La schiera di uomini e donne armati se ne sta lì: la fronte corrucciata. Gli occhi vitrei. Le mani strette a pugno. Le gambe e le braccia granitiche. I pensieri sovrastano le espressioni che vogliono essere glaciali, dimostrare che nessuno può comandare loro, prendere il loro posto. Nessuno può estrometterli, proprio ora che hanno quasi tutti in pugno. Ma i pensieri si assemblano in nuvole, alcune dai contorni così forti che sembrano contenere ogni sillaba e ogni vocale, intrecciate.

Sono stanchi anche loro? Questi uomini e donne armati hanno lavorato sodo per portare tutto l’odio tra le persone. La cenere è lì fumante. I ghigni, però, non fanno più eco. La strage delle emozioni è quasi superata: tutto ciò che portava speranza, ottimismo, altruismo, benevolenza e amore si è cercato di annientarlo. Hanno lavorato duramente: repressioni di abbracci, scudi sui baci, spade di parole e di minacce. Sguardi con comandi incorporati.

Volevano incutere terrore e ci sono riusciti. Quei capelli sudici, quell’olezzo che accompagna ogni loro passo sono il simbolo di una conquista nel tempo. Un tempo non più scandito dalle ore ma dai nomi aggiunti nella lista. Un elenco puntato con le vittime sacrificali di queste giornate senza fine, di questa apocalisse che ha scavato ogni persona. Quell’olezzo è il simbolo di un traguardo raggiunto, di un altro uomo, di un’altra donna fatti prigionieri.

Prigionieri in una gabbia invisibile agli altri. Questo li fa impazzire ancor di più. Non hanno catene attorno; non sono reclusi dietro sbarre materiali. Ma il loro libero pensare e le loro libere emozioni sono cristallizzati. Ghiacciati. È come se non ricordassero nemmeno più cos’è la speranza. Come potrebbero del resto? Le case si stanno accartocciando su se stesse. I balconi sono invasi da piante grasse e da erbacce che si allungano sui muri e raggiungono i piani di edifici storici. Crepe ne disegnano il passaggio di vento e grandine.

Le bandiere e gli stendardi sono consumati ai bordi, scoloriti al centro dal sole e mangiucchiati un po’ ovunque dalle tempeste emotive che hanno buttato pioggia di veleno su ogni cosa. Le antenne arrugginite e ammassi di elettrodomestici per le strade, con gatti randagi che hanno preso il sopravvento e gestiscono il traffico dei passi, creano contorni simili in tutte le vie del paese.

Se ne sono disfatti tutti, di quelle tv, stanchi di sentire le stesse notizie. «Ce la troviamo noi la verità. Ci vogliono imporre di stare a casa. Di non avere una vita. Di buttare nel cesso il nostro lavoro. Parlano di regole, ma le nostre che fine hanno fatto? Ce la troviamo noi la verità». Così avevano detto in tanti dopo giorni uguali a se stessi, notiziari che sembravano doppioni degli altri.

Una sfilza di nomi, di bare allineate, di carri armati, di suoni di tromba per intonare il silenzio. Di lacrime ormai sbiadite. Di mani tra i capelli. Di preghiere rivolte al cielo. Di canti ripetuti all’infinito per chiedere l’intercessione.

Stanchi di immagini non più proiezioni delle loro ambizioni, delle loro opportunità, hanno iniziato a seguire meno i notiziari, a leggere di meno i giornali e a documentarsi sui social, come se tutta l’enciclopedia umana si fosse concentrata lì. Racchiudendo in un imbuto ogni possibile scoperta. Ogni ricerca. Scambi di like: ogni commento sale nella scala della verità assodata.

Alla fine, in segno di ribellione hanno gettato la TV al plasma. Ma si sono tenuti i pc, droga sintetica di cuori affranti e di anime incontrollabili.

Adunata consentita alle 7 di mattina e dodici ore dopo: quando il drone sorvola le strade e continua a cannibalizzare ogni emozione. La bramosia di ascoltare il messaggio, in quell’appuntamento quotidiano immancabile, fa mettere da parte ogni cosa.

Tutti sul balcone: chi con i capelli arruffati, chi con le ciglia finte, chi con trucco pesante sugli occhi. Molti hanno le occhiaie: non ci tengono a sprecare il loro tempo a truccarsi. Se di eroi si vuol parlare, meglio far vedere come questa guerra li ha ridotti. Loro che resistono con il nero sotto gli occhi, gli zigomi scavati, le cicatrici evidenti ai lati della bocca e intorno alle mani.

È una moltitudine che ha smarrito se stessa. Senza la forza di ritrovarsi. Questi pensieri ormai annebbiati fanno star meglio tutti, o quasi.

Sì, perché c’è chi nel buio, lontano da quei balconi, resiste. Continua a guardare le rondini che fanno ritorno dopo l’inverno. Che svolazzano nel cielo, in un cinguettio più dolce di quello emesso dal drone.

Gli occhi, richiusi in un cannocchiale, fissano il pergolato di glicini, con chicchi che sembrano toccare l’asfalto. Aumentano la lente per guardare meglio in quell’ammasso di colore che fa pulsare sangue in ogni vena. Ossigeno. Quel colore è ossigeno. È vita, proprio come le api che ronzano nel glicine, che mandano messaggi e continuano laboriose a portare avanti la loro eredità. Instancabili.

Senza farsene accorgere, quella mano gira il binocolo in direzione dei terrazzi: qualcuno non ce la fa ad aspettare l’appuntamento con chi ha imprigionato la sua mente. Così, si mette scarpette da tennis, tuta fucsia fosforescente, una fascia tra i capelli tinti di un nero così forte da rimandare alle tenebre, e inizia a camminare. In 5 metri quadrati scansa le piante grasse, le erbacce e conta i passi per arrivare a mille. Beve una bibita energetica: quel sole non ci voleva. Rischia di far vacillare tutto.

E, con una mossa ardita, il cannocchiale gira verso il mare: lì nessuno è più andato. Sulla spiaggia ci sono cespugli di erba e di paglia. I rami secchi, corrosi dalle onde, sono disseminati sui granelli, proprio lì dove i bambini costruivano i loro castelli di sabbia, con pietre a fare da ponte levatoio e a circondare le mura della fortezza.

