Il pianto delle faine. Seconda parte

Racconto a cura di Napoleone Dulcetti

Entrarono in un piccolo appartamento, uno spazio simile al piano terra ma privo di caminetto e riscaldamenti. Zoel rabbrividì.
«Può scendere a scaldarsi quando vuole. Se le fa piacere pranzeremo e ceneremo insieme, sono solo e

i miei figli vengono a farmi visita soltanto a Natale e Pasqua.»
«Non deve disturbarsi, posso arrangiarmi! »
«Nessun disturbo, mi fa piacere un po’ di compagnia. Nell’armadio ci sono altre coperte se queste non dovessero bastare.»
«Va bene. Le ripeto però, non voglio creare disturbi. Sa, anch’io abitavo da bambino in una casa di campagna, so che c’è molto da fare.»
«Allora saprà tutto di ortaggi, galline e conigli immagino?» Disse sorridendo e accendendosi un sigaro all’anice.

Conigli… Ripensò agli anni d’infanzia. Gli venne in mente che una volta, con suo fratello, liberarono un coniglio per farlo giocare all’aperto. Si divertirono un mondo a vederlo saltare e litigare con i polli, ma il sole calò subito. Non riuscendo ad acchiappare Bombardo, cosi avevano soprannominato quel coniglietto bianco e grigio, se ne tornarono a casa, lasciando l’animale fuori dalla stalla. La mattina dopo lo cercarono ovunque, trovandolo privo di vita vicino al muro di cinta, senza testa.

«La navetta per il paese parte fra dieci minuti e ritorna da queste parti intorno alle otto.» Informò il fattore svegliandolo da quel macabro ricordo.
«Non è possibile visitare gli scavi?» Domandò lui impaziente.
«Ci sono delle tombe dove è possibile andare, le visite guidate terminano alle quattro del pomeriggio, può andarci domattina, ma non credo che lei sia interessato a quelle. Gli scavi di cui ha sentito parlare sono accessibili sono agli addetti ai lavori. Dovrò contattare qualche amico per farle avere un lasciapassare.»
«Sarebbe grandioso. Allora vado a prepararmi, voglio curiosare un po’ per il paese. Tornerò per cena.» Assicurò lo scrittore.
«L’aspetterò. Non sarà anche lei un dannato vegano o cose del genere vero?» Sbottò maliziosamente il vecchio.
«No, no, come le viene in mente?» Rispose sorridendo. Fra i due si instaurò una sana confidenza, come se si conoscessero da una vita.
«Coniglio alla brace allora, una mia specialità, vedrà!». E se ne andò con aria spavalda e compiaciuta.

Coniglio alla brace! Coniglio alla brace! Coniglio! Coniglio! Coniglio! Bombardo! Bombardo! Rimase inorridito, pensò al quel piccolo animaletto lasciato libero, gli si chiuse lo stomaco, ma fu una chiusura lampo perché non mangiava qualcosa di sano da molto tempo e il rumore del fuoco scoppiettante che veniva da sotto suggeriva la succulenta immagine di un coniglio che non sarebbe stato il suo Bombardo, ma di un altro animaletto ben rosolato e profumato di odori e spezie a cuocersi.
Gli venne l’acquolina in bocca, lo stomaco emise un grido di fame.

La corriera arrivò con dieci minuti di ritardo. Innervosito dall’attesa e dal vento freddo si meravigliò che la navetta avesse il riscaldamento acceso.
L’aria calda a pieno regime rendeva difficile capire ciò che gli aveva chiesto l’autista. Si limitò a consegnargli cinque euro e a ricevere il resto. La strada era tortuosa e le curve si inerpicavano, lambendo i fianchi di colline verdi e strapiombi scoscesi.
Si vedeva il mare, in uno squarcio delineato da cime e burroni, un cielo freddo copriva tutto e tutti. L’autista abbassò la potenza del riscaldamento e le voci di due vecchietti seduti ai primi posti divennero più chiare.
Il dialetto rendeva la macabra conversazione quasi divertente

