Massimo Salvatore Fazio. Il tornello dei dileggi. Arkadia editore

Recensione di Vladimir di Prima

Dopo la felice esperienza in saggistica, Massimo Salvatore Fazio approda alla narrativa e lo fa con una proposta che già dal titolo (Il tornello dei dileggi – Arkadia editore 2021) presenta una chiara presa di posizione: la possibilità della parola. L’autore usa questo strumento per scardinare la trappola dello stile, e se alla cosciente sovrapposizione della prassi retorica aggancia l’innovazione, se alla sperimentazione programmata sostituisce ben presto l’inconsapevolezza propria dell’artista, ecco che dal flusso di coscienza che ne deriva nasce un’opera di straordinaria complessità.

Più che di uno scrittore, infatti, questo può dirsi l’esito di un franco pensatore il quale, bloccando metaforicamente un filo di zinco a due estremi (Paolo e Adriana, i protagonisti) riesce ad appendervi un’infinita sequenza di situazioni e personaggi altrimenti e apparentemente ingiustificabili. Nulla pertanto può dirsi superfluo e inutile in questo romanzo, neppure le digressioni calcistiche o i rimandi autostradali o le figure che appaiono per scomparire nello stesso momento dell’apparizione.

Vita come scansione di una quotidianità ripetuta e lacerante, eppure fortemente imprevedibile perché vita. Del resto niente è come sembra, o meglio, l’autore fa sì che niente sia per come si voglia. Incurante della trama, fedele oppositore dei celeberrimi fan del plot a tinte gialle, la “storyless” di Fazio palleggia i suoi personaggi nel teatro di città molto distanti fra di loro, benché profondamente unite per anima e coscienza. Ed eccola un’altra chiave di lettura di questo romanzo: la coscienza.

Una coscienza membranosa, quasi materialmente tangibile, che fa a pugni con se stessa, sospesa fra l’etica convenzionale e la negazione della morale, in bilico fra i sentimenti più puri, le passioni, e il tradimento non dell’altro, ma di un sé tormentato dalle pulsioni. Amore, incesto, proiezione di incesto, o semplicemente sogno o interpretazione letterale dei fatti.

Così si arriva al doppio finale, un’invenzione che sa di monito; un meccanismo che l’autore progetta per dare libertà al lettore, chiamiamolo potere, ma anche per ingabbiarlo al completamento dell’intero testo, pena l’incomprensibilità di un tutto destinato a collocare l’opera nei piani di un riguardoso rispetto. Leggetelo il tornello dei dileggi, ne vale assolutamente la pena.

Assurdo mnemonico. Intuizione del relativismo

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Eretici

Accade così, che mi siedo su uno strapiombo e osservo l’orizzonte. L’infinito ha ora un limite. Vasto è lo sguardo, confusa la sostanza, indifferente ogni mio agire. Penso, sono, ma non posso essere l’unità di misura delle cose, perché mi manca la parola se immagino d’essere un demiurgo. Otto minuti impiegano i raggi del sole per giungere da Lui a noi. È mezzogiorno e io sono illuminato da quelli emanati alle ore 11 e 52 minuti, eppure penso che sia tutto immediato, come davanti alle stelle a quattrocento anni luce dalla Terra che son vecchie e forse implose, ma sembrano luminose come sempre perché la relatività ci inganna.

Accade così che ogni intuizione è ricordo, è una realtà parallela, un mondo possibile attraversato, percepito, che poi ha preso un’altra strada, magari quella che non volevamo. E non c’è differenza tra ciò che era, ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere, in un luogo tutto è. Così, in solitudine, s’agita il mio mare e una lacrima pulisce la memoria. Quanta gioia sta nel fiore che non sa di esistere, quanto disumana è la necessità di appartenersi e ritrovarsi. E da un corpo ci si stacca e a un altro ci si unisce. Un giorno si compie un delitto, in un altro un processo, in un altro ancora si riceve il verdetto… ma ci si sveglia sempre diversi e non si è mai colpevoli o innocenti alla stessa maniera. È quasi inutile domandarsi perché così e non in un altro modo.

