“Un libro e una rosa rossa”. 23 Aprile Giornata mondiale del Libro

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il 23 Aprile si celebra la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’autore, indetta dalla Conferenza generale dell’Unesco. La scelta della data non è casuale ma, anzi, di grande effetto. Nel 1616 morirono tre grandi autori: William Shakespeare, Cervantes e Inca Garcilaso de la Vega.

Dal 2001 l’Unesco e le organizzazioni internazionali che rappresentano i tre principali settori dell’industria del libro: editori, librai e biblioteche, decidono una capitale alla quale assegnare questo ruolo per un anno.

La prima fu Madrid, l’anno successivo fu Alessandria d’Egitto, poi fu la volta di New Delhi, Antwerp, Montreal, Torino, Bogotà, Amsterdam, Beirut, Ljubljana, Buenos Aires e Yerevan. Nel 2013 fu Bangkok, in Thailandia, mentre nel 2014 è stata la volta di Port Harcourt, in Nigeria. La capitale mondiale della Giornata Mondiale del Libro 2020 ci porta in Malesia, a Kuala Lumpur. Mentre quest’anno ci troviamo a Tbilisi in Georgia.

L’obiettivo della Giornata è quello di incoraggiare a scoprire il piacere della lettura e a valorizzare il contributo che gli autori danno al progresso sociale e culturale dell’umanità . Il messaggio è rivolto principalmente ai giovani che, tramite la parola scritta, possono ripercorrere le gesta delle donne e degli uomini che hanno contribuito al progresso sociale e culturale.

Il libro e la lettura rappresentano un mezzo indispensabile di approfondimento e di conoscenza di noi stessi, degli altri e del mondo, e soprattutto nei periodi di incertezze e precarietà ci aiutano a guardare avanti fiduciosi. Promuovere la lettura serve a formare cittadini oltre che informati, che abbiano capacità di capire quello che leggono e quello che ascoltano, farsi delle proprie opinioni, crescere, non solo da un punto di vista culturale, ma anche sociale ed economica.

Investire nella lettura, soprattutto per i più piccoli, nelle scuole, significa investire sul futuro di un Paese. Quando non lo si fa, i risultati sono quelli di un Paese che non legge, che non capisce. Sostanzialmente di un Paese che non cresce.
Le cose che si amano a mio avviso, si amano da subito. La lettura, i libri, soprattutto se promossi e letti nelle famiglie e nelle scuole fanno sì di intraprendere un cammino per un grande amore. L’idea della giornata mondiale del libro ha origine in Catalogna dove il 23 aprile viene offerta una rosa per ogni libro venduto. San Giorgio è una festività molto sentita in Catalogna. 

La leggenda narra che un drago terrorizzasse un villaggio della regione e che per placare la sua ira gli abitanti gli davano in pasto degli animali. Col passare del tempo questi non furono più sufficienti ad ammansire la bestia, così la popolazione fu costretta ad immolare le persone. Il giorno che questa crudele sorte toccò alla figlia del re, un cavaliere di nome Jordi (Giorgio, in catalano) combatté con il drago per salvarla. Fu così valoroso ed impavido che con la sua spada uccise il mostruoso animale e da uno spruzzo di sangue spuntò una rosa rossa, che Jordi donò alla fanciulla.

Così nel 1926 un editore valenzano, Vicent Clavel i Andrés, fuse leggenda e storia unendo il simbolo del libro, che ricordava gli scrittori, alla rosa di San Giorgio dando vita alla “Festa dei libri e delle rose“.

Leggenda, anniversari, amore per la lettura e per i libri si fondono e promuovono questa bella festa in cui gli innamorati, i fidanzati e tutte le persone che si vogliono bene si regalano libri e rose. E così, ecco la giornata dei libri… e delle rose!

Nadia Lisanti. 69 poesie e 7 peccati. Controluna

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Parlare dell’eros è una delle cose più difficili. Cos’è infatti questa forza che accompagna l’uomo durante tutto l’arco della sua vita? Io rispondo: un mistero, purtroppo banalizzato e il più delle volte volgarizzato, tant’è che nessuno sa più definirlo; peggio ancora oggi, nella società del consumo, dell’usa e getta, della pornografia. Facciamo allora un po’ di chiarezza: eros non è pornografia e pornografia non è emancipazione dei costumi.

