L’ultima udienza

Un racconto di Antonella Perrotta

L’aria, nell’aula della Corte di Assise, sapeva di legno, di sigaro, di carta e di polvere.

L’avvocato Domenico Domenici osservava in silenzio i colleghi seduti avanti a sé e quelli dietro. Erano in tanti, una cinquantina, e, per quanto composti, nell’insieme spandevano un brusio tra le pareti rivestite di legno della stanza. Avevano tutti l’aria stanca e assonnata. L’avevano anche i giudici, anche i giurati popolari, per quanto si sforzassero di mantenere le spalle erette, lo sguardo fisso in avanti e l’espressione imperscrutabile di chi è chiamato a decidere in maniera imparziale. Solo il Presidente se ne fotteva: lui sbadigliava e non si sforzava di nasconderlo.

Erano lì da sei ore, giusto una breve pausa pranzo, e chissà per quanto ne avrebbero avuto ancora. Erano le lancette dell’orologio a dirlo, oltre che la stanchezza, non la luce abbagliante del primo pomeriggio. Quella non si vedeva, ché non v’erano aperture nell’aula, se non la porta d’ingresso che era stata sbarrata. Ma c’era. Fuori, nel mondo libero.

L’avvocato D.D. era giovane, forse pure troppo per un processo importante come quello: ottanta imputati per più di duecento capi d’imputazione. Era un processo per associazione a delinquere, uno di quelli che avrebbe dovuto scuotere scienza e coscienza e fare pulizia nella comunità. Aveva accettato l’incarico perché era curriculare, ma non ci aveva dormito la notte. Non era ansia per l’attività che avrebbe dovuto svolgere, la sua, il mestiere lo conosceva bene, nonostante l’età. Non era neanche perché difendeva due malavitosi di cui si sforzava di sostenere lo sguardo. Non si poneva alcuno scrupolo morale, sebbene più di qualcuno gli avesse chiesto come poteva sostenere la difesa di chi, per fatto notorio, aveva le mani macchiate di sangue. Sapeva bene che, senza di lui e senza i suoi colleghi, il processo non si sarebbe potuto celebrare e che un processo e la difesa in giudizio vanno assicurati a tutti, anche ai peggiori delinquenti, se si vuole che, il nostro, sia uno Stato garantista. Non si risponde ad un sopruso con un sopruso. Lo Stato non può permettersi soprusi. Processi rispettosi della legge, invece. E, per farli, servono anche gli avvocati.

Era altro quello che lo disturbava. Erano gli accordi, sordidi e infami, che seguivano gli incontri nei bar all’aperto, le telefonate in codice, le mazzette nei sacchi della spazzatura. Trame da cui s’era sempre tenuto lontano. Lui voleva fare soltanto il suo dovere, servire la macchina della giustizia, non essere complice del reato. Voleva esercitare il mestiere per il quale aveva studiato, farlo bene, essere bravo. Ben retribuito, anche, ché non aveva pretese di santità caritatevole.

Si guardava intorno sospettoso, chiedendosi di chi avrebbe potuto fidarsi, là dentro. Sentiva il peso di una longa manus, potente e invisibile, spingere contro il soffitto, un pugno chiuso pronto a colpire la testa di chi non aveva preso parte agli incontri segreti nei bar all’aperto, non aveva risposto al telefono e aveva buttato nell’indifferenziata i sacchetti della spazzatura. La sua, insomma.

L’ultimo collega aveva appena finito di parlare. La Corte si alzò e si ritirò per decidere. Uscirono tutti dall’aula per bere, mangiare, fumare, qualcuno anche per tirare coca. Si sarebbe fatta sera prima di avere il verdetto. Ma l’aula non l’avrebbe saputo, non esisteva il giorno e la notte, lì dentro. L’avvocato D.D. si intrattenne con alcuni colleghi che godevano della sua stima e della sua fiducia. Erano perplessi e impauriti quanto lui, non per se stessi, ma per la sorte della giustizia. Finì con l’assopirsi su una panca di legno del corridoio. Poi, la campanella che annunciava il rientro in aula della Corte suonò e lui si svegliò. Guardò l’orologio. Erano passate altre quattro ore.