Ciò che è reale è razionale e viceversa, scrisse Hegel, magari contemplativo davanti alla catastrofe, padre di ogni cosa. Sapeva che da ogni annientamento sboccia la creazione. E accade che ora io sia un oggetto e la vastità sia me. Lo strapiombo è una fossa, la fossa è un giardino, il giardino è un Eden, l’Eden è una maledizione e la maledizione è la porta per la purificazione. Magari vedo la mia trasfigurazione e mi unisco alla mia sostanza, che contiene in sé tredici miliardi e ottocento milioni di anni di evoluzione delle particelle sprigionate dal taglio cesareo dell’Universo. E ora mi fermo, perché la mente non è pronta ad abbandonare questa vita, ancora no. Sono ancora figlio e non conosco il padre della mia catastrofe. Nudo e orfano me ne sto sullo strapiombo e lascio ancora commuovermi.

Il mio orologio segna mezzogiorno e otto minuti. Sono questi i raggi più caldi che il sole ha emanato nel suo mezzogiorno. E mentre l’ora solare mi riporta in me, qui, nell’anima, è ancora l’aurora e lei è così simile al tramonto. E un ricordo di chissà quanti secoli fa mi ha attraversato… assurdo appare questo pensiero, relative tutte le realtà. Domani sarà di nuovo mezzogiorno, forse domani il sole non sorgerà, forse domani non tramonterà. Dove andrò a cercare il padre della mia catastrofe?

La necessità della stanchezza

Articolo di Martino Ciano già pubblicato per Eretici

Così ci ritroviamo gettati nel bel mezzo di un mondo felice che mette a disposizione una vasta gamma di maschere e di personalità da indossare all’occorrenza. Affamati di successo e di ambizione ci muoviamo con il solo scopo di raggiungere un traguardo che, a sua volta, è solo l’inizio di un nuovo tragitto.

Vietato fermarsi, peggio ancora provare stanchezza o sentire dentro di noi il puzzo del fallimento. Non possiamo fallire, toppare, scansare l’obiettivo. Non possiamo permettercelo e tanto meno possiamo accettare che qualcun altro ci sbarri il cammino.

L’uomo che si accontenta è un modello da non imitare; la persona che vive di poco, che non cerca la fama, non è contemplato in questo universo felice e sorridente. È vergognoso che qualcuno accetti il proprio destino, accetti il silenzio, accetti la regola, non sia all’altezza della situazione. Ma se guardiamo attentamente, anche gli uomini di azione, pregni di quell’inappagabile vitalismo che li rende iperattivi, non sono che stanchi, prossimi a indossare le maschere messe a disposizione da una sorridente tristezza, da una sgargiante depressione che viene tenuta a bada da farmici che annullano le emozioni. Così, vivere senza emozioni, distaccandosi per un attimo da sé, diventa un momento di meritato riposo, una vacanza dall’ego.

Nel tempo della felicità illimitata, la tragedia dominante è quella dell’uomo che si dà in pasto a ogni avventura, che mette in gioco se stesso per dimostrare solo a se stesso che non c’è altro uomo all’infuori di lui. La soddisfazione sta in questa filastrocca che viene cantata a squarciagola. E mentre il copione della contentezza viene recitato con attenzione, qualcosa ci divora, ci chiede di cambiare; ma più anela l’anima verso la liberazione dallo stress quotidiano, più qualcosa la trattiene, la lega e la salda a un corpo che deve correre, resistere, vincere mille volte. E più ardua è la sfida che ci imponiamo più sale la tensione e la febbre, e il dolore, e l’angoscia, e l’ansia, ma l’importante è non dimostrare la debolezza.

Benedetti quindi gli uomini stanchi, senza traguardi, senza obiettivi, che contemplano la vastità e se ne lasciano divorare, perché essere nulla costa tanto e costa fatica.