Semmai, essa è oggettivazione della sessualità, è mercificazione del corpo, è consumo e godimento di un bene o di un sevizio. L’eros è una forza-desiderante, innesca i sensi e il pensiero, ma solo i sensi possono alimentarlo e solo il contatto lo rende attivo.

L’eros quindi si nutre di emozioni, del contatto, di carne che sfrega carne, di corpo che abbraccia corpo. Tutto il resto è un desiderio che si soddisfa facilmente, che si ciba di foto, di video, di nudità immortalate alla meglio che si ingurgitano solo per placare una fame capricciosa. Ed è per questo motivo che molte volte l’eros spaventa, perché la bellezza incute terrore. E nel mondo del qui-ora-subito ogni attesa è ansia, ogni ansia è indecisione, ogni indecisione provoca dolore.

Ed è qui che entra in scena la poesia di Nadia Lisanti, che con i suoi versi decanta l’eros che mai si spegne, che è costante desiderio, che si manifesta nel contatto, che è calore e forza, che sa unire i due amanti, capaci di ispirarsi l’uno all’altro, godendo reciprocamente tanto in un lungo abbraccio, quanto riconoscendosi l’uno nell’altro. Ma l’eros della poetessa lucana è anche saper attendere l’attimo giusto, è scoperta della carne che non è peccato, ma materia dell’uomo. Fare all’amore è eros.

L’autrice non ha paura di usare le parole giuste, di chiamare le cose con il loro nome. Di fronte all’eros infatti ci si mostra nudi, senza eccessi o freni inibitori, perché questa forza fa di ogni parte del corpo un essere vivente e non un feticcio sul quale concentrarsi. Ma c’è un altro aspetto dell’eros che mai si indaga: lui non conosce distinzioni di sesso e di età, di status e di razza; riconosce a ciascuno una sua unicità e unisce misteriosamente e perfettamente ciò che per altri non potrebbe mai stare insieme.

L’eros della Lisanti è tutto questo e i suoi versi ne danno testimonianza. E nonostante oggi il corpo “degli altri” sia così tanto a portata di mano, proprio la mancanza di eros spegne tutto velocemente.

Goliarda Sapienza. Una “gioia” di cui ancora ignoriamo la forza

Recensione a cura di Martino Ciano

Impossibile non scrivere di un libro così penetrante, rimasto nascosto per tanto tempo, rifiutato dalle grandi case editrici fino alla fine del secolo scorso, scritto da un’autrice italiana che ha saputo parlare senza veli della femminilità. Difficile credere che un’opera così sia stata quasi messa al bando prima ancora di fare la sua comparsa in Italia, mentre all’estero le case editrici hanno fatto a gara per accaparrarselo.

Insomma, L’arte della gioia è un libro che ancora profuma di “riscatto”, perché a parlare è una donna che non vuole censurarsi, che incarna pienamente il suo ruolo, che vuole esprimersi liberamente. E sebbene questi temi possano apparire superati, soprattutto oggi, la protagonista di questo romanzo è davvero una donna emancipata che mai apparirà come oggetto del piacere, ma sempre come soggetto. È una persona che vive al di là delle regole e delle convenzioni. Lei non è figlia di una rivoluzione culturale, ma è espressione della sua volontà.

L’arte della gioia ha come protagonista Modesta, nata l’uno gennaio del 1900 in Sicilia. Una donna nata povera, ma che diventerà principessa. Eppure, la sua scalata non sarà frutto di chissà quale sotterfugio, tantomeno sarà guidata dalla brama di potere; semplicemente, Modesta è curiosa, audace, ma anche amante dello studio e grazie a esso il suo destino cambierà. Si innamorerà delle parole e come tutti coloro che penetrano nel linguaggio, comprenderà da subito che ogni parola ha più significati e che ognuno di esso va instillato con cura nel cuore degli uomini. In questo modo ogni dialogo diventerà momento di emancipazione e vero confronto.

Ma Modesta ha anche un altro merito, quello di non vergognarsi del proprio corpo e della propria sensualità. Anzi, riconosce a sé stessa che anche la sessualità è una lingua che va imparata, che va usata bene e che si può assimilare solo parlandola. Ed è qui la forza del libro, rendere la sessualità un elemento naturale. Direte voi: cosa c’è di tanto speciale? Be’, guardatevi intorno e datevi una risposta.

