Stefano Domenichini, Non sapevo che passavi, Arkadia

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Non sapevo che passavi come a dire non immaginavo che ti ricordassi di me. Ed è proprio questo l’intento del libro di Stefano Domenichini che, con un po’ di sano humor e con un pizzico di fantasia che mai deve mancare, ricostruisce una serie di biografie di personaggi più o meno noti. Alcuni di loro vengono ripescati dall’oblio e ci vengono riconsegnati sotto una nuova luce. Ma pensiamo anche alle rielaborazioni semicomiche delle vite di uomini come Giona e Ulisse, in cui vengono messe in evidenza le vicissitudini dell’umanità. 

Ed è così che trascorreremo qualche ora di piacevole lettura, senza troppe elucubrazioni mentali, senza troppe domande, perché in casi del genere la semplicità paga sempre, ma giungere alla semplicità del linguaggio non è per tutti, anzi, è un lavoraccio che stanca.

La naturalezza di Domenichini nel farci immergere nelle ricostruzioni che ci propone la ritroviamo, ad esempio, nelle pagine dedicate a Benny Hill, il famoso comico britannico che è stato scelto anche come copertina del libro. La sua vita, costellata da alti e bassi tutt’altro che divertenti, viene descritta con quella spensieratezza che è capace di rendere questo personaggio quasi un nostro amico.

Possiamo dire che Domenichini si comporta un po’ come Carrère. Va a ricercare aneddoti, elementi caratterizzanti più o meno noti, grazie ai quali ognuno di questi personaggi, sia egli uno showman, uno sportivo, un profeta o un eroe, appaia comicamente umano, vicino a noi e parte delle nostre vite.

Buona lettura

Franz Krauspenhaar, La presenza e l’assenza, Arkadia Editore

Franz.jpg

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Un po’ Nick Balane e un po’ Philip Marlowe. Questo l’identikit di Guido Cravat, l’investigatore privato creato da Krauspenhaar e protagonista di questo noir esistenzialista, in cui non mancano quei passaggi ironici che rendono più digeribile la cruda realtà. E ci vuole un po’ di sano humor, soprattutto in un genere che rischia di ripetersi. È importante far vedere quanto possa essere inconcludente la logica investigativa. Siamo stufi dei soliti poliziotti o dei meravigliosi eroi dall’intelligenza superiore o che vengono sempre aiutati dal destino. Abbiamo bisogno di investigatori privati che non ne azzeccano una, che seguono la logica dei propri tormenti, che sono disillusi. Non a caso, ho iniziato questa recensione tirando in ballo Balane, protagonista dell’insuperabile Pulp di Charles Bukowski, e Marlowe, l’indimenticabile “sfigato” generato dalla penna di Raymond Chandler. Cravat custodisce in sé molte caratteristiche di questi personaggi e ciò aiuterà anche il lettore a badare di più al “tema” del romanzo che non alla “trama”. In poche parole, sarà come leggere un Dürrenmatt in chiave moderna in cui la tipica struttura del giallo-poliziesco, con tutte le sue perfette concatenazioni, va a farsi benedire (La Promessa ha fatto scuola).

La presenza e l’assenza è ambientato nella “gioiosa” Milano. La moglie di un ricco industriale scompare nel nulla, ma l’uomo non vuole che le forze dell’ordine indaghino sul caso. Di qui, la decisione di ingaggiare due investigatori privati, il tormentato e un po’ sfigato Cravat e il sadico Saluzzi. Il resto lo lasciamo scoprire ai lettori. Ma, come detto, non ci troviamo di fronte al solito noir-poliziesco, questo è un romanzo che necessita di una lettura approfondita. Nonostante sia scorrevole, ogni pagina incuriosisce perché gioca tra “detto-non detto-intuibile”, e bisognerà arrivare alla fine per trovare tutte le risposte, anche se, in alcuni punti non basterà una sola lettura.

Per quanto ironico e sfortunato, Cravat è un borderline che non nasconde la sua difficoltà ad adattarsi alla realtà e alle sue regole. Ma in tutto questo, con poche parole, con pochissimi “giri di giostra”, si arriva alla conclusione che “assenza” e “presenza” sono facce della stessa medaglia.

Infatti, tutto potrebbe essere solo un’invenzione.