Raw. Un horror oltre gli stereotipi di genere

Recensione di Gianni Vittorio

La nuova ondata di registi francesi sta facendo rinascere il cinema d’oltralpe. Tra questi vi rientra a pieno titolo la giovane Julia Ducournau, fresca di vittoria a Cannes 2021 con l’osannato ma controverso Titane. Per parlare della sua poetica bisogna necessariamente partire dal suo esordio.

Raw, il suo primo film datato 2016, rappresenta la prosecuzione di un certo cinema horror di rottura, inteso come rottura con uno stile ben definito. La linea che separa l’horror puro con il thriller psicologico è stata tracciata molto bene dal grande regista canadese Cronenberg. Basti pensare a film cult come Crash oppure Videodrome.

Nel 2016 la debuttante regista francese realizza uno straniante e disturbante horror di formazione, descrivendo la scoperta di segreti interiori della giovane protagonista Justine (Garance Marillier) e del suo rapporto conflittuale con la sorella maggiore Alexia (Ella Rumpf). Justine inizia a frequentare il primo anno della facoltà di veterinaria all’Università di Liegi. Già per i suoi genitori, così come per la sorella, studentessa della stessa facoltà, la scelta di curare gli animali è come una tradizione familiare che viene rafforzata dall’essere una vegetariana. Se la prima parte della storia ha una narrazione lenta e criptica, la seconda invece si mostra in tutta la sua crudezza e violenza, senza risparmiare immagini dure allo spettatore di turno.

Ciò che emerge con efficacia è il rapporto di attrazione-repulsione verso la carne, dapprima vista come un tabù, poi trasformata in oggetto da possedere.

Una delle cose più interessanti del film è l’uso dei campi lunghi, scelta voluta dalla Ducournau per rendere l’occhio di chi guarda voyeristico. Ciò che non si comprende pienamente è la volontà della regista, visto che la narrazione sembra fermarsi e indugiare troppo sul conflitto tra le due sorelle, come se l’aspetto sociologico passasse in secondo piano. Ma rimane comunque il furore controllato di una regia elegantissima ma fredda, alla francese.

Raw può essere anche letto come una rappresentazione di un viaggio iniziatico verso la maturità di Justine, ossia, il fatidico passaggio dall’adolescenza all’età adulta che termina con la trasformazione in donna che esercita il potere sugli uomini. Altra caratteristica peculiare che troviamo in questo film è la figura degli uomini, visti come soggetti passivi, trasformati in oggetti da possedere, usati solo per il proprio piacere, i cui corpi diventano carne di cui cibarsi.

Tutti questi elementi verranno portati avanti con l’ultima opera già citata, Titane, di prossima uscita nelle sale italiane.

Gianlorenzo Franzì. Noi siamo i morti. Augh!

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Un romanzo in cui si intrecciano tre storie che viaggiano fino a un certo punto su linee differenti. Poi, sogno e realtà, orrore e stupore si uniscono in un coro di voci che pian piano si dissolve, fino a diventare un solo grido.

La realtà ha tante facce, così come la quotidianità. Soprattutto, ciò che viviamo non è mai circoscritto, ma è un frammento di un’infinita serie di concatenazioni in cui l’origine del “Tutto” è impossibile da scovare. Gianlorenzo Franzì è un autore calabrese. La sua scrittura delinea scenari. Ognuno di esso è luogo e non-luogo in cui accadono fatti che non pretendono di essere catalogati o collocati. Sono lì, a disposizione dei nostri sensi.

Franzì si ispira molto al Philip Dick più visionario. Diventa un intransigente ricercatore della verità del fatto, ma, come è giusto che sia, si arrende a una realtà soggettiva. Mostra che la razionalità, la logica e l’ordine sono per l’uomo solo fonti di sopravvivenza. Sa bene che il soggetto ha bisogno di punti di riferimento; molte volte, il lettore è una persona che pretende di capire, di ritrovare i suoi pensieri e la sua visione del mondo in un libro. Franzì, invece, lo invita a disarmarsi e a calarsi nel romanzo.

In Noi siamo i morti ci sono personaggi che si sentono investiti dagli eventi, che giocano con il destino, che sono ossessionati dalle loro visioni. C’è una sorta di Grande Fratello che inietta cinismo nell’illusione. Ci sono omicidi in cui le vittime possono essere anche assassini. In questa follia, Franzì fa accomodare il lettore al quale viene chiesto semplicemente di lasciarsi trasportare in un mondo che “potrebbe esistere”; perché, dopotutto, ogni mondo è possibile.

