Oriana Fallaci. La vita è una guerra ripetuta ogni giorno. Rizzoli

Articolo di Rosa Angela Papa già pubblicato per Zona di Disagio

Sin dall’antichità l’uomo ha usato la guerra, in nome di Dio, di dottrine, ideologie, scopi politici ed economici per trovare soluzioni veloci e risolutive, ma come diceva il teologo Michele Serveto “Uccidere un uomo non è difendere una dottrina, ma uccidere un uomo”.

La guerra non può e non deve essere un mezzo per trovare la soluzione.
Oriana Fallaci, giornalista, scrittrice e attivista italiana, è la voce della libertà e della verità e in questo libro la sua voce diventa un urlo, un’esortazione a riconoscere il fanatismo islamico per mettere in guardia l’Occidente.
“Ho visto libertà ferite, anzi assassinate, in nome di quelle libertà. Ho visto apostoli della libertà trasformarsi in carnefici della libertà, in nome di quella libertà “.

L’autrice del libro aveva solo quattordici anni quando, per seguire il padre nel 1943, entra nella Resistenza come staffetta e quando finisce ne esce come soldato semplice.

“In quegli anni imparai a odiare la guerra…a comprenderne la illogicità, la imbecillità, la follia.”

Un odio, quello verso la guerra, nato troppo presto tanto da rendere il ricordo dell’infanzia e dell’adolescenza cupa. Ma a differenza di chi faceva la guerra per attaccare, Oriana faceva la guerra per difendersi.

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, Oriana ha l’occasione di trovarsi in prima linea entrando a Budapest per raccontare e descrivere la rivolta del 1956, ma al confine viene fermata dai carri armati sovietici. “Io volevo solo raccontare la guerra a chi non la conosce “, mail suo sogno viene interrotto e “La libertà è un sogno. …Però guai a non rincorrerlo”.

Oriana fa del dubbio che l’attanaglia una risorsa, lei vuole capire, soprattutto vuole sapere cosa pensa un uomo quando uccide un uomo che non conosce.
Così, armata di coraggio, caparbietà e tenacia, parte per il Vietnam dove conosce i fedayn in lotta contro l’occupazione di Israele. Ella entra nel conflitto mettendo a repentaglio la sua vita pur di comprendere le ragioni della Storia.

Nel 1971 Oriana è testimone di una guerra tra India e Pakistan, una guerra breve e ipocrita e nel 1973 si reca in Grecia per intervistare Alessandro Panagulis appena scarcerato, ma tra i due nasce un forte intesa, da quel momento non si staccarono nemmeno una volta, ella le stette accanto fino alla morte.

Panagulis, politico rivoluzionario, noto come Alekos fu assassinato perché cercava la verità e la trovò! Egli è “L’eroe che si batte da solo per la libertà e la verità, senza arrendersi mai e per questo muore ucciso da tutti: dai padroni e dai servi, dai violenti e dagli indifferenti”.

Nel 1982 in seguito al massacro di Sabra e Chatila, Oriana scriverà senza remore delle donne violentate e sodomizzate, un evento questo che le dà l’occasione per denunciare nuovamente il suo odio per la guerra e per schierarsi dalla parte dei più deboli.

E poi sarà la volta della Guerra del Golfo da dove la “giusta guerriera” fa ritorno con i polmoni danneggiati dalla nuvola nera causata dallo sprigionamento dei pozzi di petrolio. In un’intervista a Pino Scaccia dichiara che il cancro che l’ha colpita fu causato dall’oro nero.

La cronista sosteneva che il cancro non è una malattia inguaribile e che bisogna parlarne liberamente e serenamente anche per esorcizzarlo.

Per Oriana ogni giorno è quello giusto per combattere, ha combattuto per difendere la libertà, la vita dalla malattia, l’amore, la rettitudine, la giustizia, la libertà di parola, la libertà di scrivere e la libertà di essere se stessa.

Dopo la sua scomparsa, nel 2006 in seguito alle vignette di Maometto, Oriana lancia la sua ultima sfida: ” Io vi combatterò sempre, anche da morta“.

