Goliarda Sapienza. Una “gioia” di cui ancora ignoriamo la forza

Recensione a cura di Martino Ciano

Impossibile non scrivere di un libro così penetrante, rimasto nascosto per tanto tempo, rifiutato dalle grandi case editrici fino alla fine del secolo scorso, scritto da un’autrice italiana che ha saputo parlare senza veli della femminilità. Difficile credere che un’opera così sia stata quasi messa al bando prima ancora di fare la sua comparsa in Italia, mentre all’estero le case editrici hanno fatto a gara per accaparrarselo.

Insomma, L’arte della gioia è un libro che ancora profuma di “riscatto”, perché a parlare è una donna che non vuole censurarsi, che incarna pienamente il suo ruolo, che vuole esprimersi liberamente. E sebbene questi temi possano apparire superati, soprattutto oggi, la protagonista di questo romanzo è davvero una donna emancipata che mai apparirà come oggetto del piacere, ma sempre come soggetto. È una persona che vive al di là delle regole e delle convenzioni. Lei non è figlia di una rivoluzione culturale, ma è espressione della sua volontà.

L’arte della gioia ha come protagonista Modesta, nata l’uno gennaio del 1900 in Sicilia. Una donna nata povera, ma che diventerà principessa. Eppure, la sua scalata non sarà frutto di chissà quale sotterfugio, tantomeno sarà guidata dalla brama di potere; semplicemente, Modesta è curiosa, audace, ma anche amante dello studio e grazie a esso il suo destino cambierà. Si innamorerà delle parole e come tutti coloro che penetrano nel linguaggio, comprenderà da subito che ogni parola ha più significati e che ognuno di esso va instillato con cura nel cuore degli uomini. In questo modo ogni dialogo diventerà momento di emancipazione e vero confronto.

Ma Modesta ha anche un altro merito, quello di non vergognarsi del proprio corpo e della propria sensualità. Anzi, riconosce a sé stessa che anche la sessualità è una lingua che va imparata, che va usata bene e che si può assimilare solo parlandola. Ed è qui la forza del libro, rendere la sessualità un elemento naturale. Direte voi: cosa c’è di tanto speciale? Be’, guardatevi intorno e datevi una risposta.

Ed è proprio in base a questa naturalezza che Modesta non potrà essere definita immorale. Nella sua capacità di sedurre uomini e donne, di godere nel rapporto con ambo i sessi, c’è quella voglia di essere un soggetto che si rapporta con la vita nella sua totalità. Il piacere non ha genere, soprattutto quando l’identità è solo un’artificiosa creazione, una convenzione.

Ma L’arte della gioia è anche un libro che attraversa gli anni più bui della storia d’Italia e la siciliana Goliarda, attraverso la sua Modesta, ci dà un quadro completo di quella guerra tra ideali che, in alcuni passaggi, risveglierà in noi la nostalgia per un periodo che, seppur tragico e di cui nessuno si augura il ritorno, imponeva delle scelte.

Ed è così che L’arte della gioia è un romanzo ricco di spunti di riflessione, che non fa sconti, che sa essere crudo, profondo, atroce, dolce. È uno di quei romanzi che mette in mostra una scrittura che vuole indagare, che non si accontenta, che si addentra con coraggio nell’ombrosità degli istinti.

Leo Perutz, La neve di San Pietro, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Mi sono avvicinato a questo libro con una certa curiosità, affascinato dalla storia che circonda la vita di Leo Perutz. Lo scrittore ceco, naturalizzato austriaco, non ha avuto un’esistenza facile. Ha attraversato il cielo della letteratura come una meteora.

Nato nel 1882, morto nel 1957, Perutz è stato il padre del genere storico-fantastico, con cui ha unito una minuziosa ricostruzione degli eventi passati a temi attuali. Tutto ciò ha dato voce a romanzi particolari, per troppo tempo etichettati come letteratura di intrattenimento. Ma così non è, e proprio questo aspetto mi ha incuriosito.

Adelphi ha ripubblicato La neve di San Pietro, libro uscito nel 1933, quando in Germania saliva al potere il nazismo. L’avvento di Hitler ha minato la fortuna di questo romanzo, perché sia Perutz che il suo editore erano ebrei. Nonostante tutto, la grandezza di queste pagine non è andata perduta.