Ed è proprio in base a questa naturalezza che Modesta non potrà essere definita immorale. Nella sua capacità di sedurre uomini e donne, di godere nel rapporto con ambo i sessi, c’è quella voglia di essere un soggetto che si rapporta con la vita nella sua totalità. Il piacere non ha genere, soprattutto quando l’identità è solo un’artificiosa creazione, una convenzione.

Ma L’arte della gioia è anche un libro che attraversa gli anni più bui della storia d’Italia e la siciliana Goliarda, attraverso la sua Modesta, ci dà un quadro completo di quella guerra tra ideali che, in alcuni passaggi, risveglierà in noi la nostalgia per un periodo che, seppur tragico e di cui nessuno si augura il ritorno, imponeva delle scelte.

Ed è così che L’arte della gioia è un romanzo ricco di spunti di riflessione, che non fa sconti, che sa essere crudo, profondo, atroce, dolce. È uno di quei romanzi che mette in mostra una scrittura che vuole indagare, che non si accontenta, che si addentra con coraggio nell’ombrosità degli istinti.

Jane Austen: il sogno attuale di un tempo che fu

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il suo straordinario talento le meritò le lodi di quanti la conobbero. Recita così l’epitaffio funebre sulla lapide di un mito della letteratura inglese: Jane Austen.
Sappiamo davvero poche cose della sua vita, e quelle poche provengono da una sua biografia, A memoir of Jane Austen, che fu scritta molti anni dopo la sua morte.

Nacque il 16 dicembre 1775,  figlia di un pastore anglicano, penultima di otto figli, sei maschi e due femmine, cioè lei e Cassandra. Entrambe le sorelle furono istruite e la propensione per la scrittura di Jane fu sempre incoraggiata dalla sua famiglia. Cominciò a scrivere i romanzi che la resero famosa nel 1795, a vent’anni. 
Anche del suo aspetto fisico non si sa molto.

La rappresentazione più affidabile del suo volto è un disegno della sorella Cassandra, realizzato intorno al 1810; il ritratto fece da modello per disegni successivi, in cui l’aspetto di Austen fu notevolmente abbellito.

La sua vita scorre senza avvenimenti clamorosi, senza scosse, ma di sicuro non monotona. Fu attenta alle relazioni, alle amicizie e agli affetti, al rispetto della natura osservata dalla sua finestra che si affacciava su un giardino ben curato. E poi musica, letture, qualche viaggio a Londra, feste da ballo e recite improvvisate nel salotto di casa, due amori infelici di cui si sa poco e nulla.

Molte volte accade che chi non ha mai letto i suoi romanzi, pensa che la Austen scrivesse romanzi rosa, magari un po’ più sofisticati di quelli che vengono scritti oggi, ma comunque dedicati ad un pubblico femminile. Questo succede perché la trama delle sue opere ha sempre la stessa struttura: una giovane donna non sposata e un uomo di cui è innamorata, ostacoli di diversa natura che impediscono loro di stare insieme, un lieto fine che non guasta mai.

Ma i suoi romanzi non sono solo questo, sarebbe davvero superficiale pensarlo.
Li ambientò nelle situazioni che erano a lei familiari, cioè tra balli e ricevimenti nelle case di campagna dell’alta borghesia di inizio Ottocento, ma di sicuro possiamo affermare con certezza che non erano semplici storie d’amore.

Nella vita delle protagoniste di Austen non succede nulla di importante, devono solo essere educate e trovarsi un marito prima di finire vecchie, povere e zitelle. Però le vicende che le riguardano sono rese complicatissime dal fatto che nella loro società non si può esprimere liberamente ciò che si pensa e neppure i propri sentimenti; per questo ci sono mille fraintendimenti  e le relazioni evolvono molto lentamente.

Il suo romanzo più famoso e più amato dal pubblico di tutti i tempi, meritatamente considerato un capolavoro, portato spesso anche sullo schermo, al cinema e in televisione, è “Orgoglio e pregiudizio”; definito dall’autrice “Il mio unico figlio adorato”. Il libro narra la vicenda amorosa di due giovani, divisi da incomprensioni dovute ai preconcetti e ai pregiudizi dell’ambiente provinciale nel quale vivono.

