Nella regione dell’innocenza. Un indizio di colpevolezza

Articolo di Martino Ciano

Io vivo nella regione dell’innocenza in cui nessuno è colpevole, e se proprio qualcuno non riesce a sfuggire alla giustizia terrena, ci pensa Dio ad assolverlo con il suo supremo quarto grado di giudizio con cui si spalancano le porte del Paradiso. Siamo figli di un Dio buono che comprende tutto, che salva tutti, che giustifica ogni cosa, che si fida dell’intimo atto di pentimento delle sue creature.

In questa premessa sta tutto ciò che conosco della mia regione, la Calabrisella nostra delle bestie vestite di pelle d’agnello. Candide pecore con onorevoli intenti. Tacciono su tutto fin quando il potere delle consorterie le tiene unite in un unico abbraccio, poi, se qualcosa non va bene, ecco la ribellione dell’una che si unisce ad altre per costruire il partito dei delusi.

Anch’io sono pecora, ci mancherebbe. Io non voglio salvarmi.

E la lobby fonda una cordata di incazzati che vuole detronizzare i vecchi pastori.
E la pecora si fa pastore, e il pastore si fa di nuovo pecora, e nella regione dell’innocenza l’evoluzione della specie è circolare. Nella regione dell’innocenza l’emancipazione delle masse è un processo di incesti in cui il padre corrompe il figlio, e il figlio si fa padre che corrompe i suoi figli, e un seme malato si insinua nella mente e nel corpo, si deposita nei coglioni e lì resta, e bisogna sperare che mai esca, che mai diventi frutto. Poi qualcuno si indigna e allora capisce che bisogna far le valigie e andare via; tanto, se Dio vuole, tutti si salvano vivendo lontani dalla ragione dell’innocenza.

I colpevoli sono quelli che annusano la disgrazia, che la annunciano per le strade e per le piazze. Esistono anche nella regione dell’innocenza. Se ne stanno ai bordi, come gli emarginati. Se hanno idee contorte, annegano nel mare di cazzate che dicono. Ricevono consensi, tanti, ma è il consenso che si dà ai pazzi. Insomma, non vale nulla, è solo un atto di misericordia. I colpevoli non sono rivoluzionari, sono semplicemente coloro che non hanno più nulla da perdere; condannati alla solitudine in cui incappa chi diventa lucido. Infatti, nella regione dell’innocenza, la lucidità è una disgrazia. Due cose può donare la lucidità: la follia e la morte. Dopo la chiarezza c’è l’insensatezza dell’esistere, e il colpevole può decidere tra la forca e l’esilio.

Eppure, nella regione dell’innocenza la pietà primeggia. C’è chi ha pietà di sé e chi degli altri, ed è per questo motivo che tutti si affidano al quarto grado di giudizio, quello di Dio misericordioso che assolve tutti sempre, ovunque e comunque. Nella regione dell’innocenza vige un’interpretazione malsana del consiglio lasciatoci da Guglielmo di Occam: Non moltiplicare gli elementi più del necessario, ossia, così è, così sarà, quindi fatti i cazzi tua!

Fatti i cazzi tua è un atto di pietà.

Marcostefano Gallo. Lo strano caso del Rêverie. Scatole Parlanti

Recensione a cura di Martino Ciano

Non è vero che le favole sono solo per i bambini e il libro di Marcostefano Gallo è qui per dimostrarcelo. Sebbene tutto si muova come la più classica delle fiabe, questo racconto aiuta a riflettere e non poco sulle tematiche ambientali, sulle nostre mancanze verso “Madre Natura” e sul nostro “delirio di onnipotenza” che in poco più di due secoli ha stravolto il Mondo. L’autore calabrese non vuole farci nessuna predica.

La sua è una storia che affonda le radici nella “tradizione”, in cui animali dalle sembianze umane si cimentano nella logica della nostra specie, arrivando a conclusioni semplici, lapalissiane, ma proprio per questi motivi “più che vere”.

