Jack Kerouac e William Burroughs. E gli ippopotami si sono lessati nelle loro vasche. Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Da qui è iniziata la storia della Beat Generation. Una vicenda complessa aleggia su questo romanzo, scritto a quattro mani, dai principali mentori della Generazione Perduta che, tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’invasione globale del sogno americano, hanno dato voce a chi stava ai margini, ossia, agli spaesati, ai negletti, alle persone che vivono al di là della felicità delle epoche. Completato nel 1945, il manoscritto di Kerouac e Burroughs rimase inedito fino al 2008. Nel corso degli anni, questo romanzo è rimasto un mistero, un po’ come il Sacro Graal.

Sia Burroughs che Kerouac ne parlarono in qualche intervista rilasciata negli anni sessanta, poi, il nulla. Ma perché?

Il romanzo non è altro che la narrazione di un fatto realmente accaduto. Il 13 agosto 1944, Lucien Carr, per difendersi dalle avances dell’amico David Kammerer, lo ammazza e ne getta il corpo nelle acque dello Hudson. Burroughs e Kerouac, amici dei due, vengono arrestati perché non hanno denunciato quanto avvenuto.

Il caso Carr destò scalpore. Per alleggerire la pena, l’avvocato difensore fece leva sul fatto che Kammerer fosse molto più grande di Carr e che quest’ultimo sarebbe stato “corrotto”. Insomma, per l’opinione pubblica, la vicenda assunse i contorni di un caso di pederastia. Nonostante tutto, Carr finì in carcere. Burroughs e Kerouac, considerati complici, uscirono su cauzione. Le accuse contro di loro caddero.

I due scrivono il romanzo. Lo presentano alle case editrici, ma nessuna di queste accetta quello che lo stesso Kerouac considera un’opera “visionaria”. Va detto che la storia qui raccontata non è la fedele ricostruzione di quanto accaduto. Infatti, molti particolari vengono sottaciuti, altri inventati, i nomi sono di fantasia. Ciò che colpisce, però, è come i due abbiano voluto fotografare un frammento di quegli anni di formazione, in cui la Generazione Perduta, scossa ancora dalla guerra, anche se lontana dagli Stati Uniti, e il boom economico che già prendeva piede, stava iniziando a emergere in silenzio, isolata da quel perbenismo che ha dato vita a mostri e miti americani ancora attuali.

Inoltre, qui si parla del ceppo originario della Beat Generation. Se le cose fossero andate diversamente, forse, anche Kammerer e Carr sarebbero stati due importanti esponenti del movimento. Carr fu sicuramente l’ispiratore, colui che incarnò per primo lo spirito di quella “allucinazione persuadente” e di quello “spaesamento annichilente”.

Krammerer era amico di Burroughs; Carr iniziò Ginsberg alla poesia di Rimbaud; Carr e Krammerer, influenzandosi l’uno con l’altro, vissero i tormenti amorosi di Rimbaud e Verlaine… una storia d’amore violenta di cui Carr si liberò con un omicidio, ma che per l’opinione pubblica fu solo un “delitto d’onore”.

Così nasce la Beat Generation? Non solo, logicamente c’è un percorso che i protagonisti hanno compiuto e che è ormai noto. Certamente, questa è stata la scintilla che ha dato avvio all’incendio. Carr uscì dal carcere dopo due anni. Morì nel 2005 e solo dopo si decise di pubblicare questo romanzo. Per tutta la vita, infatti, Carr ha cercato di far dimenticare quel drammatico avvenimento del 13 agosto 1944.

L’arte però usa strade inusuali per manifestarsi agli occhi dell’umanità.

Il buio oltre la siepe, Americanah, The hate you give – Nell’immaginario collettivo esistono ancora i ne(g)ri ? –

Articolo a cura di Maria Rosaria Deriu – Inedito

«Non abbiamo chiuso il traghetto perché erano neri» pare che avesse detto lo sceriffo Lummie. «L’abbiamo chiuso perché se l’erano dimenticati, che erano neri.»

OLTRE IL FIUME – J.R. Moehringer

La cultura nera mi affascina da sempre, colpevole probabilmente una certa filmografia hollywoodiana che, quasi a riscattarsi per anni di razzismo statunitense feroce , propone stereotipi razziali particolarmente carismatici e ai quali ci si affeziona.

I neri dei cori Gospel e della breakdance prima di tutto, i neri simpatici e snob de Il Principe di Bel Air, Danzel Washington e Morgan Freeman che in ogni pellicola risolvono ogni tipo di problema, la risata di Eddie Murphy a Natale, Nino Ferrer che canta Vorrei la pelle nera e Pino Daniele che si sente un Nero a metà. Siamo impregnati di una certa cultura pop che assegna ai neri o grandi talenti o grandi crimini, tutto estremizzato.

