Raw. Un horror oltre gli stereotipi di genere

Recensione di Gianni Vittorio

La nuova ondata di registi francesi sta facendo rinascere il cinema d’oltralpe. Tra questi vi rientra a pieno titolo la giovane Julia Ducournau, fresca di vittoria a Cannes 2021 con l’osannato ma controverso Titane. Per parlare della sua poetica bisogna necessariamente partire dal suo esordio.

Raw, il suo primo film datato 2016, rappresenta la prosecuzione di un certo cinema horror di rottura, inteso come rottura con uno stile ben definito. La linea che separa l’horror puro con il thriller psicologico è stata tracciata molto bene dal grande regista canadese Cronenberg. Basti pensare a film cult come Crash oppure Videodrome.

Nel 2016 la debuttante regista francese realizza uno straniante e disturbante horror di formazione, descrivendo la scoperta di segreti interiori della giovane protagonista Justine (Garance Marillier) e del suo rapporto conflittuale con la sorella maggiore Alexia (Ella Rumpf). Justine inizia a frequentare il primo anno della facoltà di veterinaria all’Università di Liegi. Già per i suoi genitori, così come per la sorella, studentessa della stessa facoltà, la scelta di curare gli animali è come una tradizione familiare che viene rafforzata dall’essere una vegetariana. Se la prima parte della storia ha una narrazione lenta e criptica, la seconda invece si mostra in tutta la sua crudezza e violenza, senza risparmiare immagini dure allo spettatore di turno.

Ciò che emerge con efficacia è il rapporto di attrazione-repulsione verso la carne, dapprima vista come un tabù, poi trasformata in oggetto da possedere.

Una delle cose più interessanti del film è l’uso dei campi lunghi, scelta voluta dalla Ducournau per rendere l’occhio di chi guarda voyeristico. Ciò che non si comprende pienamente è la volontà della regista, visto che la narrazione sembra fermarsi e indugiare troppo sul conflitto tra le due sorelle, come se l’aspetto sociologico passasse in secondo piano. Ma rimane comunque il furore controllato di una regia elegantissima ma fredda, alla francese.

Raw può essere anche letto come una rappresentazione di un viaggio iniziatico verso la maturità di Justine, ossia, il fatidico passaggio dall’adolescenza all’età adulta che termina con la trasformazione in donna che esercita il potere sugli uomini. Altra caratteristica peculiare che troviamo in questo film è la figura degli uomini, visti come soggetti passivi, trasformati in oggetti da possedere, usati solo per il proprio piacere, i cui corpi diventano carne di cui cibarsi.

Tutti questi elementi verranno portati avanti con l’ultima opera già citata, Titane, di prossima uscita nelle sale italiane.

Paradossi di un vitalismo insensato. Una cospirazione… Omaggio a Thomas Ligotti

Che sia la coscienza la cospirazione contro la razza umana? Thomas Ligotti ne parla in questo libro pubblicato da Il Saggiatore. L’articolo è di Martino Ciano ed è già stato pubblicato per Zona di Disagio

Vivere, questo è davvero importante.

Perché continuare a vivere a tutti i costi e non darsi la morte quando non si trae più beneficio dall’esistenza? È una di quelle domande che non avranno mai risposta, o meglio, forse la risposta la conosciamo ma non vogliamo ascoltarla. Quando la coscienza ce la sussurra, tappiamo le orecchie alla nostra anima perché, dopotutto, la vita è un vizio al quale è meglio non rinunciare.

E così è sopravvissuta la nostra specie: la rampante e inquietante razza umana che nei millenni ha creato sistemi filosofici, nicchie interpretative, pompose religioni, ideologie romantiche. Tutta colpa della coscienza, spiegano alcuni. L’evoluzione della coscienza ha creato i suoi sistemi di protezione, ossia, illusioni che hanno alimentato l’istinto di sopravvivenza e l’affannosa ricerca del senso della vita.

