Gianlorenzo Franzì. Noi siamo i morti. Augh!

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Un romanzo in cui si intrecciano tre storie che viaggiano fino a un certo punto su linee differenti. Poi, sogno e realtà, orrore e stupore si uniscono in un coro di voci che pian piano si dissolve, fino a diventare un solo grido.

La realtà ha tante facce, così come la quotidianità. Soprattutto, ciò che viviamo non è mai circoscritto, ma è un frammento di un’infinita serie di concatenazioni in cui l’origine del “Tutto” è impossibile da scovare. Gianlorenzo Franzì è un autore calabrese. La sua scrittura delinea scenari. Ognuno di esso è luogo e non-luogo in cui accadono fatti che non pretendono di essere catalogati o collocati. Sono lì, a disposizione dei nostri sensi.

Franzì si ispira molto al Philip Dick più visionario. Diventa un intransigente ricercatore della verità del fatto, ma, come è giusto che sia, si arrende a una realtà soggettiva. Mostra che la razionalità, la logica e l’ordine sono per l’uomo solo fonti di sopravvivenza. Sa bene che il soggetto ha bisogno di punti di riferimento; molte volte, il lettore è una persona che pretende di capire, di ritrovare i suoi pensieri e la sua visione del mondo in un libro. Franzì, invece, lo invita a disarmarsi e a calarsi nel romanzo.

In Noi siamo i morti ci sono personaggi che si sentono investiti dagli eventi, che giocano con il destino, che sono ossessionati dalle loro visioni. C’è una sorta di Grande Fratello che inietta cinismo nell’illusione. Ci sono omicidi in cui le vittime possono essere anche assassini. In questa follia, Franzì fa accomodare il lettore al quale viene chiesto semplicemente di lasciarsi trasportare in un mondo che “potrebbe esistere”; perché, dopotutto, ogni mondo è possibile.

Un romanzo da scoprire pagina dopo pagina e che ci fa anche conoscere uno scrittore impegnato nella critica cinematografica e teatrale, che merita più di qualche semplice apprezzamento.

Stefano Cazzato. La quasi logica. Ladolfi editore

“Nei labirinti silenziosi della Retorica”. Una riflessione di Francesco Rizzo sul libro di Stefano Cazzato. Buona lettura

Nel libro di Stefano Cazzato, La quasi logica, l’autore, perlustrando con la lente del pensiero filosofico, le varie teorie attorno l’argomentazione e l’esposizione di un discorso rivolto ad un uditorio, indaga e mette in luce quelli che sono stati i fondamenti logici ed epistemologici, da Aristotele a Cicerone, da Perelman a Toulmin, da Platone a Cassirer e Wittgenstein, attorno alla tematica della Retorica, dove quest’Arte, nel corso della storia è stata a volte trattata dai pensatori come una regina e alle volte come una meretrice della più bassa e ingannevole persuasione.

Quest’Arte del discorso, nei passaggi esistenziali della storia è stata reclusa negli anfratti pseudo estetici di ridondanti risonanze letterarie, piegata a orpello barocco di un discorso elegante, ma vuoto di contenuti reali ed empirici. 

È stata anche additata come un ostacolo al cogito cartesiano, il quale, rinchiuso nella monade del pensiero non ha saputo che farsene di questa mendicante della filosofia.

Tuttavia trovo che in questo suo libro, gli spunti per un’attenta riflessione sull’Arte della retorica, che a sua volta include traiettorie etiche ed estetiche del linguaggio, rappresenti un argomento centrale per l’indagine filosofica; sia che essa si svolga su un piano fenomenologico o che si proietti, per aspera ad astra, su un piano metafisico.

Infatti, dopo la lettura di questo libro, ho notato da parte dell’autore, uno sforzo titanico rivolto ad una dinamica che possa portare armonia in questo mondo pieno di dissonanze e di false speranze, dove l’essere umano per usare una categoria platonica è attanagliato nella dimensione della doxa (opinione). Tuttavia è proprio nell’ impegno che l’autore mette in questo libro a trovare una possibile soluzione al paradosso della non comunicabilità e della non comprensione dell’altro, che sboccia una forza d’animo la quale anela alla crisi del linguaggio; al risolvere il problema della caducità del nostro comprenderci.