Ho letto un’interessante teoria secondo la quale i bianchi sono portati a pensare che un nero debba essere eccezionale per essere considerato, debba quindi essere imbattibile nello sport, nella danza o particolarmente in gamba negli affari. La storia del nero che ce la fa non la batte nessuno, come se davvero credessimo che i neri (un po’ come le donne) nascano con un cervello più piccolo, un handicap da superare, per cui il successo di quello che ce la fa merita di essere enfatizzato come un fatto straordinario; di conseguenza ogni nero sa che non dovrà semplicemente essere bravo nel proprio campo, dovrà essere superlativo per riscattare l’intera razza.

Non bisogna per forza essere razzisti per ammettere che spesso ci abbandoniamo a questo modo di pensare, quanto ha suscitato più stupore l’ascesa alla Casa Bianca di Barak Obama rispetto a quella di Trump? Obama all’epoca aveva tutte le carte in regola: figlio di un’antropologa e di un economista, due lauree di cui una in giurisprudenza ad Harward, impegnato attivamente in difesa dei diritti civili, senatore dell’Illinois … eppure nero per cui tutti i titoli conseguiti, un’intera carriera da golden boy vengono offuscati da questa lampante caratteristica fisica e la sua elezione diventa l’emblema del sogno americano nel quale chiunque (persino un nero) può realizzarsi.

Ovviamente “la razza nera” è molto presente anche nella letteratura. Ad esempio ultimamente, come spesso accade alla morte dell’autore, è tornato in prima linea in libreria Il buio oltre la siepe, un classico della letteratura americana, scritto da Harper Lee nel 1960 ma ambientato nell’Alabama degli anni 30. Narra la storia di un uomo di colore, Tom Robinson, ingiustamente accusato ed in seguito condannato per un reato che non ha commesso: violenza sessuale su una ragazza bianca. Tutta la vicenda viene narrata dal punto di vista di Scout, figlia dell’avvocato difensore di Tom. Scout è una ragazzina vivace e intelligente, cresciuta in una società della quale intuisce l’ipocrisia pur ignorando i pregiudizi e le meschinità. Questo romanzo in maniera molto delicata e semplice fa riflettere sulla facilità di attribuire la colpa al diverso anche se il “diverso” in questione è inserito pienamente nella comunità.

Ambientato circa settanta anni dopo, nei primi anni duemila, Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie, ci presenta una storia di emigrazione, sogni e nostalgia di casa. Ifemelu è una ragazza come tante altre, cresciuta con il mito dell’America e la voglia di realizzarsi, famiglia rispettabile, un percorso di studi di alto livello. Arriva negli States con una borsa di studio universitaria e da quel momento smette di essere una persona qualsiasi e diventa nera, viene dalla Nigeria per cui l’inglese è la sua lingua madre eppure la ragazzina dell’ufficio informazioni le parla molto lentamente dando per scontato che non verrà capita. Un piccolo dettaglio che da subito la fa sentire fuori luogo. La storia di Ifemelu ricorda la storia di qualche immigrato sulle coste di Lampedusa, si da per scontato che non abbiano istruzione o che siano vissuti sfuggendo ad ogni principio di civilizzazione o igiene, la verità è che alcuni scappano dalla fame, altri hanno solo il sogno di una vita migliore.

Capivano tutti la fuga dalla guerra, dal tipo di povertà che distruggeva l’animo umano, ma non avrebbero capito il bisogno di scappare dall’opprimente letargia dell’assenza di scelta. Non avrebbero capito perché persone come lui, cresciute con cibo e acqua abbondanti ma impantanate nell’insoddisfazione, abituate fin dalla nascita a guardare altrove, ora fossero decise a fare cose pericolose, illegali, come partire: nessuno di loro moriva di fame, o subiva violenza, o veniva da villaggi bruciati, ma aveva semplicemente sete di scelte, di certezze.” (Americanah)