I pesci, finalmente, nuotano tranquilli in quel blu intenso: hanno ritrovato la loro libertà. Se ne sguazzano nei fondali. Facendosi strada tra la Poseidonia e alghe di ogni specie, rispolverano vecchie tane e si ci intrufolano dopo aver “passeggiato” nell’acqua, catturato le prede o essere scampati a qualche letale attacco. È la vita. E vivono.

Ogni tanto in quell’ammasso di blu e di celeste, scende la luce del faro. Accecante. A intermittenza, il cono di luce crea forme sempre uguali che, però, le onde mutano. Quasi a dire che la mano dell’uomo, le invenzioni, ogni cosa che non è prevista in questo cosmo naturale, è sovrastato. Non ucciso. Semplicemente superato.

«Prendimi la mano. Non avere paura». Sono impietrita davanti a questi uomini e donne armati. Vedo le loro ombre allungarsi sulla strada sporca.

Da mesi si può uscire di casa, ma nessun ci crede che il peggio è passato. Che una nuova realtà si deve costruire. Che si può andare avanti. In quelle gabbie invisibili, preferiscono restare. Le stagioni passano, ma l’annebbiamento del loro intelletto resta. È un’iniezione che rischia di essere fatale. Con tanti ci è riuscita: lentamente sono stati sopraffatti dalla pazzia, in quella lotta incessante tra ragione e sentimento che li ha sfiniti. Consumati.

Sono uscita questa notte. Avevo voglia di passeggiare. Di prendere aria. Ne avevo bisogno come il miele al sapore di lavanda quando la sera mi butto sul letto, tra libri, una tazza di camomilla e quaderni su cui annoto pensieri, sensazioni. Non pensavo di trovarmi di fronte gli uomini e le donne armati. Avrei dovuto capirlo da quel tanfo che ha invaso le mie narici mentre camminavo per strada. Ma la sensazione di poter uscire, di guardare a destra e sinistra, avanti e indietro, era così forte da non farmi sentir nulla, se non il ritmo accelerato del mio cuore.

Si stava atrofizzando.

Forse hanno sentito il rumore dei miei passi. Forse hanno annusato il profumo intenso dei miei pensieri, delle mie emozioni. Forse hanno avuto una soffiata. Non so, in tutta sincerità, come sono arrivati a me.

Me li sono trovati davanti. Armati fino ai denti. A farmi paura non tanto i fucili e quei pugnali, incastrati tra tute nere e pezzi logori di lenzuola sulla fronte. Il tuffo al cuore me l’ha provocato quel loro sguardo: i loro occhi cercavano di invadere i pensieri, i miei. Di ordinarmi a rientrare. Perché il mio gesto poteva avere reazioni a catena.

Avevano già represso delle sommosse. Da giorni, però, non ce ne erano più. Quella mia “pazzia” doveva essere contenuta.

Mi hanno detto qualcosa, ma il mio cervello non ha decodificato il messaggio. Volevo solo continuare a fare il giro dell’isolato, sporgermi un po’ dal costone roccioso, guardare oltre l’orizzonte. Dare libero sfogo alle mie emozioni, alla speranza che ho continuato ad alimentare, anche quando non avevo cibo abbastanza e raggi di sole forti a scaldarmi. Anche quando stavo crollando sotto il peso di ogni presagio, in quel girotondo di fantasmi che reclamano la gloria.

Stavano per attaccarmi: nessun contatto fisico, però. Un fucile – credono sia stata una bella invenzione – spara una rete. Si mettono in cerchio e ti sommergono con quella fitta trama che sa di marciume, come ha urlato chi è stato fatto prigioniero prima di scomparire nella propria casa.

Vedevo poco. Annebbiata. Non so come mi sono ritrovata quella mano davanti. Quelle cinque dita aperte per fermare un’altra carneficina di un’anima speranzosa. A quella mano se ne sono aggiunte poi altre: tutte davanti a formare un muro. Di diversa lunghezza, con diverse venature che ne solcavano la pelle.

Tra i due schieramenti c’è stato uno scambio di pensieri. Una lotta che non sono riuscita a leggere appieno. Il mio sguardo era posato su quelle mani che formavano un circolo di uomini e donne pronte a liberare gli altri dal giogo. Due, all’improvviso, si sono staccate. Qualche passo indietro. Mi hanno raggiunta. Sento ancora quella sensazione delle dita intrecciate alle mie.

«Ti tengo stretta. Ora non ti lascio più andare».

Quella voce. Tutto è diventato più chiaro.

La lotta di pensieri è continuata per un po’. Poi i primi cedimenti. Diffondere odio e paura pare abbia fatto abbassare le difese immunitarie di questi uomini e donne armati. E quella catena di tessere di domino ha iniziato a sgretolarsi. Il peso della speranza è forte. Le loro spalle stanche non riescono più a supportarlo.

Si contorcono. Spasmi. Lamenti prima trattenuti poi amplificati nelle strade non più deserte: dai balconi ci sono decine e decine di occhi che guardano. La scena è ripresa dai telefonini e rimbalza ovunque nell’etere.

Il candore acceca la visione. Quel bianco, che ritorna tra le immagini sepolte dall’orrore, porta a galla sentimenti dimenticati. E iniziano a spuntare timidi sorrisi.

Gli uomini e le donne armati si stanno arrendendo. Un ultimo sforzo prima della resa dei conti. Si inginocchiano. Non chiedono scusa, non dicono nulla. Si mettono le mani davanti il volto per proteggersi. Temono per la loro sorte, per quella vita che si è ridotta a comandi e a ricariche di odio.

Chi era sui balconi inizia a cercare tra le viscere delle emozioni. Scandaglia fino a pescare un barlume di coraggio. E lo porta per strada. Non si accaniscono, però, contro gli uomini e le donne armati. Hanno pietà di loro. E, con un gesto dettato dal cuore, mettono le loro mani accanto alle altre. Allungando quel muro multiforme che si rinforza.

Dopo mesi di apatia, arriva la prima lacrima. Fa un rumore strano. Gli altri non ne sentivano uno così da tempo. Si voltano. E quegli occhi cominciano a vedere chi sta di fronte. Riconoscono il volto, gli occhi, la fronte, persino i gesti.