Le peripezie del dottor Amberg, la follia del barone von Malchin, la ricerca della verità della misteriosa Bibiche, sono gli elementi affascinanti del romanzo. In ogni personaggio c’è quella inquietudine nordica che, anni dopo, Thomas Bernhard ha saputo raccontare con grande maestria. Il piccolo borgo di Morwede, in cui si svolge la vicenda, sembra il villaggio in cui è ambientato Gelo.

Il barone von Malchin, che vuole far ritrovare ai suoi contadini la fede nella monarchia attraverso un intruglio allucinogeno, nelle sue disquisizioni folli mette in campo verità forti, imprescindibili. Insomma, Perutz crea un noir metafisico che conserva ancora il suo fascino, nonostante siano passati ottantaquattro anni dalla pubblicazione.

Ma cos’è La neve di San Pietro? Si tratta di un parassita che aggredisce il grano. È conosciuto dai contadini come Fuoco della Vergine. Sembra essere stato debellato, ma dagli studi effettuati dal barone, emerge che nelle zone in cui ha fatto la sua comparsa, le popolazioni abbiano ritrovato la forza e il vigore per dar vita a nuove scoperte e ad imprese grandiose. Insomma, è come se Dio si fosse manifestato loro.

Ma cosa cerca davvero il barone von Malchin?

Un libro interessante che potrebbe rappresentare una scoperta per tanti giovani lettori. Tutta l’opera di Perutz si muove su queste coordinate, lui stesso ha sempre precisato che il suo intento non è mai stato quello di riscrivere la storia, ma di darle un’interpretazione metafisica.

E così sia.

Agota Kristof, Ieri, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano

Un flusso di coscienza lucido e violento. Un’ossessione che si materializza, che con spiazzante freddezza spazza via ogni possibilità di redenzione. Cento pagine appena, che, però, penetrano nell’anima come lame affilate. Non c’è parola che non rimanga impressa nella mente del lettore. Ieri di Agota Kristof è un gioiello prezioso, leggerlo vuol dire scoprire un mondo.

Tobias Horvath, il protagonista, è un uomo in fuga. Costruisce la sua nuova vita in terra straniera, cambia nome, porta con sé solo un desiderio di amore che si chiama Line. Lui lavora in una fabbrica di orologi, sogna di diventare uno scrittore. La sua mansione gli va stretta, così come la vita. Vorrebbe morire. Ha anche provato a uccidersi, ma non ne è stato capace. Line è un dolce ricordo d’infanzia che Tobias porta nel cuore. L’ha incontrata tra i banchi di scuola e lui se n’è subito innamorato, perché aiutava i poveri come lui.

Lui, figlio di una puttana bella, gentile, sedotta e abbandonata a sedici anni, perché rimasta incinta. La miseria non le ha lasciato scelta: o la prostituzione, o la fame. Non ci sono alternative in un villaggio dell’Est Europa, in cui la seconda guerra mondiale ha lasciato solo macerie e il comunismo ha portato un’altra schiavitù. Ma il piccolo Tobias non ci sta. Tutto gli provoca disgusto e decide di uccidere la madre e il presunto padre. Compie il massacro di notte, mentre i due sono a letto. Poi scappa. Fa tutto questo a soli dodici anni, ma è abbastanza adulto per uccidere e per non dimenticarsi del suo amore: Line.

Per Tobias, Line non è solo un nome e neanche un vago ricordo, ma la salvezza. A tutte le donne che incontra nel paese straniero dà questo nome. Eppure, quando ormai tutto sembra perduto, la vera Line ricompare e lui inizia di nuovo a respirare, ma scopre anche che il destino lo ha preso in giro.

Questo è Ieri. Un libro che racconta di una creatura del niente. Ma è da questo nulla che fiorisce l’anima del protagonista: un operaio-scrittore che sa bene che proprio diventando niente si può diventare uno scrittore. Tobias ricopia la prosa che la vita scrive ogni giorno, per questo motivo le sue parole sono così vere.

C’è tutta Agota Kristof in queste pagine, compresa la sua storia personale. Anche lei, nel 1956, nei giorni dell’invasione russa, è fuggita dalla sua Ungheria per giungere in Svizzera, a Neuchâtel, dove morirà nel 2011. Anche lei si sentirà sempre una scacciata. Anche lei si sentirà una creatura del nulla. Ha lavorato per cinque anni in una fabbrica, sognando una carriera da scrittrice.

