Sonia Caporossi. Opus Metamorphicum. A&B Editrice

Ogni sistema teorico può essere annichilito? La risposta ce la dà Sonia Caporossi nel suo libro. La recensione di Martino Ciano è già stata pubblicata per Gli amanti dei libri.

Poiché la filosofia è poesia, concetto che Sonia Caporossi ribadisce molte volte, dobbiamo dedurre che tutto ciò che attraversa l’attimo è soggetto a un’intuizione deflagrante che solo in un secondo momento si sottomette alla logica. Ma il più delle volte ci si ritrova con dei carboni ardenti tra le mani.

Ma cos’è la logica se non il tentativo di ordinare, in base a strumenti umani, quindi, fallaci, l’esperienza? E soprattutto, ci si può fidare dei risultati conseguiti?

Opus Metamorphicum è la negazione di ogni sistema teorico. Dire “no” è la prima, se non l’unica, dichiarazione di guerra rimasta all’uomo. Negare è il primo passo di ogni nuova riflessione. Quando nella negazione viene posto anche un pizzico di ironia l’essere umano si mostra per ciò che è: un fesso che prova a capirci qualcosa.

In questo libro di monologhi, a parlare sono grandi filosofi, personaggi dei fumetti, uomini di scienza, donne mezzo-e-fine di Dio. Ognuno di loro si lancia in un discorso ossessivo e petulante; solo per Maria e per la Maddalena parleranno il Padreterno e Gesù, le due fanciulle resteranno “umili” ascoltatrici così “come impone la tradizione”. E in questo vortice di pensieri, tra l’assurdo e il tragico, si muovono le ragioni di una filosofia che è solo uno sforzo banale, che a nulla serve e a nulla porta, perché niente rimane della misteriosa metafisica se non un’opinione cangiante, contraddittoria, indimostrabile.

Cosa resta all’uomo se non prendere coscienza di essere un’opera in metamorfosi, in balia del divenire, mai stabile, mai sazio delle sue trasformazioni, sempre incapace di controllare ciò che lo muta. Così come il filosofo è dominato dall’angoscia, così Maria e la Maddalena sono sottomesse alla volontà di Dio. Ma non è anche Dio un pensiero che si fa carne e un sistema teorico costellato di concetti traducibili in un nulla è vero, tutto è possibile? Non è il pensiero un’energia simile alla libido, che rende l’orgasmo un’intuizione illuminante, quasi una noesi in carne e ossa?

Sonia Caporossi scrive un libro tremendamente ironico, distruttore di ogni favola metafisica, di ogni principio di equivalenza. Una prosa sperimentale, che si autocompiace e si suicida, che rinasce solo perché ha voglia di morire nuovamente, che si prende sul serio solo per ridere meglio di sé. Non è un’opera semplice, perché non si presta a tutti i gusti, ma è una serie di monologhi che fa a pezzi la filosofia e che riporta l’essere umano sul terreno dell’illogicità, del divenire, dell’annichilimento di ogni fobico ismo.

Paradossi di un vitalismo insensato. Una cospirazione… Omaggio a Thomas Ligotti

Che sia la coscienza la cospirazione contro la razza umana? Thomas Ligotti ne parla in questo libro pubblicato da Il Saggiatore. L’articolo è di Martino Ciano ed è già stato pubblicato per Zona di Disagio

Vivere, questo è davvero importante.

Perché continuare a vivere a tutti i costi e non darsi la morte quando non si trae più beneficio dall’esistenza? È una di quelle domande che non avranno mai risposta, o meglio, forse la risposta la conosciamo ma non vogliamo ascoltarla. Quando la coscienza ce la sussurra, tappiamo le orecchie alla nostra anima perché, dopotutto, la vita è un vizio al quale è meglio non rinunciare.

E così è sopravvissuta la nostra specie: la rampante e inquietante razza umana che nei millenni ha creato sistemi filosofici, nicchie interpretative, pompose religioni, ideologie romantiche. Tutta colpa della coscienza, spiegano alcuni. L’evoluzione della coscienza ha creato i suoi sistemi di protezione, ossia, illusioni che hanno alimentato l’istinto di sopravvivenza e l’affannosa ricerca del senso della vita.

