Patrizio Zurru. Enedecascivoli. Maraggi Editore

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri. Buona lettura.

Un “sali e scendi” per questi ricordi che nel tempo non si sono dissolti, ma che sono diventati sempre più vividi recuperando nel loro “eterno ritorno” tanti piccoli particolari, fin quando tutto è ridiventato ciò che è stato.

Eccoli qui i sessantacinque racconti che Patrizio Zurru ha voluto imprimere sulle pagine di questo libro. Per ognuno di loro, l’autore ha delimitato uno spazio, una sorta di tela bianca sulla quale il lettore potrà tracciare le proprie emozioni. Una “lettura partecipata”, in cui è proprio il lettore ad arricchire il racconto con le sue linee estemporanee. C’è qui l’immagine di un tempo andato via, di cui non si deve avere per forza nostalgia, ma che testimonia la fuga in avanti degli anni, la metamorfosi costante d’ogni cosa, il mutamento dei corpi, dell’anima, di tutto ciò che ci circonda.

Un tempo c’erano i giochi per strada; le famiglie-tribù; il quartiere; il paesello; il mondo senza connessioni internet; la Sardegna, terra d’origine dell’autore, oltre cui sembra che non ci sia nulla. Ma cosa c’è di più romantico dell’isolamento degli isolani, che vedono gli altri continenti come terre lontane, incantate e misteriose? E come viene vissuto tutto questo da un bambino, che può sognare guardando l’orizzonte immaginando che al di là di esso tutto sia distante e irraggiungibile?

E Zurru ci accompagna tra queste sensazioni, attraverso brevissimi racconti simili a frammenti. Frammenti non più taglienti, ma preziosi, che possono essere incastrati l’uno nell’altro, che s’imprimono su un foglio, magari a fine giornata, quando il sole cala e il cielo sanguina… è questo il momento migliore per lasciarsi andare, per immaginare che l’isola sia l’unica terra emersa dalle acque e che, qualche volta, anche un uomo ha il diritto di sentirsi un’isola.

E a tanti scogli emersi dal mare calmo dei ricordi assomigliano i racconti di Zurru, che si tuffa nella sua memoria, lasciandosi trasportare dalle onde, quelle onde che cercano sempre una spiaggia sulla quale infrangersi.

Sul cadavere della trascendenza. Un oggi

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Se la società dei consumi è immanenza e tautologia, allora ogni cosa è diventata segno che sostituisce l’argomentazione. La morte dei significati ha lasciato in vita solo parole-fantasma.

Ciò ha dato forza a un discorso che non ammette più la presenza degli opposti-dialoganti che hanno dato forma ai miti dell’occidente. Immanente e unidimensionale è l’uomo, al quale è rimasto il confronto con la sua alienazione.

È proprio per questo motivo che ogni riferimento al mito si perde in uno sterile accordo tra interpretazioni svuotate dei significati originari e intellettualismi ripetitivi. Tutte le nevrosi usano un linguaggio spettacolare, infatti, un teatrino osceno è davanti ai nostri occhi: la guerra e la pace vengono annunciate dai mass-media.

Il corpo diventa riflesso della libido, della violenza e dell’animalità; la carne ha un valore variabile. Ormai, solo due diritti sono diventati inalienabili: quello alla pornografia e quello alla putrefazione. Nella società del consumo ogni cosa diventa oggetto e la reificazione è un medium posto a priori attraverso cui il codice viene svelato.

Il nostro linguaggio è binario. Con i nostri “sì” affermiamo ciò che è già imposto, con i nostri “no” approdiamo a un’alternativa che già è stata preparata per noi. Più ci distacchiamo da una massa, più ci immergiamo in un’altra massa; più neghiamo qualcosa, più diamo forza a ciò che abbiamo negato.

È secondo questo processo che noi avvertiamo la stanchezza, quell’apatia che ci rende sorridenti, iperattivi, insofferenti verso il silenzio, spaventati da ogni immobilismo.

Il sistema ha già pensato a tutto. Scrive bene Jean Baudrillard nel suo libro “La società dei consumi”. Dalle sue tesi dipende gran parte della lettura del postmodernismo.

Pensiamo all’emergenza sanitaria in cui ci troviamo. Anche questa è stata “codificata” dal linguaggio del consumo. Il Lockdown è stato un momento di passaggio in cui una società privata di ogni mito e di ogni parola, si è aggrappata al codice del consumo, alla dittatura dell’abbondanza, al solitario discorso della scienza inesatta.

Ha vinto l’opinione, maschera democratica posta sul volto della dittatura dell’ignoranza. Durante il periodo della “clausura” noi abbiamo visto la faccia di un sistema malato, volto che è stato subito dimenticato con la riapertura. I miti ancestrali connessi al Covid19, apparsi sotto forma di reminiscenze delle antiche paure, hanno parlato secondo la lingua dell’uomo postmoderno. Il caos estivo ha subito rimosso il trauma, perché nella società dell’abbondanza dimenticare è sinonimo di progresso.