Produrre risposte soddisfacenti capaci di smentire verità ovvie è stata e sarà l’attività preferita dell’umanità. La realtà ha sempre schiaffeggiato l’uomo, perché se è vero che dalla polvere si viene e alla polvere si torna, è altrettanto vero che il senso dell’essere-qui resta sconosciuto.

Attraversiamo la vita nell’incoscienza, crogiolandoci nel miraggio dell’eternità; da sempre, anestetizziamo l’angoscia per la morte, per il nulla, per l’annientamento, per la vanità di ogni cosa che facciamo sotto il cielo.

La cospirazione contro la razza umana di Thomas Ligotti è un piccolo viaggio nel pessimismo. Ma cos’è il pessimismo? Personalmente, il miglior modo per vivere sereni, per godersi il proprio tempo, per respirare senza angoscia, per non aver fretta, per riscoprirsi uomini. I danni del pensiero positivo sono inscritti nell’individualismo, nel buonismo, nel globalismo e in altri migliaia di ismi che attribuiscono all’uomo un ruolo di preminenza su tutto.

Essere ottimisti e felici a tutti i costi vuol dire vivere autodistruggendosi, perché l’uomo non domina, ma è dominato dalle illusioni, dall’etica del trasformismo, dall’evoluzione, dalla reificazione degli istinti. Tutto è mercato, ognuno è in vetrina con un prezzo. Ecco, la felicità è sentirsi ricchi anche se il valore delle proprie azioni crolla nel perenne giovedì nero.

Ma nel suo libro, Ligotti porta alla memoria anche tutti quei pensatori definiti pessimisti e abbandonati ai margini dai cattedratici. I motivi di questa “cancellazione”? La loro colpa è stata quella di non aver saputo creare sistemi teorici in grado di illudere l’umanità con la speranza dell’eternità, dell’ottimismo. Tra questi Camus, Zapffe, Schopenhauer e tanti altri.

La cospirazione contro la razza umana è un libro da maneggiare con cura perché non fa sconti, non lascia dubbi, è lapidario nei suoi giudizi. Ho letto tanti commenti su questo libro. Alcuni addirittura non sono riusciti ad andare avanti con la lettura, perché presi dal timore di non riuscire più a riprendersi. Forse è il caso di chiarire che tra queste pagine non c’è nulla di nuovo che già non sappiamo, che già non ci siamo domandati, di cui già conosciamo la risposta. Certamente, non è un libro per chi ama illudersi e si abbandona volentieri alla tentazione di esistere.

Il pianto delle faine. Terza parte

Racconto a cura di Napoleone Dulcetti

Dopo averlo fissato per qualche minuto gli altri clienti ripresero ciò che stavano facendo prima del suo arrivo. Un gruppo di signori giocava a poker bevendo birra bionda doppio malto, un vecchietto se

ne stava da solo, con un fiasco di vino alla sua destra e una pitta calda tagliata a spicchi al centro del tavolino.

Fissava la piazza, borbottando di tanto in tanto qualcosa sulla sciagura che aveva colpito le sue vacche. Dietro al bancone una donna sulla cinquantina asciugava i bicchieri appena usciti dalla lavastoviglie, fissandolo.

«Ecco la sua birra!» Il ragazzo lasciò sul tavolo anche una specialità della zona, una ciotola piena zeppa di patatine con la zafarana, un peperone locale essiccato e macinato. Zoel tirò fuori il suo quaderno e cominciò a buttare giù un po’ di cose. Dopo qualche minuto la donna che lo aveva fissato si avvicinò.
«Ehi, tu! Quei signori mi hanno detto se ti va un giro!» Esordì.
«Mi mandano per chiederti se vuoi giocare con loro.»  Si affrettò a specificare notando che il giovane scrittore non capiva.
«E perché mandano te? » Chiese lui perplesso.
«Perché non glielo chiedi?» Concluse lei allontanandosi infastidita.

Osservò i tre che lo fissavano dal tavolino posto al centro della sala, uno di loro alzò la mano come per attirare l’ attenzione. Cosa ho da perdere, dopotutto sono qui per curiosare. Superò ogni timore e si avvicinò.