Produrre risposte soddisfacenti capaci di smentire verità ovvie è stata e sarà l’attività preferita dell’umanità. La realtà ha sempre schiaffeggiato l’uomo, perché se è vero che dalla polvere si viene e alla polvere si torna, è altrettanto vero che il senso dell’essere-qui resta sconosciuto.

Attraversiamo la vita nell’incoscienza, crogiolandoci nel miraggio dell’eternità; da sempre, anestetizziamo l’angoscia per la morte, per il nulla, per l’annientamento, per la vanità di ogni cosa che facciamo sotto il cielo.

La cospirazione contro la razza umana di Thomas Ligotti è un piccolo viaggio nel pessimismo. Ma cos’è il pessimismo? Personalmente, il miglior modo per vivere sereni, per godersi il proprio tempo, per respirare senza angoscia, per non aver fretta, per riscoprirsi uomini. I danni del pensiero positivo sono inscritti nell’individualismo, nel buonismo, nel globalismo e in altri migliaia di ismi che attribuiscono all’uomo un ruolo di preminenza su tutto.

Essere ottimisti e felici a tutti i costi vuol dire vivere autodistruggendosi, perché l’uomo non domina, ma è dominato dalle illusioni, dall’etica del trasformismo, dall’evoluzione, dalla reificazione degli istinti. Tutto è mercato, ognuno è in vetrina con un prezzo. Ecco, la felicità è sentirsi ricchi anche se il valore delle proprie azioni crolla nel perenne giovedì nero.

Ma nel suo libro, Ligotti porta alla memoria anche tutti quei pensatori definiti pessimisti e abbandonati ai margini dai cattedratici. I motivi di questa “cancellazione”? La loro colpa è stata quella di non aver saputo creare sistemi teorici in grado di illudere l’umanità con la speranza dell’eternità, dell’ottimismo. Tra questi Camus, Zapffe, Schopenhauer e tanti altri.

La cospirazione contro la razza umana è un libro da maneggiare con cura perché non fa sconti, non lascia dubbi, è lapidario nei suoi giudizi. Ho letto tanti commenti su questo libro. Alcuni addirittura non sono riusciti ad andare avanti con la lettura, perché presi dal timore di non riuscire più a riprendersi. Forse è il caso di chiarire che tra queste pagine non c’è nulla di nuovo che già non sappiamo, che già non ci siamo domandati, di cui già conosciamo la risposta. Certamente, non è un libro per chi ama illudersi e si abbandona volentieri alla tentazione di esistere.

“Oltrepassare” ogni significato. Una recensione di Gianni Vittorio

Recensione a cura di Gianni Vittorio

Una fuga verso una nuova vita, percorrere la strada che altri hanno fatto, dimenticarsi delle proprie origini e del passato, ma tanto, prima o poi il passato ritorna sempre, ed i ricordi riaffiorano. Il nuovo libro dell’autore calabrese è una storia di fallimenti, di amori difficili e tormenti esistenziali. E lo fa con una tecnica abbastanza sperimentale, poiché la storia principale si intreccia con le riflessioni dello stesso io narrante, dando vita così ad una specie di romanzo/saggio dai contorni filosofici.

La struttura narrativa di Oltrepassare si articola attraverso due binari, da una parte il narratore, vero deus ex machina, dall’altra Emma, giovane donna sempre alla ricerca del suo ideale. Le sue vicende (che si intrecciano con quelle dello stesso narratore), ci vengono narrate tramite un diario ritrovato (il quaderno verde), appunti di una vita che attraversa ostacoli, vincoli di famiglia, e un amore complicato (Alfonso). Emma vive in una terra, quella calabrese, ostile agli stessi abitanti, un territorio che da sempre si è adagiato all’apparente benessere che le fabbriche e il lavoro hanno portato. Ma Emma non è come gli altri e cerca una via di fuga, e la trova andando via da casa. Forse la filosofia e gli studi l’aiuteranno a trovare un’ancora di salvezza?