Questa forza, a mio parere, oltre ad essere positivamente una risorsa etica e noetica, che ognuno di noi dovrebbe esercitare, è anche un itinerario verso uno stato di grazia: una filocalia dell’essere. La spinta che ogni persona possiede, anche se forse non lo sa, di uscire dal buio della caverna.

Per questo è interessante e degno di meraviglia, trovare incastonate in questo mosaico filosofico, ben argomentato, ricco di citazioni ed invitante alla curiosità di chi legge, alcuni spunti di pensiero riguardo alla risoluzione del problema, come ad esempio quello della Letteratura. Nel quarto capitolo di questo libro, Stefano Cazzato cita come modello argomentativo possibile per arrivare ad un uditorio più ampio e variegato, la proposta di Jean Jacques Rousseau, che, attraverso il suo trattato L’Emilio, affronta il tema dell’educazione, usando come metodo comunicativo l’esempio.

Rousseau presenta in questo trattato le sue tesi per una buona metodologia pedagogica affermando di:

«mettere continuamente alla prova i bambini temprando il loro carattere con insidie di ogni genere».

Su questo punto si potrebbe mettere come altra forma di esempio quelli descritti da Charlotte Brontё in Jane Eyre, e da Charles Dickens in Oliver Twist, David Copperfield o Tempi difficili, dove si trovano i danni che la pedagogia negativa dell’illuminista Rousseau ha arrecato. In questi romanzi di epoca vittoriana infatti i bambini vengono messi continuamente alla prova, temprando il loro spirito con insidie di ogni genere. A loro, gli educatori non risparmiano niente; dalle finestre aperte in pieno inverno inglese, all’umiliazione di portare cartelli infamatori sulle spalle.

Per tornare al problema, il paradigma dell’esempio dovrebbe a mio parere portare lo spirito della trasformazione morale ed etica di una società e non abbrutirla con la violenza di un metodo pseudoscientifico. Come lo stesso autore scrive: “vi sono molti tipi di esempi”. L’esempio se non ha una funzione fronetica, trasformativa, può essere inutile ed inquietante. L’educazione, che nel latino ex ducere oltre ad educare vuol dire anche trarre fuori e portare alla luce qualcosa di nascosto, dovrebbe essere un atto di innamoramento verso la materia che si studia, e a livello filosofico, per essere concordi con Socrate, dovrebbe portare fuori le conoscenze che già si possiedono nel profondo dell’anima, anche se non se ne è consapevoli. Per questo la funzione dell’educatore dovrebbe essere simile alla funzione dell’ostetrica che porta alla luce i bambini che sono nel grembo della madre.

È anche vero quel che scrive Antonio De Ferrariis, che i filosofi quando vogliono, sanno argomentare che la neve non è bianca ma è nera, e quindi, capovolgere completamente, attraverso la dimostrazione delle loro tesi, la realtà che ci sta di fronte. Ed è per questo che un discorso logico, per essere tale, deve prima di tutto inerire alla nostra esperienza empirica del mondo che ci ospita, e non essere un’astrazione vuota dell’intelletto.

Allo stesso modo, colui che con metodo filosofico, entrerà nei labirinti silenziosi del linguaggio, vi scruterà abissi, dove arcane locuzioni mostreranno il negativo e il positivo abitare un’unica essenza. Difatti, provando a descrivere la ritrazione della luce solare in una stanza; il suo assottigliarsi sempre più crescente attorno alle pareti, ai mobili, ed agli oggetti, il mio dire, il mio esporre linguisticamente questo fenomeno senza alcun dubbio indicherà (anche se non con le parole ma con le immagini che l’intelletto coglie) anche l’accrescimento della tenebra che sempre di più si manifesterà in relazione con la ritrazione della luce. È incontrovertibile che il mio parlare della luce, sarà in un armonioso e segreto legame con parole nascoste, e manifestate come “non dette”. Nel linguaggio vi è qualcosa di taciuto, di enigmatico; un incredibile rapporto con gli eventi che circondano la nostra esperienza evocativa.

