Jane Austen: il sogno attuale di un tempo che fu

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il suo straordinario talento le meritò le lodi di quanti la conobbero. Recita così l’epitaffio funebre sulla lapide di un mito della letteratura inglese: Jane Austen.
Sappiamo davvero poche cose della sua vita, e quelle poche provengono da una sua biografia, A memoir of Jane Austen, che fu scritta molti anni dopo la sua morte.

Nacque il 16 dicembre 1775,  figlia di un pastore anglicano, penultima di otto figli, sei maschi e due femmine, cioè lei e Cassandra. Entrambe le sorelle furono istruite e la propensione per la scrittura di Jane fu sempre incoraggiata dalla sua famiglia. Cominciò a scrivere i romanzi che la resero famosa nel 1795, a vent’anni. 
Anche del suo aspetto fisico non si sa molto.

La rappresentazione più affidabile del suo volto è un disegno della sorella Cassandra, realizzato intorno al 1810; il ritratto fece da modello per disegni successivi, in cui l’aspetto di Austen fu notevolmente abbellito.

La sua vita scorre senza avvenimenti clamorosi, senza scosse, ma di sicuro non monotona. Fu attenta alle relazioni, alle amicizie e agli affetti, al rispetto della natura osservata dalla sua finestra che si affacciava su un giardino ben curato. E poi musica, letture, qualche viaggio a Londra, feste da ballo e recite improvvisate nel salotto di casa, due amori infelici di cui si sa poco e nulla.

Molte volte accade che chi non ha mai letto i suoi romanzi, pensa che la Austen scrivesse romanzi rosa, magari un po’ più sofisticati di quelli che vengono scritti oggi, ma comunque dedicati ad un pubblico femminile. Questo succede perché la trama delle sue opere ha sempre la stessa struttura: una giovane donna non sposata e un uomo di cui è innamorata, ostacoli di diversa natura che impediscono loro di stare insieme, un lieto fine che non guasta mai.

Ma i suoi romanzi non sono solo questo, sarebbe davvero superficiale pensarlo.
Li ambientò nelle situazioni che erano a lei familiari, cioè tra balli e ricevimenti nelle case di campagna dell’alta borghesia di inizio Ottocento, ma di sicuro possiamo affermare con certezza che non erano semplici storie d’amore.

Nella vita delle protagoniste di Austen non succede nulla di importante, devono solo essere educate e trovarsi un marito prima di finire vecchie, povere e zitelle. Però le vicende che le riguardano sono rese complicatissime dal fatto che nella loro società non si può esprimere liberamente ciò che si pensa e neppure i propri sentimenti; per questo ci sono mille fraintendimenti  e le relazioni evolvono molto lentamente.

Il suo romanzo più famoso e più amato dal pubblico di tutti i tempi, meritatamente considerato un capolavoro, portato spesso anche sullo schermo, al cinema e in televisione, è “Orgoglio e pregiudizio”; definito dall’autrice “Il mio unico figlio adorato”. Il libro narra la vicenda amorosa di due giovani, divisi da incomprensioni dovute ai preconcetti e ai pregiudizi dell’ambiente provinciale nel quale vivono.

Ai tempi della Austen le fanciulle venivano educate esclusivamente nella prospettiva del matrimonio, al quale dovevano arrivare caste, e, una volta sposate, avevano l’obbligo di garantire eredi, meglio se maschi, della cui educazione, però, non si occupavano direttamente. Dovevano sempre comportarsi secondo le norme del galateo, vestire in modo consono al proprio stato sociale, saper ben conversare, ma evitare di parlare di politica e di religione. Inoltre, dovevano saper intrattenere gli ospiti suonando il pianoforte; i loro compiti consistevano nella direzione della casa e della servitù e nell’occupazione in opere caritatevoli.

Non va dimenticato che in quegli anni l’Inghilterra era spesso in guerra, pertanto, per convincere i pochi uomini rispettabili a sposarsi, evitando, così, alle figlie l’onta e il peso dello zitellaggio, i genitori arrivavano ad offrire in dote somme enormi.

L’amore e il matrimonio, non erano, perciò, libera scelta, ma soggiacevano, soprattutto per la donna, ad un fitto intrico di regole e convenzioni sociali, sapientemente ritratti in tutte le opere della Austen. Attraverso la fine descrizione psicologica, ma anche con acuta ironia, delle passioni e delle avventure dei protagonisti della vicenda (Elizabeth Bennet, intelligente, sagace e razionale; Fitzwilliam Darcy, ricco e bello, ma anche snob ed altezzoso; Charles Bingley, gentile ed affabile; Jane Bennet, dolce e affettuosa; i coniugi Bennett, mal assortiti, la moglie poco intelligente ed ossessionata solo dal desiderio di maritare le figlie; Collins, l’arrampicatore sociale; Lady De Bourgh, zia di Darcy, snob come il nipote e convinta che la sua condizione privilegiata le consenta di poter giudicare tutto e tutti, e così via con tutti gli altri attori della storia), la Austen seppe consegnare alla letteratura universale una galleria di personaggi che, in ogni palpito, angoscia, comportamento, osservazione e in un’incredibile varietà di sfumature, si rivelano ancora oggi straordinariamente attuali.

Jane era romantica sì, ma anche insofferente alle convenzioni, affamata di libertà. Ha saputo raccontare, come nessun altro, noi donne, i nostri desideri e i nostri sentimenti. E, a 200 anni dalla sua morte, i suoi romanzi continuano ad emozionarci.

