Economia della sopravvivenza creativa. Buonsenso e altre stronzate

Articolo di Martino Ciano

Se abitui le masse a non avere regole, non puoi pretendere che ci sia convivenza tra individui.

La parola buonsenso è priva di significato in una società educata all’individualismo e al raggiungimento del benessere. L’individuo-consumista è alla ricerca di una illimitata felicità, quindi, a non porsi limiti. La regola è un limite; il buonsenso è un limite; la convivenza pone un limite e rende ogni persona parte di un dialogo. Ma chi riesce a dialogare? Peggio ancora quando l’autore di qualche malevolo comportamento viene giustificato a colpi di poverino-poveretto, e ogni sua azione diventa oggetto di studio per la psicologia-casereccia praticata nei talk-show.

Chi ancora crede nell’illusione del mondo a venire, in una società opulenta, meritocratica, pacifica e altamente qualificata, sia pronto a morire disperato. Chi non si è ammalato di Covid19, è preda di frustrazioni scaturite dalla visione del limite.

Il virus è un limite? No, è stato il coltello che ha squarciato il velo dietro cui erano nascoste tutte le illusioni di eterna felicità. L’analfabetismo funzionale esisteva prima della Pandemia, ma era sopportabile; il mito dell’immortalità era la favola che ogni sera ci raccontavamo prima di dormire, il suo finale ci imponeva di “credere in noi stessi”; la resilienza è stata la dottrina inculcata dalle casalinghe new age e dai venditori di materassi e pentole da cucina. Ma più che la resilienza, ci è stata imposta la sottomissione al buonismo e al culturalmente corretto.

Una sola cosa salverà il mondo: ammettere il fallimento del “pensiero-positivo”. Il vero nichilismo si annida nel pensiero positivo, nella fiducia incontrastata verso il futuro.  Il vero complotto è il pensiero-positivo.

Tutti possiamo essere tutto. Una sciocchezza del genere è oggi alla base della nuova economia della sopravvivenza creativa. La mediocrità è l’arma attraverso la quale tutti i livelli di salubrità della società post-democratica sono stati resi manipolabili. La nuova democrazia è Facebook, social in cui ognuno è un individuo illuso dal motto primordiale “tu sei quindi vali”.

E mentre nel mondo alcune popolazioni non hanno pane e pace, il tramonto continua inesorabile sull’umanità. Non è più il Covid19 a far paura, ma la mancanza di un modello alternativo, perché ora che la materia delle nostre illusioni si sta corrompendo più velocemente del solito, ecco che resta tra le nostre mani una bolla di sapone che continuiamo a scambiare per una sfera di cristallo.

William Burroughs, un Pasto nudo che ancora gela l’anima

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Riaccostarsi alla lettura di questo testo, apparso per la prima volta nel 1959,  non fa male a nessuno. Pasto nudo è un pezzo raro di follia, di nichilismo e di profonda discesa nell’essere, che qualsiasi amante della letteratura dovrebbe almeno conoscere.

Burroughs scrive un trattato su se stesso e, da  appartenente alla frangia avanguardistica della beat generation, racconta la sua condizione di omosessuale e tossicodipendente, incarnando le sembianze di William Lee.

Interessante anche la lettura che dà del mondo della droga, visto come tentativo per controllare le persone. Burroughs fa rappresentare questo concetto dalla figura del dottor Benway, uno scienziato che ricerca sistemi di controllo non violenti delle masse. La droga è uno di questi,  visto che assuefa e dà un’estasi che azzera il pensiero.

Lo scrittore, proveniente da una ricca famiglia americana, definito dai suoi stessi genitori una pecora nera, riversa tutte queste violente frustrazioni in un quadro allucinato e schietto. La malattia della droga, di cui egli stesso è vittima, diventa mondo a sè, luogo in cui nefandezze, volgarità e passioni si scatenano.

Il lettore spesso e volentieri faticherà a trovare un filo conduttore in questo accavallarsi di immagini, che rimbalzano da un luogo all’altro. Sarà shockato dalla sadica descrizione di alcune scene. La sua morale sarà messa a dura prova, ma come spiegherà proprio l’autore alla fine del libro: “La malattia non è per chi ha lo stomaco debole”.

La malattia di cui Burroughs parla non è solo quella della droga, ma anche del pregiudizio, dell’indifferenza e dell’assenza di umanità. In un mondo in cui la sensibilità è corrotta, lo scrittore americano propone un libro riflessivo e ironico. Come per tutti i capolavori: pochi comprendono, molti amano solo dopo aver tanto disprezzato.

Non è un caso anche il titolo del libro, che gli fu suggerito da Kerouac. “Per Pasto nudo intendo l’istante raggelato nel momento in cui si vede ciò che sta sulla punta della forchetta”. Una similitudine azzeccata, dunque, per un testo amaro, cinico e ironico ma difficile da digerire.