Giustizialismo. Mano armata del moralismo contemporaneo

Articolo di Martino Ciano già pubblicato su Zona di Disagio

La giustizia è spettacolo e il giustizialismo è la sua essenza. Ogni caso giudiziario è trattato come un evento, qualcosa che per sua natura gode dello stato di eccezionalità e che non dovrebbe ripetersi, ma che invece si muove sempre con le stesse modalità.
Il braccio armato della legge agisce di notte, quando ogni uomo riposa. L’irruzione è un rito di passaggio. Il braccio armato viola la notte, stupra la quiete, la riconciliazione con l’inconscio e con la conversione. Il braccio armato è lo Stato-regista che accende la sua telecamera. Tutto viene filmato, fotografato, raccontato nei minimi dettagli, perché nella società dello spettacolo ogni fatto è una curatissima sintesi di immagini, di inquadrature che suscitano emozioni, di drogato amore per la giustizia, di trionfalismo del bene.

Quando le luci si spengono e lo spettacolo lungo le strade termina, il giustizialismo diventa violenta aggressione per gli arrestati. Il braccio armato incita la folla con le sue sfilate di uomini in manette, la cronaca-social enfatizza le smorfie facciali degli arrestati, tutti coloro che sono stati messi in ceppi sono condannati mediaticamente. Gli spettatori chiedono i particolari. I particolari sono l’anima dello spettacolo. Una cronaca fredda non ha valore, non è spettacolo, ma sospensione del giudizio; ma senza un’immagine che ha già in sé un giudizio non ci sono emozioni e senza emozioni non c’è irragionevolezza e istintività. Il giustizialismo infatti è brama di vendetta, manifestazione della frustrazione e della malvagità-buonista.

Quando lo Stato-regista accende le telecamere, la giustizia deve diventare la morte. Ed è per questo motivo che ognuno degli arrestati si dichiara innocente, perché tutti hanno paura di morire. Quando anche il clamore mediatico si spegne, lo Stato-regista prepara un nuovo blitz. Il braccio armato si riposa fino a nuovo ordine. Intanto, lì, nel mondo della vita, altri uomini hanno preso il posto degli uomini messi in ceppi. Giocano con le stesse regole accettate da quelli arrestati, sono incitati anche dal braccio armato che se ne sta in silenzio, che aspetta che la legge venga trasgredita tanto quanto basta per entrare in azione in maniera spettacolare, perché nella società dello spettacolo nulla può avvenire senza clamore. Tutto ciò che non lascia traccia del proprio passaggio non è spettacolo e non può essere definito evento.
Il giustizialismo è lo spettacolo della contemporaneità. Di fronte allo Stato-regista o si accetta di diventare attore, senza remore, o ci si abbandona alla morte civile.

Le meraviglie del divenire

Articolo di Gianfrancesco Caputo

L’elemento costitutivo del divenire è la novità, essa è sempre occasione di meraviglia, una meraviglia che si prova di fronte all’ignoto, in quanto ciò che è già noto non può più destare stupore, ma la novità è la differenza tra un prima ed un poi, tra ciò che esiste prima del mutamento e ciò che insorge in conseguenza di esso. Il divenire è questa fondamentale differenza segnata dal ritmo del tempo il quale è il vero elemento trascendentale della realtà. La meraviglia del divenire attraverso la separazione tra un prima e un dopo stupisce, dunque il divenire è problematico.

La realtà non esaurisce interamente l’essere, in modo tale che l’essere eccede al di là della realtà cioè la trascende, la realtà dunque non è tutto l’essere ma una parte di questo, quindi il divenire cioè il mutamento in tutte le sue forme è innegabile.

La fisica contemporanea afferma l’esistenza di movimenti di particelle o di trasmissione di quanta di energia, descrivendo in sostanza un divenire; il primo principio della termodinamica, ammettendo che la quantità complessiva di energia da cui è formato l’universo si conserva immutata, malgrado tutte le trasformazioni di stato che avvengono in essa, accetta l’esistenza di un divenire.

