Charles Bukowski, Pulp, Feltrinelli

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Scritto nel 1993, pubblicato nel 1994 subito dopo la morte dell’autore. Pulp è dedicato alla cattiva scrittura, a quella prosa senza fronzoli che ancora oggi tanti provano a imitare, ma che solo Charles Bukowski ha saputo imporre come un marchio di fabbrica.

Dietro le sbronze, le scopate e la vita dissoluta dei suoi personaggi si nascondono l’aspra critica alla modernità, la ricerca della prospettiva umana e la semplicità di chi sa riconoscersi polvere e bestemmie. Bukowski scrive questo romanzo quando è ormai spacciato. La morte è dietro l’angolo. Ha fretta. Vuole scrivere dignitosamente la parola fine.

Tutta la storia è incentrata su Nick Belane, investigatore privato di Los Angeles. Come tutti i personaggi di Bukowski anche quest’ultimo è un fallito dedito alle scommesse, alle sbronze e a una confusa condotta di vita che puzza di scotch e vodka. Ha 55 anni, si sente un dritto ma è perseguitato dalla sfiga.

Un giorno si presenta alla sua porta la misteriosa Signora Morte che gli commissiona un caso particolare, rintracciare Louis Ferdinand Céline che sarebbe vivo e vegeto e scorrazzerebbe indisturbato per Los Angeles. Lo scrittore francese, infatti, sarebbe riuscito a sfuggire alla morte. A questo si aggiungono altri due casi: svelare i piani di conquista dell’aliena Jeannie Nitro e scovare un misterioso individuo che si fa chiamare il Passero Rosso.

Possiamo solo immaginare come Bukowski descriva e risolva questo pasticcio in cui si incontrano vita, morte ed extraterrestri. Anche in questo romanzo l’ingrediente principale è l’ironia che vi strapperà risate a crepapelle, proprio nel momento in cui le riflessioni di Belane diventano crudeli.

Ero dotato, sono dotato. A volte mi guardo le mani e mi rendo conto che sarei potuto diventare un grande pianista o qualcosa del genere. Ma che cos’hanno fatto, le mie mani? Mi hanno grattato le palle, hanno scritto assegni, hanno allacciato scarpe, hanno tirato la catena del water. Ho sprecato le mani. E la testa.

 Ma c’è un altro significato dietro questo libro. La morte è per Bukowski una donna affascinante che lo accompagna nell’ultima faticosa indagine letteraria. Il suo Belane è ansioso e smanioso. La sua unica ragione di vita è risolvere i tre casi che gli sono stati affidati. Ha 55 anni e vuole chiudere in bellezza, dopodiché si prenderà una meritata vacanza. Ed è proprio questa serena rassegnazione che rende il detective pronto a qualsiasi evenienza. Sa bene che non ha più nulla da perdere. Allo stesso modo, Bukowski ci ha salutato con queste pagine in cui la morte diventa una cliente con cui trattare, e la vita una passeggiata cui bisogna dare a tutti i costi un senso.

Voglio dire, mettiamola così: voi immaginate che niente abbia un senso, ma non può essere che tutto sia così, perché vi rendete conto che non ha senso e questa vostra consapevolezza gli dà quasi un senso. Avete capito quello che intendo? Un pessimismo ottimistico.

Qui sta tutta l’arte di Bukowski.

Oggi l’autore americano viene letto approssimativamente, viene messo da parte, viene etichettato come passatempo adolescenziale, eppure la sua scrittura è profonda proprio perché è semplice e diretta.

Pulp racconta di sbronze, di fallimenti e di donne.
Pulp prende in giro la vita e la morte.
Pulp è l’ultima riflessione di uno scrittore che non si è mai preso sul serio, perché troppo consapevole della sua fine.

Voglio dire, potrei essere chiunque, che importanza ha? Che cosa c’è in un nome?