Tutto il paese è sceso per strada. Risvegliato da richiami lontani. La gallerie dei volti umani si amplia. Quelle mani diventano piano piano abbracci. Quelle righe attorno alla bocca fanno spazio a sorrisi. Quelle parole cominciano a formare messaggi non più di circostanza ma di umanità. Un “bentornati” nella mia vita.

Nessuno ha dato il comando. Sono stanchi tutti di prendere ordini. E di imporne. Quelle mani si allungano verso gli uomini e le donne armati, rannicchiati su se stessi. Tendono un aiuto per rialzarsi, per risollevarsi e gettare quel senso di colpa che potrebbe rosicchiare ogni centimetro del loro essere. Ucciderli.

Qualcuno di loro accetta. Poi gli altri seguono il gesto temerario.

Solo uno rimane in ginocchio, con la fronte posata sull’asfalto. Vuole restare lì. Con armi che ormai non incutono più timore. Non sanno cosa ne sarà della sua vita, ma certo lo aiuteranno, perché chi ha provato l’orrore, chi è uscito dal vortice della distruzione emotiva, non lascia un suo simile a squamarsi la speranza.

Intorno è una festa strana. Tutto il resto è un susseguirsi di emozioni capovolte.

Io sono frastornata. Volevo solo uscire a prendere una boccata d’aria. Le mie mani non sono più intrecciate a quelle due che si erano staccate. Gli occhi hanno ringraziato. I passi fanno tutto il resto.

Sospiro. Il sole è filtrato nella stanza, con lo scacciapensieri che tintinna sopra la finestra. È un nuovo giorno. Sento una strana sensazione, come se le mie mani avessero riavvertito il senso del contatto. Mi volto dall’altra parte. Non c’è nessuno. Non so che sia successo la scorsa notte, ma devo smetterla di bere troppi caffè.

L’ultima udienza

Un racconto di Antonella Perrotta

L’aria, nell’aula della Corte di Assise, sapeva di legno, di sigaro, di carta e di polvere.

L’avvocato Domenico Domenici osservava in silenzio i colleghi seduti avanti a sé e quelli dietro. Erano in tanti, una cinquantina, e, per quanto composti, nell’insieme spandevano un brusio tra le pareti rivestite di legno della stanza. Avevano tutti l’aria stanca e assonnata. L’avevano anche i giudici, anche i giurati popolari, per quanto si sforzassero di mantenere le spalle erette, lo sguardo fisso in avanti e l’espressione imperscrutabile di chi è chiamato a decidere in maniera imparziale. Solo il Presidente se ne fotteva: lui sbadigliava e non si sforzava di nasconderlo.

Erano lì da sei ore, giusto una breve pausa pranzo, e chissà per quanto ne avrebbero avuto ancora. Erano le lancette dell’orologio a dirlo, oltre che la stanchezza, non la luce abbagliante del primo pomeriggio. Quella non si vedeva, ché non v’erano aperture nell’aula, se non la porta d’ingresso che era stata sbarrata. Ma c’era. Fuori, nel mondo libero.

L’avvocato D.D. era giovane, forse pure troppo per un processo importante come quello: ottanta imputati per più di duecento capi d’imputazione. Era un processo per associazione a delinquere, uno di quelli che avrebbe dovuto scuotere scienza e coscienza e fare pulizia nella comunità. Aveva accettato l’incarico perché era curriculare, ma non ci aveva dormito la notte. Non era ansia per l’attività che avrebbe dovuto svolgere, la sua, il mestiere lo conosceva bene, nonostante l’età. Non era neanche perché difendeva due malavitosi di cui si sforzava di sostenere lo sguardo. Non si poneva alcuno scrupolo morale, sebbene più di qualcuno gli avesse chiesto come poteva sostenere la difesa di chi, per fatto notorio, aveva le mani macchiate di sangue. Sapeva bene che, senza di lui e senza i suoi colleghi, il processo non si sarebbe potuto celebrare e che un processo e la difesa in giudizio vanno assicurati a tutti, anche ai peggiori delinquenti, se si vuole che, il nostro, sia uno Stato garantista. Non si risponde ad un sopruso con un sopruso. Lo Stato non può permettersi soprusi. Processi rispettosi della legge, invece. E, per farli, servono anche gli avvocati.

Era altro quello che lo disturbava. Erano gli accordi, sordidi e infami, che seguivano gli incontri nei bar all’aperto, le telefonate in codice, le mazzette nei sacchi della spazzatura. Trame da cui s’era sempre tenuto lontano. Lui voleva fare soltanto il suo dovere, servire la macchina della giustizia, non essere complice del reato. Voleva esercitare il mestiere per il quale aveva studiato, farlo bene, essere bravo. Ben retribuito, anche, ché non aveva pretese di santità caritatevole.

Si guardava intorno sospettoso, chiedendosi di chi avrebbe potuto fidarsi, là dentro. Sentiva il peso di una longa manus, potente e invisibile, spingere contro il soffitto, un pugno chiuso pronto a colpire la testa di chi non aveva preso parte agli incontri segreti nei bar all’aperto, non aveva risposto al telefono e aveva buttato nell’indifferenziata i sacchetti della spazzatura. La sua, insomma.

L’ultimo collega aveva appena finito di parlare. La Corte si alzò e si ritirò per decidere. Uscirono tutti dall’aula per bere, mangiare, fumare, qualcuno anche per tirare coca. Si sarebbe fatta sera prima di avere il verdetto. Ma l’aula non l’avrebbe saputo, non esisteva il giorno e la notte, lì dentro. L’avvocato D.D. si intrattenne con alcuni colleghi che godevano della sua stima e della sua fiducia. Erano perplessi e impauriti quanto lui, non per se stessi, ma per la sorte della giustizia. Finì con l’assopirsi su una panca di legno del corridoio. Poi, la campanella che annunciava il rientro in aula della Corte suonò e lui si svegliò. Guardò l’orologio. Erano passate altre quattro ore.

Fu letta la sentenza. I giudici e i giurati si ritirarono, i detenuti furono fatti uscire da dietro le sbarre e accompagnati fuori in manette dalle guardie carcerarie, il cancelliere recuperò i fascicoli d’ufficio, gli avvocati chiusero codici e scartoffie nelle valigette color cuoio e riposero le toghe di lana leggera nelle sacche. L’aula si spogliò, le luci si chiusero.

