Jack Kerouac e William Burroughs. E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche. Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Da qui è iniziata la storia della Beat Generation. Una vicenda complessa aleggia su questo romanzo, scritto a quattro mani, dai principali mentori della Generazione Perduta che, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’invasione globale del sogno americano, hanno dato voce a chi stava ai margini, ossia, agli spaesati, ai negletti, alle persone che vivono al di là della felicità delle epoche. Completato nel 1945, il manoscritto di Kerouac e Burroughs rimase inedito fino al 2008. Nel corso degli anni, questo romanzo è rimasto un mistero, un po’ come il Sacro Graal.

Sia Burroughs che Kerouac ne parlarono in qualche intervista rilasciata negli anni sessanta, poi, il nulla. Ma perché?

Il romanzo non è altro che la narrazione di un fatto realmente accaduto. Il 13 agosto 1944, Lucien Carr, per difendersi dalle avances dell’amico David Kammerer, lo ammazza e ne getta il corpo nelle acque dello Hudson. Burroughs e Kerouac, amici dei due, vengono arrestati perché non hanno denunciato quanto avvenuto.

Il caso Carr destò scalpore. Per alleggerire la pena, l’avvocato difensore fece leva sul fatto che Kammerer fosse molto più grande di Carr e che quest’ultimo sarebbe stato “corrotto”. Insomma, per l’opinione pubblica, la vicenda assunse i contorni di un caso di pederastia. Nonostante tutto, Carr finì in carcere. Burroughs e Kerouac, considerati complici, uscirono su cauzione. Le accuse contro di loro caddero.

I due scrivono il romanzo. Lo presentano alle case editrici, ma nessuna di queste accetta quello che lo stesso Kerouac considera un’opera “visionaria”. Va detto che la storia qui raccontata non è la fedele ricostruzione di quanto accaduto. Infatti, molti particolari vengono sottaciuti, altri inventati, i nomi sono di fantasia. Ciò che colpisce, però, è come i due abbiano voluto fotografare un frammento di quegli anni di formazione, in cui la Generazione Perduta, scossa ancora dalla guerra, anche se lontana dagli Stati Uniti, e il boom economico che già prendeva piede, stava iniziando a emergere in silenzio, isolata da quel perbenismo che ha dato vita a mostri e miti americani ancora attuali.

Inoltre, qui si parla del ceppo originario della Beat Generation. Se le cose fossero andate diversamente, forse, anche Kammerer e Carr sarebbero stati due importanti esponenti del movimento. Carr fu sicuramente l’ispiratore, colui che incarnò per primo lo spirito di quella “allucinazione persuadente” e di quello “spaesamento annichilente”.

Krammerer era amico di Burroughs; Carr iniziò Ginsberg alla poesia di Rimbaud; Carr e Krammerer, influenzandosi l’uno con l’altro, vissero i tormenti amorosi di Rimbaud e Verlaine… una storia d’amore violenta di cui Carr si liberò con un omicidio, ma che per l’opinione pubblica fu solo un “delitto d’onore”.

Così nasce la Beat Generation? Non solo, logicamente c’è un percorso che i protagonisti hanno compiuto e che è ormai noto. Certamente, questa è stata la scintilla che ha dato avvio all’incendio. Carr uscì dal carcere dopo due anni. Morì nel 2005 e solo dopo si decise di pubblicare questo romanzo. Per tutta la vita, infatti, Carr ha cercato di far dimenticare quel drammatico avvenimento del 13 agosto 1944.

L’arte però usa strade inusuali per manifestarsi agli occhi dell’umanità.

Il buio oltre la siepe, Americanah, The hate you give – Nell’immaginario collettivo esistono ancora i ne(g)ri ? –

Articolo a cura di Maria Rosaria Deriu – Inedito

«Non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri» pare che avesse detto lo sceriffo Lummie. «L’abbiamo chiuso perché se l’erano dimenticati, che erano neri.»

OLTRE IL FIUME – J.R. Moehringer

La cultura nera mi affascina da sempre, colpevole probabilmente una certa filmografia hollywoodiana che, quasi a riscattarsi per anni di razzismo statunitense feroce , propone stereotipi razziali particolarmente carismatici e ai quali ci si affeziona.

I neri dei cori Gospel e della breakdance prima di tutto, i neri simpatici e snob de Il Principe di Bel Air, Danzel Washington e Morgan Freeman che in ogni pellicola risolvono ogni tipo di problema, la risata di Eddie Murphy a Natale, Nino Ferrer che canta Vorrei la pelle nera e Pino Daniele che si sente un Nero a metà. Siamo impregnati di una certa cultura pop che assegna ai neri o grandi talenti o grandi crimini, tutto estremizzato.

Ho letto un’interessante teoria secondo la quale i bianchi sono portati a pensare che un nero debba essere eccezionale per essere considerato, debba quindi essere imbattibile nello sport, nella danza o particolarmente in gamba negli affari. La storia del nero che ce la fa non la batte nessuno, come se davvero credessimo che i neri (un po’ come le donne) nascano con un cervello più piccolo, un handicap da superare, per cui il successo di quello che ce la fa merita di essere enfatizzato come un fatto straordinario; di conseguenza ogni nero sa che non dovrà semplicemente essere bravo nel proprio campo, dovrà essere superlativo per riscattare l’intera razza.