Un romanzo da scoprire pagina dopo pagina e che ci fa anche conoscere uno scrittore impegnato nella critica cinematografica e teatrale, che merita più di qualche semplice apprezzamento.

Nomadland. Un cinema di sguardi

Recensione di Gianni Vittorio

Il cinema di Zhao è un cinema fatto di sguardi, dolori, emozioni e paure. Il suo ultimo film, Nomadland, vincitore annunciato di ben 6 premi Oscar, è un ritratto spietato della parte più nascosta dell’America, il Nevada, stato ricco di contraddizioni. Ma è anche la storia di una donna tenace, interpretata da Frances McDormand.

Il film ha quasi un approccio documentaristico, ma sa mettere in correlazione finzione e realtà. La vicenda è tratta dal libro di Jessica Bruder dal titolo Nomadland: Surviving America in the Twenty-First Century, pubblicato nel 2017. La stessa autrice per scrivere il libro ha dovuto vivere dentro un camper per poter documentare la vita della comunità nomade che incontrava.

Tutto ruota attorno a Fern, la quale, rimasta vedova e senza lavoro decide di cambiar vita. Così, gradualmente entra a far parte di una comunità nomade, parte col suo van e inizia a conoscere gente, si prende cura di loro, ma non si ferma mai. Continua fare piccoli lavori occasionali, e anche se incontra degli ostacoli riesce sempre ad evitarli grazie alla sua forza di volontà.

Il cinema di Zhao, che può sembrare retorico ad una prima lettura, è invece cinema del profondo, perché riesce a scavare nell’anima delle persone, è ritrovare se stessi nello sguardo degli altri. È poetica visiva attraverso un viaggio, quello di Fern, un trip-road reso ancor più emozionante dalle musiche sublimi di Ludovico Einaudi, che accompagna la protagonista nel suo viaggio esistenziale.

Infine Nomadland riesce bene a far emergere i conflitti di una società americana, fatta di contrasti, da un lato il capitalismo sfrenato ed estremo (basta vedere le scene dentro la fabbrica Amazon), e la comunità nomade che vuole rimanere in contatto con la natura cercando di affrancarsi dal consumismo spietato dei giorni nostri.

L’ennesima fine del sogno americano.

Arthur Schnitzler, un Doppio sogno che ha fatto epoca

Se la letteratura ha il compito di stravolgere il pensiero comune e soprattutto di dare al lettore, sia accanito che occasionale, altri punti di vista dai quali scrutare il mondo, allora il libro di Schnitzler risponde a queste esigenze.

Scritto nel 1926 da un medico austriaco con la passione per la letteratura, il libro narra di una coppia di coniugi, Albertine e Fridolin, che vivono una vita apparentemente normale, borghese, felice, ma piatta. La loro voglia di evadere si tramuta in sogni, in feste inquietanti che si tengono in saloni antichi dove donne e uomini mascherati praticano culti orgiastici. L’apparenza diventa realtà, i desideri nascosti si materializzano.

L’autore investiga in profondità l’animo dei protagonisti. Siamo nell’epoca della psicanalisi; le fantasie erotiche della borghesia del tempo diventano il pane quotidiano di Freud e compagni. Schnitzler ne è un degno seguace, mettendo la psicologia al servizio della letteratura. Ma la capacità di questo libro sta nel disorientare. Sogno e realtà si uniscono, impossibile distinguere l’uno dall’altra.

Fridolin è un medico. Una sera esce di casa dopo una breve discussione con la moglie. È notte. Comincia il suo cammino sospeso. Da una parte la città, dall’altra i suoi pensieri. Una discesa all’inferno; un mondo onirico, che non conosce, fa capolino dalla sua coscienza. Tutto termina in quello strano salone dove incontra qualcuno di familiare.

Il libro si legge in un paio di ore. La scrittura è fluida; appassionarvi a questo viaggio negli inferi sarà semplice come bere un bicchiere d’acqua. Però, le 114 pagine di questa favola lasceranno in voi segni profondi.

La storia, infatti, gioca con paure e istinti primordiali. Non è un caso che da questo romanzo di smarrimenti paralleli, Stanley Kubrick abbia tratto il suo Eyes wide shut.