Nella lettura di questo interessantissimo libro, anche al sottoscritto sono venute delle riflessioni attorno al valore di quest’Arte dell’argomentazione, e a mio modesto parere essa dovrà avere come presupposto il fondamento di una vera logica. Una vera logica infatti già nella tesi deve contenere come un rovescio della medaglia la propria antitesi, essa non deve essere separata dalla tesi, come l’affermazione deve già contenere una negazione.

Per fare un esempio, se io affermo che: «Socrate è veloce» risulterà chiaro a colui che ascolta questa affermazione che «Socrate non è lento», in questo caso è evidente che nell’affermazione è contenuta anche una negazione.

Se invece io affermo che: «Il cerchio è un triangolo» in questo caso è evidente la mancanza di una negazione contenuta nell’affermazione, o di una tesi che contiene già in sé un’antitesi.

Siffatti esempi, dimostrano, che se una vera Retorica ha come sua fondazione epistemologica la sintesi di tesi ed antitesi, l’abbraccio di affermazione e negazione, allora potrà essere un albero dai buoni frutti: un seme che ha in potenza l’intero albero, dove nella sua riscoperta, essa potrà essere l’incontro di vari punti di vista per un’argomentazione intersoggettiva, capace di vedere “l’alba dentro l’imbrunire”.

Francesco Rizzo, laureato in Filosofia presso l’Università del Salento (LE), con una Tesi sul concetto di Resilienza in Charles Dickens. Tra i suoi interessi anche quello per la poesia. Ha pubblicato diverse raccolte: Trenta paure in versi (2005, Panico Edizioni), La porta degli inverni d’oriente (2005, Il Filo edizioni), In Cauda Venenum (2008, Icaro Edizioni).

Ilaria Palomba. Brama. Giulio Perrone editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Nulla è più straziante di un dolore apparentemente senza origine che si riversa su ogni aspetto della vita quotidiana. Come il mare in tempesta, s’abbate su ogni persona e su ogni rapporto. Questo mare non spiana, bensì accumula detriti su detriti, spine su spine, rovi su rovi, rottami su rottami. E la protagonista del romanzo di Ilaria Palomba è così.

Si chiama Bianca, ma lei è una dama oscura, che fa i conti con il suo ioscisso da una inarrestabile ricerca della felicità. Più che desiderare, lei brama la serenità e sebbene “bramare” e “desiderare” siano usati come sinonimi, ciò che si brama difficilmente si acciuffa, perché la ricerca di ciò che si desidera mai si esaurisce e, spesso, ciò che ardentemente vogliamo è solo una pezza che nasconda un buco che se ne sta nel mezzo dell’anima.

Ma nel romanzo di Ilaria Palomba, Brama è anche il cognome di Carlo, un filosofo sopraffino, ma, soprattutto, un uomo devastato… come Bianca. Lei non porta luce nella vita di lui, ma rabbia e antagonismo, sessualità che anela alla distruzione, fuoco che incenerisce tutto.

Carlo e Bianca sono due persone pronte a darsi la morte. In questo romanzo, la morte è una presenza costante che divora la vita attraverso un dionisiaco e tormentato gioco. Come due bambini assorti nella loro innocente crudeltà mentre torturano lucertole, Bianca e Carlo sono amanti che si rinchiudono volontariamente in una gabbia di sadismo. Si evitano, si tengono a distanza, ma solo per incontrarsi meglio dopo, per sbranarsi amorevolmente. Ed è proprio qui, in questo contesto, che l’amore si manifesta come forza né bella né brutta, né positiva né negativa, ma solo come luogo della “nuda vita”.

Il romanzo è scritto in prima persona. È Bianca a raccontare tutto, a far parlare le mille personalità che la assalgono. Non usa parole tenere. Lei è cruda e senza veli, sa che il linguaggio falsifica anche la crudeltà, e sa bene che l’essere umano omette ciò che desidera e si lascia dominare da ciò che odia. Bianca è quindi una fanatica che compensa il suo originario super-dubbio. Stessa cosa Carlo, che sa essere crudele anche quando vorrebbe solo annegare nella dolcezza.