Non bisogna per forza essere razzisti per ammettere che spesso ci abbandoniamo a questo modo di pensare, quanto ha suscitato più stupore l’ascesa alla Casa Bianca di Barak Obama rispetto a quella di Trump? Obama all’epoca aveva tutte le carte in regola: figlio di un’antropologa e di un economista, due lauree di cui una in giurisprudenza ad Harward, impegnato attivamente in difesa dei diritti civili, senatore dell’Illinois … eppure nero per cui tutti i titoli conseguiti, un’intera carriera da golden boy vengono offuscati da questa lampante caratteristica fisica e la sua elezione diventa l’emblema del sogno americano nel quale chiunque (persino un nero) può realizzarsi.

Ovviamente “la razza nera” è molto presente anche nella letteratura. Ad esempio ultimamente, come spesso accade alla morte dell’autore, è tornato in prima linea in libreria Il buio oltre la siepe, un classico della letteratura americana, scritto da Harper Lee nel 1960 ma ambientato nell’Alabama degli anni 30. Narra la storia di un uomo di colore, Tom Robinson, ingiustamente accusato ed in seguito condannato per un reato che non ha commesso: violenza sessuale su una ragazza bianca. Tutta la vicenda viene narrata dal punto di vista di Scout, figlia dell’avvocato difensore di Tom. Scout è una ragazzina vivace e intelligente, cresciuta in una società della quale intuisce l’ipocrisia pur ignorando i pregiudizi e le meschinità. Questo romanzo in maniera molto delicata e semplice fa riflettere sulla facilità di attribuire la colpa al diverso anche se il “diverso” in questione è inserito pienamente nella comunità.

Ambientato circa settanta anni dopo, nei primi anni duemila, Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, ci presenta una storia di emigrazione, sogni e nostalgia di casa. Ifemelu è una ragazza come tante altre, cresciuta con il mito dell’America e la voglia di realizzarsi, famiglia rispettabile, un percorso di studi di alto livello. Arriva negli States con una borsa di studio universitaria e da quel momento smette di essere una persona qualsiasi e diventa nera, viene dalla Nigeria per cui l’inglese è la sua lingua madre eppure la ragazzina dell’ufficio informazioni le parla molto lentamente dando per scontato che non verrà capita. Un piccolo dettaglio che da subito la fa sentire fuori luogo. La storia di Ifemelu ricorda la storia di qualche immigrato sulle coste di Lampedusa, si da per scontato che non abbiano istruzione o che siano vissuti sfuggendo ad ogni principio di civilizzazione o igiene, la verità è che alcuni scappano dalla fame, altri hanno solo il sogno di una vita migliore.

Capivano tutti la fuga dalla guerra, dal tipo di povertà che distruggeva l’animo umano, ma non avrebbero capito il bisogno di scappare dall’opprimente letargia dell’assenza di scelta. Non avrebbero capito perché persone come lui, cresciute con cibo e acqua abbondanti ma impantanate nell’insoddisfazione, abituate fin dalla nascita a guardare altrove, ora fossero decise a fare cose pericolose, illegali, come partire: nessuno di loro moriva di fame, o subiva violenza, o veniva da villaggi bruciati, ma aveva semplicemente sete di scelte, di certezze.” (Americanah)

Tutt’altro scenario in The Hate U Give di Angie Thomas, concepito come Young Adult ovvero rivolto ai lettori più giovani, tocca un tema molto sentito all’ interno del dibattito moderno sulla razza: la violenza gratuita e paranoica della polizia statunitense sui neri. Protagonista e voce narrante è Star, una sedicenne che una sera vede un poliziotto sparare senza motivo a Khalil, suo amico d’infanzia. Questa tragedia la porterà ad interrogarsi sulle leggi non scritte del ghetto nel quale vive con la famiglia ma soprattutto a prendere una decisione difficile: testimoniare o no al processo per la morte di Khalil. Ferma al posto di blocco la protagonista ricorda gli insegnamenti dei genitori su come comportarsi qualora fosse stata fermata da un poliziotto “devi fare tutto quello che ti dicono di fare. Tieni le mani bene in vista. Non fare movimenti bruschi. Parla solo se interpellata”, proprio a sottolineare quanto la comunità nera delle città americane sia terrorizzata dalla polizia. Terrore che ha ben espresso una mamma di Baltimora, diventata per qualche giorno star del web nel 2015 per una fotografia nella quale è stata immortalata mentre prende a schiaffi il figlio adolescente e gli intima di tornare a casa dopo averlo riconosciuto sfilare durante una manifestazione violenta contro le forze di polizia.

Tre storie molto diverse accomunate dalla stessa visione stereotipata della razza, una razza che in realtà ne comprende centinaia diverse, i neri afro-americani, i neri dell’Africa e tra questi i neri dei singoli stati africani, i neri delle metropoli e i neri dei villaggi, una moltitudine di dialetti, religioni, tradizioni, cibi, usanze, che ci viene spesso presentata come un’unica massa nera.