Tutt’altro scenario in The Hate U Give di Angie Thomas, concepito come Young Adult ovvero rivolto ai lettori più giovani, tocca un tema molto sentito all’ interno del dibattito moderno sulla razza: la violenza gratuita e paranoica della polizia statunitense sui neri. Protagonista e voce narrante è Star, una sedicenne che una sera vede un poliziotto sparare senza motivo a Khalil, suo amico d’infanzia. Questa tragedia la porterà ad interrogarsi sulle leggi non scritte del ghetto nel quale vive con la famiglia ma soprattutto a prendere una decisione difficile: testimoniare o no al processo per la morte di Khalil. Ferma al posto di blocco la protagonista ricorda gli insegnamenti dei genitori su come comportarsi qualora fosse stata fermata da un poliziotto “devi fare tutto quello che ti dicono di fare. Tieni le mani bene in vista. Non fare movimenti bruschi. Parla solo se interpellata”, proprio a sottolineare quanto la comunità nera delle città americane sia terrorizzata dalla polizia. Terrore che ha ben espresso una mamma di Baltimora, diventata per qualche giorno star del web nel 2015 per una fotografia nella quale è stata immortalata mentre prende a schiaffi il figlio adolescente e gli intima di tornare a casa dopo averlo riconosciuto sfilare durante una manifestazione violenta contro le forze di polizia.

Tre storie molto diverse accomunate dalla stessa visione stereotipata della razza, una razza che in realtà ne comprende centinaia diverse, i neri afro-americani, i neri dell’Africa e tra questi i neri dei singoli stati africani, i neri delle metropoli e i neri dei villaggi, una moltitudine di dialetti, religioni, tradizioni, cibi, usanze, che ci viene spesso presentata come un’unica massa nera.

Aleksandar Hemon, L’arte della guerra zombi, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Mettete insieme DeLillo e Roth ed ecco a voi un altro romanzo sulla fine del mito americano. L’arte della guerra zombi è un libro piacevole, si lascia leggere, ha una trama solida, ma non apporta nulla di nuovo alla letteratura.

Il disincanto di cui parla Hemon è quello che abbiamo ormai appreso attraverso altre opere molto più importanti. Di sicuro questo libro farà la gioia degli appassionati di letteratura americana in cerca di autori relativamente nuovi, ma non farà impazzire chi cerca qualcosa che vada al di là del solito bagno di lacrime sul cadavere del “mito americano”.

La trama ruota intorno alle avventure-disavventure di Joshua Levin, che sogna di diventare scenografo, pur dovendo combattere con la sua inconcludenza e con la sua educazione ebraica. Hemon mette al suo fianco personaggi bizzarri e divertenti, tristi e cinici. Alcuni di questi appartengono alla comunità bosniaca, costituita da profughi sfuggiti alla sanguinosa guerra etnica che alla fine del secolo scorso ha frammentato la Jugoslavia. Sono proprio questi fuggiaschi in cerca di una nuova vita che partecipano al lutto del sogno americano.

Dal canto suo, anche Joshua sente su di sé il peso della mancata integrazione, ma a sua volta è un professore di inglese che ha il compito di insegnare agli immigrati l’elemento senza cui non può iniziare il processo di integrazione: la lingua. Il libro si muove su questo paradosso.

Non dobbiamo dimenticare che proprio Hemon è nato a Sarajevo e fa parte di quella generazione di giovani che fuggì negli Stati Uniti per trovare la pace. Sicuramente, in questo libro riecheggiano i suoi tormenti e la nostalgia per un Occidente solido, con una tradizione letteraria variegata.

Gli americani amano le storie con un lieto fine. Questa frase, contenuta in termini diversi nel libro, fa capire che l’affabulazione è ancora lo strumento migliore per diffondere nel mondo il sogno americano, ma è proprio contro questo strumento che si schierano Hemon e tanti altri scrittori.

L’arte della guerra zombi è un romanzo interessante, scorrevole, pungente e persuasivo, ma come detto non aggiunge nulla a quanto già è possibile leggere sull’argomento da circa quarant’anni.

William Burroughs, un Pasto nudo che ancora gela l’anima

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Riaccostarsi alla lettura di questo testo, apparso per la prima volta nel 1959,  non fa male a nessuno. Pasto nudo è un pezzo raro di follia, di nichilismo e di profonda discesa nell’essere, che qualsiasi amante della letteratura dovrebbe almeno conoscere.

Burroughs scrive un trattato su se stesso e, da  appartenente alla frangia avanguardistica della beat generation, racconta la sua condizione di omosessuale e tossicodipendente, incarnando le sembianze di William Lee.

Interessante anche la lettura che dà del mondo della droga, visto come tentativo per controllare le persone. Burroughs fa rappresentare questo concetto dalla figura del dottor Benway, uno scienziato che ricerca sistemi di controllo non violenti delle masse. La droga è uno di questi,  visto che assuefa e dà un’estasi che azzera il pensiero.

Lo scrittore, proveniente da una ricca famiglia americana, definito dai suoi stessi genitori una pecora nera, riversa tutte queste violente frustrazioni in un quadro allucinato e schietto. La malattia della droga, di cui egli stesso è vittima, diventa mondo a sè, luogo in cui nefandezze, volgarità e passioni si scatenano.