L’avvocato D.D. uscì dall’edificio, salì nella sua auto. Si lasciò andare col capo riverso sul volante, sfatto di stanchezza e disillusione e si abbandonò a un lungo pianto.

*Foto: L’uomo angosciato

Lungo l’asfalto ingiallito. On my way to Yellow

Un racconto di Napoleone Dulcetti

Mentre l’asfalto scorre sotto le mie spalle sudate, maledico l’aria condizionata che mi congela le narici piene di sangue. Sulla strada per Yellow mi muovo a settanta chilometri orari, immobile su un sedile troppo stretto per i miei polpacci da ex giocatore scarso di calcio a 5.

L’incendio, il quinto questa settimana, brucia gli ultimi pini rimasti a tenere insieme le rocce spaccate e le lingue di fuoco accarezzano la strada facendo scricchiolare i ponti sconsolati a picco sui dirupi maligni del sud. Il fumo penetra nelle gallerie senza luce come un’incursione Longobarda al galoppo.
Fra le bestemmie di un camionista, che si lamenta, e il mio dito medio alzato contro i sorpassi della morte in curva pericolosa, esco vivo dal primo tunnel di parolacce. Finalmente un rettilineo: sessanta chilometri orari.
Sulla destra dei ciclisti inglesi fermi in un piazzola osservano il mare…
Why is it so blu down here?

Uno di loro scatta foto di stupore mentre sua moglie lo guarda inorridita.
Sulla sinistra un cinghiale gonfio di vermi sonnecchia e lecca l’asfalto, ieri non c’era, mentre la pelliccia di un gatto si elettrizzata al sole, c’era già sei mesi fa, e così quella parte di strada è un ritrovo per animali sperduti che amano scappare dai boschi in fiamme per lanciarsi verso la velocità.

Incrocio lo sguardo del primo bullo a cui ho modificato il setto nasale, sento ancora il sangue caldo sulle nocche. Una mamma urla verso lo specchietto retrovisore, suo figlio salta e getta soldatini di piombo dal finestrino, un mio vecchio amico sorride alla figlia mentre canta canzoni in francese, un camionista mangia un panino dal quale grondano pezzi di salame piccante.
Rallentare! Andiamo a passo d’uomo, il traffico di accaniti ricercatori di salsedine si ingrossa verso l’uscita della felicità.

Oggi fa caldo, più caldo di ieri
yè umido come ama dire mia nonna,
ngé chinu d’acqua a fora, forse è per questo che i turisti gettano bottiglie di plastica bagnate dai finestrini della vergogna. Una colpisce l’asfalto e rimbalza verso le grinfie di un trattore che la fa esplodere, il tappo colpisce un vecchio contadino che con molta naturalezza continua ad urinare sulle frasche bruciate, mentre si asciuga la faccia sudata con la camicia quadretti rossi e neri.

Copriti, porco grida una signora dal finestrino e lui dallo spavento si sporca gli stivali che ripulisce subito con il sudore della camicia.
Porco!
Si riparte più spediti, cinquanta chilometri orari
Yellow 6 km

Straordinario scoprire quante cose si riescono vedere a questa velocita:
una donna si trucca impregnando le sue labbra di viola elettrico, una ragazza scoppia i brufoli che le ricoprono la fronte imbrattando il finestrino di acne, un pompiere appeso all’albero si sporge tenendosi al tronco e, sbracciandosi, richiama l’attenzione di un canadair sbiadito, una vipera attorcigliata al guard-rail si struscia per spegnere il fuoco che le ha divorato mezza coda, un paninaro accoltella una salsiccia sulla griglia mentre sua moglie spruzza del ketchup sulla faccia di una cliente che grida Solo maionese solo maionese.

E così fra una carcassa a bordo strada e una busta di spazzatura lasciata ad abbronzarsi Yellow appare. Tra le curve bucherellate e rettilinei pieni di paglia abbandonata dai trattori si intravede lo scheletro del suo corpo schiacciato sul mare.

Why is its name Yellow? Chiede un biker russo al poliziotto che gli sta consegnando una multa per eccesso di velocità. Un turista passa accanto con il volto affondato sulla cantina lacerata dal vento, è vestito così male da far scappare via anche i lupi più affamati che di solito scendono dalle montagne per brucare la carne fra la lana e il pelo degli animali lasciati a pascolare sui dirupi del dimenticatoio.

Yellow, si chiama così perché come un fungo velenoso è spuntato dal nulla dopo che un soldato Americano durante la liberazione inciampò su uno squarcio nel terreno. Questa crepa allargata a mani nude prima, e a suon di dinamite dopo fece emergere un’antica miniera d’oro in disuso.

That’s gold, gold,gold! Gridò l’americano gettando via i cadaveri degli schiavi che i Goti all’epoca lasciarono seppelliti nella fossa per nascondere la miniera agli invasori Longobardi.

E così, da quel tesoro e da quelle ossa lanciate ai cani nacque Yellow. Si cominciò ad estrarre così tanto oro che i minatori si trasferirono definitivamente lì. Nonostante la ricchezza le case spuntarono a casaccio, ma quella manna era così preziosa che la città doveva crescere. Le raffinerie e le fabbriche proliferarono e le polveri sottili delle industrie che lavoravano e fondevano l’oro avvolsero tutto, coprendo di giallo ogni cosa. L’americano costruì dei filtri che canalizzarono quelle nuvole in grandi pozzi il cui liquido venne utilizzato per tingere. Da quel giorno le vernici per dipingere furono gialle, il metallo fu giallo, i grattacieli furono smaltiti di giallo, i piatti, le tazzine del caffè, i preservativi, le bottiglie di vetro e di plastica, i fucili, le case in legno, le panchine sul lungomare in mattonelle gialle, la cocaina, le cartine di sigaretta, le barche a vela, i marciapiedi, i sedili dei cinema e dei teatri, i lampioni, le pagine dei libri, i tessuti, le minigonne e i tanga, l’inchiostro dei tatuaggi, i cartelli stradali, le strade storte, le siringhe, tutto yellow. Riciclare, adattare, progresso, compromesso, future.