«Si sieda, signore.» Disse il più alto. Non erano molto più grandi di lui, anche se portavano baffi e acconciature simili ai personaggi della belle époque.

Erano anni che non giocava a poker, decise comunque di tentare.

«Prenda posto, qui, vicino a me. Le presento Francesco Duzzi, l’archeologo e Mattia Netti, il dottore.»
«E lui e il professor Martino Zano, lo storico!» Disse Duzzi quasi scimmiottando il modo in cui era stato precedentemente introdotto.  
«Zoel, piacere mio.»
«Solo Zoel? Allora, qui giochiamo a cinque carte, sa farlo?» Domandò il dottore.
«Certo che so… » Non finì la frase, e alzandosi di scatto si girò verso il tavolino dove sedeva prima. Aveva dimenticato il suo bicchiere di birra.
«Rosellina!» Urlò Zano «una birra doppio malto non filtrata per il signore!»
«Non c’è bisogno di gridare, cafone!» Rispose indispettita la barista.
«Si sieda, signore!» Invitò di nuovo lo storico arricciandosi i mustacchi biondi dalle sfumature rossastre.
«Dottor Netti, a lei l’onore, distribuisca!» Si davano del lei, un modo buffo per prendersi in giro. 
«Non è di queste parti, vero?» Chiese l’archeologo.
«No!» Rispose lui senza aggiungere altro e mettendo in ordine le carte che aveva ricevuto. Quell’interrogatorio improvviso lo infastidiva.
«Ecco!» Disse la signora posando rumorosamente il bicchiere di birra sul tavolo.
«Sul mio conto amore!» Ordinò sarcasticamente lo storico.
«Anche lei qui per gli scavi allora? Scommetto che è un giornalista?» Continuò Zano.
«Non proprio, sono qui per un mio libro. Sto raccogliendo idee e informazioni circa…»
«Uno scrittore dell’orrore?» Interruppe il dottore. «Udite e udite signori. Rosellina, un altro giro di birra!» Continuò sarcasticamente ma con allegria.
«Se è alla ricerca di storie strane allora è venuto nel posto giusto mio caro. La vostra puntata?» Proseguì lo storico.
«Un quarto di bionda.» Suggerì il dottore.
«Vedo!» Proseguì l’archeologo.
«Anche io, e lei?» Chiese Zano. Ci fu un attimo di silenzio. «Qui non giochiamo a soldi, ma a quarti di bionda. Alla fine della partita chi perde paga l’ammontare di birra dovuto.»
«Beh, allora vedo» Disse lui sciogliendosi un po’. Il cameriere arrivò lasciando da bere.
«Vuole dunque scrivere un racconto di paura basato sulle tombe ritrovate qualche mese fa?»  Chiese lo storico mentre osservava irritato le sue carte.
«Più o meno, sono anche interessato allo strano comportamento degli animali nelle zone limitrofe.»
«Capisco! Veda, il nostro è sempre stato un paese strano, accadono cose incredibili: come l’avvistamento di fantasmi, oggetti domestici ritrovati in mezzo alla strada, eccetera, eccetera, eccetera…Ma da quando abbiamo scoperto quelle tombe…»
«Siete delle bestie!» Interruppe il vecchio seduto accanto alla vetrata. «Avete liberato lo spirito maligno di quei guerrieri vichinghi: gente malvagia, pirati spietati assetati di sangue, le mie vacche…morte…rinsecchite…»
«I tuoi animali sono stati mangiati dai lupi stupido ubriacone.» Continuò l’archeologo. «Invece di accudirli passa tutto tempo a bere e poi si lamenta del fatto che i suoi animali spariscono o vengono uccisi» Finì informando gli altri giocatori.
«Non credo che le sue mucche siano morte mangiate…» Ribatté il dottore « È come se qualcuno avesse succhiato via tutto il sangue, lasciando solo ossa e pelle.»
«Le faine o le volpi allora.» Ipotizzò lo storico.
«Le volpi sono animali piccoli, ammazzano galline o polli. Le faine sono ancora più minute.» Ribadì il dottore.
«Resta comunque il fatto che quel vecchio beve come una spugna e non bada alle sue bestie, ecco perché sono morte. » Concluse.
«Noto che tutto ciò la incuriosisce, invece di spaventarsi sorride.»  Disse lo storico.
«Beh, è tutto molto interessante per me, capisce che… » Non terminò la frase.
«La vedremo allora spesso in giro nei prossimi giorni?» Lo interruppe sorridendo maliziosamente. «Sa, tutti e tre facciamo parte del team che si occupa degli scavi, possiamo darle una mano con il suo racconto, sempre se non le dispiace.» Informò Zano.
«Certo, sarebbe utilissimo. Mi occorrono informazioni sul contesto storico, dati specifici sulla natura dei ritrovamenti, fatti accaduti.» Disse lui ripensando alle parole dette poco prima dal signore che aveva perso i suoi animali e a quelle del dottore.
«Ad una condizione!»  Impose lo storico.
«Quale?» Domandò impaziente Zoel.
«Che lei non aggiunga niente di denigratorio sul nostro paese e che la storia si basi su fatti veri, accaduti realmente.» Richiese.
«Un’altra condizione!» Aggiunse l’archeologo. «Voglio il mio nome nell’introduzione, dove mi ringrazia per le notizie specifiche che fornirò sugli scavi. Ah, quasi dimenticavo, un personaggio che mi somigli!» Finì con una risata rauca e impastata di muchi da fumo. Zoel accettò con il sorriso sulle labbra.
«Ora si gioca signori. Birra Rosellina!»