Non le importava di essere considerata una zitella. È stata questa l’audacia di Jane: beffarsi di chi la voleva donna di casa. La stessa audacia che rivediamo in Elisabeth Bennet, personaggio di Orgoglio e pregiudizio. In lei vi è tutto lo spirito e la forza di Jane. E in lei l’autrice ha saputo mettere in luce l’animo femminile.

Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Emma, Persuasione e così tutte le sue opere aprono una finestra su un mondo passato, fatto di dolci conversazioni, di sguardi, di danze e di musiche, ma anche di sentimenti, turbamenti, passioni e rifiuti. Il mondo descritto dalla Austen è molto complesso e, tra un batticuore e l’altro, l’autrice presenta al pubblico la psicologia dei personaggi, soprattutto di quelli femminili, e il loro modo di vivere in una società maschilista offrendo così ai lettori una carrellata di personalità tutte attuali e presenti anche ai giorni nostri.

Il successo dei suoi romanzi ancora oggi, personalmente mi fa riflettere molto. Si apprezza e si fantastica su un mondo fatto di decoro, buon gusto, buone maniere, corteggiamenti sussurrati, mai espliciti e volgari, al contrario di un mondo dove l’ostentazione e la rapidità delle vicende umane sono la normalità.

È forse un segnale nostalgico di una scala di valori che si è accantonata o addirittura persa?

Qualunque sia la motivazione che induce i lettori a scegliere ancora oggi Jane Austen, vale la regola di Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”.

Emmanuel Carrère, Io sono vivo Voi siete morti, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Quando lessi per la prima volta Ubik di Philip K. Dick ho avuto una folgorazione. Solo Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche ebbe su di me lo stesso effetto. Avevo diciotto anni, frequentavo l’ultimo anno di ragioneria, ma grazie alle parole del filosofo tedesco capii che né l’economia, né la partita doppia potevano riempire la mia anima.

Ho scoperto Dick a venticinque anni e le sensazioni sono state le stesse. Ogni pagina risvegliava in me qualcosa. Le sue domande erano anche le mie. Cos’è la realtà? Chi è Dio, un’entità che ci prende in giro o un padre buono che vuole preservarci da una terribile verità?

Prima di leggere Ubik mi ero imbattuto nel famoso Aleph di Luis Borges. Il racconto che più amai fu La scrittura del dio. Mi sentivo come quell’uomo in prigione che trasmigra in diverse realtà, tramutandosi in granelli di sabbia.

La tua vita è così, un sogno che giace in un altro sogno, dice il dio di Borges al suo prigioniero. Dick però si spinge oltre, partorisce uno stile unico e non si accontenta di una lettura così cinica. Borges crea labirinti senza via di fuga, Dick invece è convinto che un’uscita ci sia sempre.

Emmanuel Carrère ci racconta la vita dello scrittore americano anno dopo anno, giorno dopo giorno, passo dopo passo. Ci parla dei suoi complessi, delle sue paure e delle sue paranoie. Ce lo mostra come uomo, artista e profeta. Ma soprattutto ci fa comprendere che Dick usa la fantascienza come mezzo per ricercare Dio e per svelarne le contraddizioni.

Lo scrittore americano è passato per Lsd, per la follia, per l’estasi. Come Dostoevskij ha descritto l’animo umano, trasfigurandolo però in androidi, pazzi e drogati. Tutti i suoi personaggi scoprono che la realtà non è come appare. Solo loro riescono a vedere il vero volto della quotidianità, solo loro possono svelarlo agli altri. Ricevono questo compito dal fato o da un’entità aliena e quasi sempre riescono nell’impresa.

Anche Dick si sentiva un prescelto: doveva dire a tutti la verità. È riuscito a portare a termine il suo compito? Sì, secondo Carrère. Lo scrittore americano è morto nel 1982 e ormai è considerato un autore di culto. Le sue profezie riecheggiano in film che hanno fatto la storia del cinema fantascientifico. Atto di Forza, Minority Report, Blade Runner, The Matrix, giusto per citarne qualcuno.

I suoi libri sono capisaldi della letteratura. La trilogia di Valis, Ubik, La svastica sul sole, Un oscuro scrutare, solo per ricordare quelli che non dovrebbero mancare nella biblioteca di ogni appassionato lettore.

Io sono vivo, voi siete morti di Carrère scruta fino in fondo l’opera di Philip Dick. Non lascia nulla al caso. Adelphi ripropone questo saggio che lo scrittore francese scrisse nel 1993 e che in maniera profetica annuncia la consacrazione dell’autore americano.

Dick è stato messo ai margini, per lui la fama arriverà solo a ridosso della morte. Il suo miracolo è stato quello di parlare della sua personale ricerca di Dio, usando il linguaggio della fantascienza. Per Dick, Dio è misericordioso, drogato, malvagio, distaccato, a volte impotente. Nella sua opera l’uomo è un soggetto astratto che vive assumendo forme diverse in realtà frammentate. A volte si distacca dal suo sé e crea simulacri: gli androidi che sanno confondersi tra agli uomini, provando le loro stesse emozioni.

Ebbene, guardiamoci intorno. Oggi cos’è reale? Quante vite viviamo? Quante realtà esistono? Chi siamo e qual è il senso della nostra vita? Cosa succede quando l’uomo gioca con Dio? A tutte queste domande Dick ha provato a dare una risposta. Carrère ce ne parla magnificamente in questo saggio da leggere.