« Lo ha ucciso! Accoltellato per una sigaretta.» Disse uno.
«Un vizio di famiglia. Tale padre…» Aggiunse il secondo
«Suo zio poi…» Disse l’autista.
«Proprio così. Una notte nel tentativo di dare fuoco al pollaio di Giacomo ha calpestato una trappola per lupi. Dal dolore è caduto a terra e battendo la testa ha perso i sensi. Quando il vecchio fattore è arrivato era troppo tardi, per le galline, le uova e anche per lui.» Raccontò il vecchietto vicino al finestrino
«Non credo si possa avere pietà per una persona come lui. Al vecchio Giacomo è andata bene dopotutto. Due piccioni con una fava.» Continuò l’altro.
«In che senso?» Chiese l’autista.
«A bruciare non è stato soltanto una canaglia, ma anche il suo diretto avversario nella produzione di carne bianca e di mele. Che fortuna sfacciata il vecchio fattore!»

Zoel rimase colpito dal modo in cui parlava quella gente.
Sembrava normale, quasi abitudinario e lui ne era felice perché tutto ciò rendeva più semplice la sua attività di scrittore dell’orrore.
«Scendere signori! Prossima corsa, ore venti, stesso piazzale.» Urlò l’autista.

Zoel si ritrovò in un antico centro storico. Cosa rende così fredde queste persone? Pensò quasi ad alta voce mentre si accendeva una sigaretta. La piazza era deserta. Si accorse che erano poche le attività aperte: il“Play&Drink”, un pub costruito in stile inglese, un panettiere che imbandiva il banco di pizze rustiche e un macellaio che affilava coltelli mentre ascoltava la radio.
Uno strano silenzio avvolgeva quelle case, si sentì osservato, come se fosse un lupo affamato che gironzolava fra viuzze fredde e irregolari. Immaginava padri di famiglia nascosti dietro le tapparelle con il fucile in mano, bambini irrequieti che caricavano le fionde, casalinghe forti e coraggiose con il coltello da cucina nascosto sotto la gonna. Un brivido gli accarezzò il collo scoperto, come un dito gelato che stuzzica per poi nascondersi.
Ripose il quaderno che utilizzava per prendere appunti e si incamminò verso il “Play&Drink”. Entrò, e gli occhi dei clienti lo infilzarono come tanti chiodi arrugginiti.

«Una birra non filtrata, per favore!» Chiese al cameriere, un ragazzo sulla trentina alto e panciuto.
Il modo in cui portava i capelli e la barba folta e bionda lo facevano somigliare ad un guerriero normanno, ma il suo tono era quasi femminile.
«La preferisce al banco o al tavolino?» Chiese con voce ancora più effeminata.
«Al tavolo, grazie. Non filtrata mi raccomando! » Affermò andando a sedere vicino la vetrata.

Giancarlo Germanà, Il sussurro dell’onda, Tipheret

Recensione a cura di Martino Ciano

Sentiamo spesso dire che “la civiltà viene dal mare”, perché lungo questo inquieto specchio azzurro si sono spostate popolazioni e civiltà. Per questo motivo, ogni volta che volgiamo lo sguardo su questa massa d’acqua senza confini, capace di ispirarci e di intimorirci, ci sentiamo parte dell’eternità. Osservare il mare è come guardare il cielo, tuffarsi in mare è come volare tra le stelle, solcare le onde è come farsi trasportare dal vento.

Giancarlo Germanà, archeologo e autore di questo affascinante saggio, ci prende per mano e ci porta lungo le vie “marittime” del sacro. Sono strade non sempre visibili, perché molti particolari si sono inabissati e vanno riportati alla luce. Quanti segreti cavalcano sulla cresta di un’onda. È un movimento eterno quello del mare, mai si è arrestato e mai si arresterà. E così partiamo dal “mito del Diluvio”, che ogni civiltà ha raccontato a modo suo, tanto da esser certi che esso sia stato un evento che è rimasto nella memoria collettiva dell’uomo.

