Nicola Vacca, Arrivano parole dal jazz, Oltre edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Quelle di Nicola Vacca sono parole ispirate da note malinconiche, partorite nel corso di un ascolto intenso, quasi estatico. Sono versi che incarnano lo spirito di un genere musicale che è testimonianza di un riscatto. Dopotutto, il jazz è protesta, è una voce che grida nel deserto dell’indifferenza.

Il poeta pugliese compone un tributo e lo dedica ai maestri del genere. Una raccolta che è anche un invito a scoprire queste sonorità così sperimentali, nate da un “popolo” che ha sentito l’esigenza di essere parte attiva dell’umanità. E, forse, è questo ciò che affascina del jazz: aver contribuito alla rivoluzione dei diseredati. Una rivoluzione ancora incompiuta, ma che avrà per sempre la sua colonna sonora.

Ben descrive tutto ciò Vittorio Curci, autore della prefazione. L’arché del jazz è da cercare in quei dolorosi viaggi senza ritorno di cui furono protagonisti nei secoli scorsi non solo grandi masse di africani ma anche tanti, tantissimi europei. Grazie a queste righe comprendiamo l’intento dei versi di Nicola Vacca, che si snodano sinteticamente tra le trame di Chet Baker, Miles Davis, John Coltrane e molti altri.

Ci sono poi i disegni di Alfonso Avagliano. Linee veloci, spigolose, sguinzagliate sul foglio bianco come se volessero testimoniare l’attimo, il momento, l’ascolto che si nutre di note fantasiose.

La musica è il dappertutto che si aggira dalle parti dell’anima, scrive Nicola Vacca nella sua poesia dedicata a John Coltrane. Ma ogni cosa che percepiamo viene sempre rielaborata e riarrangiata dai nostri sensi, fin quando non diventa forma perfetta dalla quale possiamo trarre piacere o disgusto. La nostra percezione ci interroga in continuazione, ci pone davanti a una scelta.

Cos’è dunque il jazz per Nicola Vacca?

Amo il jazz/perché quando sogno/mi lascia sempre con i piedi per terra.

E in questo sogno in versi, che ci lascia camminare sulla solida terra, noi possiamo riscoprire una malinconia che ci accomuna e che ci riporta alle nostre “migrazioni”.