That is why It was called Yellow, coglione! Rispose il poliziotto.

Così tutto il giallo venuto fuori dalla quella tomba rese celebre il paese. Prima che l’oro finisse si estrasse così tanto metallo che il suo colore si diffuse anche sulle strade limitrofe.

Poi l’oro finì. Adesso quel giallo sgargiante si è sbiadito, come i conti in banca dei cittadini, si sta infatti cercando di cambiare nome in Yellowish (Giallastro) o in Old Yellow per mitigare la triste circostanza.

La città si è però adattata alla sua fine e attorno a quella miniera una certa economia, quella del “campa oggi che forse domani un po’ di erba crescerà” ha mandato aventi le baracche che ora predominano sui palazzi ancora integri.
C’è il mare, si farà turismo disse un parente dell’ex soldato Americano. E così fu, si investì male ma si fece turismo, fra diaspore e periodici ritorni Yellow resistette.

Ci siamo, finalmente
Benvenuti Yel °°°°
La scritta è ormai illeggibile, rassegnata fra i canini del sole.

Mi aspetta il blocco X della stazione ferroviaria. La sua vernice è ancora in ottime condizioni e le crepe disegnano sorrisi interminabili sulle pareti della speranza. Pochi minuti per salutare i miei colleghi e gettarmi su un treno. Controllore capo.
Manca poco, c’è traffico, siamo fermi.

Un signore si aggiusta la cravatta e piange via i debiti che lo stringono di notte, una donna si spoglia, getta via gli abiti casual e indossa vestiti da ballerina di lap dance, un ragazzo urina in una bottiglia di plastica, due cacciatori attraversano la strada inseguendo un cinghiale, il canadair sbiadito ci sfiora scomparendo fra nuvole nere, il caldo aumenta.

Apro il finestrino accarezzo il calore dell’asfalto, è più giallo ora, Yellow è sotto di noi.

Spartenze. Le tracce degli uomini

Un racconto di Antonella Perrotta

Cento abitanti erano rimasti a Cozzicello.
Autoctoni, almeno.
Poi, ce n’erano altrettanti, uomini per lo più, neri di pelle e dai lineamenti marcati, dei pezzi di marcantonio che, al solo vederli, ti mettevi soggezione. Venivano da chissà dove, al di là del mare comunque, da postacci dove, a sentir loro, l’acqua, quando c’era, aveva il colore della terra e la terra quello giallognolo della sabbia fine e l’aria sapeva di polvere da sparo e solo il cielo aveva più stelle che altrove. Chissà perché. Forse, perché chi viveva lì aveva più bisogno di sognare.
Ad ogni modo, loro non facevano testo. Erano soltanto forestieri.

Non erano nati, cresciuti e pasciuti in paese come gli altri cento. Non parlavano la stessa lingua, non credevano nello stesso Dio, non avevano gli stessi costumi e avevano conosciuto una fetta di mondo, bello o brutto che fosse, che gli autoctoni non avrebbero neanche potuto immaginare, ammesso lo avessero voluto. Perché per immaginare qualcosa, non solo ci vuole la capacità, quella che viene dal riuscire ad aprire la mente e il cuore a ciò che sorpassa i confini dell’avvezza esistenza, a credere che ci possa essere qualcosa di diverso e si possa anche diventare diversi, ma ci vuole pure la voglia. E per i paesani di Cozzicello, stremati di fatica e di vecchiaia e, ancor più, di secolare abitudinarietà, immaginare era soltanto uno spreco di energie. Faccende ben più pratiche li tenevano impegnati.

Come quella di trovare qualcuno che, a basso costo e senza pretese, li aiutasse nei campi, ché quei malanova di figli e nipoti, a differenza loro, s’erano tutti arresi all’immaginazione e avevano preferito le incertezze della spartenza alle certezze del paese. “Ah, illusi! Come se fuori da qui si stesse meglio …” aveva detto Oliverio Campise, che faceva da sindaco e da intera amministrazione comunale, quando l’ufficiale dell’anagrafe gli aveva comunicato che, ormai, erano emigrati tutti e solo in cento restavano. “Magari, no. Magari, sì”, la risposta dell’impiegato. Perché negarsi una speranza? “Eh, già, perché?” aveva risposto il sindaco, ma tanto per dir qualcosa.

A risolvere il problema, dell’aiuto s’intende, erano giusto in tempo arrivati loro: i marcantonio forestieri. I requisiti li avevano tutti. Uno in particolare: la disperazione che li portava ad accettare la qualunque, salario, orario di lavoro, sistemazione, pure l’indifferenza. Senza pretese, appunto. E al fatto che si trovassero lì per andare appresso alle incertezze dell’immaginazione – così come, altrove, si trovavano quei malanova di figli e nipoti – nessuno pensava.

Nessuno, eccetto Rosina Sposito, la matta di Cozzicello, colei che dava ricovero a cani, gatti, pure uccelli, e camminava leggera con la paura di calpestare persino le formiche. Colei che era rimasta da sola, tutti andati via i suoi familiari di cui diceva, però, di continuare a sentire le voci.

“E che ti dicono le loro voci, Rosi’?” qualcuno le chiedeva. “Di andarmene a fanculo” rispondeva lei e tutti ridevano. Era matta, Rosina. Ma lei, con gli occhi lucidi, pensava che i figli, i nipoti, i fratelli, che l’avevano lasciata da sola e non s’erano quasi più fatti vedere e sentire, se non una telefonata alle feste comandate, a fanculo, l’avevano mandata davvero. Non era stata fortunata.

I marcantonio forestieri, invece, no. Loro, alle famiglie, ci pensavano e sospiravano, sospiravano sempre, al pensiero di chi avevano lasciato e di ciò che erano stati costretti a diventare.

Per questo Rosina, in quegli occhi neri e profondi, vedeva la verità degli uomini o, almeno, quello che avrebbero dovuto essere ma avevano dimenticato e, per questo, dava loro ricovero, come faceva con gli altri esseri viventi. E a chi la rimproverava, ché chissà mai cosa ci si può aspettare da estranei, ricordava che una spartenza è sempre un dolore.