Ma se manca la trascendenza, ossia, l’Iperuranio della nostra conoscenza, manca anche la capacità di instaurare un dialogo che vada oltre le “regole del consumo” e “il codice imposto dal regno dell’eterno progresso”. Da qui prende forma il nostro “oggi”, che se ne sta sospeso tra “stanchezza mentale” e “iperattività”.

Quella strana cosa chiamata letteratura: solo un mite commento

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Sono morte le correnti letterarie. Se ne sono andati per sempre i ricercatori di parole, i vagabondi con i loro pensieri rivoluzionari, gli utopisti e coloro che redigevano manifesti incendiari. Qui sono rimasti solo gli attacchini, condannati a leccare il culo ai profeti di sventura del XXI secolo, per pubblicare le proprie scemenze. Da tempo mi rifiuto di leggere libri corredati da promettenti fascette.

500 mila copie vendute in due settimane.

A tua sorella, forse! Mormoro, percorrendo a passo svelto i reparti dell’unica libreria presente nel mio piccolo borgo calabrese, dove chi legge è una mosca bianca. Dalle mie parti la carta imbrattata di inchiostro spaventa più della lupara, anche di quella bianca. Ma tutto il mondo è paese, me lo ricordano i tanti amici, veri amanti dei libri, che bazzicano come me Facebook.

La letteratura è morta. Il lettore accanito piange su un cadavere in decomposizione.

Lo scrittore contemporaneo è ormai una rockstar, la sua immagine vale più del suo libro. Il suo atteggiamento dev’essere maleducato, poco culturale. Deve scrivere il necessario in maniera compulsiva, tanto l’editing glielo fanno prima ancora che il romanzo sia finito.

Si è perso l’amore per la letteratura e per la poesia, ormai, le parole sono uno sfogo di rabbia repressa. Non ci si interroga più sull’ambiente che ci circonda, anzi, con piacere qualcuno ammette che questo è proprio un bel posto in cui vivere.

Leggo dai quaranta ai cinquanta libri all’anno. Anche se mi ritiro distrutto dal lavoro, ho bisogno di sfogliare un libro. I migliori sono quelli del secolo scorso. Si sente la passione, l’amore per la parola, il sacrificio per un ideale alto, nobile, spirituale. La maggior parte di queste opere è stata scritta da mani che hanno potuto spezzare poco pane, è stata pensata da intellettuali che puzzavano di fame; ma diamine signori, trovatemi uno scrittore così, oggi, e vi solleverò il mondo con un piede. Avevano le scarpe bucate, ma avevano grandi ideali, si aiutavano l’uno con l’altro. Le divergenze erano frutto di scontri ideologici.

Vedute diverse? Ideologia? Oggi esiste ancora tutto questo?

La tecnologia avrebbe dovuto renderci più vicini, invece, ha creato divisioni e invidie. Leggo di diatribe basate sulle vendite, sull’io scrivo meglio di te, sull’io sono bravo tu fai schifo. Molti scribacchini, raggiunta la vetta della classifica delle vendite di Amazon, Ibs e altro, si fregiano del loro titolo di intoccabili. E non fa niente se anche nei loro libri appaiono errori come: se sarebbec’è n’èun’altro; bisogna considerarli stilisticamente accettabili. Poi, nel mezzo del cammin di questa strada oscura, ci sono gli esordienti maleducati ed egocentrici che ti chiedono la recen…zione. Te la chiedono con odio, con la foga di un tossico in preda ad una crisi di astinenza. In alcuni casi ti suggeriscono come devi presentare al pubblico il loro capolavoro.

Una sera, un baldo giovane mi scrisse: il mio libro è originalissimo. Io leggo giusto qualche libro recente, pochissimi classici, proprio perché non voglio copiare, ma scrivere roba inedita.

Secondo questa teoria, Borges, che sui libri si è bruciato letteralmente gli occhi, era privo di talento.

Logicamente, io sono un pivellino aspirante scrittore, aspirante critico, aspirante cretino, aspirante giornalista, aspirante demente, che ha visto davvero poco; infatti, più si sale, più abbonda la mediocrità. Ma a pagarne le spese è la letteratura, quella parola che ormai non significa nulla. E noi maniaci ricercatori del bello, della parola che ci tolga il fiato, invochiamo il ritorno delle correnti, delle grandi idee, delle utopie.

Siamo proprio dei fottuti conservatori.

Infatti, in una stanzetta ho costruito volume dopo volume la mia libreria. Seicento opere, riposte in quattro scaffali acquistati all’Ikea. Sono sicuro che ne riempirò un quinto, poi un sesto e così via. Ecco, anche questo vuol dire essere conservatori: leggere sperando che si torni a parlare di letteratura.