Le Piccole Donne di Louisa May Alcott

Articolo a cura di Letizia Falzone

Louisa May Alcott nasce negli Stati Uniti nel 1832.
Seconda di quattro sorelle, iniziò a lavorare molto giovane a causa delle condizioni precarie in cui versava la famiglia. Fu governante in alcune famiglie, domestica e insegnante, ma trovava anche il tempo per esercitarsi e sperimentare con la scrittura. Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, si interessò ai diritti delle donne, soprattutto all’estensione del

diritto di voto, diventando la prima donna a iscriversi negli elenchi per l’elezione di un consiglio d’istituto scolastico a Concord. Negli anni Cinquanta la famiglia ebbe di nuovo gravi problemi finanziari, lei stessa non riusciva a trovare un lavoro, ebbe un periodo di depressione e meditò persino il suicidio.

Louisa diventò una convinta sostenitrice dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti e una femminista, iniziando a scrivere articoli e brevi saggi per la rivista Atlantic Monthly. Lavorò come infermiera durante la Guerra Civile, ma per meno di due mesi,  perché poi si ammalò gravemente di tifo, malattia che la costrinse a una lunga convalescenza. Pochi anni dopo, iniziò la produzione di alcuni romanzi usando uno pseudonimo, per lo più raccontando storie d’amore ad effetto e con diversi colpi di scena.

Ma è nel 1868 che sale al successo scrivendo il primo libro di Piccole donne, un racconto semi-autobiografico della sua infanzia vissuta con le altre tre sorelle a Concord. La seconda parte, Piccole donne crescono, fu pubblicata nel 1869. Scrisse in seguito altri due romanzi sulla storia delle quattro sorelle, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, terminando la saga nel 1886.

Il romanzo racconta le vicende delle quattro “piccole donne” della famiglia March: Meg, Jo, Beth e Amy. La storia è ambientata in Pennsylvania, durante la guerra di secessione americana che porta il padre delle ragazze al lontano fronte, costringendo la famiglia di sole donne a cavarsela con le proprie forze. In questo anno narrato, le ragazze, con i loro pregi e difetti, pur essendo economicamente in difficoltà e costrette ad affrontare i problemi tipici dell’adolescenza, imparano a crescere e diventare “donne” responsabili e pronte ad affrontare i problemi della vita.

Quattro protagoniste, con caratteristiche e aspirazioni tanto differenti tra loro, ma con un forte senso della famiglia. La Alcott per la prima volta si rivolge ad un pubblico adolescente, con una storia incentrata solamente su ragazze, in cui la figura maschile non è al centro del racconto.

Piccole Donne è un romanzo di formazione amato da adulti e bambini, e che riesce a spiegare le trasformazioni fisiche, ma soprattutto caratteriali, che le giovani donne subiscono durante la fase adolescenziale, rendendo questo libro una pietra miliare nella letteratura. Ci sarà un perché se la Alcott, che nella sua vita ha scritto più di 300 libri, è stata consegnata alla storia della letteratura e delle donne dall’unica opera che non voleva scrivere. Ci ha impiegato solo 10 settimane a buttare giù quel romanzo di formazione al femminile che andava troppo stretto a un’attivista per i diritti in rosa come lei .

Il punto di forza dell’opera non sta nei colpi di scena, ma nei personaggi. Piccole Donne è un romanzo corale, in cui ognuna delle quattro sorelle ha la sua importanza, il suo sogno, una storyline ben definita. Il fatto che la fascia d’età rappresentata sia così ampia e che ogni carattere trovi spazio nella famiglia contribuisce al suo successo: è praticamente impossibile non riuscire a identificarsi in almeno una delle quattro sorelle March.

Jo March, la protagonista di Piccole donne, è chiaramente ispirata alla vita e al modo di pensare di Louisa May Alcott, con la sola differenza che nella realtà Alcott non si sarebbe mai sposata, a differenza della sua eroina. Tant’è che non si è piegata fino in fondo al volere dell’editore.  Lui suggeriva, ad esempio, che Jo sposasse Laurie, Louisa la voleva assolutamente zitella, pardon, single.

In una intervista, Alcott avrebbe in seguito raccontato di essere rimasta nubile perché nella vita “mi sono sempre innamorata di molte ragazze carine, ma mai una volta di un uomo”. Per le altre tre protagoniste della saga, Alcott si ispirò alle proprie sorelle, ma in modo più sfumato e talvolta mettendo insieme le caratteristiche di più di una in un personaggio. Ma nel romanzo non ci sono solo la scrittura e l’anticonformismo di Jo, troviamo anche i primi amori e il teatro di Meg, la dolcezza e la musica di Beth, il disegno e i capricci di Amy. Forse, perché modellate su persone realmente esistite, nessuna di loro sembra un personaggio, una maschera. Sono veri e propri esseri umani con sogni, passioni e concezioni della vita ben precise e differenti, a dispetto della loro giovane età.