“Ma l’essere umano non è programmato per l’amore, ma per l’incanto e l’illusione, tutte le cose che regalano incanto e illusione ci anestetizzano”. In principio fu il segno, dice Ciano, e oggi non esistono più tracce di simboli senza memoria. Nulla può essere compreso, forse la soluzione è davvero andare “oltre”, ed oltrepassare i ricordi, che sono tutto ciò che ci rimane, ma anche tutto ciò che ci uccide. Con uno stile molto personale il libro di Martino Ciano scorre lieve senza pause, e la narrazione risulta fluida nonostante il doppio canale Dio narratore/Emma, stratagemma attraverso il quale realtà ed immaginario si abbracciano alla perfezione.

E noi lettori entriamo come rapiti in un mondo che riesce ad essere nello stesso tempo realistico, ma visionario. Poiché alla fine “la vita è un sogno che la mente trasforma in realtà”.

(Oltrepassare, Martino Ciano, A&B Editrice, 2021)

Emil Cioran. Un apolide metafisico. Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

È stato il più grande tra tutti gli scrittori per il solo motivo di non voler apparire. Ha amato coloro che volevano rimanere ai margini. Per lui, le puttane e i contadini sono stati i migliori sofisti della storia; la filosofia del marciapiede e quella del vivere quotidiano hanno saputo dargli risposte concrete, così come le intuizioni degli analfabeti e dei diseredati gli hanno dissipato i dubbi più degli intellettuali. Per Emil, la conoscenza non salva e non rende migliori, anzi, è proprio tramite essa che l’uomo si è distrutto. 

Tutto inizia da quella mela, che avrebbe dovuto dar forza agli uomini e che invece ne ha segnato la caduta costante nel tempo. E a dirlo è proprio lui, un uomo senza un’apparente fede, amante della mistica e continuamente in lotta con Dio. Sembra una contraddizione, ma così non è, perché proprio Cioran, figlio di un prete ortodosso, ha creduto tanto in ciò che sostenevano i Bogomili, i Catari dell’est, secondo i quali, il mondo è stato creato da una forza demoniaca. Le azioni dell’uomo lo dimostrano. I buoni sentimenti esistono, ma sono delle eccezioni.

Ecco la storia, quella sequenza di atti attraverso cui la miseria dell’umanità e l’insensatezza della vita prendono corpo. E allora non sarebbe meglio suicidarsi? Dice Cioran: Sì, ma è pur vero che proprio la possibilità di uccidermi in qualsiasi momento mi fa vivere con leggerezza, rendendo tutto sopportabile.

Vivere con leggerezza, ossia, vivere da uomo libero.

E per quanto queste parole possano sembrare scandalose, tanto da farci additare Emil come un folle depresso, proprio in esse ho letto una potente dichiarazione di indipendenza. Cioran non aveva idoli, ma ha fatto della sua marginalità un altare sul quale sacrificarsi, riconoscendosi semplicemente uomo.

Ha allontanato da lui la fama e il successo. Ha concesso poche interviste, ma non ha mai disprezzato i suoi interlocutori. È vissuto nella ristrettezza, fiero di essere un uomo senza una professione. Si è dedicato alla contemplazione. Per lui scrivere era una terapia, un rito di liberazione dalle proprie angosce. Difficile credere al fatto che amasse i suoi simili, eppure, per loro provava buoni sentimenti.

È arrivato in Francia e l’ha percorsa in lungo e in largo in sella a una bicicletta. Nella nazione dei Lumi ha scoperto che mangiare era un atto di civiltà e non solo un bisogno. Non ha mai disprezzato la Romania, ma ha preferito svestirsi di qualsiasi nazionalità, considerandosi apolide. Ha scritto testi violenti, cinici, malsani, ma profondi, che ancora oggi sono dei rompicapo per blasonati filosofi e occhialuti accademici. Insomma, proprio lui che non amava i sapienti, ha consegnato loro un enigma metafisico difficile da risolvere.

Chi è l’uomo e qual è il senso della sua vita?

