Daniel Cundari, Il silenzio dopo l’amore, Ferrari editore

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Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Suddiario

Pensate a un uomo che non riesce più a dormire e immaginate i suoi pensieri, i suoi tormenti, le parole che si accavallano nella sua testa, le lettere che si uniscono e formano termini dal significato ambivalente, dopodiché, riportate alla mente una nottata che avete passato in bianco e immedesimatevi in questo autore calabrese che sperimentando l’assenza del sonno, ma non della stanchezza, lotta contro i suoi pensieri.

Dite la verità, anche voi avete vissuto un’esperienza simile, ma non avete mai avuto il coraggio di entrare e di bagnarvi in questo fiume di parole, tutt’al più, vi siete lasciati trascinare.

L’insonnia è causata da un eccesso di lucidità che a sua volta deriva dal terrore che proviamo nel momento in cui dobbiamo sprofondare coraggiosamente nel nostro inconscio. Non dormire equivale a fare i conti con il buio, con il silenzio e con una coscienza posseduta dalla follia.

Ma di quale follia ci parla Cundari?

Di quella che alimenta discorsi che stanno al di là della realtà. Sono dialoghi non sottomessi al politicamente corretto, composti da parole che si manifestano senza filtri o maschere. Insomma, durante i monologhi dell’insonnia ogni parola è logos e non mythos, ossia, non è edulcorata ma è espressione di un’intuizione che preannuncia la verità e che come tale si impone.

Ecco a voi Il silenzio dopo l’amore, libro che mai si arresta e che lascia respirare quel poco che basta per continuare a leggere. Cundari scrive un flusso di coscienza che non vuole arrestarsi e che prima di zittirsi porta a termine la sua vendetta, ossia, persuadere l’insonne. E sebbene in questo discorso notturno non ci sia sempre un senso, la forza di queste parole risiede proprio nella loro capacità di presentarsi senza veli, di essere pure, di essere comprese solo dalla coscienza. E proprio perché questo pensiero mai si arresta, esso è capace di catturare tutto, compreso l’insonne che cerca disperatamente il varco salvifico che lo conduca al sonno.

Daniel Cundari pone davanti ai nostri occhi un libro breve ma ricco di spunti di riflessione, capace di guidarci verso una deriva affollata da pensieri dispersi. E quella che può sembrare una divagazione diventa una interminabile poesia, in cui la parola si mostra chiaramente.

Patrick Modiano, Nel caffè della gioventù perduta, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Ecco a voi l’investigatore dell’assenza. Patrick Modiano ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2014, ma il grande pubblico lo ha quasi sempre ignorato. È un fantasma che scrive capolavori e che si sottrae volontariamente alle luci della ribalta per occuparsi solo della scrittura. E ditemi se è poco.

Nel caffè della gioventù perduta esce nel 2007 in Francia e viene tradotto in Italia nel 2010. È un romanzo breve o un racconto lungo, scegliete voi. La versione in mio possesso è di 117 pagine, che vi trascineranno via, lentamente, inaspettatamente. Il caffè della gioventù perduta è Le Condé di Parigi, un postaccio dove si riuniscono anonimi scrittori, artisti senz’arte alcuna. E tra loro siede per un periodo una ragazza chiamata Louki.

Colei che entrava sempre dall’ingresso più oscuro, appartato, quasi per non farsi notare. Cito a memoria questa descrizione che ci propone Modiano parafrasandola un po’, ma sono sicuro che non ne farete un dramma. Infatti, il libro apre con una citazione di Guy Debord, il guru dell’avanguardia Lettrista e da sempre sostenitore del “plagio parafrasato” del pensiero dei grandi.

Ma andiamo al libro, a questo capolavoro. Non mi dilungherò sulla trama perché sono sicuro che non vi interessano i riassunti. Ve la faccio breve e vi sintetizzo il tutto così: Louki scompare dal Condé e qualcuno si mette alla sua ricerca. Ne ricostruisce la vita, i segreti. Investiga. Chi è questo qualcuno? Un amante, un amico, un curioso, lo scrittore stesso? Leggete e scoprirete.

Ciò su cui voglio dilungarmi è il contenuto del libro, il suo senso logico, perché c’è un discorso complesso dietro le pagine di questa opera. Sicuramente è stato reso semplicissimo dallo scrittore, lo capirete tutti, ma vi lascerà intontiti, dubbiosi. Un po’ come quando vi raccontano dei fantasmi. Potete crederci o meno ma loro sono lì, nell’oscurità che non possiamo visitare. Solo per questo motivo siamo scettici e lo scettico dà a se stesso sempre la possibilità di credere.

Ecco, Louki è così. È un fantasma che si insidia nella memoria di tutti quelli del Condé e poi sparisce. La sua presenza viene avvertita come un’allucinazione collettiva, la sua assenza invece si sente, ha un peso, intontisce. Di qui il bisogno di ricercarla, di esser certi che sia esista, perché quel frammento di memoria che ne conserva i tratti e i gesti non può andar perduto.

Louki è quindi una visione che prende corpo man mano che il tempo scorre. Il tempo, altro elemento importante di questo romanzo. Modiano scrive al presente ma pensa al passato e questo gioco di prestigio può avvenire solo nelle camere della memoria, perché solo i ricordi sono al di là del tempo e, quindi, ci appaiono sempre vividi.

Ed ecco qui l’eterno ritorno. Quell’andirivieni di emozioni, situazioni, episodi, concetti, che rendono l’uomo schiavo della sua natura, del suo egocentrismo e anche dei suoi traumi irrisolti.

Usiamo però la logica e risolviamo il puzzle creato da Modiano.

Il protagonista ricostruisce la vita di Louki. Lo fa anni dopo il suo personale incontro con la ragazza. Lo fa quando il caffè Condé non c’è più. Lo fa oggi, quando ormai è adulto. Cosa cerca quindi? La sua gioventù perduta o Louki. E, soprattutto, il protagonista vuole ricercare o rivivere le cose ormai materialmente perse?

Misteri dell’eterno ritorno. Insomma, ce n’è abbastanza in questo libro per rimanere folgorati da questo scrittore.