Irène Némirovsky. David Golder e la banalità del capitalismo

Articolo a cura di Martino Ciano

Fu pubblicato nel 1929, quando il mondo conobbe per la prima volta quanto fallace fosse il capitalismo, ma nulla abbiamo imparato. Un’epoca finisce, un’altra inizia; tra l’una e l’altra ci sono gli uomini con i loro pregi e i loro difetti e tra questi ne troviamo qualcuno come David Golder, magnate di 68 anni, cinico, affarista, capace di portare al suicidio i suoi amici pur di appropriarsi delle loro ricchezze. Nulla lo ferma, neanche la malattia, neppure quella angina pectoris che piomba nella sua vita, che gli dà un po’ di tempo per redimersi, nonostante lui diventi ancora più famelico.

Ma lui sa che dovrà morire. Nonostante i suoi soldi, è consapevole del fatto che poi, si crepa. Eppure, se ne frega e continua a fregarsene anche quando scopre che tutta la sua vita è stata una farsa. David Golder, nato povero, brutto di aspetto, rozzo, cinico, nonostante sia stato capace di diventare ricco, non si arresta nemmeno dopo aver appreso che Joyce non è sua figlia, ma è nata dalla relazione clandestina che, da sempre, sua moglie Gloria intrattiene con un altro uomo.

Golder sa che le uniche dimostrazioni di affetto che ha ricevuto da queste due donne sono i telegrammi con cui richiedono dei soldi. E anche quando si ammala, madre e figlia supplicano i dottori di non tenere lontano dagli affari quest’uomo senza scrupoli, perché anche loro dovrebbero abbandonare la loro vita lussuosa. E Golder anche decide di continuare nelle sue attività, ma non per spirito di sacrificio, ma per ricattare meglio le due donne. In fondo, David è un egocentrico. Dopo di lui il nulla, dopo la sua morte la polvere dovrà seppellire ogni cosa.

Ma c’è qualcosa di buono in Golder?

Sì, il suo cinismo. David è semplicemente un uomo che ha accettato le regole del gioco del capitalismo. Per lui, la ricchezza è solo un’arma di riscatto. Non dimentica di essere nato in un villaggio, di essere cresciuto nella miseria, di essere fuggito dalla povertà e di essere rimasto sempre un bambino indifeso. E quasi commuove quest’uomo che a un certo punto si riconosce malvagio, che a modo suo cerca la redenzione. Ma per redimersi c’è bisogno di un profondo pentimento e lui non lo fa, perché, dopotutto, ha solo reagito con crudeltà alla realtà. David, insomma, ammette di essere stato cattivo, ma solo perché spinto dalla necessità.

Némirovsky, nata a Kiev, di origine ebraica e morta nel 1942 ad Auschwitz, ha saputo descrivere con pienezza il variegato mondo di inizio Novecento, che sarà sempre ricordato come il secolo delle grandi speranze e delle grandi tragedie, del progresso e della disumanizzazione, del vitalismo e dell’annientamento. E anche in Golder ci sono sentimenti contrastanti, perché nonostante la sua fame di soldi, lui odia il denaro. E per quanto odierà il denaro, così disprezzerà gli uomini senza cuore, come sua moglie e la sua presunta figlia… fino a odiare se stesso, salvando solo quel sé-bambino che voleva vivere nel suo villaggio, tra la sua gente, con le sue tradizioni e con la pace nel cuore.

Laurent Binet, Il cervello di Himmler si chiama Heydrich, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Non era solo banale il male compiuto dai nazisti; non era solo messo in atto da uomini qualunque, senza qualità, che spingevano le leve della macchina burocratica, su tutti, Eichmann. C’era anche chi dava gli ordini, chi ordiva i piani, chi dettava le regole, chi già aveva prefigurato gli scenari futuri, chi semplicemente già sapeva cosa sarebbe accaduto, ed è questo invece il caso di Heydrich. È il 1931 quando questo rampante ragazzo, classe 1904, immagine dell’ariano perfetto, nonostante orecchie e naso richiamassero tratti tipicamente ebraici, si arruola nelle SS.

Non lo fa per una questione ideologica, ma solo perché deve sbarcare il lunario, anche se è difficile. Infatti, ancora il partito non è al potere, non ha la forza economica per retribuire chiunque. Ma c’è di più, Heydrich entra quasi da reprobo, segnato dalla sua cacciata dalla Marina, quindi, deve dimostrare di valere più degli altri. C’è solo un modo per scalare senza troppi problemi l’organigramma: il sotterfugio, l’intrigo, la lucidità di chi deve compiere una missione importante, in questo caso, salvare se stesso. Heydrich riesce nell’intento. Diventa l’uomo più pericoloso del Reich, strettissimo collaboratore di Himmler, Governatore della Boemia e della Moravia, Direttore della Gestapo; soprannominato La bestia biondaIl boia di PragaIl cervello di Himmler. Proprio su quest’ultimo nomignolo, Binet, costruisce il suo romanzo storico. Un’inchiesta, una ricerca, un’opera che richiama molto i lavori di Carrère, caratterizzati da quel piglio investigativo in cui la ricostruzione dei fatti si intreccia con l’aspetto più creativo-narrativo.