Fu letta la sentenza. I giudici e i giurati si ritirarono, i detenuti furono fatti uscire da dietro le sbarre e accompagnati fuori in manette dalle guardie carcerarie, il cancelliere recuperò i fascicoli d’ufficio, gli avvocati chiusero codici e scartoffie nelle valigette color cuoio e riposero le toghe di lana leggera nelle sacche. L’aula si spogliò, le luci si chiusero.

L’avvocato D.D. uscì dall’edificio, salì nella sua auto. Si lasciò andare col capo riverso sul volante, sfatto di stanchezza e disillusione e si abbandonò a un lungo pianto.

*Foto: L’uomo angosciato

Panopticon, la gabbia di Michel Foucault

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Ha ispirato la letteratura. Ha cambiato il modo di intendere la sociologia. Ha parlato di follia, di sessualità e di controllo delle masse. In poche parole, è stato il profeta del XX secolo e nessuno come lui è stato così bravo nello spiegare i meccanismi che stanno alla base società moderna.

Michel Foucault non ha bisogno di presentazioni eppure oggi se ne parla poco. Sorvegliare e punire è uno dei suoi libri più interessanti e dovrebbe essere una lettura obbligatoria nelle scuole, ma questa è utopia.

Cos’è il potere? Foucault si pone questa domanda e comprende che ormai non è più un qualcosa di visibile, ma di camuffato sotto principi liberticidi. Il diritto alla felicità, all’autodeterminazione, all’individualità paradossalmente sono i punti cardine di una nuova società che lascia tutti liberi, purché si accettino delle procedure di persuasione. Ma tale prassi non ha uno scopo educativo, bensì, di controllo. Ecco le società panottiche.

Il Panopticon è una prigione circolare teorizzata nel 1785 da Jeremy Bentham, esponente dell’illuminismo inglese. Al centro di questa circonferenza si erge una torre in cui si nasconde il sorvegliante, il cui occhio vigile controlla il carcerato. La torre è posta in controluce, il guardiano non può essere visto dai prigionieri e, soprattutto, chi è in gabbia non sa se il sorvegliante è davvero lì. Sa solo che non può sfuggirgli. Che ci sia o meno in quella torre, il prigioniero ha una sola possibilità: conformarsi alle regole e controllare i propri istinti.

Altro aspetto importante, Bentham voleva una prigione democratica. Pertanto, tutti potevano accedere alla torre. Tutti avrebbero potuto far parte del sistema e testare la sua funzionalità. Per l’esponente inglese dell’illuminismo tale sistema avrebbe dovuto essere introdotto nelle fabbriche e in qualsiasi istituzione pubblica. In questo modo non solo ci sarebbero stati dei benefici educativi ma, soprattutto, produttivi.

Il Panopticon oggi è realtà. Ma c’è altro. Foucault scrive un altro illuminante saggio e lo divide in tre volumi: Storia della sessualità. Conia un nuovo termine: biopolitica. Il potere, dopo aver reso tutti liberi dalla paura del sovrano medievale, assoluto, forte del suo diritto di dispensare vita e morte sui suoi sudditi, si manifesta attraverso la difesa della vita e della sessualità, con il solo scopo di impossessarsi dei corpi.

Il controllo del corpo, insomma, è il controllo totale.

Il controllo delle nascite, il diritto alla propria sessualità, il diritto alla vita passano per procedure specifiche. Legano il corpo a un controllo costante del potere che suddivide e sorveglia, rimanendo nascosto, sorridendo alle masse. La tesi di Foucault è geniale e oggi in pochi riuscirebbero a confutarla, anche perché tutto ciò che il filosofo francese ha teorizzato si è avverato.

Non era un conservatore, tanto meno un moralista. Muore nel 1984 a causa dell’Aids. Ha regalato pagine che vanno lette con cura, senza porle sull’altare delle facili estremizzazioni. Foucault invita alla meditazione. Ci mostra quel guardiano che ci segue con il suo occhio e che sta prendendo possesso dei nostri corpi.

Del cervello… forse non ne ha bisogno. Usiamolo, quindi.