Velso Mucci. C’è ancora molto sulla terra. L’ArgoLibro editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Nato a Napoli, ma morto a Londra. Una vita tra impegno politico e civile. Amico di intellettuali, artisti e poeti del Novecento. Un poeta che si è distinto per il suo stile, grazie al quale ha scritto importanti pagine di denuncia. Velso Mucci non ha goduto della fortuna che meritava. Ha fatto parte di una scena culturale, ma è stato liquidato velocemente, forse per il suo modo schietto di interpretare la cultura del suo tempo e l’umana commedia a cui ha anche partecipato.

Non tutti entrano nelle grazie della memoria collettiva, questo è naturale, ma è anche vero che questo “dimenticar-Mucci” non è stato dettato da fattori “qualitativi”, ma ideologici. Ecco perché questa raccolta è un’importante operazione di recupero.

La poesia di Mucci è schietta, è lucida. È legata alla lezione di Giuseppe Ungaretti, come ben spiegato da Nicola Vacca, che ha scritto la prefazione di questo libro. E proprio in questo “attraversamento” costante, grazie al quale ogni verso è una impressione che si “imprime” nella memoria degli uomini, affinché resti lì, a dare sempre testimonianza di un evento, che la storia non appare solo come un continuum di momenti, ma è sempre effetto di un “vissuto” che si fa “coscienza”. Con ciò non stiamo dicendo che Mucci sia stato un poeta marxista; di sicuro, i suoi versi rispondono a un’esigenza: testimoniare.

Il tema che più compare, anche solo in una manciata di parole, è il “dopo”.
Dopo di noi, cosa? Dopo la nostra morte, chi?
Come a dire, che è inutile pensare o immaginare se mai le nostre idee si trasformano in azione. Non è una visione utopica, ma concreta, quella che Mucci pone davanti agli occhi del lettore. La sua lezione vale sempre, non ha tempo e non è mai anacronistica.

Ma il giorno che avremo finito/di toglier di mezzo la forza/dei padroni di facce che danno spavento/e avremo messo le altre/che ancora potrebbero crescere/a far da custodi/nel Museo delle loro antenate/con la mansione di tenere/sia pure di pessimo umore/spolverate le facce/che diedero/spavento agli uomini/quel giorno i ragazzi/senza un’ombra/giocheranno sui prati.

Margherita Pascucci. Il tempo tessuto di Dio. Il ramo e la foglia edizioni

Recensione di Martino Ciano. Già pubblicata per L’Ottavo

Un saggio che diventa romanzo, in cui si crea un dialogo immaginario tra l’autore e la scrittrice Dacia Maraini. L’opera di Margherita Pascucci sperimenta un nuovo linguaggio, penetra la sostanza letteraria di una delle più importanti scrittrici italiane, ma non ne studia solo le tematiche, bensì ne svela l’essenza e i fondamenti filosofici.

Senza filosofia non esiste la letteratura. È questo uno dei concetti che viene sempre ripetuto dall’autrice. E come darle torto! Nell’epoca della narrativa-consumistica, del libro-oggetto, la materia letteraria è ormai grezza e la parola è diventata un medium mediocre che non crea stupore, ma resta lì, ancorata a significati stantii, privi di dinamicità. Tutto è creato per riempire il tempo libero di una massa che deve distrarsi dalla quotidianità, dal tempo del lavoro, dal ritmo frenetico.

Per Dacia Maraini, invece, il tempo è intreccio durante il quale si svela il mistero. Di ciò che ci appare misterioso temiamo gli effetti, eppure, ci avviciniamo sempre di più a tutto quello che resta celato nell’ombra e i nostri sensi prefigurano già ogni sensazione. In questo angoscioso stupore, che ha in sé meraviglia e orrore, svolgiamo il nostro lavoro di interpretazione al quale partecipa tanto l’anima quanto la mente.

È in questo caso che la scrittura diventa etica, ossia, ci apre al sentimento, che è il sentire dell’anima. E tutto ciò che implica l’anima va al di là del tempo e dello spazio. Ciò trasforma la realtà fisica in una base di atterraggio alla quale fare ritorno. Se mai si prova questa esperienza, allora, mai si gusta l’arte e mai ci si immerge nel mare mosso delle emozioni. C’è un momento in cui l’uomo ha bisogno di annegare nello sconfinato oceano dell’Essere… che sia questo?