Ha apprezzato Nietzsche, ma considerava il Superuomo un’ingenuità. Dichiara infatti Ciron: L’uomo non si supera tutt’al più si nega. Non apprezzava né Camus, né Sartre, perché troppo provinciali. Non frequentava salotti culturali e nonostante fosse un appassionato lettore, nonché studioso della filosofia, era fermamente convinto che ai suoi quesiti avessero già risposto i contadini della Transilvania, con cui si intratteneva da bambino. Passando le loro giornate tra le bestie, quegli uomini fatalisti e disperati avevano compreso che la vita è uno spettacolo senza senso da godersi con molta ironia.

Sì, dovevo cominciare proprio da Un apolide metafisico per capire tutti i libri di Cioran che ho sfogliato. Solo leggendo questa serie di interviste si comprende la grandezza del suo pensiero, ossia, un’analisi ironica e pungente sull’uomo, sulla storia e sulla vita.

Tra queste pagine c’è lo spirito di Emil. Pensatore unico, semplicemente uomo.

Apologia del dubbio. Un fenomeno

Articolo a cura di Martino Ciano

Qualcuno dirà che Pirrone non ha passato momenti entusiasmanti, che, in fin dei conti, sospendere i propri giudizi, mostrarsi indifferenti e imperturbabili davanti a ogni evento, aiuta a sopravvivere ma non di certo a vivere pienamente.

Ma alla fine qual è il senso delle cose e soprattutto dell’esistenza?

Certamente, Pirrone, considerato da molti padre dello scetticismo, non ha mai dato delle risposte, d’altronde non era il suo obiettivo, ma neanche gli altri sono riusciti a risolvere il rompicapo del perché della vita e delle cose.

Cosa ha fatto quindi Pirrone? Di sicuro ha compreso che oltre ciò che appare non possiamo andare, che ogni nostra indagine non ci farà mai giungere all’essenza di ciò che ci circonda, che i nostri sensi ci ingannano e che mai è tutto oro ciò che luccica. Il buon Pirrone, che ha seguito Alessandro Magno fino in India, molto si affeziona a ciò che ad Oriente si insegnava da tempo. Ma sia ben chiaro, Pirrone non è una sorta di buddista greco, ma solo un ottimo osservatore. Il suo viaggio tra i gimnosofisti dell’India gli ha solo dato qualche conferma.

Non ha lasciato nulla di scritto, ma ha saputo insegnare e, infatti, i suoi discepoli lo hanno reso immortale. Giovanni Reale ne traccia un profilo molto esaustivo, facendo chiarezza anche su molti luoghi comuni che ruotano intorno a questo filosofo.

Ma se il dubbio è tutto e la verità è sempre più un’utopia, perché continuiamo a ricercare ciò che mai potrà essere?

Domenico Frontera, Khaos e Limite, Emersioni

Recensione di Martino Ciano – Già pubblicato su Gli amanti dei libri

Il Caos non ha un limite, piuttosto appare a noi come qualcosa di incomprensibile.

Laddove l’uomo ha posto dei paletti al conoscibile, tutto è stato trasformato in ordine, in sapere, in contraddizione, in insensatezza. Ma cosa è rimasto tra le mani dell’umanità?

La poesia di Domenico Frontera gioca con tutto questo. Nei suoi componimenti c’è la lucida visione di chi ha capito che ogni cosa sfugge. Impossibile conoscere la cosa in sé, bisogna accontentarsi di ciò che appare e dei fenomeni; e sebbene la curiosità spinga l’uomo a oltrepassare il limite, il caos non è governabile, anzi, anche ciò che abbiamo ordinato si scompone davanti ai nostri occhi.

Mettere in versi tremila anni di filosofia è stato un esperimento difficile, ma Frontera è riuscito nell’intento. Certamente, non era il suo scopo, ma non sfuggirà all’occhio attento questa voglia di penetrare tra gli abissi del pensiero, tra quei concetti che appaiono nella loro pienezza solo nel momento in cui si attraversa il molle terreno dell’Essere. C’è un esistenzialismo estremo nelle parole del poeta crotonese, perché esistere è l’unico verbo con cui l’uomo non vuole mai fare i conti.

Frontera non si pone una meta, perché nel Caos la meta è un limite e dettare un ordine è come pronunciare una mezza verità. Non c’è nulla di vero e nulla di falso nel cosmo, ma solo una inspiegabile tensione che si palesa ai nostri occhi in molteplici forme.

