Culturalmente corretto. Una bestemmia

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Zona di Disagio.

Non è più una questione di valore, ma di nomi, perché questo torrente di fango chiamato cultura, in cui ormai sguazza di tutto, ha bisogno di influencer, di sponsor, di costruttori di tendenze, per sfociare senza ostacoli nel mare della mediocrità. E sia ben chiaro, tutti siamo parte di una democrazia banale, che attraverso la scusa della libertà d’espressione protegge coloro che edificano le nuove sovrastrutture.

Quando ognuno viene lasciato libero di alimentarsi solo delle proprie opinioni, alle quali viene riconosciuta anche una momentanea ed effimera autorevolezza, allora vuol dire che l’élite sta costruendo un nuovo recinto nel quale rinchiudere la massa. È questo il vero complotto. È nel momento in cui si è convintissimi di pensare con la propria testa, sfruttando però le fonti, i mezzi e i canali del potere, che l’élite cuce addosso alla massa il vestito che crede di aver scelto autonomamente.

Il risultato sarà un’indotta illibertà mascherata da democratica diatriba.

In questo periodo produttore di opinioni, di merci culturali, di pubblicità progresso che impongono la distruzione di ogni singolarità, tutti hanno potuto assistere al fenomeno di un pensiero autarchico, autosufficiente al vociare quotidiano che non deve superare certi limiti, ma deve rimanere confinato nel suo limbo in cui nulla è chiaro e nessun problema viene risolto. Più informazione e prodotti culturali si creano, più si può gridare “viva la democrazia”, “viva la libertà di espressione”, ma intanto la vista si annebbia e il cammino diventa difficoltoso; scambiamo i nostri passi claudicanti per passi di danza.

Il culturalmente corretto dei nostri tempi è solo il necessario sforzo quotidiano richiesto a ognuno di noi, attraverso cui le opinioni contrastanti possono sfociare nella confusione. È di fronte a questo continuo chiacchiericcio, spacciato ogni giorno come confronto democratico, che si impone la dittatura del pensiero debole, che non ha nulla a che vedere con i nobili fini di principi sacrosanti come la sospensione del giudizio, l’opinione ragionata e la scepsi.

Il culturalmente corretto è il mezzo tramite cui la mediocrità diventa regola, in cui la democrazia è bolgia di parole, in cui la politica è litigio di facciata, in cui il lavoro è solo attività per garantirsi una mera sopravvivenza, in cui l’élite costruisce un cielo di idee nefaste illuminate da un sole artificiale.

“Un libro e una rosa rossa”. 23 Aprile Giornata mondiale del Libro

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il 23 Aprile si celebra la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’autore, indetta dalla Conferenza generale dell’Unesco. La scelta della data non è casuale ma, anzi, di grande effetto. Nel 1616 morirono tre grandi autori: William Shakespeare, Cervantes e Inca Garcilaso de la Vega.

Dal 2001 l’Unesco e le organizzazioni internazionali che rappresentano i tre principali settori dell’industria del libro: editori, librai e biblioteche, decidono una capitale alla quale assegnare questo ruolo per un anno.

La prima fu Madrid, l’anno successivo fu Alessandria d’Egitto, poi fu la volta di New Delhi, Antwerp, Montreal, Torino, Bogotà, Amsterdam, Beirut, Ljubljana, Buenos Aires e Yerevan. Nel 2013 fu Bangkok, in Thailandia, mentre nel 2014 è stata la volta di Port Harcourt, in Nigeria. La capitale mondiale della Giornata Mondiale del Libro 2020 ci porta in Malesia, a Kuala Lumpur. Mentre quest’anno ci troviamo a Tbilisi in Georgia.

L’obiettivo della Giornata è quello di incoraggiare a scoprire il piacere della lettura e a valorizzare il contributo che gli autori danno al progresso sociale e culturale dell’umanità . Il messaggio è rivolto principalmente ai giovani che, tramite la parola scritta, possono ripercorrere le gesta delle donne e degli uomini che hanno contribuito al progresso sociale e culturale.

Il libro e la lettura rappresentano un mezzo indispensabile di approfondimento e di conoscenza di noi stessi, degli altri e del mondo, e soprattutto nei periodi di incertezze e precarietà ci aiutano a guardare avanti fiduciosi. Promuovere la lettura serve a formare cittadini oltre che informati, che abbiano capacità di capire quello che leggono e quello che ascoltano, farsi delle proprie opinioni, crescere, non solo da un punto di vista culturale, ma anche sociale ed economica.