Il lettore spesso e volentieri faticherà a trovare un filo conduttore in questo accavallarsi di immagini, che rimbalzano da un luogo all’altro. Sarà shockato dalla sadica descrizione di alcune scene. La sua morale sarà messa a dura prova, ma come spiegherà proprio l’autore alla fine del libro: “La malattia non è per chi ha lo stomaco debole”.

La malattia di cui Burroughs parla non è solo quella della droga, ma anche del pregiudizio, dell’indifferenza e dell’assenza di umanità. In un mondo in cui la sensibilità è corrotta, lo scrittore americano propone un libro riflessivo e ironico. Come per tutti i capolavori: pochi comprendono, molti amano solo dopo aver tanto disprezzato.

Non è un caso anche il titolo del libro, che gli fu suggerito da Kerouac. “Per Pasto nudo intendo l’istante raggelato nel momento in cui si vede ciò che sta sulla punta della forchetta”. Una similitudine azzeccata, dunque, per un testo amaro, cinico e ironico ma difficile da digerire.

Don DeLillo, Zero K, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Tutti vogliono possedere la fine del mondo

Inizia così l’ultimo libro dello scrittore americano Don DeLillo, un’opera destinata a diventare un classico. L’autore statunitense non ha bisogno di presentazioni, è stato riconosciuto come un’icona del post-modernismo; ha venduto milioni di copie e nel corso della sua carriera ha sbagliato davvero pochi colpi.

Per chi vi parla, Zero K è sembrata l’evoluzione di Rumore Bianco, altro libro capolavoro di DeLillo, pubblicato nel 1985. In quel caso l’ossessione del protagonista era la morte, in quest’opera, invece, l’uomo vuole liberarsi di essa, sfruttando la scienza e la tecnologia. L’ibernazione diventa un mezzo di redenzione e un momento in cui il continuum psico-fisico attende il risveglio. L’attimo prima del congelamento non è altro che l’ultimo stadio del vecchio uomo.

DeLillo gioca molto su questi aspetti, inserendo tra le pagine i punti cardine della cultura americana.

Ross Lockhart è un gigante della finanza, un uomo che si è costruito da solo. Finanzia un progetto messo in campo da Convergence, un’azienda tecnologica con una futuristica sede segreta nel deserto del Kazakistan. Gli scienziati di questa strana corporazione promettono di conservare i corpi e le coscienze fino al giorno in cui potranno essere risvegliati e guariti da ogni malattia. In poche parole, gli uomini riceveranno l’immortalità.

Ma il protagonista del libro è Jeffrey, il figlio di Ross, che oltre a leggere qualcosa di folle in questo strano progetto, sfrutta l’occasione per ricostruire il rapporto con il padre.

Questa la trama di Zero K, ma ora dobbiamo scendere nel profondo dell’opera, nel non scritto. Saltano subito davanti agli occhi gli stratagemmi usati da DeLillo per spiegare il sottile confine che separa la vita dalla morte, come questo possa essere conquistato dall’uomo e come la società post-moderna stia provando a debellarlo.

Ve ne cito uno.

DeLillo dedica molte pagine a un particolare momento, quando Ross Lockhart svela a Jeffrey, la storia del suo cambio di identità. Ross Lockhart, infatti, non è il suo vero nome, ma ha deciso di cambiarlo perché quello precedente non era adatto al mondo degli affari. Lo scrittore americano piazza questa chicca in un punto preciso del libro, in cui richiama la tradizione cabalistica. Nell’antico testamento, infatti, c’è sempre un collegamento tra il proprio nome e il destino.

Di elementi del genere ne troverete parecchi. Di qui, la volontà di DeLillo di costruire un romanzo universale in cui la parabola dell’uomo viene descritta in maniera esaustiva. La vita e la morte, la parola e il destino, il logos e il pensiero di Dio, in questo caso, dell’uomo-dio.

Un libro entusiasmante, da leggere senza remore.

Chuck Palahniuk, Fight Club, Mondadori

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Zona di Disagio

Fight Club conserva un nichilismo d’avanguardia. Bisogna scendere nei particolari per capirlo fino in fondo. Non è un libro per anime sensibili o suscettibili. Quest’opera pubblicata nel 1996 sembra uno Zibaldone del caos.

Un anonimo narratore racconta del suo incontro con Tyler Durden, un messia che ama il sangue, la violenza, la morte e la perversione. Durden è privo di emozioni positive, tutto il suo pensiero è costellato da sentimenti di annullamento. Egli è la quintessenza dell’autodistruzione. Non cerca redenzione o approvazione, ma si ribella al mondo moderno. Diventa violento e spregevole davanti ai ricchi e ai magnati; induce alla violenza impiegati, borghesi, uomini di ogni classe sociale in cerca di riscatto e di evasione.