Nonostante tutto, Tobias crede nell’amore e Line ne è la prova. Ma questa ossessione diventa un appiglio verso quell’origine di cui tutti hanno bisogno, soprattutto per un esule che si sente braccato dalla colpa e dal destino. Ieri è un libro che sconvolge le categorie dell’anima, ma allo stesso tempo non lascia morire la speranza… anche quando tutto sembra perduto.

Vasilij Grossman, Tutto scorre, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Scuote l’anima con parole dure e aspre. Racconta con lucidità la vita dei lager russi, toccata ai dissidenti del regime stalinista, ma anche a coloro che si sono adoperati per la rivoluzione. Queste pagine commuovono, fanno riflettere, ma soprattutto non lasciano spazio al revisionismo o al negazionismo.

Tutto ciò che è disumano è assurdo e inutile. Dice Ivan, il protagonista del libro. Lo sussurra mentre cammina per strada, in cerca di una nuova vita e di quel tempo trascorso nelle prigioni della Siberia. Ci spiega nei dettagli il male ordito da uomini che non sanno per chi combattono e in nome di quale causa. Certamente, in loro non è rimasto nulla degli ideali della gloriosa rivoluzione, che avrebbe dovuto ridare dignità agli oppressi. Anzi, prima Lenin e poi Stalin hanno costruito uno Stato che ha sottomesso l’uomo, issando la bandiera dell’odio.

Sono amare le conclusioni di Ivan, che crede nella libertà dell’uomo, nella sua autodeterminazione; mentre odia la rivoluzione dei piani quinquennali, dei lager, del terrore insensato nel nome dell’annientamento dei nemici del popolo.

Ma chi sono i servi del regime? Uomini che inventano dossier e accuse per far finire in carcere persone innocenti, prive di odio, fedeli solo a un ideale di fratellanza. Eppure, nella grande Madre Russia, anche i carnefici possono diventare vittime del sistema. Anche a loro possono toccare in sorte la gattabuia e la tortura.

Tutto ciò che è reale è razionale. Lo dice Hegel, ma Ivan non ci crede assolutamente. Come può la rivoluzione del proletariato aver reso gli uomini bestie emancipate, che mandano a morte, nei lager, donne, uomini, bambini ed ebrei? Che differenza c’è tra il gas nazista e il gelo siberiano riservato a chi ha detto “no” alle imposizioni del regime stalinista?

Viene chiesto ai contadini di lavorare di più, di non lamentarsi per il salario basso, di non riposarsi, di non scioperare, di non tenere per loro qualche spiga di grano. Tutto deve essere consegnato allo Stato, tutto dev’essere fatto in nome dello Stato. Non si possono piantare altre colture oltre al grano e chi disobbedisce viene fatto morire di fame.

E Stalin non si fa scrupoli, priva i contadini ucraini di tutto e i loro lamenti restano inascoltati. E mentre la fame li massacra, la stampa scrive che essi sono dei mistificatori, che con il grano che hanno nascosto potranno vivere per anni. Sono  nemici del popolo. I Kulaki… chi si ricorderà di loro?

Di tutto questo ci parla Vasilij Grossman, che quel periodo l’ha vissuto. È nato nel 1905 ed è morto nel 1964. L’autore russo ha visto la grandezza e la miseria del regime comunista, i tempi bui in cui tutte le speranze di democratizzazione della nazione sono cadute nel vuoto. E sempre attraverso le labbra di Ivan, lo scrittore arriva alla conclusione che, dopotutto, la storia della Russia è il manifesto di una dura lotta per il rafforzamento della schiavitù e che, paradossalmente, Stalin ha completato questo processo.

Lo sviluppo russo ha mostrato una strana essenza: si trasforma in sviluppo della non libertà. Di anno in anno sempre più brutale è diventato il servaggio del contadino, sempre più è andato assottigliandosi il suo diritto alla terra; nel frattempo la scienza russa, la tecnica, l’istruzione erano in continua crescita, pari alla crescita della sua schiavitù.

Viceversa…

La storia dell’umanità è la storia della sua libertà. La crescita della potenza dell’uomo si esprime innanzitutto nella crescita della libertà. Il progresso è essenzialmente progresso della libertà umana. Giacché la vita stessa è libertà, l’evoluzione della vita è evoluzione della libertà.

Di questo e altro narra Tutto scorre, apparso nel 1970. Tra queste pagine viene narrata una storia che forse ci piace dimenticare, che ci sembra lontana, che non ci tocca. Eppure, anche se tutto scorre, tutto può tornare, in altre forme.