Il divenire non è un sorgere dell’essere dal nulla o un precipitare dell’essere nel nulla, il divenire relativo alla realtà non è uno stato fisico ma è un mutamento di stato che si manifesta come entropìa, che è un’involuzione da forme di energia più facilmente trasformabili a forme meno facilmente trasformabili, cosi come stabilisce il secondo principio della termodinamica.

La problematicità del divenire è tutta racchiusa nell’affermazione che il divenire non si spiega da sé, non è autosufficiente; se dovessimo ipotizzare che il divenire è assoluto, cioè comprende tutta la realtà, oppure che il divenire è spontaneo, cioè non accade per opera di alcuna causa, o infine che il divenire è autosufficiente, cioè non ha bisogno di alcuna spiegazione, dovremmo ammettere che un nuovo stato che produce il mutamento, sia già ricompreso nello stato di cose precedente ad esso, in tal modo non si spiega affatto la sua differenza rispetto allo stato precedente, cioè la sua novità.

Pertanto il divenire sarebbe non un mutamento di stato, ma uno stato immutabile al pari di un movimento inerziale che non ha bisogno di cause, ma questo significherebbe affermare che stati successivi al precedente, quindi diversi, sono identici, cadendo in una evidente contraddizione.

Dunque tutto ciò che muta si muove rispetto allo stato precedente ed è mosso da altro, infatti se ciò che si muove fosse mosso da sé produrrebbe un mutamento in potenza e in atto nello stesso tempo e rispetto allo stesso movimento il che è contraddittorio.

Una forza misteriosa muove l’universo.

Il segno più che la trama

Recensione di Stefano Cazzato al romanzo “Oltrepassare” di Martino Ciano. Buona lettura.

Le avvisaglie non mancano sin dalle prime righe; gli indizi del fatto che tra poco ci sposteremo in uno spazio mistico, di estasi, di visioni, di sogni, di rivelazioni. Ma il narratore, prima di introdurci in questo mondo, ci porta dentro i risvolti di una storia, anzi di varie storie che si intrecciano, per poi riprendere saldamente in mano la tensione verso l’altro, verso l’oltre.

Inequivocabile il tono salmodico delle pagine 57,8: “Maràna tha, vieni Signore, Dio tormentato che hai creato figli imperfetti in cerca di perfezione gettati sulla Terra per bagnarsi delle lacrime versate dal tempo …

Si procede con La nube della non conoscenza, “i discorsi dell’anima”, il richiamo di Gorgia (e di Wittgenstein) all’inconoscibilità dell’essere, un’epifania indecente, la dissoluzione della logica, sia quella del reale che quella del racconto: qui ciò che è irrazionale è tremendamente reale.

Infine l’attesa, la possibilità, di una catastrofe che, come nell’Angelus Novus di Benjamin, potrebbe spalancare un tempo nuovo: la fabbrica dei veleni e della morte che esplode è una cesura della storia, forse un cambio di passo.

Non cercate subito la trama, ma la lingua, il segno, la parola, l’annuncio, in questo libro complesso, in questo romanzo-non romanzo che è anche un affresco sociologico, un conte philosophique, un libro di memorie, il bilancio doloroso di più generazioni (di padri e di figli) e disastroso di una terra: la Calabria.

Stefano Cazzato. La quasi logica. Ladolfi editore

“Nei labirinti silenziosi della Retorica”. Una riflessione di Francesco Rizzo sul libro di Stefano Cazzato. Buona lettura

Nel libro di Stefano Cazzato, La quasi logica, l’autore, perlustrando con la lente del pensiero filosofico, le varie teorie attorno l’argomentazione e l’esposizione di un discorso rivolto ad un uditorio, indaga e mette in luce quelli che sono stati i fondamenti logici ed epistemologici, da Aristotele a Cicerone, da Perelman a Toulmin, da Platone a Cassirer e Wittgenstein, attorno alla tematica della Retorica, dove quest’Arte, nel corso della storia è stata a volte trattata dai pensatori come una regina e alle volte come una meretrice della più bassa e ingannevole persuasione.

Quest’Arte del discorso, nei passaggi esistenziali della storia è stata reclusa negli anfratti pseudo estetici di ridondanti risonanze letterarie, piegata a orpello barocco di un discorso elegante, ma vuoto di contenuti reali ed empirici. 