Ma ci sono alcune spartenze che ti fanno dimenticare ciò che hai lasciato, luoghi, cose, persone e pure la disperazione che ti ha indotto a partire. E, queste, non sono spartenze ben riuscite. E, poi, ce ne sono altre che, invece, ricordano tutto e lo rivivono ogni giorno. E sono queste, le spartenze che hanno memoria, quelle che non fanno perdere le tracce degli uomini.

Ma Rosina era matta. Camminava leggera per non calpestare le formiche.

Le gambe delle donne

Un racconto di Antonella Perrotta. Buona lettura.

“Settantasette” urlò Saverio, il pescivendolo, nel pescare il numeretto dal sacchetto della tombola.

E fu un coro di: “Le gambe delle donne.”

E a tutti s’illuminarono gli occhi, neanche le avessero per davvero davanti, quelle gambe. Immaginaria visione. Porta del cielo.

“Ma che deficienti. Du’ gambe, so’. Ossa, pelle e carne, quando poca, quando troppa” avrebbe risposto Teresina, la levatrice, che pure di gambe s’intendeva.

E, invece, no.

Perché le gambe delle donne sono come un libro chiuso che non vedi l’ora di sfogliare, prima, e di tuffartici dentro, poi. Dritte, storte, sode o cellulitiche, fanno l’andatura, ché nessuna è più femmina di chi cammina da femmina. “La camminata è importante. Sgrazia e aggrazia” diceva sempre Alfonso Campobasso, il titolare del negozio di calzature “Un passo alla volta”, nel suo lessico personale. E, a suo modo, aveva ragione.

Basti pensare a Luisa Barbieri, la barista, che aveva un passo da camionista e le caviglie di chi è affetto da gotta. Ecco, nessuna calzatura era in grado di “aggraziarla”. Nessuno fantasticava sulle sue gambe. Ma a lei poco importava. “Sono bella uguale” diceva. Agli altri e a se stessa. E non per voler convincere, ma perché ne era convinta.

Su quelle di sua sorella Vera, invece, c’era da farci un film e niente era più inverosimile del finale, considerato che a Vera, di quelle fantasie, poco e niente importava. “E che le fai vedere a fare le gambe, allora?” le chiedeva più di qualcuno, scarpe grosse e cervello pure, riferendosi alle minigonne che era solita indossare. “Perché mi piacciono” rispondeva lei altezzosa, senza lasciare intendere se fossero le minigonne o le sue gambe a piacerle o, magari, entrambe. Perché, diciamolo, solo una donna sa.

C’era, poi, Assuntina Capotosto. Lei le sue gambe le postava sui social sotto il profilo “Venere”. Gambe sulla spiaggia oliate come alici fritte, gambe umide di salsedine sulla battigia, gambe pronte a calarsi in piscina, gambe che danzavano, gambe fasciate da tute stretch sul tapis roulant, gambe fra le frasche e i papaveri rossi, gambe su tacchi dodici e mai con le infradito che ingrossano la caviglia. Lo sapeva, Assuntina, che le sue gambe piacevano, più dei suoi occhi marrone-slavato, stesso colore di un cane randagio. Una donna, sa. Perciò, le postava. D’altronde, era l’unica soddisfazione della sua vita banale sapere che gli uomini sulle sue gambe fantasticavano e pure assai. Significava che fantasticavano anche su di lei, ché le sue gambe erano la sua persona. Gambe e anima, per Assuntina, erano equivalenti.

C’erano le controindicazioni, però. Ci sono sempre quando si ha a che fare con gli uomini-muli, intendendosi per tali quelli che camminano su un percorso già tracciato senza discostarsene e senza avere la minima idea di come si possa farlo. Quelli che indossano il paraocchi e non come accessorio, ma come capo basic. Ecco, con loro bisogna prestare attenzione, ché non si sa mai cosa potrebbero capire, immaginare, pensare, anche fare, di fronte a quel gamba più gamba.

Mentre, solo una donna sa.

L’untore. Una questione di responsabilità

Racconto di Antonella Perrotta. Buona lettura

Era tutta colpa sua.

Quelle febbri che spaccavano le ossa, quegli spasmi, quei respiri affannosi e quella smania d’aria come si stesse chiusi in una bara. E c’era chi, nella bara, ci finiva per davvero.

Tutto era cominciato in autunno, subito dopo la guerra, quando c’era bisogno di un po’ di pace e di tranquillità e, invece, no, pure quella epidemia bisognava sopportare.

Colpa sua: di Antonino Maria Giuseppe Filiberti, detto il “Conte nero”.

Un corvo pareva, fasciato nelle sue vesti lugubri, come lugubre era l’espressione stampata sul viso dalla mattina alla sera, neanche gli fosse morto qualcuno, mentre a lui, a differenza della maggioranza dei paesani e non solo, nessuno era venuto a mancare perché nessuno teneva. Solo come un cane e per sua scelta, sia chiaro. Gli bastavano le ricchezze, solo di quelle gli importava, proprietà, oro e soldi fruscianti. Degli uomini faceva a meno, il corvaccio nero.

Che fosse colpa sua era provato dal fatto che mentre, in paese, tutti si ammalavano – uomini, donne, bambini, poveri e ricchi, nessuno era risparmiato – il “Conte nero” pareva immune dalla qualunque.

“Perché lui mangia la carne e si tiene in forze” diceva qualcuno. “Perché tiene in cantina il vino buono” diceva qualcun altro, ma io ero sicuro che proprio lui spargesse intorno quel veleno malefico. Lui, che se ne andava in giro come se nulla fosse, con un insolito sorrisetto beffardo stampato sul viso color della cenere, quasi godesse di ciò che stava accadendo agli altri.

Non c’era alcun dubbio: Antonino Filiberti era l’untore.

Per questa evidente e inconfutata verità, bisognava che sparisse dal paese per sempre. Per il bene di tutti. Certo, la “purificazione” andava fatta con accortezza ché, hai visto mai, a qualche uomo di legge fosse venuto lo sghiribizzo di attaccarsi al capello e ritenerla un reato sanzionabile, invece che un’azione per la salvezza comune. Bisognava liberarsi dell’untore con discrezione, insomma, ma in maniera definitiva.

Fummo io, Tonino “U cicatu” che cicatu non era, Silviuccio “U campusantaru”, con la complicità della bella Rosa, la figlia del mastro d’ascia, a combinare il fatto.