La violenza, il sangue, l’annientamento sono i nuovi medium linguistici. Ogni parola, gesto o intenzione diventano forme di dissenso verso la contemporaneità. Durden ha capito questo meccanismo e lascia entrare tutti nel suo inferno, nel grembo che custodisce le sue elucubrazioni.

Le persone che stai cercando di calpestare, sono quelle le persone da cui dipendi tu. Noi siamo le persone che laviamo i tuoi vestiti e cuciniamo i tuoi pasti e te li serviamo a tavola. Noi ti facciamo il letto. Noi ti proteggiamo mentre dormi. Noi guidiamo le ambulanze. Noi smistiamo le tue telefonate. Noi siamo cuochi e tassisti e sappiamo tutto di te. Noi esaminiamo le tue richieste di indennizzo alle compagnie d’assicurazione e gli addebiti sulla tua carta di credito. Noi controlliamo ogni spicchio della tua vita. Noi siamo i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar, ma non andrà così. E stiamo or ora cominciando a capire questo fatto.

Di qui nascono i Fight Club, luoghi di incontro dove la gente si picchia senza uccidersi, ma per il solo piacere di portare sul corpo ferite e cicatrici. Dalla violenza insensata, che ha lo scopo di riabilitare gli istinti primordiali, nasce il Progetto Caos, che vuole riportare tutto all’anno zero.

Ma chi è Tyler Durden? È una proiezione dell’anonimo protagonista. Quell’io narrante che racconta le sue vicissitudini senza sapere dove si trova e in quale tempo agisce. È un individuo che soffre di insonnia, in preda a una fuga psicogena; che si addormenta all’improvviso lasciando a Durden l’ultima parola. È un uomo represso che odia perché ha tanto amato. Vuole ribellarsi ma non ci riesce fino in fondo. È inetto, pusillanime, seguace delle regole… un bravo americano. Incarna la ribellione verso il padre che l’ha abbandonato in tenera età. E non è un caso che proprio Durden gli ricordi che nei Fight Club ci sono solo uomini allevati da donne. Così vediamo apparire uno scontro tra sessi. Donne che si sentono maschi e maschi che svendono la propria virilità.

Se sei maschio e sei cristiano e vivi in America, tuo padre è il tuo modello di Dio. E se non hai mai conosciuto tuo padre, se tuo padre prende il largo e muore o non è mai a casa, che idea ti fai di Dio? La fine che fai è passare la vita a cercare un padre e Dio. Quello che devi considerare è la possibilità che a Dio tu non sia simpatico. Potrebbe essere che Dio ti odi. Non è la cosa peggiore che ti può capitare. L’odio di Dio è meglio della sua indifferenza. Se tu potessi essere o il peggior nemico di Dio o niente di niente, che cosa sceglieresti? Noi siamo i figli di mezzo di Dio senza un posto speciale nella storia e senza speciale attenzione. Se non otteniamo l’attenzione di Dio non abbiamo speranza di dannazione o redenzione. Che cos’è peggio, l’inferno o niente?

 Il complesso americano della predestinazione è rappresentato in poche semplici righe. Se anche Dio è indifferente verso le sue creature, la violenza diventa un modo per attirare l’attenzione divina. Essere comuni cittadini equivale a non essere. Nella società individualista ognuno vuole diventare centro del mondo. Una condizione impossibile da raggiungere, proprio per questo motivo ogni uomo diventa vittima della società dello spettacolo.

Ma tutto quello che l’io narrante ci racconta esiste o è solo un’illusione? Egli è davvero un uomo libero o è un pazzo rinchiuso in manicomio?

Fight Club è un sogno nel sogno. Tanto più ci sembra di navigare nella realtà, tanto più attraversiamo una dimensione onirica in cui ogni linguaggio si manifesta nella sua accezione negativa. È come guardarsi in uno specchio che riflette solo la nostra parte malvagia. Le azioni di Durden si ripercuotono sull’anonimo narratore nello stesso modo in cui gli effetti delle azioni di Dorian Gray si manifestavano sul suo ritratto. Anche in Fight Club, una volta spentasi nell’anonimo narratore l’ultima illusione di poter controllare Durden non rimarrà che una sola strada.

Ma attenzione, per quanto possa sembrarvi ovvio il finale del libro non è quello che pensate voi. La società dello spettacolo ha sempre un asso nella manica e anche se i protagonisti muoiono lo show deve continuare.

