Jörg Fauser, Materia prima, L’Orma

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Di questo libro ne avevo sentito parlare con grande entusiasmo da un amico che per anni ha vissuto in Germania. Disse che era “controcorrente e autentico”, molto vicino al nostro Tondelli. Appena venuto a conoscenza della pubblicazione da parte de L’Orma editore, ho deciso di richiederlo e l’Ufficio stampa mi ha risposto “certamente, ma ne abbia cura. È un libro prezioso”. Tutto ciò ha accresciuto la mia curiosità verso quest’opera, che ho letteralmente divorato.

Fauser è quasi sconosciuto in Italia, ma per tanto tempo lo è stato nella sua nazione. È nato nel 1944, è morto nel 1987 in circostanze misteriose. Poeta, sceneggiatore, ma anche fattorino, magazziniere, alcolizzato ed ex tossicodipendente. Insomma, ha vissuto tra rivoluzione e controrivoluzione; è stato un artista di strada, un uomo in cerca di un posto di lavoro e uno di quelli sul quale nessuno avrebbe puntato quattro soldi.

Tutto ciò lo ritroviamo anche nel romanzo. Materia prima narra le vicende di Harry Gelb, giovane in cerca di se stesso nella Germania dei primi anni settanta. Diviso tra aspirazioni artistiche e la necessità di stringere qualcosa di sicuro tra le mani, il protagonista non è altro che l’alterego di Fauser, che rimodella le sue esperienze e le fissa sul foglio, in ricordo di anni, in cui a fase alterne hanno dominato ambizione e apatia.

Così apprendiamo qualcosa di più su quella Germania rivoluzionaria, in cui ci si prepara alla rivolta comunista; in cui la droga e l’alcol alleggeriscono l’angoscia per il domani, dando forma a una vibrante utopia; in cui la controcultura prova a farsi spazio e le contaminazioni sono accolte con benevolenza; in cui tutti si sentono pronti per una grande missione.

Ma in mezzo a tutto questo trambusto, Fauser ha conservato un pizzico di lucidità e il suo romanzo ne è la prova. Queste pagine mettono in luce un periodo che non tornerà più, ma annunciano anche la futura catastrofe, ossia, quella di una rivoluzione incompiuta, che ha poi creato un’intellighenzia radical-chic conformatasi al più becero qualunquismo.

Proprio questo elemento fa di Materia prima un romanzo che non può essere classificato nella stretta cerchia della letteratura della Beat Generation. Nonostante Fauser sia il pioniere in Germania di questa corrente, e nonostante il suo interesse verso il cut-up e Burroughs – l’incontro con lo scrittore americano viene raccontato nelle pagine di quest’opera – egli aggiunge un tocco riflessivo e introspettivo alla sua prosa.

Gelb, il protagonista del libro, è prima di tutto un ragazzo che ha “sete di vita”, quindi, di esperienze. Fauser parte proprio dalle vicissitudini personali, alcune delle quali sono state ricercate autonomamente. Insomma, lo scrittore non si è affidato al fato, ma a se stesso. Pertanto, quest’opera è allo stesso tempo un inno alla vita e un invito alla moderazione; così come sa spezzare una lancia in favore dell’utopia, ammettendo però che non è tutto oro ciò che luccica.

Un libro controverso, testimonianza di un’epoca che ancora non è stata esaminata del tutto; un’opera che bisogna leggere, in nome di un artista che ha saputo vivere con ironia e disperazione.

Auguro a tutti voi buona lettura.

William Burroughs, un Pasto nudo che ancora gela l’anima

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Riaccostarsi alla lettura di questo testo, apparso per la prima volta nel 1959,  non fa male a nessuno. Pasto nudo è un pezzo raro di follia, di nichilismo e di profonda discesa nell’essere, che qualsiasi amante della letteratura dovrebbe almeno conoscere.

Burroughs scrive un trattato su se stesso e, da  appartenente alla frangia avanguardistica della beat generation, racconta la sua condizione di omosessuale e tossicodipendente, incarnando le sembianze di William Lee.

Interessante anche la lettura che dà del mondo della droga, visto come tentativo per controllare le persone. Burroughs fa rappresentare questo concetto dalla figura del dottor Benway, uno scienziato che ricerca sistemi di controllo non violenti delle masse. La droga è uno di questi,  visto che assuefa e dà un’estasi che azzera il pensiero.

Lo scrittore, proveniente da una ricca famiglia americana, definito dai suoi stessi genitori una pecora nera, riversa tutte queste violente frustrazioni in un quadro allucinato e schietto. La malattia della droga, di cui egli stesso è vittima, diventa mondo a sè, luogo in cui nefandezze, volgarità e passioni si scatenano.

Il lettore spesso e volentieri faticherà a trovare un filo conduttore in questo accavallarsi di immagini, che rimbalzano da un luogo all’altro. Sarà shockato dalla sadica descrizione di alcune scene. La sua morale sarà messa a dura prova, ma come spiegherà proprio l’autore alla fine del libro: “La malattia non è per chi ha lo stomaco debole”.

La malattia di cui Burroughs parla non è solo quella della droga, ma anche del pregiudizio, dell’indifferenza e dell’assenza di umanità. In un mondo in cui la sensibilità è corrotta, lo scrittore americano propone un libro riflessivo e ironico. Come per tutti i capolavori: pochi comprendono, molti amano solo dopo aver tanto disprezzato.

Non è un caso anche il titolo del libro, che gli fu suggerito da Kerouac. “Per Pasto nudo intendo l’istante raggelato nel momento in cui si vede ciò che sta sulla punta della forchetta”. Una similitudine azzeccata, dunque, per un testo amaro, cinico e ironico ma difficile da digerire.