Margherita Pascucci ci svela così l’intimità del pensiero di Dacia Maraini, ma come detto, non lo fa in maniera accademica, ma seguendo quel filo sottile del sentire, che si fa ponte tra fisicità e spiritualità.

Salvatore Conaci. Cosa accadde davvero a Evie Benson. BookaBook edizioni

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Un gruppo di amici in cui ognuno porta con sé i propri segreti inconfessabili; eventi che si accavallano; un tempo che presenta a tutti, nel bene o nel male, il conto delle proprie azioni. Benvenuti in Cosa accadde davvero a Evie Benson, romanzo dello scrittore calabrese, Salvatore Conaci. Un thriller? No molto di più, perché tra queste pagine si indaga sui rapporti umani, sulla fragilità che ognuno di noi tende a celare in maniera goffa.

Nessuno sfugge alle proprie bugie, ma molte volte una menzogna nasconde un trauma relazionale che si annida nell’anima, che cresce lentamente divorando la nostra innocenza e il nostro bisogno di essere accolti con sincerità per ciò che siamo davvero.

Si finge per autodifesa, ci si illude per sperare, ci si inganna per sfuggire alla realtà.

Evie Benson è un animale asociale che costruisce la sua esistenza sull’apparenza, assecondando un rapporto d’amore inesistente. Sa di essere una marionetta nelle mani di un narcisista, ma non si difende. Anzi, come una persona affetta dalla sindrome di Stoccolma si innamora del suo carceriere “virtuale”: un uomo conosciuto sui social che lei mai incontrerà.

Pian piano la verità verrà a galla, ma Evie è una donna apparentemente sicura di sé. È una persona dell’oggi, in balia di mille iocostruiti all’occorrenza per dimostrarsi sempre all’altezza della situazione. Ma il cortocircuito è sempre lì, dietro l’angolo, e quando avviene, anche se la scintilla che ne scaturisce è di lieve entità, si mostra in tutti i suoi effetti, risvegliando a sua volta “il male che sonnecchia negli altri”. Tutto si risolverà anni dopo, in una notte di Capodanno, il giorno in cui si festeggia l’inizio di un nuovo ciclo.

Come detto, Conaci non scrive solo un thriller, ma un romanzo che porta in superfice l’ambiguità di molti rapporti umani. Per certi dolori non esiste medicina. Solo attraverso un’azione eclatante, irragionevole, irrazionale, l’animo umano si depura. La ragione non è la cosa migliore, spesso e volentieri è solo un metodo per nascondere la propria natura.

Conaci fa questo: disvela, rivela e riporta in superfice, per dirla alla Thomas Bernhard, il contenuto di verità che sta nella menzogna.

Roberto Oliva. L’autocritica nella Chiesa. Emp Edizioni

Articolo di Martino Ciano

Nessuna opera può essere considerata conclusa, tantomeno quella della Chiesa che termina con la fine della storia, ossia, con l’avvento definitivo del Regno di Dio. Ma come inglobare la costante evoluzione o emancipazione della società in ciò che per sua natura dovrebbe essere “immutabile”, ovvero, Dio?

Roberto Oliva, autore di questo saggio coraggioso, risponderebbe che questo è possibile solo con l’autocritica all’interno delle istituzioni ecclesiastiche e immergendosi nel tempo, rimanendo però saldi al proprio itinerario. Infatti, come ricorda don Oliva, Gesù ha già dato tutte le risposte e si è presentato come sovvertitore del sistema.

Alla luce di questo, la fede stimola un dialogo a cui tutti possono prendere parte. Nonostante ciò, l’immagine di una chiesa intramondana che si confronta con il Mondo senza lasciarsi inquinare dai suoi vizi è e rimarrà un’utopia. Banale pensare che ciò possa accadere, perché resta comunque un’istituzione composta da uomini, quindi, rappresentata da esponenti che hanno come tutti fragilità e imperfezioni. E già questo aspetto dovrebbe aprire una luce nuova sul dialogo tra Chiesa e Mondo.