Investire nella lettura, soprattutto per i più piccoli, nelle scuole, significa investire sul futuro di un Paese. Quando non lo si fa, i risultati sono quelli di un Paese che non legge, che non capisce. Sostanzialmente di un Paese che non cresce.
Le cose che si amano a mio avviso, si amano da subito. La lettura, i libri, soprattutto se promossi e letti nelle famiglie e nelle scuole fanno sì di intraprendere un cammino per un grande amore. L’idea della giornata mondiale del libro ha origine in Catalogna dove il 23 aprile viene offerta una rosa per ogni libro venduto. San Giorgio è una festività molto sentita in Catalogna. 

La leggenda narra che un drago terrorizzasse un villaggio della regione e che per placare la sua ira gli abitanti gli davano in pasto degli animali. Col passare del tempo questi non furono più sufficienti ad ammansire la bestia, così la popolazione fu costretta ad immolare le persone. Il giorno che questa crudele sorte toccò alla figlia del re, un cavaliere di nome Jordi (Giorgio, in catalano) combatté con il drago per salvarla. Fu così valoroso ed impavido che con la sua spada uccise il mostruoso animale e da uno spruzzo di sangue spuntò una rosa rossa, che Jordi donò alla fanciulla.

Così nel 1926 un editore valenzano, Vicent Clavel i Andrés, fuse leggenda e storia unendo il simbolo del libro, che ricordava gli scrittori, alla rosa di San Giorgio dando vita alla “Festa dei libri e delle rose“.

Leggenda, anniversari, amore per la lettura e per i libri si fondono e promuovono questa bella festa in cui gli innamorati, i fidanzati e tutte le persone che si vogliono bene si regalano libri e rose. E così, ecco la giornata dei libri… e delle rose!

Roberto Calasso, L’innominabile attuale, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Satisfiction

Chi è l’uomo secolare? Si tratta di un individuo senza identità, in cerca di qualcosa. È colui che prova a darsi un nome e un cognome, che tenta di trovare il suo spazio in una società ripiegata su se stessa. L’uomo secolare non crede più nel sacrificio e non sa riconosce cosa sia sacro e cosa sia profano. Il sacro infatti è stato ucciso.

Il sacro è qualcosa di invisibile, che sta al di sopra dell’uomo; ma in una società che ha come unico punto di riferimento se stessa, l’invisibile è semplicemente qualcosa che non si vede; pertanto, ciò che non si vede non esiste.

Dunque, il materialismo ha vinto? No, per Calasso il problema è un altro: la religione è morta ed è stata sostituita da un blando concetto di gnosi, che ha reso tutti senza identità e senza radici. L’uomo secolare si è affidato alla scienza e alla tecnica. Pensa che l’immortalità sia nella virtualità. Il nuovo Eden è internet, luogo dove prevale l’informazione piuttosto che la conoscenza.

I nuovi guru sono i transumanisti, sviluppatori dell’intelligenza artificiale e di strane macchine che vogliono sottrarre l’individuo dal suo naturale processo di entropia. Internet, infatti, è il luogo dove tutto diventa reversibile, dove le identità si auto-promuovono. Una auto-promozione senza tempo, costantemente narcisistica. Poi interviene l’intelligenza artificiale, attraverso la quale si prova a dare ai robot una coscienza. Già, la coscienza! L’unica cosa invisibile in cui l’uomo ancora crede.

L’innominabile attuale è un saggio lucido, che analizza la nostra epoca. Calasso mette hacker e terroristi sullo stesso piano, degradando a turista l’europeo contemporaneo. Il turista è colui che non ha radici, che attraversa ogni posto con lo sguardo trasognato, senza porsi però troppe domande. Tutte queste categorie fanno parte di un mondo sfuggente. Ignorano il passato, preferendo di gran lunga il futuro; ossia, quell’avvenire senza contorni che però sarà “di sicuro migliore”.

Come siamo giunti a questo punto? Calasso ce lo spiega passo dopo passo con un pizzico di ironia. Il suo è un linguaggio da satiro. Il suo obiettivo non è quello di indurci a riflettere, ormai c’è poco da meditare; bensì, è quello di delinearci una realtà nella quale si muovono tante tribù; a noi il compito di riconoscerci in una di queste.

L’innominabile attuale parla di una realtà in cui prevale l’inconsistenza e nella quale non c’è spazio per la sicurezza. Pertanto, l’EsserCi è un qui-ora dalle coordinate incerte. L’uomo si muove con ansia; attende il futuro, ma considera il suo presente eterno.