Quando Gorgia diceva che Nulla è. Se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile. Se anche qualcosa fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile agli altri. Voleva intendere proprio questo: nessuno conosce la verità. Così, anche la scienza è una materia che spiega, che si accontenta di ordinare, che si compiace di aver conquistato un dominio limitato, ma basta poco per rimettere tutto in discussione.

Cos’è allora la poesia di Frontera? È la sua risposta al Caos, in quanto ognuno parla per sé; è il suo ordine, che non può essere né vero né eterno; è un limite che non può essere superato, perché a nessun uomo è data la possibilità di giocare con Necessità, Destino e Giustizia; sono le parole di un poeta che non chiedono altro di essere ascoltate, meditate e contraddette, perché non è la ragione la chiave di lettura del Caos, ma l’abbandonarsi a esso, come hanno ricalcato anche Giuseppe Cerbino, autore della prefazione, e Paolo Fiore nella sua postfazione.

Buona lettura.

Millennial. Segreti di coscienza del miracolo italiano

Vedo_Nero.jpg

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Io sono un Millennial, figlio dell’ozio e della coscienza di classe.

I miei genitori erano pargoli del dopoguerra allevati dal boom economico come le bestie da soma, ma rallegrati dalle canzonette di Sanremo. Mi hanno concepito quando il primo tempo degli anni di piombo era ormai un ricordo, ma mentre poveri cristi venivano sacrificati sull’altare della Ragion di Stato con bombe nere e rosse.

Intanto, la P2 assoldava i suoi “addetti ai lavori”.

E così, mentre lo Stato, ossia, l’assassino dall’animo democristiano, tutelava i Figli di Dio e i Figli di Marx, io sparavo il primo vagito. Quell’anno nevicò, gli Azzurri vinsero il Mondiale e da qualche parte qualcuno moriva. Era il 1982.

Nel tempo ci hanno insegnato che dovevamo essere forti, ben nutriti, educati al futuro, al progressivo miglioramento della vita. E i miei genitori vi hanno creduto, anche quando Chernobyl sconvolse i piani e la “nube radioattiva” ci svolazzava sulla testa, anche quando il Muro di Berlino crollò, anche quando Tangentopoli decretò la fine della Prima Repubblica, anche quando Falcone e Borsellino furono fatti a pezzi, anche quando Berlusconi diede inizio alla porno-politica, anche quando abbiamo scoperto che i Comunisti italiani mangiavano i bambini e poi si pulivano il muso con i tovaglioli di kashmir.

Io sono un Millennial, uno speranzoso e disilluso giovanotto di secondo pelo ben pettinato che ha studiato per rendere migliore il mondo (almeno ci avevano detto che questo sarebbe stato il nostro compito), ma forse qualcosa è andato storto, ne sono sicuro, solo che ancora non riusciamo a capire cosa. Anzi, noi sappiamo cosa non è andato bene, ma non riusciamo a dirlo, perché ancora ci piace questo spettacolare progresso che ci farà morire in povertà, senza pensione, senza assistenza sanitaria, senza democrazia, senza ideali e senza responsabilità. E nell’era della comunicazione-sorda, visto che tutti parlano e nessuno ascolta, noi gironzoliamo felici alla ricerca del senso della vita, proprio quando siamo nel mezzo del cammin di nostra vita.

Io sono un Millennial e vedo lo Stato come il Dio che prese in giro Giobbe. Infatti, quando questo gli chiese il perché delle sue sofferenze, il Creatore dell’Universo gli rispose Dov’eri tu quando io ponevo le basi della Terra, un bel modo per dire Che tutte le cose hanno un senso per pochi, mentre gli altri devono solo accettarle. E dopo me, Millennial ferito, sarà la volta di altre generazioni che studieranno questo momento di passaggio, e, come tutti i passaggi, essi sono violenti e si scoprirà che tutto ciò che oggi brilla era solo una fiammella, e ciò che sta ai margini, ossia, il Popolo dell’Abisso simile a quello di cui parlò Jack London, non era altro che carne da macello per il progresso dei pochi, sani, ben costituiti, spettacolari, uomini del futuro.