È stata anche additata come un ostacolo al cogito cartesiano, il quale, rinchiuso nella monade del pensiero non ha saputo che farsene di questa mendicante della filosofia.

Tuttavia trovo che in questo suo libro, gli spunti per un’attenta riflessione sull’Arte della retorica, che a sua volta include traiettorie etiche ed estetiche del linguaggio, rappresenti un argomento centrale per l’indagine filosofica; sia che essa si svolga su un piano fenomenologico o che si proietti, per aspera ad astra, su un piano metafisico.

Infatti, dopo la lettura di questo libro, ho notato da parte dell’autore, uno sforzo titanico rivolto ad una dinamica che possa portare armonia in questo mondo pieno di dissonanze e di false speranze, dove l’essere umano per usare una categoria platonica è attanagliato nella dimensione della doxa (opinione). Tuttavia è proprio nell’ impegno che l’autore mette in questo libro a trovare una possibile soluzione al paradosso della non comunicabilità e della non comprensione dell’altro, che sboccia una forza d’animo la quale anela alla crisi del linguaggio; al risolvere il problema della caducità del nostro comprenderci.

Questa forza, a mio parere, oltre ad essere positivamente una risorsa etica e noetica, che ognuno di noi dovrebbe esercitare, è anche un itinerario verso uno stato di grazia: una filocalia dell’essere. La spinta che ogni persona possiede, anche se forse non lo sa, di uscire dal buio della caverna.

Per questo è interessante e degno di meraviglia, trovare incastonate in questo mosaico filosofico, ben argomentato, ricco di citazioni ed invitante alla curiosità di chi legge, alcuni spunti di pensiero riguardo alla risoluzione del problema, come ad esempio quello della Letteratura. Nel quarto capitolo di questo libro, Stefano Cazzato cita come modello argomentativo possibile per arrivare ad un uditorio più ampio e variegato, la proposta di Jean Jacques Rousseau, che, attraverso il suo trattato L’Emilio, affronta il tema dell’educazione, usando come metodo comunicativo l’esempio.

Rousseau presenta in questo trattato le sue tesi per una buona metodologia pedagogica affermando di:

«mettere continuamente alla prova i bambini temprando il loro carattere con insidie di ogni genere».

Su questo punto si potrebbe mettere come altra forma di esempio quelli descritti da Charlotte Brontё in Jane Eyre, e da Charles Dickens in Oliver Twist, David Copperfield o Tempi difficili, dove si trovano i danni che la pedagogia negativa dell’illuminista Rousseau ha arrecato. In questi romanzi di epoca vittoriana infatti i bambini vengono messi continuamente alla prova, temprando il loro spirito con insidie di ogni genere. A loro, gli educatori non risparmiano niente; dalle finestre aperte in pieno inverno inglese, all’umiliazione di portare cartelli infamatori sulle spalle.

Per tornare al problema, il paradigma dell’esempio dovrebbe a mio parere portare lo spirito della trasformazione morale ed etica di una società e non abbrutirla con la violenza di un metodo pseudoscientifico. Come lo stesso autore scrive: “vi sono molti tipi di esempi”. L’esempio se non ha una funzione fronetica, trasformativa, può essere inutile ed inquietante. L’educazione, che nel latino ex ducere oltre ad educare vuol dire anche trarre fuori e portare alla luce qualcosa di nascosto, dovrebbe essere un atto di innamoramento verso la materia che si studia, e a livello filosofico, per essere concordi con Socrate, dovrebbe portare fuori le conoscenze che già si possiedono nel profondo dell’anima, anche se non se ne è consapevoli. Per questo la funzione dell’educatore dovrebbe essere simile alla funzione dell’ostetrica che porta alla luce i bambini che sono nel grembo della madre.