Riccardo aveva imbandito un tavolino vicino al caminetto. Il calore accogliente delle fiamme riscaldò in pochi secondi le mani infreddolite e tremanti dello scrittore.

«Doveva informarsi sul clima prima di partire, il freddo è sempre pungente qui.» Disse Riccardo. Il profumo del coniglio che si cuoceva sulla brace si insinuava bramosamente dappertutto. Una tovaglia a quadretti bianchi e arancioni rendeva l’atmosfera ancor più casereccia. Zoel ripensò alla casa di campagna, quando da bambino passava intere giornate accanto al focolare scrivendo racconti, leggendo storie dell’orrore e tostando fette di pane paesano.

Il pianto delle faine. Seconda parte

Racconto a cura di Napoleone Dulcetti

Entrarono in un piccolo appartamento, uno spazio simile al piano terra ma privo di caminetto e riscaldamenti. Zoel rabbrividì.
«Può scendere a scaldarsi quando vuole. Se le fa piacere pranzeremo e ceneremo insieme, sono solo e

i miei figli vengono a farmi visita soltanto a Natale e Pasqua.»
«Non deve disturbarsi, posso arrangiarmi! »
«Nessun disturbo, mi fa piacere un po’ di compagnia. Nell’armadio ci sono altre coperte se queste non dovessero bastare.»
«Va bene. Le ripeto però, non voglio creare disturbi. Sa, anch’io abitavo da bambino in una casa di campagna, so che c’è molto da fare.»
«Allora saprà tutto di ortaggi, galline e conigli immagino?» Disse sorridendo e accendendosi un sigaro all’anice.

Conigli… Ripensò agli anni d’infanzia. Gli venne in mente che una volta, con suo fratello, liberarono un coniglio per farlo giocare all’aperto. Si divertirono un mondo a vederlo saltare e litigare con i polli, ma il sole calò subito. Non riuscendo ad acchiappare Bombardo, cosi avevano soprannominato quel coniglietto bianco e grigio, se ne tornarono a casa, lasciando l’animale fuori dalla stalla. La mattina dopo lo cercarono ovunque, trovandolo privo di vita vicino al muro di cinta, senza testa.

