William Burroughs, un Pasto nudo che ancora gela l’anima

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Riaccostarsi alla lettura di questo testo, apparso per la prima volta nel 1959,  non fa male a nessuno. Pasto nudo è un pezzo raro di follia, di nichilismo e di profonda discesa nell’essere, che qualsiasi amante della letteratura dovrebbe almeno conoscere.

Burroughs scrive un trattato su se stesso e, da  appartenente alla frangia avanguardistica della beat generation, racconta la sua condizione di omosessuale e tossicodipendente, incarnando le sembianze di William Lee.

Interessante anche la lettura che dà del mondo della droga, visto come tentativo per controllare le persone. Burroughs fa rappresentare questo concetto dalla figura del dottor Benway, uno scienziato che ricerca sistemi di controllo non violenti delle masse. La droga è uno di questi,  visto che assuefa e dà un’estasi che azzera il pensiero.

Lo scrittore, proveniente da una ricca famiglia americana, definito dai suoi stessi genitori una pecora nera, riversa tutte queste violente frustrazioni in un quadro allucinato e schietto. La malattia della droga, di cui egli stesso è vittima, diventa mondo a sè, luogo in cui nefandezze, volgarità e passioni si scatenano.

Il lettore spesso e volentieri faticherà a trovare un filo conduttore in questo accavallarsi di immagini, che rimbalzano da un luogo all’altro. Sarà shockato dalla sadica descrizione di alcune scene. La sua morale sarà messa a dura prova, ma come spiegherà proprio l’autore alla fine del libro: “La malattia non è per chi ha lo stomaco debole”.

La malattia di cui Burroughs parla non è solo quella della droga, ma anche del pregiudizio, dell’indifferenza e dell’assenza di umanità. In un mondo in cui la sensibilità è corrotta, lo scrittore americano propone un libro riflessivo e ironico. Come per tutti i capolavori: pochi comprendono, molti amano solo dopo aver tanto disprezzato.

Non è un caso anche il titolo del libro, che gli fu suggerito da Kerouac. “Per Pasto nudo intendo l’istante raggelato nel momento in cui si vede ciò che sta sulla punta della forchetta”. Una similitudine azzeccata, dunque, per un testo amaro, cinico e ironico ma difficile da digerire.

William Burroughs, I ragazzi selvaggi, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Satisfiction

Ha più di quarant’anni ma non li dimostra. Adelphi ce lo ripropone, anzi ce lo sbatte in faccia, perché I ragazzi selvaggi è un pugno in pieno viso. Ci rompe il setto nasale e ci stordisce parola dopo parola. Burroughs non ha bisogno di presentazioni, ogni virgola che aggiungiamo alla sua storia è solo un esercizio di stile che metterebbe in mostra solo un po’ di eruditismo.

Burroughs è uno scrittore che bisogna prendere così com’è. O si ama o si odia. Il suo stile è crudo, sporco, scurrile. Tocca i sensi, in alcuni casi lo stomaco, ma quando leggi le sue opere senti il suo malessere celato dietro un’ironia che sbeffeggia l’uomo e la sua natura. Il cattivo ragazzo, scacciato dalla sua famiglia; l’uomo perverso, omosessuale e drogato, ebbe il merito di consegnare alla letteratura pagine lisergiche. Per cultori senza paraocchi.

I ragazzi selvaggi non è da meno. Non è Pasto nudo ma la matrice è quella. Tra queste righe parla la ribellione. Ancora una volta Burroughs inventa un mondo parallelo e libera i suoi fantasmi, il suo humour nero.

Una rivolta si muove in tempi diversi. Coinvolge gli Stati Uniti e l’America Centrale. L’obiettivo è quello di distruggere ogni legge e ogni controllo poliziesco. A fomentarla sono ragazzi emarginati, drogati, pervertiti. A seguire tutto c’è lui, il narratore che scruta con la sua cinepresa e filma finché anche lui non viene ammaliato in questa rivoluzione che non ha niente di educativo. È un atto irrazionale e porta il sorriso. Lui, il regista, è il potere che si corrompe facilmente.

Burroughs usa qui il sesso come liberazione dalla carne. Lo esaspera. Non gli interessa scioccare ma creare un’assuefazione che si trasformi in disgusto. Ogni atto di perversione è un rito. Celebra la distruzione del corpo affinché lo spirito si riappropri del suo primato. Ma I ragazzi selvaggi è prima di tutto un’opera ironica. La ribellione degli emarginati è il sorriso che ti incula e ti ammazza.

Questo libro è stato scritto nel 1969. In diverse parti del mondo le “Primavere” svilupparono falsi miti. Lo stesso Burroughs lo riconosce, ma la sua opera rimane prima di tutto un affresco di quegli anni. Un invito all’anarchia, ma in cui anche le sue frustrazioni si trasformano in ironici esperimenti.

Al di là dell’opera, questo cattivo ragazzo ha avuto il coraggio di mettersi a nudo e di darsi in pasto a selvagge evasioni letterarie.