Lo zoo di Parigi, il Rêverie, rischia la chiusura per gravi problemi finanziari. Secondo il signor Lemer, il proprietario della struttura, e il direttore Truffault c’è solo un modo per uscire da questa situazione: vendere i cuccioli in sovrannumero a un contrabbandiere. Questo l’incipit della trama e possiamo tranquillamente fermarci qui per analizzare i contenuti di un evento che si ripete, con le sue modalità più drammatiche. Primo elemento: un sistema economico che non riconosce “specie”, che con piglio seducente riesce a coinvolgere tutti, spogliando di ogni sentimento i partecipanti a questo “gioco al massacro” chiamato Capitalismo. Secondo elemento: il sovrannumero, ossia, l’eccedenza che innesca la speculazione, che alimenta l’avidità, che si traduce in plusvalore, che declassa a “cose” uomini e bestie. E bastano questi elementi per farci sospirare e per farci dire: siamo sicuri di essere al cospetto di una novella per bambini?

Certamente, siamo in presenza di una favola, ma una favola non è solo un racconto con un lieto fine o con uno scopo educativo e pedagogico. Dietro la sua apparente leggerezza si nasconde la forza del mito, dell’esempio spiegato attraverso il linguaggio dell’esperienza, della saggezza di chi sa andare oltre il qui-ora. Ed è per questo motivo che l’intento di Gallo non è quello di lanciare solo “un messaggio”, ma di scolpire le sue parole in una dimensione che è fuori dal tempo, rendendo omaggio a chi prima di lui ha usato la fiaba per far pronunciare quel “principio di armonia” che libererebbe l’uomo da ogni agonia.

D’altronde, tanto in uno zoo in balia delle speculazioni, quanto in un’Arca nel bel mezzo del Diluvio, sta l’uomo con la sua incapacità di riconoscersi ospite del Mondo e parte del Tutto.

Antonella Perrotta. Giuè. Ferrari editore

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicato per L’Ottavo

Quanto sono amabili le storie ambientate nei piccoli paesi, così tragicomiche e così drammatiche da sembrare surreali, costellate da quella semplicità grazie alla quale anche ciò che è complesso o trascendentale si manifesta nella sua essenzialità. Tutto diventa ancora più interessante quando queste novelle riportano alla mente un passato grondante di ruralità e di analfabetismo, di ignoranza diffusa dietro cui si cela però una saggezza intuitiva, popolare, che mai sbaglia.

Eccoci, dunque, in presenza di Giuè, romanzo di Antonella Perrotta che ci porta negli anni ’20 della sua città, Paola, centro del Tirreno cosentino conosciuto in tutto il mondo per il suo San Francesco. Eppure, tra queste pagine si parla poco di carità, amore e fraternità, perché il vero tema del libro è l’ingiustizia. Ingiustizia che, più dell’assurdo, è il vero motore del mondo e che soprattutto nella Calabria dei primi decenni del Novecento era mano cesellatrice di drammi e di rivoluzioni.

Giuè è un contadino analfabeta lontano da ogni ideologia, da ogni promessa di progresso, da ogni idolatria politica. Lui vive solo per il suo podere e per la sua famiglia. La moglie lo definisce un’isola proprio per la sua attitudine misantropica. Eppure, sarà lui il capro espiatorio attraverso cui si metterà fine alla guerra politica tra socialisti e popolari, culminata in un omicidio avvenuto nel corso degli scontri del primo maggio 1920.

E potremmo anche sorridere di fronte a tutto questo se non fosse che la vicenda è realmente accaduta e che l’autrice ha ricostruito i fatti fin dove ha potuto, mentre li ha inventati laddove non poteva far altro. Ma è proprio grazie a questo scambio di idee tra realtà e finzione che ci viene chiarito un aspetto importante, ossia, Giuè non è né un eroe né un buon selvaggio, è semplicemente l’individuo più debole del sistema, quindi, quello che può essere facilmente eliminato. In questo universo alimentato dalla povertà e dalla precarietà, che oscilla tra indifferenza e ipocrisia, Giuè è uno straniero che si è macchiato del peccato mortale di imparzialità.

A far da cornice all’intero romanzo una scrittura essenziale impreziosita da dialettismi che riportano in vita personaggi che ancora oggi caratterizzano una dimensione storica intramontabile.