Ai tempi della Austen le fanciulle venivano educate esclusivamente nella prospettiva del matrimonio, al quale dovevano arrivare caste, e, una volta sposate, avevano l’obbligo di garantire eredi, meglio se maschi, della cui educazione, però, non si occupavano direttamente. Dovevano sempre comportarsi secondo le norme del galateo, vestire in modo consono al proprio stato sociale, saper ben conversare, ma evitare di parlare di politica e di religione. Inoltre, dovevano saper intrattenere gli ospiti suonando il pianoforte; i loro compiti consistevano nella direzione della casa e della servitù e nell’occupazione in opere caritatevoli.

Non va dimenticato che in quegli anni l’Inghilterra era spesso in guerra, pertanto, per convincere i pochi uomini rispettabili a sposarsi, evitando, così, alle figlie l’onta e il peso dello zitellaggio, i genitori arrivavano ad offrire in dote somme enormi.

L’amore e il matrimonio, non erano, perciò, libera scelta, ma soggiacevano, soprattutto per la donna, ad un fitto intrico di regole e convenzioni sociali, sapientemente ritratti in tutte le opere della Austen. Attraverso la fine descrizione psicologica, ma anche con acuta ironia, delle passioni e delle avventure dei protagonisti della vicenda (Elizabeth Bennet, intelligente, sagace e razionale; Fitzwilliam Darcy, ricco e bello, ma anche snob ed altezzoso; Charles Bingley, gentile ed affabile; Jane Bennet, dolce e affettuosa; i coniugi Bennett, mal assortiti, la moglie poco intelligente ed ossessionata solo dal desiderio di maritare le figlie; Collins, l’arrampicatore sociale; Lady De Bourgh, zia di Darcy, snob come il nipote e convinta che la sua condizione privilegiata le consenta di poter giudicare tutto e tutti, e così via con tutti gli altri attori della storia), la Austen seppe consegnare alla letteratura universale una galleria di personaggi che, in ogni palpito, angoscia, comportamento, osservazione e in un’incredibile varietà di sfumature, si rivelano ancora oggi straordinariamente attuali.

Jane era romantica sì, ma anche insofferente alle convenzioni, affamata di libertà. Ha saputo raccontare, come nessun altro, noi donne, i nostri desideri e i nostri sentimenti. E, a 200 anni dalla sua morte, i suoi romanzi continuano ad emozionarci.

Non le importava di essere considerata una zitella. È stata questa l’audacia di Jane: beffarsi di chi la voleva donna di casa. La stessa audacia che rivediamo in Elisabeth Bennet, personaggio di Orgoglio e pregiudizio. In lei vi è tutto lo spirito e la forza di Jane. E in lei l’autrice ha saputo mettere in luce l’animo femminile.

Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Emma, Persuasione e così tutte le sue opere aprono una finestra su un mondo passato, fatto di dolci conversazioni, di sguardi, di danze e di musiche, ma anche di sentimenti, turbamenti, passioni e rifiuti. Il mondo descritto dalla Austen è molto complesso e, tra un batticuore e l’altro, l’autrice presenta al pubblico la psicologia dei personaggi, soprattutto di quelli femminili, e il loro modo di vivere in una società maschilista offrendo così ai lettori una carrellata di personalità tutte attuali e presenti anche ai giorni nostri.

Il successo dei suoi romanzi ancora oggi, personalmente mi fa riflettere molto. Si apprezza e si fantastica su un mondo fatto di decoro, buon gusto, buone maniere, corteggiamenti sussurrati, mai espliciti e volgari, al contrario di un mondo dove l’ostentazione e la rapidità delle vicende umane sono la normalità.

È forse un segnale nostalgico di una scala di valori che si è accantonata o addirittura persa?

Qualunque sia la motivazione che induce i lettori a scegliere ancora oggi Jane Austen, vale la regola di Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”.

Paco Ramirez, Amore e Morte, Morellini editore

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Amore e morte è un romanzo sul quale aleggia un velo di humor nero sotto cui riposa una scandalosa verità. La morte è qualcosa che difficilmente si accetta, soprattutto quando porta via i nostri cari, ma il colpo di genio dell’autore è stato quello di aver fatto germogliare l’amore laddove tutto è putrefazione. I protagonisti di questa storia sono Mariem e Raúl. Lei è una adolescente traumatizzata dalla prematura scomparsa della madre. Lui un apprendista tanatoprattore, ossia, un esperto del trattamento estetico delle salme, che lavora nell’azienda funebre di famiglia.