«La navetta per il paese parte fra dieci minuti e ritorna da queste parti intorno alle otto.» Informò il fattore svegliandolo da quel macabro ricordo.
«Non è possibile visitare gli scavi?» Domandò lui impaziente.
«Ci sono delle tombe dove è possibile andare, le visite guidate terminano alle quattro del pomeriggio, può andarci domattina, ma non credo che lei sia interessato a quelle. Gli scavi di cui ha sentito parlare sono accessibili sono agli addetti ai lavori. Dovrò contattare qualche amico per farle avere un lasciapassare.»
«Sarebbe grandioso. Allora vado a prepararmi, voglio curiosare un po’ per il paese. Tornerò per cena.» Assicurò lo scrittore.
«L’aspetterò. Non sarà anche lei un dannato vegano o cose del genere vero?» Sbottò maliziosamente il vecchio.
«No, no, come le viene in mente?» Rispose sorridendo. Fra i due si instaurò una sana confidenza, come se si conoscessero da una vita.
«Coniglio alla brace allora, una mia specialità, vedrà!». E se ne andò con aria spavalda e compiaciuta.

Coniglio alla brace! Coniglio alla brace! Coniglio! Coniglio! Coniglio! Bombardo! Bombardo! Rimase inorridito, pensò al quel piccolo animaletto lasciato libero, gli si chiuse lo stomaco, ma fu una chiusura lampo perché non mangiava qualcosa di sano da molto tempo e il rumore del fuoco scoppiettante che veniva da sotto suggeriva la succulenta immagine di un coniglio che non sarebbe stato il suo Bombardo, ma di un altro animaletto ben rosolato e profumato di odori e spezie a cuocersi.
Gli venne l’acquolina in bocca, lo stomaco emise un grido di fame.

La corriera arrivò con dieci minuti di ritardo. Innervosito dall’attesa e dal vento freddo si meravigliò che la navetta avesse il riscaldamento acceso.
L’aria calda a pieno regime rendeva difficile capire ciò che gli aveva chiesto l’autista. Si limitò a consegnargli cinque euro e a ricevere il resto. La strada era tortuosa e le curve si inerpicavano, lambendo i fianchi di colline verdi e strapiombi scoscesi.
Si vedeva il mare, in uno squarcio delineato da cime e burroni, un cielo freddo copriva tutto e tutti. L’autista abbassò la potenza del riscaldamento e le voci di due vecchietti seduti ai primi posti divennero più chiare.
Il dialetto rendeva la macabra conversazione quasi divertente

« Lo ha ucciso! Accoltellato per una sigaretta.» Disse uno.
«Un vizio di famiglia. Tale padre…» Aggiunse il secondo
«Suo zio poi…» Disse l’autista.
«Proprio così. Una notte nel tentativo di dare fuoco al pollaio di Giacomo ha calpestato una trappola per lupi. Dal dolore è caduto a terra e battendo la testa ha perso i sensi. Quando il vecchio fattore è arrivato era troppo tardi, per le galline, le uova e anche per lui.» Raccontò il vecchietto vicino al finestrino
«Non credo si possa avere pietà per una persona come lui. Al vecchio Giacomo è andata bene dopotutto. Due piccioni con una fava.» Continuò l’altro.
«In che senso?» Chiese l’autista.
«A bruciare non è stato soltanto una canaglia, ma anche il suo diretto avversario nella produzione di carne bianca e di mele. Che fortuna sfacciata il vecchio fattore!»

Zoel rimase colpito dal modo in cui parlava quella gente.
Sembrava normale, quasi abitudinario e lui ne era felice perché tutto ciò rendeva più semplice la sua attività di scrittore dell’orrore.
«Scendere signori! Prossima corsa, ore venti, stesso piazzale.» Urlò l’autista.