È anche vero quel che scrive Antonio De Ferrariis, che i filosofi quando vogliono, sanno argomentare che la neve non è bianca ma è nera, e quindi, capovolgere completamente, attraverso la dimostrazione delle loro tesi, la realtà che ci sta di fronte. Ed è per questo che un discorso logico, per essere tale, deve prima di tutto inerire alla nostra esperienza empirica del mondo che ci ospita, e non essere un’astrazione vuota dell’intelletto.

Allo stesso modo, colui che con metodo filosofico, entrerà nei labirinti silenziosi del linguaggio, vi scruterà abissi, dove arcane locuzioni mostreranno il negativo e il positivo abitare un’unica essenza. Difatti, provando a descrivere la ritrazione della luce solare in una stanza; il suo assottigliarsi sempre più crescente attorno alle pareti, ai mobili, ed agli oggetti, il mio dire, il mio esporre linguisticamente questo fenomeno senza alcun dubbio indicherà (anche se non con le parole ma con le immagini che l’intelletto coglie) anche l’accrescimento della tenebra che sempre di più si manifesterà in relazione con la ritrazione della luce. È incontrovertibile che il mio parlare della luce, sarà in un armonioso e segreto legame con parole nascoste, e manifestate come “non dette”. Nel linguaggio vi è qualcosa di taciuto, di enigmatico; un incredibile rapporto con gli eventi che circondano la nostra esperienza evocativa.

Nella lettura di questo interessantissimo libro, anche al sottoscritto sono venute delle riflessioni attorno al valore di quest’Arte dell’argomentazione, e a mio modesto parere essa dovrà avere come presupposto il fondamento di una vera logica. Una vera logica infatti già nella tesi deve contenere come un rovescio della medaglia la propria antitesi, essa non deve essere separata dalla tesi, come l’affermazione deve già contenere una negazione.

Per fare un esempio, se io affermo che: «Socrate è veloce» risulterà chiaro a colui che ascolta questa affermazione che «Socrate non è lento», in questo caso è evidente che nell’affermazione è contenuta anche una negazione.

Se invece io affermo che: «Il cerchio è un triangolo» in questo caso è evidente la mancanza di una negazione contenuta nell’affermazione, o di una tesi che contiene già in sé un’antitesi.

Siffatti esempi, dimostrano, che se una vera Retorica ha come sua fondazione epistemologica la sintesi di tesi ed antitesi, l’abbraccio di affermazione e negazione, allora potrà essere un albero dai buoni frutti: un seme che ha in potenza l’intero albero, dove nella sua riscoperta, essa potrà essere l’incontro di vari punti di vista per un’argomentazione intersoggettiva, capace di vedere “l’alba dentro l’imbrunire”.

Francesco Rizzo, laureato in Filosofia presso l’Università del Salento (LE), con una Tesi sul concetto di Resilienza in Charles Dickens. Tra i suoi interessi anche quello per la poesia. Ha pubblicato diverse raccolte: Trenta paure in versi (2005, Panico Edizioni), La porta degli inverni d’oriente (2005, Il Filo edizioni), In Cauda Venenum (2008, Icaro Edizioni).

Sonia Caporossi. Opus Metamorphicum. A&B Editrice

Ogni sistema teorico può essere annichilito? La risposta ce la dà Sonia Caporossi nel suo libro. La recensione di Martino Ciano è già stata pubblicata per Gli amanti dei libri.

Poiché la filosofia è poesia, concetto che Sonia Caporossi ribadisce molte volte, dobbiamo dedurre che tutto ciò che attraversa l’attimo è soggetto a un’intuizione deflagrante che solo in un secondo momento si sottomette alla logica. Ma il più delle volte ci si ritrova con dei carboni ardenti tra le mani.

Ma cos’è la logica se non il tentativo di ordinare, in base a strumenti umani, quindi, fallaci, l’esperienza? E soprattutto, ci si può fidare dei risultati conseguiti?

Opus Metamorphicum è la negazione di ogni sistema teorico. Dire “no” è la prima, se non l’unica, dichiarazione di guerra rimasta all’uomo. Negare è il primo passo di ogni nuova riflessione. Quando nella negazione viene posto anche un pizzico di ironia l’essere umano si mostra per ciò che è: un fesso che prova a capirci qualcosa.