Io sono un Millennial…

Gianluca Conte, Il niente ineludibile, L’ArgoLibro

Stampa

 

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Il Suddiario

Niente Nulla vengono usati come sinonimi, ma il loro significato è differente e rientra in un discorso logico che, se venisse affrontato e divulgato a dovere, modificherebbe alcune delle nostre profonde convinzioni. Infatti, non è un mistero che il linguaggio costruisca strutturalmente le categorie su cui modelliamo la società e i suoi comportamenti. Proprio per questo motivo noi diciamo che la parola è forza, in quanto la lingua edifica il modello, ma ciò non vuol dire che la parola sia verità. Infatti, il linguaggio partecipa alla falsificazione del fondamento degli Enti, in quanto mostra l’intraducibilità dei simboli, i quali hanno una natura ambivalente capace di creare un dialogo armonioso tra opposti significati.

Pertanto, partiamo dal significato delle parole. Nulla è il non-essere-assolutoNiente è il non-essere-in-relazione-a, quindi, traducibile con diverso da, perché non-ente diNiente apre un confronto tra l’Ente e la totalità. Per capirci, il triangolo è diverso dal quadrato, ossia, il triangolo è niente del quadrato; ma attraverso questa negazione, implicitamente sveliamo anche cosa sia il triangolo e cosa sia il quadrato, pertanto, apprendiamo che essi sono parte di una relazione e non di una contraddizione.

È questo il tema che Gianluca Conte affronta nel suo breve saggio, disquisendo su un tema molto caro alla filosofia, ancora attuale, e che nei secoli ha affascinato i filosofi. Infatti, attraverso la negazione noi confermiamo una presenza. Ciò vuol dire che la realtà e la verità degli Enti si ottengono anche per sottrazione e, soprattutto, comprendiamo che la negazione dell’Ente è anche il suo fondamento, in quanto il non essere è già nell’Ente e nell’Universale.

Com’è possibile questo? La logica non è verità, sia ben chiaro, ma in questo caso è alla base di un ampio discorso tramite cui oltrepassiamo il limite del nostro sistema di pensiero e, grazie al quale, potremmo riappropriarci dell’originaria ambivalenza dei simboli, argomento sul quale Galimberti ha scritto pagine su pagine.

Nel suo libro, Conte non esclude il Nulla, tenendo in considerazione che anche esso è determinante nel nostro sistema di pensiero, perché, nonostante il suo significato totalitario, in sé nasconde un’altra cruciale insidia per l’Occidente, come ricordatoci in più occasioni da Emanuele Severino e, prima ancora, da Giacomo Leopardi.
Il saggio di Gianluca Conte è un appassionante viaggio nei meandri della filosofia, ma è anche un libro consigliato a coloro che vogliono spingersi al di là della ragione binaria del nostro Occidente.

Anti-modernità. La rivolta gentile e la soffice delusione

 

antimodernitàcover-560x416.jpg

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su L’Ottavo

PARTE I

Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. Prendo in prestito Eugenio Montale per iniziare questa disquisizione senza pretese, ma che cerca di addentrarsi tra le idee che vengono espresse quotidianamente contro il progresso e la modernità da un certo popolo di lettori e di internauti. Molti chiamano quest’epoca liquida, quando essa si presenta senza contorni, o post-modernità, quando non riusciamo più a dare una temporalità alle nuove scoperte. Nonostante tutto, non offenderemmo nessuno se parlassimo di post-contemporaneità e se identificassimo nel suffisso post una sorta di isola sulla quale il cammino dell’uomo si è paralizzato. Nulla vi è oltre la contemporaneità perché niente sopravvive oltre il presente. La mancanza di una prospettiva futura, oscurata anche dalla negatività delle statistiche, fa pensare a un tempo che ha tirato il freno a mano. La sensazione peggiore, avvertita da tutti, è che il tempo scorra per inerzia, pur apparendo frenetico e divoratore.