Zoel si ritrovò in un antico centro storico. Cosa rende così fredde queste persone? Pensò quasi ad alta voce mentre si accendeva una sigaretta. La piazza era deserta. Si accorse che erano poche le attività aperte: il“Play&Drink”, un pub costruito in stile inglese, un panettiere che imbandiva il banco di pizze rustiche e un macellaio che affilava coltelli mentre ascoltava la radio.
Uno strano silenzio avvolgeva quelle case, si sentì osservato, come se fosse un lupo affamato che gironzolava fra viuzze fredde e irregolari. Immaginava padri di famiglia nascosti dietro le tapparelle con il fucile in mano, bambini irrequieti che caricavano le fionde, casalinghe forti e coraggiose con il coltello da cucina nascosto sotto la gonna. Un brivido gli accarezzò il collo scoperto, come un dito gelato che stuzzica per poi nascondersi.
Ripose il quaderno che utilizzava per prendere appunti e si incamminò verso il “Play&Drink”. Entrò, e gli occhi dei clienti lo infilzarono come tanti chiodi arrugginiti.

«Una birra non filtrata, per favore!» Chiese al cameriere, un ragazzo sulla trentina alto e panciuto.
Il modo in cui portava i capelli e la barba folta e bionda lo facevano somigliare ad un guerriero normanno, ma il suo tono era quasi femminile.
«La preferisce al banco o al tavolino?» Chiese con voce ancora più effeminata.
«Al tavolo, grazie. Non filtrata mi raccomando! » Affermò andando a sedere vicino la vetrata.

Il pianto delle faine. Parte Uno

Racconto a cura di Napoleone Dulcetti

«Chi cerca trova».
Zoel non avrebbe mai immaginato che seguire un così banale e decantato proverbio lo avrebbe catapultato nella storia più singolare della sua vita. Scrittore emergente, aveva fatto fortuna grazie alla trasposizione cinematografica di un suo racconto dell’orrore qualche anno prima. Come spesso accade però il blocco dello scrittore lo avvolse in una morsa inaspettata e si ritrovò presto solo, davanti al suo portatile, a scrivere e cancellare trame da sviluppare. Un pomeriggio di dicembre accese il tablet e scrisse sulla barra vuota di YouTube “strani fatti”.

Apparve il video di un blogger e giornalista. Parlava di bizzarre vicende accadute in un paesino vicino, non lontano dal suo. Il giovane youtuber mostrava, con ghigno sadico, le immagini di alcune fosse, le sue parole erano malferme, ma qualcosa era chiaro fra quel mare di frasi grammaticalmente scorrette e indecise. «Buonasera amici fedeli. Ecco, vedete, mi trovo vicino il luogo della scoperta. Devo stare attento, le autorità non vogliono gente non addetta ai lavori nei paraggi. Le vedete? Sono antiche tombe, forse di epoca normanna o longobarda, ma gli studiosi non concordano e le lacune sono molteplici. Il fatto starno, quello che ci interessa insomma, riguardava però il comportamento bizzarro di alcuni animali domestici. Secondo le persone più superstiziose della zona tutto ciò si può ricollegare al ritrovamento di questi sepolcri. Ecco, un contadino, lo conosco, il signor Minicuccio. Buongiorno amico mio. Allora, che succede qui?» Un omone alto e poderoso osservò la telecamera con disprezzo, poi in un dialetto quasi comprensibile disse: «Sono i morti. Non è  bene disturbare il loro riposo. Le mie galline muoiono, le trovo stecchite la mattina, prosciugate, come se qualcuno avesse succhiato via tutto il loro sangue con una cannuccia.»

Zoel rimase scosso da quel video. Potrebbe essere una buona idea: prendersi una pausa e andare lì giù a documentarmi di persona. Quel pensiero lo invase, come un fiume di parole e frasi da incanalare in un racconto. Improvvisamente una marea di intuizioni fece scricchiolare la diga con sopra scritto “BLOCCO DELLO SCRITTORE”. Non ci pesò molto, si accese una sigaretta alla menta e cercò fra l’elenco la lista delle strutture alberghiere nei pressi della zona archeologica. Non trovò nessun hotel o B&B libero, ma una receptionist gli consigliò di chiedere a un contadino che possedeva una fattoria e fittava appartamenti a studenti o appassionati di allevamento tramite un progetto di fattoria-sociale.