Come sottolineato in più occasioni all’interno del libro, don Oliva mette in rilievo il Concilio Vaticano II, che sessant’anni fa rivoluzionò il volto della Chiesa. Ma questa rivoluzione è davvero avvenuta? Certo che no! E proprio con questa consapevolezza, frutto dell’autocritica, don Roberto mostra tutto il suo coraggio e non perché queste parole non siano già state dette, ma perché qui, alle nostre latitudini, nella beata Riviera dei Cedri calabrese, la Chiesa è rimasta fondamentalmente ancorata a un conservatorismo dalle tinte pilatesche, che ha disgregato la società.

Di fronte a fatti locali eclatanti la Chiesa ha colpevolmente taciuto, giustificando quel silenzio con scuse aberranti, demandando al giudizio di Dio ciò che invece per sua natura va immediatamente stigmatizzato. Non è una processione che salva gli uomini, soprattutto se essa è dominata dal folklore e dall’abitudine. Il Regno di Dio non è solo nel mondo a venire, ultraterreno. Il primo gradino verso la Gerusalemme Celeste si costruisce qui, sulla Terra.

Il saggio di don Roberto Oliva è una forte autocritica alla Chiesa di cui fa parte e che invoglia anche i lontani a cimentarsi con un argomento che va condiviso e che deve anche tramutarsi in azione.

Ippolita Luzzo. Dareide. Città del sole Edizioni

Recensione di Martino Ciano

Ippolita Luzzo, fondatrice della Litweb? Non conoscerla è un vero peccato.  

Ha un modo tutto suo di parlare di letteratura. Sa usare un linguaggio emozionale, genuino, che lascia sempre nel lettore quella voglia di approfondire, di andare oltre la prima impressione. Come dice sempre, lei ama costruire situazioni, ossia, incontri che sanno essere momenti di convivialità. Infatti, per la Luzzo, la letteratura raccoglie in sé l’incontro e il confronto, senza questi elementi si parla del nulla.  

Con Dareide, la blogger di Lamezia Terme ha messo insieme gli articoli che ha dedicato a Domenico Dara, scrittore calabrese, che ormai si è imposto al grande pubblico come una delle voci più innovative della letteratura italiana. Basta leggere il suo Malinverno, pubblicato da Feltrinelli nell’agosto del 2020, per capire quanti buoni frutti ancora dobbiamo aspettarci da questo autore. E scusate se sono di parte, ma anch’io sono calabrese. Una voce quella di Dara, che nel Regno della Litweb non è nuova, visto che Ippolita ne scrive dal 2014. 

Nei suoi romanzi, Dara ha saputo creare un linguaggio ricercato, in cui lo stile poetico riesce a rendere digeribile anche la drammaticità di alcune scene. È come se si entrasse in contatto con la parte più delicata di ogni cosa, anche della violenza. Ed è la forza dell’ambivalenza ciò che fa la differenza in letteratura, perché se tutto fosse diviso secondo un metro manicheo, ci troveremmo solo al cospetto di una sequela di pregiudizi. 

Ed è un po’ quello che la Luzzo fa nel suo “regno letterario”. Ogni parte di un libro, dalla storia all’immagine di copertina, viene argomentata lucidamente, in poche battute che diventano spunti su cui riflettere. Tocca poi al lettore, incuriosito, approfondire secondo il proprio gusto.  

E proprio tramite Dareide verrà dato al lettore il necessario per tuffarsi nel mondo di uno scrittore dal futuro radioso. 

Sebastiano Adernò. Lunario. GaEle Edizioni

Articolo di Martino Ciano

Se ne sta l’uomo nel suo mondo in cui tutto viene giudicato secondo il suo limitato sistema di misurazione. Bene-Male, Giusto-Sbagliato, eccetera ed eccetera che si riversano in riflessioni frutto di tentennamenti, mentre il sole sorge e tramonta, e il tempo “apparente” mai si incontra con quello “oggettivo”, proprio perché esso non esiste. E passano i secoli e tutto è sempre incentrato sulla “ricerca di un senso” che sfugge.

E così è Lunario di Sebastiano Adernò. Un libro prodotto artigianalmente, in copie numerate, per renderlo “creatura” di cui prendersi cura, come bisognerebbe fare con la poesia che non è mai produzione di versi, ma sempre graffiante attestazione dell’esserci. E poiché ogni cosa si attraversa, è giusto che ogni passaggio sia cristallizzato?