Anche lui è rimasto traumatizzato da un evento che gli ha fatto incontrare la morte. La dama nera, misteriosa e seducente, attraverso le trame del destino farà incontrare i due giovani protagonisti. Infatti, l’amore tra Mariem e Raúl sboccia in un cimitero e anche i loro primi approcci sessuali avvengono in luoghi in cui Lei, la morte, è sempre presente.

Ma Mariem e Raúl non sono necrofili, serial killer o, peggio ancora, perversi personaggi in cerca di emozioni estreme; semplicemente, sono persone che vivono senza affannarsi troppo, in previsione della morte che per l’una è ritorno tra le braccia della madre, per l’altro è solo la “fine” che accomuna tutti.

Questo scontro tra pulsione di vita e pulsione di morte echeggia lungo le pagine del romanzo. Paco Ramirez, pseudonimo dietro cui non sappiamo chi si celi, lascia ai protagonisti il compito di spiegarci il loro punto di vista. Cammineremo tra i loro pensieri e, forse, apprezzeremo anche questo modo di interpretare la vita. Una vita che è morte; una morte che sa essere amore, dolcezza, felicità, eros, il tutto che si sgretola per riunirsi in mondi alternativi.

Insomma, il romanzo di Ramirez è un libro che prende per mano il lettore e gli fa attraversare la morte con leggerezza. Raúl ci apparirà cinico, distaccato, tanto da richiamare in più occasioni il protagonista de Il Bruciacadaveri di Fuks. Gli piace truccare le salme, ama renderle presentabili agli occhi dei parenti prima di incenerirle in un forno crematorio. Mariem invece ha bisogno di credere nella vita eterna, perché dietro il velo dell’esistenza sta sua madre. Per lei, quindi, vivere vuol dire “attendere l’ultimo respiro”, ma la morte non è “la fine di tutto”.

Ma come detto fin dalle prime battute, questo romanzo tratta tutto con estrema ironia e leggerezza, tanto da rendere la morte una simpatica entità con cui si convive e si dialoga.

Francesca Mazzucato, La collagista, Arkadia

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Ogni incontro intenso lascia delle cicatrici. Ognuno dona all’altro un pezzo di intimità e una tessera di quel complesso mosaico che raffigura la propria identità. Mutiamo a seconda degli occhi che ci guardano. Ognuno ci ricorda in un modo diverso e, intanto, noi ci perdiamo in questa moltitudine di personalità che seminiamo nel tempo e nello spazio. Chi siamo? Non lo sapremo mai.

Questo è quanto dirà al lettore il nuovo romanzo di Francesca Mazzucato. Un collage di emozioni su uno sfondo nero, sempre in bilico tra malinconia e indifferenza. La storia si muove tra Parigi e Zurigo, due città che hanno ospitato anche avanguardie artistiche, ma che in queste pagine sono luoghi dell’anima nei quali la protagonista assume ora i panni dell’artista, ora quelli della donna innamorata.

Ma La collagista è anche un romanzo in cui l’eros si esprime attraverso la sua parte trascendentale. Il lettore sarà attratto da questa donna che cerca un “malessere ideale”, un “dolore piacevole” simile a quello che si avverte durante l’amplesso. Tutto ciò servirà alla sua creatività.

Pertanto, ogni collage creato dalla protagonista rievoca il ricordo di questa storia d’amore intensa, avuta con un uomo di cui mai sapremo il nome, ma di cui ci verranno forniti dei particolari che dovremo mettere insieme. E in questo puzzle, anche la protagonista è una tessera neutra, senza identità; forse perché, nella sua sofferenza c’è qualcosa di universale che si dona all’Essere. In fondo, si tratta di una sensazione che tutti hanno provato, di cui ognuno ha sentito parlare, ma che appare sempre diversa e impossibile da affrontare a chi la vive per la prima volta.

Francesca Mazzucato ha una scrittura dolce e tagliente. È amante degli ossimori, sa portare a galla le contraddizioni e intorno a esse costruisce i suoi personaggi. Dialogo tra opposti, forme irregolari che si uniscono per creare un’armonia, la Mazzucato insomma racconta la “nuda vita”.

E proprio il collage, che è un assemblaggio concettuale di forme comuni alle quali si imprimono nuovi significati, è qui usato come metafora della vita che ognuno attraversa senza sapere cosa sia realmente, fin quando non ci si spoglia e si parla il linguaggio del corpo… fin quando il corpo non si infiamma di una spiritualità erotica e primordiale.