Ci tufferemo poi tra le pagine dell’Epopea di Gilgamesh, il primo poema della storia che ha parlato di vita, di morte, di eternità e che confluirà in versioni più o meno edulcorate in altri testi sacri. E così l’Arca di Noè, la nave di Argo e tutte le civiltà che hanno solcato il “mare nostrum”, fino a giungere agli Shardana, il misterioso popolo del mare che mise in ginocchio l’Egitto.

E questo viaggio tra storia e mito, tra sapere esoterico e vie da percorrere, ci trasporta nel sacro e nel profano della conoscenza, perché se è vero che molte cose sono accessibili solo a coloro che sanno ricercare, è giusto ricordare che tutti si possono avvicinare a questi argomenti. Il libro di Germanà, infatti, non è per i soli addetti ai lavori, ma è un testo che ha il merito di divulgare un sapere ancora tutto da indagare proprio per il suo carattere “misterico”.

La patria comune dell’uomo è il mare. Questa massa d’acqua è capace di rapirci, di ispirarci, di unirci. C’è una storia più forte di quella conosciuta che non si basa su dogmi, ma su miti che nascondono in loro chiavi di lettura capaci di condurci verso un mondo di cui ancora oggi ignoriamo troppe cose.

Jules Régis Debray, Elogio delle frontiere

Articolo a cura di Gianfrancesco Caputo – Inedito

In tempi di globalizzazione e di annullamento delle identità dei popoli, al fine di creare il “popolo unico”, parlare di frontiere può sembrare anacronistico e forse addirittura antiquato, tuttavia un certo amore per l’archeologia ci fa riscoprire il senso e la funzione della frontiera, quel limite che Ludwig Feuerbach definiva nella sua Critica della filosofia hegeliana, come “quello che diviene realtà, lo diventa sempre esclusivamente in quanto è qualcosa di determinato”.

Soprattutto in tempi come questi è opportuno, forse necessario, riconsiderare l’idea di frontiera, Jules Régis Debray scrittore, giornalista, professore e intellettuale francese, lo fa nel suo “Elogio delle frontiere” (add editore 2012). Debray si chiede se non sia lo stesso decantato sistema democratico ad aver concettualizzato un mondo senza né dentro né fuori, precipitandolo in una tecnocrazia senza confini naturali, quei confini che erano il naturale limes di popoli e imperi.

D’altro canto l’Europa delle banche e del capitalismo finanziario ha ripudiato il principio del “concerto delle nazioni” poiché avendo ereditato “un massimo di diversità in un minimo spazio” diventa troppo faticoso capirsi tra popoli europei così differenti, meglio incontrarsi nel campo neutro e spoliticizzato dell’economia, i buoni affari interessano tutti, “pecunia non olet”.

I popoli europei invece, sentono un bisogno arcaico, sanguigno, vitale, di piantare insegne ed innalzare emblemi, perché al di là delle nuvole della realtà virtuale, unificante ma falsa, i popoli europei vogliono abbeverarsi alla fonte della propria tradizione culturale.

Dunque la demo-tecnocrazia mentre comprime l’orizzonte del cittadino-elettore, allarga l’orizzonte dell’individuo-consumatore “deterritorializzando” le identità comunitarie e globalizzando l’economia, ecco perché il tema delle frontiere, oggi più che mai, è di grande attualità.

La frontiera è innanzitutto una questione intellettuale e morale, la frontiera non è un muro, è corpo vivo che respira, che filtra, lascia passare l’aria nuova proveniente da altri e diversi luoghi, favorisce l’equilibrio attraverso lo “ius publicum europaeum”, che necessita, anzi quasi impone, l’incontro tra i popoli, perché è ovvio che se questa formula è valida per i popoli europei sarà valida per i popoli di tutto il mondo, ecco si intravede la nuova frontiera.