William Burroughs, I ragazzi selvaggi, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Satisfiction

Ha più di quarant’anni ma non li dimostra. Adelphi ce lo ripropone, anzi ce lo sbatte in faccia, perché I ragazzi selvaggi è un pugno in pieno viso. Ci rompe il setto nasale e ci stordisce parola dopo parola. Burroughs non ha bisogno di presentazioni, ogni virgola che aggiungiamo alla sua storia è solo un esercizio di stile che metterebbe in mostra solo un po’ di eruditismo.

Burroughs è uno scrittore che bisogna prendere così com’è. O si ama o si odia. Il suo stile è crudo, sporco, scurrile. Tocca i sensi, in alcuni casi lo stomaco, ma quando leggi le sue opere senti il suo malessere celato dietro un’ironia che sbeffeggia l’uomo e la sua natura. Il cattivo ragazzo, scacciato dalla sua famiglia; l’uomo perverso, omosessuale e drogato, ebbe il merito di consegnare alla letteratura pagine lisergiche. Per cultori senza paraocchi.

I ragazzi selvaggi non è da meno. Non è Pasto nudo ma la matrice è quella. Tra queste righe parla la ribellione. Ancora una volta Burroughs inventa un mondo parallelo e libera i suoi fantasmi, il suo humour nero.

Una rivolta si muove in tempi diversi. Coinvolge gli Stati Uniti e l’America Centrale. L’obiettivo è quello di distruggere ogni legge e ogni controllo poliziesco. A fomentarla sono ragazzi emarginati, drogati, pervertiti. A seguire tutto c’è lui, il narratore che scruta con la sua cinepresa e filma finché anche lui non viene ammaliato in questa rivoluzione che non ha niente di educativo. È un atto irrazionale e porta il sorriso. Lui, il regista, è il potere che si corrompe facilmente.

Burroughs usa qui il sesso come liberazione dalla carne. Lo esaspera. Non gli interessa scioccare ma creare un’assuefazione che si trasformi in disgusto. Ogni atto di perversione è un rito. Celebra la distruzione del corpo affinché lo spirito si riappropri del suo primato. Ma I ragazzi selvaggi è prima di tutto un’opera ironica. La ribellione degli emarginati è il sorriso che ti incula e ti ammazza.

Questo libro è stato scritto nel 1969. In diverse parti del mondo le “Primavere” svilupparono falsi miti. Lo stesso Burroughs lo riconosce, ma la sua opera rimane prima di tutto un affresco di quegli anni. Un invito all’anarchia, ma in cui anche le sue frustrazioni si trasformano in ironici esperimenti.

Al di là dell’opera, questo cattivo ragazzo ha avuto il coraggio di mettersi a nudo e di darsi in pasto a selvagge evasioni letterarie.   

Charles Bukowski, Pulp, Feltrinelli

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Scritto nel 1993, pubblicato nel 1994 subito dopo la morte dell’autore. Pulp è dedicato alla cattiva scrittura, a quella prosa senza fronzoli che ancora oggi tanti provano a imitare, ma che solo Charles Bukowski ha saputo imporre come un marchio di fabbrica.

Dietro le sbronze, le scopate e la vita dissoluta dei suoi personaggi si nascondono l’aspra critica alla modernità, la ricerca della prospettiva umana e la semplicità di chi sa riconoscersi polvere e bestemmie. Bukowski scrive questo romanzo quando è ormai spacciato. La morte è dietro l’angolo. Ha fretta. Vuole scrivere dignitosamente la parola fine.

Tutta la storia è incentrata su Nick Belane, investigatore privato di Los Angeles. Come tutti i personaggi di Bukowski anche quest’ultimo è un fallito dedito alle scommesse, alle sbronze e a una confusa condotta di vita che puzza di scotch e vodka. Ha 55 anni, si sente un dritto ma è perseguitato dalla sfiga.

Un giorno si presenta alla sua porta la misteriosa Signora Morte che gli commissiona un caso particolare, rintracciare Louis Ferdinand Céline che sarebbe vivo e vegeto e scorrazzerebbe indisturbato per Los Angeles. Lo scrittore francese, infatti, sarebbe riuscito a sfuggire alla morte. A questo si aggiungono altri due casi: svelare i piani di conquista dell’aliena Jeannie Nitro e scovare un misterioso individuo che si fa chiamare il Passero Rosso.

Possiamo solo immaginare come Bukowski descriva e risolva questo pasticcio in cui si incontrano vita, morte ed extraterrestri. Anche in questo romanzo l’ingrediente principale è l’ironia che vi strapperà risate a crepapelle, proprio nel momento in cui le riflessioni di Belane diventano crudeli.