In questo libro di monologhi, a parlare sono grandi filosofi, personaggi dei fumetti, uomini di scienza, donne mezzo-e-fine di Dio. Ognuno di loro si lancia in un discorso ossessivo e petulante; solo per Maria e per la Maddalena parleranno il Padreterno e Gesù, le due fanciulle resteranno “umili” ascoltatrici così “come impone la tradizione”. E in questo vortice di pensieri, tra l’assurdo e il tragico, si muovono le ragioni di una filosofia che è solo uno sforzo banale, che a nulla serve e a nulla porta, perché niente rimane della misteriosa metafisica se non un’opinione cangiante, contraddittoria, indimostrabile.

Cosa resta all’uomo se non prendere coscienza di essere un’opera in metamorfosi, in balia del divenire, mai stabile, mai sazio delle sue trasformazioni, sempre incapace di controllare ciò che lo muta. Così come il filosofo è dominato dall’angoscia, così Maria e la Maddalena sono sottomesse alla volontà di Dio. Ma non è anche Dio un pensiero che si fa carne e un sistema teorico costellato di concetti traducibili in un nulla è vero, tutto è possibile? Non è il pensiero un’energia simile alla libido, che rende l’orgasmo un’intuizione illuminante, quasi una noesi in carne e ossa?

Sonia Caporossi scrive un libro tremendamente ironico, distruttore di ogni favola metafisica, di ogni principio di equivalenza. Una prosa sperimentale, che si autocompiace e si suicida, che rinasce solo perché ha voglia di morire nuovamente, che si prende sul serio solo per ridere meglio di sé. Non è un’opera semplice, perché non si presta a tutti i gusti, ma è una serie di monologhi che fa a pezzi la filosofia e che riporta l’essere umano sul terreno dell’illogicità, del divenire, dell’annichilimento di ogni fobico ismo.

Paradossi di un vitalismo insensato. Una cospirazione… Omaggio a Thomas Ligotti

Che sia la coscienza la cospirazione contro la razza umana? Thomas Ligotti ne parla in questo libro pubblicato da Il Saggiatore. L’articolo è di Martino Ciano ed è già stato pubblicato per Zona di Disagio

Vivere, questo è davvero importante.

Perché continuare a vivere a tutti i costi e non darsi la morte quando non si trae più beneficio dall’esistenza? È una di quelle domande che non avranno mai risposta, o meglio, forse la risposta la conosciamo ma non vogliamo ascoltarla. Quando la coscienza ce la sussurra, tappiamo le orecchie alla nostra anima perché, dopotutto, la vita è un vizio al quale è meglio non rinunciare.

E così è sopravvissuta la nostra specie: la rampante e inquietante razza umana che nei millenni ha creato sistemi filosofici, nicchie interpretative, pompose religioni, ideologie romantiche. Tutta colpa della coscienza, spiegano alcuni. L’evoluzione della coscienza ha creato i suoi sistemi di protezione, ossia, illusioni che hanno alimentato l’istinto di sopravvivenza e l’affannosa ricerca del senso della vita.

Produrre risposte soddisfacenti capaci di smentire verità ovvie è stata e sarà l’attività preferita dell’umanità. La realtà ha sempre schiaffeggiato l’uomo, perché se è vero che dalla polvere si viene e alla polvere si torna, è altrettanto vero che il senso dell’essere-qui resta sconosciuto.

Attraversiamo la vita nell’incoscienza, crogiolandoci nel miraggio dell’eternità; da sempre, anestetizziamo l’angoscia per la morte, per il nulla, per l’annientamento, per la vanità di ogni cosa che facciamo sotto il cielo.

La cospirazione contro la razza umana di Thomas Ligotti è un piccolo viaggio nel pessimismo. Ma cos’è il pessimismo? Personalmente, il miglior modo per vivere sereni, per godersi il proprio tempo, per respirare senza angoscia, per non aver fretta, per riscoprirsi uomini. I danni del pensiero positivo sono inscritti nell’individualismo, nel buonismo, nel globalismo e in altri migliaia di ismi che attribuiscono all’uomo un ruolo di preminenza su tutto.