Ecco una domanda che non troverà una risposta immediata. Il poeta non la pone mai direttamente, ma la fa intuire. E la forma intuitiva è ciò che rende liberi i versi, affinché ogni componimento si riveli secondo il suo significato più autentico. All’inizio le parole spiazzeranno, poi si insinueranno nell’anima, si purificheranno e lì metteranno radici.

Dal piano divino a un disegno scarso/Di pena in pari, e di pari in passo/Al pianterreno coccolavo un sasso.

Se ne sta l’uomo nel suo incanto. Davanti alla disgrazia cerca la speranza; nei tempi bui corre a ripararsi sotto la luce; nei giorni dell’ira spalanca il cuore all’amore; quando il silenzio l’avvolge, la sua fantasia sbraita; quando non sa darsi spiegazioni, inventa cause ed effetti.

E poi ti chiedi/di che incanto era fatto il pane/che per anni ci ha saziato?/ E per quale assurda magia/ci si incontra ancora/nella morbida ingiustizia/ di un indirizzo sbagliato/Il tempo mano per mano/erano le fila di un ricamo.

Dice Adernò che il suo libro nasce da una sfida. Queste poesie sono state scritte in un mese. Perciò Lunario. E la luna scandisce le maree e gli umori degli uomini, anche in un periodo come questo, in cui sospesi attendiamo la fine della Pandemia-Covid19. Ma cosa rimarrà nel cuore dell’umanità?

E di fronte ad un’altra morte/taci e scacci gli occhi/ come il pane che non ha visto il sale.

Che sia questa la risposta?

Vittorino Curci. Poesie (2020-1997). La vita felice Edizioni

Recensione di Martino Ciano

C’è un potente spirito malinconico nelle poesie di Vittorino Curci, ma il tempo, così come i ricordi sono usati come luogo della profezia. Nell’incedere dei versi, che dipingono e immortalano momenti, c’è la volontà suprema di imprimere l’attimo che prevede, che annuncia.

Nulla decade nel silenzio, nulla accade senza un motivo dominante, nulla entra ed esce senza imprimersi nell’eternità.

Curci fa il punto della situazione. Assembla ventitré anni di componimenti, ossia, le migliori poesie dei suoi libri, ciò che non deve andar perduto. E in questo lavoro di selezione si crea quel percorso coerente di un pensiero che annusa, fin dall’inizio, lo scontro tra generazioni, la brevità della contemporaneità, la distruzione degli immutabili, la vivacità di un tempo maldestro che non partorisce, ma abortisce ogni spirito creativo.

È una denuncia quella di Curci, un grido emesso con il sorriso sulle labbra.

Volevamo che fosse così/il mondo, un luogo immaginato e vivo/come l’arte che pulsava alle tempie/ma a furia di togliere ci è rimasta/la fortuna… e promesse come brividi…/scene mute che ci consumano…/cani che abbaiano in lontananza/arruolati nel sogno

Vittorino Curci vive a Noci, in provincia di Bari, sa che il Mezzogiorno è una terra in cui il passato non è mai morto, forse si è solo nascosto in una catacomba. Lui immagina che la poesia sia ancora capace di avere una forza “etica”. Pretende che Lei sappia educare al “Bello”. Ma, parlando forse a se stesso, dice sei all’ultima stesura, solo negli oggetti hai fede/nelle scarpe spalmate di grasso/nella luce dei neon sotto il ponte/nella kodak a soffietto di tuo padre/per non morire in un lombrico/da un grumo di sillabe/da un parcheggio interrato/gattoni fino a casa… ed eccoci qui di fronte ad alcuni versi della poesia “Viaggio nel Mezzogiorno” che raccontano di un progresso che sa di reificazione e di tormento.

In questa alternanza di stili, di versi che si lasciano andare alle emozioni del tempo, Curci guarda alla poesia come luogo “felice”, in cui tutto, anche l’orrore, è spogliato di ogni apparenza. D’altronde la felicità è questa, conoscere la verità con tutto il carico di gioie e dolori che essa porta.

Sono niente al confronto/l’io ben marcato/l’eternità dei poeti/Nel cerchio della vita/la solitudine degli altri/all’ultimo sangue…