Ero dotato, sono dotato. A volte mi guardo le mani e mi rendo conto che sarei potuto diventare un grande pianista o qualcosa del genere. Ma che cos’hanno fatto, le mie mani? Mi hanno grattato le palle, hanno scritto assegni, hanno allacciato scarpe, hanno tirato la catena del water. Ho sprecato le mani. E la testa.

 Ma c’è un altro significato dietro questo libro. La morte è per Bukowski una donna affascinante che lo accompagna nell’ultima faticosa indagine letteraria. Il suo Belane è ansioso e smanioso. La sua unica ragione di vita è risolvere i tre casi che gli sono stati affidati. Ha 55 anni e vuole chiudere in bellezza, dopodiché si prenderà una meritata vacanza. Ed è proprio questa serena rassegnazione che rende il detective pronto a qualsiasi evenienza. Sa bene che non ha più nulla da perdere. Allo stesso modo, Bukowski ci ha salutato con queste pagine in cui la morte diventa una cliente con cui trattare, e la vita una passeggiata cui bisogna dare a tutti i costi un senso.

Voglio dire, mettiamola così: voi immaginate che niente abbia un senso, ma non può essere che tutto sia così, perché vi rendete conto che non ha senso e questa vostra consapevolezza gli dà quasi un senso. Avete capito quello che intendo? Un pessimismo ottimistico.

Qui sta tutta l’arte di Bukowski.

Oggi l’autore americano viene letto approssimativamente, viene messo da parte, viene etichettato come passatempo adolescenziale, eppure la sua scrittura è profonda proprio perché è semplice e diretta.

Pulp racconta di sbronze, di fallimenti e di donne.
Pulp prende in giro la vita e la morte.
Pulp è l’ultima riflessione di uno scrittore che non si è mai preso sul serio, perché troppo consapevole della sua fine.

Voglio dire, potrei essere chiunque, che importanza ha? Che cosa c’è in un nome?

Bret Easton Ellis, American Psycho, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Zona di Disagio

Patrick Bateman, ventisei anni, ricco, bello, facoltoso. Veste abiti firmati, frequenta locali famosi e palestre esclusive, lavora a Wall Street, abita a Manhattan.

Patrick Bateman, ventisei anni, di notte si trasforma in un serial killer. Uccide per noia, tortura per rabbia, alcune volte cucina e assapora le sue prede. Le sue vittime sono soprattutto giovani donne.

Patrick Bateman, ventisei anni, ama la pornografia, il suo idolo è Donald Trump, il suo film preferito è Omicidio a luci rosse. Beve solo acqua Evian, è fanatico dall’alta tecnologia, secondo lui per l’umanità non c’è salvezza e non c’è redenzione.

American Psycho esce nel 1991. È ambientato negli anni ’80. Sono gli anni in cui la società consumistica implode. Il benessere è lo spettacolo più interessante che la democrazia Made in Usa, imposta all’Europa, allestisce per l’occidente. L’ingresso è libero. Tutti possono sedersi e godersi lo show, pochi possono salire sul palco, ma questa è un’altra storia. Fatto sta, che tanto gli astanti, quanto gli attori sono soggetti alle medesime regole: deificazione della merce, spersonalizzazione e disintegrazione dell’individuo in favore di un atteggiamento egoistico astratto. In poche parole, l’essere perde la propria anima e colma il vuoto con miti e modelli usa e getta e con un vocabolario minimo che sconvolge il linguaggio.

In tutto questo che valore ha la vita umana?

Questo libro è compulsivo come il suo personaggio. È il protagonista che ci racconta ogni istante della sua vita. I suoi pensieri sono meccanici, freddi, privi di sentimenti. Non c’è traccia di amore in Bateman, ma anche rabbia, violenza e malvagità sono senza colore. Per lui, uccidere è normale come acquistare una cravatta. Ma c’è un particolare che prende forma pagina dopo pagina: anche gli amici di Patrick sono come lui, non uccidono solo perché conservano l’ultimo barlume di lucidità.

Nella società spersonalizzata l’individuo è in guerra contro se stesso. La violenza, la droga, il sesso, la ricerca della fama, del potere e della ricchezza sono le armi messe a disposizione dell’uomo post-contemporaneo. Paradossalmente, l’obiettivo non è annientare il nemico, il sé, ma renderlo socialmente accettabile. Logicamente, più in alto si sale, più si è accettati.

Ma si può soffocare la propria essenza? No, ognuno è ciò che è.