Gianfranco Cefalì, Il giorno in cui abbiamo pianto, Dialoghi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Entrare nella profondità dell’animo umano con le parole vuol dire mettere piede in una selva da cui si esce rinati. L’opera di Gianfranco Cefalì è una discesa negli inferi, in cui i pensieri diventano presenze dannate con cui bisogna necessariamente interloquire.

Lo scrittore calabrese racconta di due persone che stanno ai margini: una prostituta e un uomo che ha perso tutto e che, proprio per questo motivo, non ha più nulla a cui aggrapparsi se non sé stesso. Pertanto, Il giorno in cui abbiamo pianto è un romanzo che parla di anime sedutesi al confine della razionalità e che hanno ormai raggiunto una lucidità estrema che si è svestita anche della speranza.

Ma entrambi i protagonisti vogliono salvarsi? Vogliono davvero ricominciare?

Il tema del romanzo di Cefalì è la memoria, anche se qui non è usata alla maniera di Proust, ossia, come “strumento” di recupero e di comprensione del proprio mutamento esistenziale, ma è un’onda d’urto spinta da una misteriosa volontà annullatrice che disintegra tutto ciò che resta del passato, anche quei ricordi che sono simboli della metamorfosi.

Cefalì fa uso di una scrittura ricca di intrecci, un vero e proprio flusso di coscienza in cui le parole si legano liberamente. Una sillaba tira l’altra, fin quando i concetti si mostrano nella loro “ambivalenza”, in una unità in cui “bene” e “male” si abbracciano, si comprendono, si azzerano.

In un romanzo in cui viene annullato “il giudizio”, ed è questa cosa buona e giusta, ogni azione passata riposa nel tempo. È semplicemente un avvenimento. Pertanto, Il giorno in cui abbiamo pianto non è né un memoriale né il piagnisteo di due persone che hanno bisogno di fare “punto e a capo”, ma diventa una presa d’atto, un’intima liturgia in cui ci si mette a nudo… e poi, chi vivrà vedrà.

Nicola Vacca, Arrivano parole dal jazz, Oltre edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Quelle di Nicola Vacca sono parole ispirate da note malinconiche, partorite nel corso di un ascolto intenso, quasi estatico. Sono versi che incarnano lo spirito di un genere musicale che è testimonianza di un riscatto. Dopotutto, il jazz è protesta, è una voce che grida nel deserto dell’indifferenza.

Il poeta pugliese compone un tributo e lo dedica ai maestri del genere. Una raccolta che è anche un invito a scoprire queste sonorità così sperimentali, nate da un “popolo” che ha sentito l’esigenza di essere parte attiva dell’umanità. E, forse, è questo ciò che affascina del jazz: aver contribuito alla rivoluzione dei diseredati. Una rivoluzione ancora incompiuta, ma che avrà per sempre la sua colonna sonora.

Ben descrive tutto ciò Vittorio Curci, autore della prefazione. L’arché del jazz è da cercare in quei dolorosi viaggi senza ritorno di cui furono protagonisti nei secoli scorsi non solo grandi masse di africani ma anche tanti, tantissimi europei. Grazie a queste righe comprendiamo l’intento dei versi di Nicola Vacca, che si snodano sinteticamente tra le trame di Chet Baker, Miles Davis, John Coltrane e molti altri.

Ci sono poi i disegni di Alfonso Avagliano. Linee veloci, spigolose, sguinzagliate sul foglio bianco come se volessero testimoniare l’attimo, il momento, l’ascolto che si nutre di note fantasiose.

La musica è il dappertutto che si aggira dalle parti dell’anima, scrive Nicola Vacca nella sua poesia dedicata a John Coltrane. Ma ogni cosa che percepiamo viene sempre rielaborata e riarrangiata dai nostri sensi, fin quando non diventa forma perfetta dalla quale possiamo trarre piacere o disgusto. La nostra percezione ci interroga in continuazione, ci pone davanti a una scelta.

Cos’è dunque il jazz per Nicola Vacca?

Amo il jazz/perché quando sogno/mi lascia sempre con i piedi per terra.

E in questo sogno in versi, che ci lascia camminare sulla solida terra, noi possiamo riscoprire una malinconia che ci accomuna e che ci riporta alle nostre “migrazioni”.

Goffredo Parise, L’odore del sangue, Rizzoli

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicato su L’Ottavo

È un libro spregiudicato, crudele, cinico, profondamente umano.

