Nadia Terranova, Come una storia d’amore, Perrone Editore

Recensione a cura di Martino Ciano

Roma, le donne, il tempo. Sono i tre elementi che accomunano i racconti di questa raccolta. Storie di assenze e di mancanze in cui gioie e sofferenze si alternano in una esaltante e mai scontata storia d’amore, che ha per cornice la Città Eterna.

La protagonista di questi brevi racconti è proprio Roma, luogo in cui il tempo si addensa e diventa materia su cui i personaggi scolpiscono con parole intime le loro esperienze. Il linguaggio usato, quindi, è privato, o meglio, non aspira a rendere “universali” delle esperienze personali, ma ha un compito ben più alto, ossia, quello di “rappresentarsi nel mondo”.

Che siano fatti appena accaduti o che siano remoti ricordi, questi racconti legano un luogo (Roma) alla dimensione storica dell’esistenza (il vissuto dei personaggi). E questo incontro-scontro, che diventa sublime, non può essere raccontato “comunemente”, ma ha bisogno di intimità e sincerità. Non è il narratore che deve rendere fruibile la propria esperienza, ma è il lettore che deve farsi “interprete”, perché anche questo è il compito della letteratura, ossia, scardinare il pregiudizio, scavalcare il muro della convenzionalità.

Come la filosofia, che non è scienza, ma incontro tra “saperi” che dialogano senza leziosità, così, in letteratura, si instaura un dialogo tra il lettore e il narratore. E proprio il narratore non può mettersi a nudo se davanti a lui incontra un lettore che non è disposto ad “ascoltare”. Pertanto, qui non si cercano giudizi o applausi, ma la parola chiede solo di essere recepita, elaborata, ricollocata.

Non tutte le storie d’amore vanno a buon fine, quindi, Roma non apparirà sempre come un luogo salvifico o materno, ma nel bene o nel male, tutto ciò che ci lega fortemente a un luogo, anche per un momento, diventa parte di noi. Ed è questo forse uno dei messaggi più forti che traspare dalle pagine del libro, ossia, tutto ciò che perdura nei nostri ricordi ci ha plasmato.