Il posto dove avrebbe alloggiato nei seguenti giorni era situato su una collina, non molto distante dalla zona principale dove erano avvenuti i ritrovamenti. A isolare la casa dalle tombe c’era una profonda vallata ricoperta da un fitto bosco di pini e querce, raggiungibile solo attraverso una stradina che serpeggiava verso le montagne e portava all’antico centro storico. Durante il viaggio Zoel fece delle ricerche, scoprendo che altre tombe erano state ritrovate negli anni precedenti, ma esse erano relative a popolazioni che vissero molto prima rispetto a quelle dell’epoca medievale.

Un vecchio fattore lo aspettava fuori al cancello, un signore alto e possente dai capelli bianchi ordinatamente pettinati indietro e coperti in parte da un vecchio cappello di paglia sbiadita. Portava pantaloni scuri e una camicia celeste, il tutto seminascosto da un giubbotto beige di materiale indefinito.

«Benvenuto, l’ aspettavo mezzora fa!» Disse Riccardo.
«Il treno ha fatto ritardo. Non è stato facile trovare un passaggio fino a qui!»
«C’è una navetta che sale su al paese tre volte al giorno, le indicherò gli orari più tardi. Nel frattempo venga, le mostro il suo alloggio.»
«Ne sarei felice.» Disse lui tremando.
«Non prima di averle offerto qualcosa di caldo però, lei sta gelando. Deve coprirsi bene, l’inverno quest’anno è rigido, straordinariamente rigido…»  Continuò il fattore facendo strada.

Riccardo lo introdusse in un piccolo salone. Il fuoco era accesso e scoppiettava nel camino a mattoni rossi. Un segugio dormicchiava alla sinistra del focolare, ma non appena i due si avvicinarono alzò la testa, fissando il suo padrone e lanciando fugaci sguardi sullo straniero.

«Le presento Brix! Ne abbiamo viste di tutti i colori tu ed io, non è vero furbacchione? Nelle battute di caccia è sempre stato il migliore il mio Brix. Vero vecchio mio?» Urlò accarezzando la bestiola.

Che strana coincidenza! Pensò Zoel. Da piccolo aveva avuto un segugio molto simile a quello che ora lo fissava con diffidenza, si chiamava Diana, suo padre lo vinse ad una fiera. Ricordò che dopo qualche mese, diventata troppo irrequieta e ingestibile, dovettero darla via, regalandola ad un amico di suo nonno, un cacciatore grosso e calvo. Provò un senso di colpa e malinconia. Sprofondò sulla poltrona vicino al camino, il freddo intenso lo infastidiva. Il segugio si avvicinò, annusandogli i piedi.

«Anche lei qui per gli scavi?» Chiese il vecchio mentre metteva a bollire l’acqua sul fuoco.»
«Sì, raccolgo informazioni sulle strane vicende accadute di recente. Scrivo racconti dell’orrore.»
«Allora è venuto nel posto giusto!» Proruppe il fattore con una risata fragorosa e rauca. Si fermò, improvvisamente, immobile, serio e pensieroso. Fissò il segugio come se quella bestia fosse a conoscenza di fatti terribili. «Succedono strane cose in queste zone. Da quando quei gran professori hanno riportato alla luce le tombe dissacrate poi… Adesso è peggio, ma si fidi…» Osservando le fiamme danzanti, quasi ipnotizzato.
«Non perdiamoci in chiacchiere, venga, sarà stanco, le faccio vedere il suo alloggio.» Concluse tagliando corto ed evitando di aggiungere ulteriori particolari allo scrittore.
«Che cosa intendeva dire prima?» Chiese Zoel incuriosito dalla frase rimasta sospesa.
«Niente ragazzo mio, solo che qui la gente e un po’ stramba, se ne accorgerà. Avrà modo di scrivere,  tanto.»

Continua…