È la riscoperta dell’istinto di base, ossia, di quella sopravvivenza che è violenta lotta contro la morte. Se è vero che il sangue è vita, che il suo odore e il suo sapore plachino la bestia che addenta la preda, è anche fuor di dubbio che esso richiami la passionalità, la carnalità e la sessualità.

Goffredo Parise scrisse questo romanzo alla fine degli anni settanta, non voleva pubblicarlo, forse perché lo considerava troppo intimo e personale, nonostante i fatti raccontati non gli appartenessero. Ci parla di una strana coppia di cinquantenni, due persone che si raccontano le proprie relazioni extraconiugali con due giovanissimi. Ma è la moglie dell’uomo, Silvia, la vera protagonista di questo romanzo.

Lei è una donna che vive una seconda giovinezza innamorandosi di un ragazzo ignorante, grezzo, amante della violenza e adepto del “culto del corpo”. Il suo, infatti, è un corpo delineato, curato, vigoroso. Lui è un Priapo “dal cazzo sempre duro e pronto all’azione”.

In questa insensata storia d’amore, in cui a prevalere è l’odore del sangue, ossia, la pura bestialità che tramuta l’uomo in un essere istintivo e irrazionale, la preda “Silvia” non è altro che l’immagine di una donna che non accetta la propria età, che non riesce a concepirsi come essere-in-decadenza. Ma anche suo marito sta vivendo la stessa situazione e proprio lui, in qualità di narratore di questa storia, si immedesima in sua moglie, e placa la sua gelosia solo quando annusa “l’odore del sangue”; un odore che è ovunque, che ha pervaso il mondo.

L’odore del sangue è un libro che parla dell’amore come anello di congiunzione tra la vita e la morte. Ma non è un’opera sull’amore perverso, malato, violento; piuttosto, tra queste pagine si parla dell’uomo nella sua “nuda vita”, della sua bestialità, della sua paura di estinguersi, della sua paradossale necessità di non essere in ogni istante presente a sé stesso.

E in questo perdersi tra la forza caotica dell’amore, Silvia apparirà come la preda perfetta e come il capro espiatorio di una sessualità che è sempre dialogo tra “la vita e la morte”.

Nadia Terranova, Come una storia d’amore, Perrone Editore

Recensione a cura di Martino Ciano

Roma, le donne, il tempo. Sono i tre elementi che accomunano i racconti di questa raccolta. Storie di assenze e di mancanze in cui gioie e sofferenze si alternano in una esaltante e mai scontata storia d’amore, che ha per cornice la Città Eterna.

La protagonista di questi brevi racconti è proprio Roma, luogo in cui il tempo si addensa e diventa materia su cui i personaggi scolpiscono con parole intime le loro esperienze. Il linguaggio usato, quindi, è privato, o meglio, non aspira a rendere “universali” delle esperienze personali, ma ha un compito ben più alto, ossia, quello di “rappresentarsi nel mondo”.

Che siano fatti appena accaduti o che siano remoti ricordi, questi racconti legano un luogo (Roma) alla dimensione storica dell’esistenza (il vissuto dei personaggi). E questo incontro-scontro, che diventa sublime, non può essere raccontato “comunemente”, ma ha bisogno di intimità e sincerità. Non è il narratore che deve rendere fruibile la propria esperienza, ma è il lettore che deve farsi “interprete”, perché anche questo è il compito della letteratura, ossia, scardinare il pregiudizio, scavalcare il muro della convenzionalità.

Come la filosofia, che non è scienza, ma incontro tra “saperi” che dialogano senza leziosità, così, in letteratura, si instaura un dialogo tra il lettore e il narratore. E proprio il narratore non può mettersi a nudo se davanti a lui incontra un lettore che non è disposto ad “ascoltare”. Pertanto, qui non si cercano giudizi o applausi, ma la parola chiede solo di essere recepita, elaborata, ricollocata.

Non tutte le storie d’amore vanno a buon fine, quindi, Roma non apparirà sempre come un luogo salvifico o materno, ma nel bene o nel male, tutto ciò che ci lega fortemente a un luogo, anche per un momento, diventa parte di noi. Ed è questo forse uno dei messaggi più forti che traspare dalle pagine del libro, ossia, tutto ciò che perdura nei nostri ricordi ci ha plasmato.