Un libro da conoscere “ La vita è una guerra ripetuta ogni giorno” perché è attuale e adattabile a tanti eventi e situazioni della nostra vita.

Il corpo di Oriana Fallaci si è spento, ma ha lasciato parole incisive con la sua penna, ci ha lasciato un focolare ancora acceso dal quale possiamo attingere coraggio e forza. Buona lettura.

Lettere luterane all’Italia, quel Pasolini così profetico

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Nell’Italia dei retori e dei demagoghi parlare di Pasolini è un vizio. Esaltato, criticato, amato, odiato, c’è stato presentato in tutte le salse. Si sono usati paroloni, si sono sprecati fiumi di inchiostro, nessuno però ne ha raccolto l’eredità.

Gli unici che hanno provato ad imitarlo sono stati gli amanti del complotto, che ancora oggi provano a spiegare i mutamenti storici attraverso tesi fantasiose, dimenticando, però, che proprio Pasolini non amava ipotizzare o tessere trame senza senso, ma analizzava i fatti.

Più di Scritti Corsari amo Lettere Luterane proprio perché in questi suoi articoli analizza con dovizia la situazione italiana. E lo fa così bene, che ancora oggi le sue parole sono attuali.

Questi articoli apparvero su Il Corriere della Sera, quando ancora la carta stampata aveva un valore. Venivano pubblicati con cadenza settimanale. L’ultimo era rivolto a Italo Calvino e porta la data del 30 ottobre 1975, tre giorni prima del suo assassinio. In questi scritti coraggiosi viene preso di mira il sistema. Pasolini fa nomi e cognomi, chiede il processo dei potenti democristiani perché colpevoli del degrado della società italiana. La Dc era il male assoluto per Pasolini, i suoi corrotti dirigenti avevano prima sfruttato i dogmi clerico-fascisti, poi quelli del consumismo. Questo passaggio è importante per l’intellettuale bolognese, perché proprio gli anni ’70 hanno portato quel falso progresso sinonimo di imbruttimento e di arretramento.

Pasolini pone sotto gli occhi di tutti i germi della spersonalizzazione delle masse, della globalizzazione economica e dell’omologazione dell’individuo. Per lui i primi ad essere caduti nella trappola sono i giovani del sottoproletariato, quegli eroi delle borgate e del Mezzogiorno di Italia, che vivevano di una cultura propria, vera, ricca di simboli. Parlavano una lingua viva, un dialetto che si arricchiva ogni giorno di nuove espressioni, di parole autentiche che sapevano rappresentare la realtà. Il progresso, invece, li aveva resi sciatti, ricercatori di un benessere che era asservimento e che li collocava in una dimensione piccolo-borghese, entro cui l’unica aspirazione era la roba.

Sia ben chiaro, Pasolini era per l’emancipazione del sottoproletariato, ma questa doveva avvenire con altri mezzi. Il progresso non doveva essere solo economico, ma soprattutto umano. Per questo motivo egli sputa veleno contro la televisione e la scuola dell’obbligo, che in Italia erano mezzi nelle mani dei potenti democristiani.

Vero è che Pasolini fu sempre un intellettuale comunista, mai prenderà le distanze da un partito poco democratico, come fecero molti suoi colleghi. Forse questa è stata la sua unica pecca, ma in Lettere Luterane non mancano le frecciatine al Pci. Infatti, lo definì un partito troppo mite in alcuni momenti e sempre pronto a creare dirigenti piccolo-borghesi valutabili con il metro della roba e in preda alla febbre consumistica.

Pasolini è un mondo a sé. Va letto e riletto, scoperto e riscoperto. Va estrapolato dalla sua epoca e rivalutato in un contesto più ampio, fuori dalla storia come si fa con i profeti. Voleva l’educazione sessuale nelle scuole, chiedeva un processo al potere, anticipò con Petrolio la fine della Prima Repubblica e l’incompetenza dei futuri politici, lesse nel profondo la società italiana.

Il potere è l’unica vocazione autentica degli italiani. Penso di non aver mai letto in nessun altro intellettuale una frase così vera.