Lavoretto semplice e pulito. Rosa provvide ad ammaliare il corvaccio cui, nonostante tutto, le femmine non avevano mai fatto schifo, seppure per un’oretta al massimo. Se lo portò in una vinèdda cieca, promettendogli, con gli occhi e con la veste abbondantemente scollata, tanto piacere quanto gliene sarebbe bastato. Lì, io lo aspettavo con gli altri due. Un colpo secco in testa mentre armeggiava con i pantaloni e il vecchio porco stava già bello e sistemato. Colpo con una pietra di mare, ma non una di quelle arrotondate dallo sciabordio. Aguzza e tagliente, invece, come pietra vergine. E, poi, a mare trovò la sua tomba e gli andò pure bene ché essere mangiato dai pesci è preferibile a essere mangiato dalla febbre e dai vermi.

L’indomani, l’azione avrebbe già dovuto dare i suoi frutti. Aspettai, aspettammo, ma i paesani continuavano ad ammalarsi. Forse, la magarìa era così potente da volerci una settimana. Ma, da lì a una settimana, fu proprio Rosa ad ammalarsi e, poi, anche la figlia del campusantaru. Fu allora che mi venne il dubbio di avere ammazzato l’untore sbagliato.

Certo, la morte del Filiberti non la pianse nessuno e nessuno neanche lo cercò per molto tempo, ché non era la sua mancanza qualcosa di cui darsi pena, ma sta di fatto che la caccia al responsabile di quell’epidemia, influenza spagnola la chiamavano, richiese tempo e pazienza. Due anni circa.

In paese, io fui l’ultimo a esserne infettato e l’ultimo a morirne.

Io, Francesco Barilla, fui per tutti l’untore.

‘U Brigante. Un racconto di Antonella Perrotta

Racconto di Antonella Perrotta

Ad ogni processione c’era lui. In prima fila.
Portava la croce di Cristo e stava pure tutto contento.
Portare la croce in processione per Cenzino Mangano era un privilegio e una soddisfazione.

Procedeva sorridente, concentrato, col capo eretto, le braccia ferme piegate all’altezza del busto, le dita delle mani strette sul legno, i passi cauti, ché mai si fosse detto che Cristo Signore ondeggiasse in processione come un ubriaco.

Era bravo Cenzino. Il migliore. Non l’aveva mai fatta sbandare, la croce. E la gente applaudiva, a lui per primo, che stava davanti, e, soltanto poi, alla statua del Santo e alla banda.

Quando si muoveva in processione, Cenzino si scordava di tutto e di tutti, pure della miseria, della balbuzie, del figlio che se ne era andato in America e, addio, non era più tornato e di sua moglie Concettina che, anche se non era più fresca come una rosa di maggio, veniva ancora detta “l’Allegra” per via delle sue consuetudini libertine. Ché, poi, che Concettina gli mettesse le corna da sempre, pure prima del matrimonio, lo sapevano tutti, fuorché Cenzino che a queste cose non badava. Quisquilie rispetto alla pena del Cristo in croce e allo spettacolo che, anche grazie a lui, di tale pena si soleva dare, a ricordo del sacrificio dell’Uomo e del Figlio di Dio.

In paese, lo chiamavano “’U Brigante”, ma era questo uno dei rari casi in cui il soprannome non descrive la persona, non ne sviscera e rende plateali i vizi o le virtù. Era un soprannome a sfottò perché, di brigante, Cenzino non aveva neanche la calabresità. Era un trovatello, venuto da chissà dove, figlio di una profuga, ai tempi della Grande Guerra. Almeno, per quel che si diceva in giro. Pareva un mezzo tonto, in verità, forse per colpa del sapore di guerra di cui sapeva il latte della madre o dei boati delle bombe che, da neonato, gli avevano disturbato il sonno.

Portò la croce per tutta la vita Cenzino ‘U Brigante. Croce di legno di chiesa e croce per davvero. La portò fino a settant’anni quando, d’un tratto, un Venerdì Santo, la croce sbandò, si piegò prima da un lato, poi dall’altro, fino a cascare a terra, sull’acciottolato in pietra antica, dritta sul suo corpo. La gente accorse, soccorse, ma non ci fu nulla da fare. ‘U Brigante era morto in processione e sorrideva di un sorriso beato.

“Aveva capitu tuttu da’ vita!” esclamò qualcuno, lì, tra la folla.
“E che aveva capito ‘U Brigante?” chiese qualcun altro.
“Che la croce appartiene agli uomini. Ognuno tiene la sua. E, allora, tanto vale portarla con orgoglio e col sorriso.”

A quelle parole, gli uomini si tolsero il cappello e le donne recitarono un requiem in memoria di Cenzino Mangano che brigante non era e, forse, nemmeno tonto.

Il Conta-storie. Un Racconto di Antonella Perrotta

Racconto di Antonella Perrotta

“Venite, gente! C’è il contastorie! Venite, venite, gente!”

Sono un contastorie.
Vivo per le vie. Un po’ di qua, un po’ di là, dove capita. Non ho padroni.

Il mio nome non ha importanza. Io sono le storie che racconto. Le desidero, le cerco, frugando tra le memorie degli uomini, dentro i portoni socchiusi, fra le pietre ruvide delle vinèdde, tra le mura rugose segnate dalla vecchiaia e quelle lisce che ancora sanno di cemento, nelle campagne assolate, sulle sponde delle fiumare, tra i canneti che mormorano al vento, fra le panche nelle chiese e fra i tavolini nei bar, negli sguardi, nelle movenze, tra le voci e le risate e le urla e i pianti custoditi e, poi, rilasciati dall’aria.

Tutto mi parla. Tutto mi racconta.

Io svelo, rivelo, confido, tramando, trasfiguro, faccio giustizia, denuncio l’ingiustizia, ammazzo, risuscito, sposo, battezzo, rendo possibile l’impossibile e irreale il reale. Io regalo sogni e speranza, sapienza e conoscenza. Grazie a me, tutto esiste e sopravvive, i sentimenti acquistano voce, le persone diventano eterne, le loro vite si trasformano in esempio o monito.