La società degli ossimori. Wittgenstein disse che la filosofia è un continuo chiarire proposizioni, ossia, ha il compito di rendere limpido ogni giudizio espresso. Qualsiasi intuizione è gettata nel Mondo; il nido da cui spicca il volo è avvolto dalle tenebre. È il regno dello Spirito, del subconscio, che produce ciò che la ragione elabora. La logica della sopravvivenza, attraverso cui l’individuo si amalgama alla società, genera il conflitto tra l’intuizione, la quale sottolinea l’errore, e la ragione, che limita l’azione di contrasto e di correzione. Ciò genera la società della contraddizione, dell’aperta guerra gentile, dell’odio di massa, della necessità di aggrapparsi a simboli forti. Così, a un generale bisogno di violenza si affianca la necessità di esternare pietismo e compassione; alla costante propaganda vitalista si pone la morte come scelta individuale. Di fronte a tutto questo ogni proposizione non è più intuitiva, ma deduttiva, essa è già chiara alla fonte per ciò che manifesta, ma non per ciò che rappresenta in sé. Vince in questo modo l’apparenza e scompare l’essenza.

Ogni sistema è costellato da apriorismi, quindi, vero solo nell’apparenza. La società umana sopravvive al non senso del mondo con la costruzione di un sistema. Ogni sistema ha i suoi pilastri, i quali vengono posti aprioristicamente. Valori morali, leggi economiche, norme comportamentali, non sono rintracciabili in natura. La ragione, ossia, il vanto dell’uomo, ha contribuito a creare la sua sopravvivenza, ma come si può notare ogni cosa muta. Le epoche scorrono. Le società sperimentano e modificano. Non esistono sistemi rigidi. Una norma cambia e il senso di giustizia viene relegato al mito. Il mito è sempre stato un collante tra il susseguirsi dei sistemi di una società. In questo modo, la società ha sempre mantenuto un legame con il Sacro. Con la morte e la resurrezione di un dio, è apparso anche un nuovo sistema. Il passato è diventato Tradizione, quindi, monito. Oggi, il legame con il Sacro è stato reciso. Ogni sistema è fragile. La Tradizione è scomparsa perché non esistono più dei. Il collante contemporaneo è il meccanicismo scientifico e la morale individuale della libertà e della buona volontà.

Se l’unità di misura del mondo è proprio l’uomo, allora, quali sono le prospettive?

 

PARTE II

Il mondo è una mia rappresentazione. Quando Schopenhauer scrisse la sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione avrà immaginato qualcosa di simile al nostro momento storico così zeppo di uomini tornati all’uso di una ragione fallace, e incapaci di ascoltare le proprie intuizioni.

Infatti, l’intuizione secondo il filosofo di Danzica, sintetizza oggetto e soggetto in un mondo che è solo rappresentazione, in quanto senza la vista, il tatto, l’udito, l’olfatto e il gusto di chi lo percepisce non esisterebbe.

E sebbene una realtà oggettiva esista, è comunque forma che si presta alla percezione e che l’uomo elabora. Ma è proprio nell’elaborazione che si genera l’errore, perché la ragione crea la riflessione e la riflessione è madre del concetto. In un mondo di concetti, giusti o sbagliati che essi siano, ogni proposizione, norma o lettura degli eventi è re-visionabile, perché immersa nello scorrere del tempo.

Sì, che anche la rappresentazione è relativa, in quanto ogni soggetto è parte del mondo e propugna la sua rappresentazione, ma l’intuizione non è giudizio, non è riflessione, non è concetto. L’intervento della ragione sostituisce l’intuizione e costruisce una fede cieca, scevra di dubbi, nel fenomeno, ossia, quella sequenza causale che spiega un avvenimento, ma che non riuscirà a rendere evidente il perché degli elementi che lo compongono.

La fede nella scienza e la morte di Dio. Solo i fenomeni sono diventati di interesse generale, i perché sono rimasti alla religione, diventata oggi spiritismo. È solo il Cielo delle idee che riesce a rispondere al perché delle cose, ma anche in questo caso, credere nel Cielo implica cieca fiducia, eppure la fede è speranza, quindi, dubbio.