Essere ottimisti e felici a tutti i costi vuol dire vivere autodistruggendosi, perché l’uomo non domina, ma è dominato dalle illusioni, dall’etica del trasformismo, dall’evoluzione, dalla reificazione degli istinti. Tutto è mercato, ognuno è in vetrina con un prezzo. Ecco, la felicità è sentirsi ricchi anche se il valore delle proprie azioni crolla nel perenne giovedì nero.

Ma nel suo libro, Ligotti porta alla memoria anche tutti quei pensatori definiti pessimisti e abbandonati ai margini dai cattedratici. I motivi di questa “cancellazione”? La loro colpa è stata quella di non aver saputo creare sistemi teorici in grado di illudere l’umanità con la speranza dell’eternità, dell’ottimismo. Tra questi Camus, Zapffe, Schopenhauer e tanti altri.

La cospirazione contro la razza umana è un libro da maneggiare con cura perché non fa sconti, non lascia dubbi, è lapidario nei suoi giudizi. Ho letto tanti commenti su questo libro. Alcuni addirittura non sono riusciti ad andare avanti con la lettura, perché presi dal timore di non riuscire più a riprendersi. Forse è il caso di chiarire che tra queste pagine non c’è nulla di nuovo che già non sappiamo, che già non ci siamo domandati, di cui già conosciamo la risposta. Certamente, non è un libro per chi ama illudersi e si abbandona volentieri alla tentazione di esistere.

“Oltrepassare” ogni significato. Una recensione di Gianni Vittorio

Recensione a cura di Gianni Vittorio

Una fuga verso una nuova vita, percorrere la strada che altri hanno fatto, dimenticarsi delle proprie origini e del passato, ma tanto, prima o poi il passato ritorna sempre, ed i ricordi riaffiorano. Il nuovo libro dell’autore calabrese è una storia di fallimenti, di amori difficili e tormenti esistenziali. E lo fa con una tecnica abbastanza sperimentale, poiché la storia principale si intreccia con le riflessioni dello stesso io narrante, dando vita così ad una specie di romanzo/saggio dai contorni filosofici.

La struttura narrativa di Oltrepassare si articola attraverso due binari, da una parte il narratore, vero deus ex machina, dall’altra Emma, giovane donna sempre alla ricerca del suo ideale. Le sue vicende (che si intrecciano con quelle dello stesso narratore), ci vengono narrate tramite un diario ritrovato (il quaderno verde), appunti di una vita che attraversa ostacoli, vincoli di famiglia, e un amore complicato (Alfonso). Emma vive in una terra, quella calabrese, ostile agli stessi abitanti, un territorio che da sempre si è adagiato all’apparente benessere che le fabbriche e il lavoro hanno portato. Ma Emma non è come gli altri e cerca una via di fuga, e la trova andando via da casa. Forse la filosofia e gli studi l’aiuteranno a trovare un’ancora di salvezza?

“Ma l’essere umano non è programmato per l’amore, ma per l’incanto e l’illusione, tutte le cose che regalano incanto e illusione ci anestetizzano”. In principio fu il segno, dice Ciano, e oggi non esistono più tracce di simboli senza memoria. Nulla può essere compreso, forse la soluzione è davvero andare “oltre”, ed oltrepassare i ricordi, che sono tutto ciò che ci rimane, ma anche tutto ciò che ci uccide. Con uno stile molto personale il libro di Martino Ciano scorre lieve senza pause, e la narrazione risulta fluida nonostante il doppio canale Dio narratore/Emma, stratagemma attraverso il quale realtà ed immaginario si abbracciano alla perfezione.

E noi lettori entriamo come rapiti in un mondo che riesce ad essere nello stesso tempo realistico, ma visionario. Poiché alla fine “la vita è un sogno che la mente trasforma in realtà”.

(Oltrepassare, Martino Ciano, A&B Editrice, 2021)