Mi danno del parolaio, del girovago, del vagabondo. Ma cosa sarebbero gli uomini senza di me? Cosa sarebbero gli uomini senza un racconto? Materia senza anima, bucce senza polpa, teste senza pensieri, lingue senza parole. Vite private della fantasia, della memoria, dell’esperienza,  della consapevolezza. Niente sarebbero.

Sto su questa piazza, adesso. Il monumento ai Caduti piange in solitudine, coi fiori secchi adagiati alla base. Le case trasudano parole, mentre i panni stesi ondeggiano al vento. Le persone vanno di fretta. Non hanno tempo per fermarsi ad ascoltare. Ma io faccio rullare il mio tamburo. Schiarisco la voce.

“Venite ad ascoltarmi, gente! Venite, venite! C’è il contastorie!”

Silenzio e buio e stelle in cielo

Un racconto di Antonella Perrotta

Il mare è calmo, ma la corrente mi trascina e non so dove. Spero verso quelle luci della costa che ho intravisto prima, non so più quando, ma che ora non riesco più a vedere.

Sono stremato, al punto da non sentire più le braccia e le gambe.
Mi distendo sulle acque, abbandonandomi alla corrente col viso rivolto al cielo.
È stellato, come nelle notti in Africa.
Mi abbandono a questo mare.
Mi abbandono a questo cielo e prego le stelle di vegliare su di me e la mia famiglia.

Ho sentito la voce di mio fratello prima, forse qualche ora fa, non so. Incoraggiava mia madre, mentre lei, invece, si lamentava. Un lamento fioco, lontano, mischiato coi suoni del vento e del mare. Io, però, l’ho distinto chiaramente. Ma, ora, non sento più nulla. Nessun lamento, nessuna voce.

C’è solo silenzio.

Silenzio e buio e stelle in cielo. La mia testa è ovattata, i pensieri sfuggono, si disperdono in queste acque. Provo a mantenermi sveglio ripetendo il mio nome, Kamal, ma la mia voce non ha più un suono.

Così mi chiamo: Kamal. E mio fratello Fadi: è questo il suo nome. E Afrah è quello di mia madre. Vuol dire Felicità. Ma lei, la felicità, non l’ha conosciuta mai. Avrebbe voluto solo un po’ di pace, ma neanche questa ha conosciuto.

“Kamal, stai sveglio! Stai sveglio!” ripeto a me stesso, fissando le stelle. Ma sono troppo stanco. Troppo. Non riesco neanche più a vederle. Eppure, vorrei, ché io le ho sempre amate, le stelle.

Non riuscirò a vedere nemmeno il giorno. Eppure, avrei voluto vedere anche quello. Avrei voluto conoscere, anche solo per poco, il rispetto che è dovuto a ogni essere vivente.

Mi addormento. Ma il mondo non lo sa che io sto dormendo tra queste acque e che, più in là, dorme mio fratello Fadi e  mia madre Afrah.

Il mondo non sa guardarle, le stelle.

Il sorriso di Tonino di Antonella Perrotta

Un racconto di Antonella Perrotta

La 127 bianca di mio padre stava dove l’aveva lasciata il giorno prima: nell’autofficina di Tonino Lazzaro. Aveva la fiancata sinistra macchiata di schizzi rossi, come se qualcuno si fosse divertito a spruzzarvi del ketchup.

In realtà, era sangue. Quello di Tonino. Il suo corpo, crivellato di colpi, giaceva a terra, di fianco all’auto di papà su cui stava lavorando. Il giorno appresso, al suo posto, una sagoma di gesso.

Era il ventotto settembre 1979.
“C’era da aspettarselo” dissero molti, quasi tutti, in paese, e lo dissero col tono rassegnato, come se il crimine commesso fosse normale.
Soltanto pochi esclamarono: “Bastardi!” e maledissero gli assassini.
Mio padre non disse niente. Pianse e basta.

Tonino Lazzaro era un ragazzone di un venticinque anni, coi capelli bruni e ricci, alto, esile e ciondolante come una canna al vento. Era sempre sporco di grasso di motore, l’aveva dappertutto, sulle mani, all’interno delle unghie, sugli avambracci e pure a chiazze sul viso, che solo gli occhi, grandi e vispi, scampavano a quel grasso nero e lucido. Era gentile e sorrideva. Sorrideva sempre, pure se lavorava dodici ore al giorno per mantenere i genitori, i figli e la moglie Angela che sorrideva sempre pure lei e, quando guardava suo figlio, anche di più.

Perché l’avevano ucciso?

Il paese lo sapeva, la polizia e la magistratura pure. Tonino aveva denunciato le estorsioni che, da tempo, subiva. Riparare le auto e truccare i motori montati sui due ruote utilizzati per gli illeciti gli toccava e pure gratuitamente, pena … chissà cosa, ma un cosa che non sapeva di buono. E, poi, c’era il pizzo sui proventi del suo lavoro che doveva consegnare a cadenza mensile, puntuale e certo quanto la morte.

Tonino non aveva parlato, inizialmente. Ma quando in un’auto della Mala aveva rinvenuto il cappellino di Silviuccio, il bambino rapito e poi scomparso, non ce l’aveva fatta più e aveva denunciato, in nome dell’anima di una creatura che poteva essere la sua. Il valore di una denuncia, però, dipende dai punti di vista.

Per alcuni, è un’imperdonabile tradimento; per altri, finché non è supportata da prove concrete, vale poco, quasi quanto un cicaleccio.

Ci vollero dieci anni per dar seguito a quella denuncia e per rendere giustizia a Tonino. Fu grazie alle dichiarazioni di un tipo, ‘ndranghetista pentito o infame, anche questo dipende dai punti di vista.

Ci vollero soltanto dieci giorni per liberarsi della 127: papà la vendette a un forestiero che non sapeva il fatto. Così facendo, sperò di dimenticare più in fretta, lui che non riusciva a darsi pace. Ma la fiancata della 127 bianca ricoperta di sangue innocente non la scordò comunque. Un’immagine fissa nella mente come un chiodo sulla parete. E neanche il sorriso di Tonino scordò. Come avrebbe potuto.

Il paese, negli anni, cambiò idea e, così, tutti finirono col maledire gli assassini. Ma sono ancora in attesa di indossare lo stesso coraggio di Tonino Lazzaro. Meccanico, con moglie e figli a carico e il sorriso sulle labbra.