American Psycho è questo: un decalogo morboso sugli anni Ottanta, decennio in cui hanno preso vita vizi che ben conosciamo. Bret Easton Ellis ha scritto una piccola profezia. Ha usato la narrativa per raccontare una tragedia ben più grande, che ancora si consuma davanti ai nostri occhi. Patrick Bateman non è solo un killer, ma un uomo senza personalità, intrappolato nelle regole della sua classe sociale. La violenza e la pornografia sono forme di ribellione e di evasione che riportano in vita la sua onnipotenza. La sua psiche non è solo malata, ma è anche condizionata dalla paura per la semplicità e la sobrietà.

American Psycho è soprattutto un romanzo che delinea i connotati di tanti nostri eroi odierni, che, anche senza spargere sangue, uccidono con la loro anonima disumanità.

Emmanuel Carrère, Io sono vivo Voi siete morti, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Quando lessi per la prima volta Ubik di Philip K. Dick ho avuto una folgorazione. Solo Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche ebbe su di me lo stesso effetto. Avevo diciotto anni, frequentavo l’ultimo anno di ragioneria, ma grazie alle parole del filosofo tedesco capii che né l’economia, né la partita doppia potevano riempire la mia anima.

Ho scoperto Dick a venticinque anni e le sensazioni sono state le stesse. Ogni pagina risvegliava in me qualcosa. Le sue domande erano anche le mie. Cos’è la realtà? Chi è Dio, un’entità che ci prende in giro o un padre buono che vuole preservarci da una terribile verità?

Prima di leggere Ubik mi ero imbattuto nel famoso Aleph di Luis Borges. Il racconto che più amai fu La scrittura del dio. Mi sentivo come quell’uomo in prigione che trasmigra in diverse realtà, tramutandosi in granelli di sabbia.

La tua vita è così, un sogno che giace in un altro sogno, dice il dio di Borges al suo prigioniero. Dick però si spinge oltre, partorisce uno stile unico e non si accontenta di una lettura così cinica. Borges crea labirinti senza via di fuga, Dick invece è convinto che un’uscita ci sia sempre.

Emmanuel Carrère ci racconta la vita dello scrittore americano anno dopo anno, giorno dopo giorno, passo dopo passo. Ci parla dei suoi complessi, delle sue paure e delle sue paranoie. Ce lo mostra come uomo, artista e profeta. Ma soprattutto ci fa comprendere che Dick usa la fantascienza come mezzo per ricercare Dio e per svelarne le contraddizioni.

Lo scrittore americano è passato per Lsd, per la follia, per l’estasi. Come Dostoevskij ha descritto l’animo umano, trasfigurandolo però in androidi, pazzi e drogati. Tutti i suoi personaggi scoprono che la realtà non è come appare. Solo loro riescono a vedere il vero volto della quotidianità, solo loro possono svelarlo agli altri. Ricevono questo compito dal fato o da un’entità aliena e quasi sempre riescono nell’impresa.

Anche Dick si sentiva un prescelto: doveva dire a tutti la verità. È riuscito a portare a termine il suo compito? Sì, secondo Carrère. Lo scrittore americano è morto nel 1982 e ormai è considerato un autore di culto. Le sue profezie riecheggiano in film che hanno fatto la storia del cinema fantascientifico. Atto di Forza, Minority Report, Blade Runner, The Matrix, giusto per citarne qualcuno.

I suoi libri sono capisaldi della letteratura. La trilogia di Valis, Ubik, La svastica sul sole, Un oscuro scrutare, solo per ricordare quelli che non dovrebbero mancare nella biblioteca di ogni appassionato lettore.

Io sono vivo, voi siete morti di Carrère scruta fino in fondo l’opera di Philip Dick. Non lascia nulla al caso. Adelphi ripropone questo saggio che lo scrittore francese scrisse nel 1993 e che in maniera profetica annuncia la consacrazione dell’autore americano.

Dick è stato messo ai margini, per lui la fama arriverà solo a ridosso della morte. Il suo miracolo è stato quello di parlare della sua personale ricerca di Dio, usando il linguaggio della fantascienza. Per Dick, Dio è misericordioso, drogato, malvagio, distaccato, a volte impotente. Nella sua opera l’uomo è un soggetto astratto che vive assumendo forme diverse in realtà frammentate. A volte si distacca dal suo sé e crea simulacri: gli androidi che sanno confondersi tra agli uomini, provando le loro stesse emozioni.

Ebbene, guardiamoci intorno. Oggi cos’è reale? Quante vite viviamo? Quante realtà esistono? Chi siamo e qual è il senso della nostra vita? Cosa succede quando l’uomo gioca con Dio? A tutte queste domande Dick ha provato a dare una risposta. Carrère ce ne parla magnificamente in questo saggio da leggere.