L’insegnamento più importante che le sorelle March possono dare oggi a noi donne credo sia proprio questo: la sorellanza. Nel libro molto spesso le sorelle battibeccano e non si capiscono, ma sono sempre pronte ad aiutarsi l’una con l’altra: non importa se il loro sogno è fare la mamma, la scrittrice o la pittrice a Parigi, loro non giudicheranno e faranno il possibile per aiutare a realizzarlo.
Inoltre, ciascuno dei talenti delle quattro sorelle viene costantemente incoraggiato dagli adulti presenti nel romanzo e all’interno del nucleo familiare non vengono mai scoraggiate a fare qualcosa in quanto donne; allo stesso tempo, vengono spronate a correggere i loro difetti. Non è soltanto Jo che deve imparare a comportarsi da signorina e avere una cura migliore della sua persona, ma Meg e Amy devono diventare meno egoiste e vanitose, Beth vincere la sua timidezza patologica. I personaggi di Piccole Donne continueranno a sbagliare fino alla fine del romanzo, ma lo faranno sempre con una consapevolezza crescente.

Piccole Donne può quindi essere considerato un romanzo femminista?
Mi sento di rispondere.

Piccole Donne continua ad essere un romanzo femminista per un motivo tanto chiaro quanto semplice: le sorelle March vengono educate come esseri umani, non come donne. Via i corsetti, sì all’esercizio fisico e ai libri, ognuna di loro è libera di affermare la propria personalità e il proprio carattere: quattro personaggi che, lontani dagli stereotipi, chiedono e ottengono il proprio spazio.

“Le donne hanno una mente e un’anima, oltre che un cuore. Hanno ambizioni e talento, oltre alla bellezza, e sono così stanca delle persone che dicono che l’amore è tutto ciò per cui una donna è adatta.”

Tommaso Marinetti, quella Democrazia futurista finita in malora

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Decentramento, divorzio, emancipazione femminile, libero amore, partecipazione degli operai alla gestione delle aziende. Non è il programma politico di un partito dei nostri giorni, ma le proposte formulate nel 1919 dal partito Futurista.

La casa editrice Idrovolante lo ha ripubblicato a poco meno di un secolo dalla sua uscita. Ad introdurre il testo Francesco Giubilei, giovane editore, nonché autore dell’interessante biografia su Leo Longanesi.

Una storia controversa quella dell’avanguardia artistica italiana, che all’inizio del ‘900 si presentò come una forza rivoluzionaria, anarchica ma patriottica, esaltatrice del gesto distruttore da rivolgere verso tutto ciò che era antico. Il fascino per il passato, quello che Marinetti apostrofava passatismo, era per gli arditi avanguardisti il vero male dell’Italia.

Il Futurismo nacque come avanguardia artistica e poi si trasformò in partito politico. L’errore per molti fu quello di assecondare le posizioni del Fascismo, tentando di diventare officina culturale del movimento di Mussolini. Ma così non è stato.

Ma tornando a Democrazia Futurista, ciò che colpisce di questo libro, aldilà di alcune proposte oltranziste, è la lucida analisi dell’Italia del primo dopoguerra e il bisogno di una rivoluzione a tutto tondo. Di sicuro rimangono impresse le pagine profetiche in cui Marinetti si trasforma in veggente.

La riforma agraria, della famiglia, della scuola, del lavoro e dello Stato. Sono proposte che oggi vengono vagliate, non perché a Montecitorio hanno scoperto il Futurismo, ma perché la società è cambiata. Quell’evoluzione che Marinetti avrebbe voluto anticipare con una rivoluzione dei costumi e della politica italiana, oggi ci avrebbe portato ad essere avanti di un secolo.

Di sicuro nel 1919 le proposte contenute in questo libro hanno fatto sorridere tanti. Marinetti, infatti, fu definito da più parti un folle istigatore. Ma la storia non si fa con i “sé” e con i “ma”. Certamente, questo testo merita di essere letto e soprattutto necessità di una profonda analisi che lo esuli anche dal periodo in cui è stato concepito.

La prima considerazione che si potrà fare è che i mali descritti da Marinetti e che il Partito Futurista voleva annientare sono rimasti gli stessi. Leggere per credere, anche se la cosa non stupirà più di tanto. Ma ciò che davvero vi lascerà di stucco è come le soluzioni proposte dai futuristi, oggi, sono temi di dibattito. E ripeto, non perché in Parlamento abbiano rispolverato questo libro, ma perché questo testo ha anticipato i tempi.

Marinetti è da sempre un autore odiato da alcuni, snobbato da altri, denigrato da più parti e anche dimenticato. La lettura di Democrazia Futurista non aggiunge nulla all’idea che ognuno di voi ha su questo movimento, certamente darà la possibilità di comprendere come l’immobilismo italiota non è una questione politica dei nostri giorni, ma una questione vecchia 156 anni.

Altro che questione meridionale.