Può esistere una verità dubbiosa? Lascio a voi la risposta. Svuotato d’ogni certezza, a ognuno di noi non è rimasto altro che affidarsi alla scienza che ha però chiarito i fenomeni. La grande speranza dell’umanità di trovare i perché è rimasta ancora una volta disattesa. In questo quadro di ansiosa ricerca, in cui anche la più stupida delle opinioni si trasforma in concetto, l’unica necessità è quella del ritorno all’intuizione. Viviamo in un mondo che non ci piace e che attraversiamo con disillusione. Avvertiamo la necessità di cambiarlo, ma ci sentiamo privi di forze. Pigri, vigiliamo. È questo sentirCi spaesati, però, che attesta il nostro EsserCi in mezzo a qualcosa che non sopportiamo più. Non è questa una grande intuizione? Non potremmo partire da qui per cambiare?

Un finale. Distopia ed utopia, per quanto all’opposto, partono dalla realtà, pertanto possono avverarsi. Anche se credere a questo richiederebbe una propensione alla ricerca e una dose di scetticismo non indifferente (scetticismo inteso come volontà di sapere), esse restano le uniche carte che possiamo giocarci. Poiché viviamo un’epoca di passaggio, di abisso, dobbiamo trovare nuovi linguaggi con cui edificare il futuro. Di tutte le epoche sono la grandezza e la miseria, la nostra non è da meno. Partiamo dunque da un sano scetticismo verso la tecnica e la dittatura della felicità. Riscopriamoci mortali.

Pierfranco Bruni, La leggenda nera, Ferrari editore

La-leggenda-nera-530x800-1

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Suddiario

Quanto c’è di vero in un film che tratta il tema dell’Inquisizione? La Chiesa era davvero un’istituzione oscurantista e dispotica o ci è stato mostrato solo il volto spettacolare della repressione?

Il saggio di Pierfranco Bruni non ci dà delle risposte definitive. L’autore preferisce portarci per mano in questo studio molto particolare. Se è vero che la caccia a streghe, eretici e negromanti ha insanguinato l’Europa, è anche vero che il cinema non sempre ci ha dato un quadro esaustivo della situazione, spostando l’attenzione più sugli aspetti macabri e di comodo che non sui fatti.

Ma a pensarci bene, perché il cinema avrebbe dovuto rappresentarci l’Inquisizione secondo la storia, piuttosto che secondo i nostri gusti? E soprattutto, il ruolo del cinema, in quanto arte, non è quello di tradurre il passato nel pensiero dell’oggi?

Sono tutti argomenti che l’autore pone davanti ai nostri occhi con l’obiettivo di incuriosirci, perché, dopotutto, il vero traguardo è questo: spingerci a ricercare e, perché no, anche a mettere in discussione ciò in cui crediamo.

Leggere il passato è sempre difficile, interpretarlo è quasi impossibile, tradurlo nel presente è un gioco pericoloso. Lo sanno bene gli storici, lo vediamo tutti i giorni in qualità di uomini che si sentono ormai avulsi dalla dimensione storica. Proprio perché siamo una società atemporale, dominata dall’eterno presente e sempre disposta a disquisire frettolosamente sugli effetti senza mai indagare sulle cause, anche il cinema vive in una zona grigia in cui tutto è sospeso tra verità e verosimiglianza. Per questi motivi, il continuo oscillare del regista tra storia e convinzioni di massa rafforza i cliché.

Pertanto, se volessimo fare il verso a Schopenhauer dovremmo chiederci: finora ci è stata rappresentata l’Inquisizione in sé o ci è stata rappresentata come noi la giudichiamo oggi?

Il titolo del libro già dovrebbe rispondere parzialmente alla nostra domanda, visto che molte cose che noi conosciamo di quel periodo sono solo leggende, ma se tutto si fermasse a questo, allora, non ci sarebbe motivo di leggere l’opera di Bruni; infatti, il suo saggio ci apre gli occhi anche sul cinema in generale, sui suoi metodi, sulle sue tecniche e su ciò che ci aspettiamo dalla settima arte.
Insomma, siamo di fronte a un saggio scritto con un chiaro intento divulgativo. Un testo ricco di riflessioni interessanti e che può essere letto da tutti, anche per farsi un’idea.