Binet ricostruisce la vita di Heydrich, ogni dettaglio si lega fatalmente alla sua morte, avvenuta il 4 giugno 1942, a soli 38 anni, all’apice della sua carriera, in seguito alle ferite riportate nell’attentato del 27 maggio. La bestia bionda viene assassinata da Jan Kubiš e Jozef Gabcik, due patrioti, due eroi pronti a morire per il loro paese, paracadutati a qualche chilometro da Praga dagli aerei della Raf. L’operazione Anthropoid mise fine alle angherie del Macellaio amante della musica, raffinato, ma anche pronto a uccidere pur di giungere ai suoi scopi. Con l’acronimo HHhH, nel regime sintetizzava un pensiero comune, ossia, Il cervello di Himmler si chiama Heydrich. Lui è stato la vera mente di ogni atrocità? Può darsi. Prima d’essere Il Delfino di Hitler, l’esoterico Himmler ha avuto un passato da allevatore di polli; inoltre, non amava il sangue.

Heydrich era lo stereotipo dell’ariano. Hitler lo avrebbe voluto come suo successore? Era romantico, amante della musica e dell’arte, ma anche senza scrupoli verso i suoi nemici, sia quelli all’interno del partito, sia verso quelli della patria. La soluzione finale non è solo un fatto tecnico, ma anche la messa in atto di un tassello fondamentale del nazismo: la pulizia razziale. Dopo gli ebrei sarebbe toccato ad altri ceppi, questo non è un mistero.

A Binet, il merito di aver scritto un romanzo storico che appassiona grazie all’uso di strumenti narrativi che consentono al lettore di immergersi tra le pagine di una storia poco argomentata, che necessita di ulteriori ricerche, che non smette mai di affascinare… questo male, infatti, non è diabolico, ma tristemente umano.  

Michel Houellebecq, Sottomissione, Bompiani

Articolo a cura di Gianfrancesco Caputo – Inedito

Il plurirecensito e ormai famosissimo romanzo di Michel Houellebecq “Sottomissione”, edito in Italia per i tipi della Bompiani, è stato al centro di polemiche ed accuse di “islamofobia”, probabilmente per la descrizione fatta dell’islam quale religione di gloria e conquista.

Tuttavia a prescindere dalle disquisizioni sulla presunta o vera natura pacifica della religione fondata da Maometto, ciò che colpisce durante la lettura del libro di Houllebeq è qualcosa di diverso e più sottile: un sentimento di attesa si insinua nella mente di chi legge creando quasi una “suspense” una nebbia che gradatamente si dirada facendo capire, lentamente ma inesorabilmente, il vero “leitmotiv” del romanzo.

Il protagonista è un uomo tipicamente occidentale, laico, ordinario, disilluso, svuotato di ogni passione, eppure con un barlume di spirito che lo spinge ancora verso la ricerca di un indefinito ideale umano. In questa fase di sopravvivenza di vita intellettuale, al protagonista si presenta il pensiero forte dell’islam, con le sue regole, il suo ordine, la sua gerarchia umana e valoriale, ma soprattutto si manifesta un’idea sconvolgente, eccessiva per un occidentale, sovversiva ma allo stesso tempo restauratrice: l’idea di sottomissione.

Cosi ce la descrive Houllebeq: “è la sottomissione, l’idea sconvolgente e semplice, mai espressa con tanta forza prima di allora, che il culmine della felicità umana consista nella sottomissione più assoluta.”

Ecco il centro della riflessione di Houllebeq, dunque, non la bontà o meno da un punto di vista teologico di una religione, ma la religione come ideologia a sostegno di una idea di sottomissione che diventa concetto prima morale, poi politico, infine obbligo giuridico.

L’idea di sottomissione, travalicando la religione quale “instrumentum regni”, è un concetto veicolabile ed utilizzabile da qualsiasi teoria politica che esprima una teoria del potere, infatti il libro induce ad una continua riflessione sulla natura del potere.

Nel suo “Dialogo sul potere” Carl Schmitt tratteggia in maniera quasi feroce la riflessione sulla natura del potere cosi come fa Houllebeq in “Sottomissione”: “Solo in quanto esistono uomini che obbediscono ad un altro uomo, un uomo ottiene il potere. Nel momento in cui non gli obbediscono più, il potere cessa di essere”.

Molto giusto. Ma perché obbediscono? L’obbedienza non è volontaria ma in qualche modo motivata. Perché gli uomini approvano il potere? In alcuni casi per fiducia, in altri per timore, talvolta per speranza o per disperazione. Comunque cercano sempre protezione e si aspettano questa protezione dal potere. Per gli uomini come li abbiamo fin qui considerati il legame tra protezione e obbedienza resta l’unica spiegazione del potere. Chi non ha il potere di proteggere qualcuno, non ha neanche il diritto di pretendere da lui obbedienza.

E al contrario: “chi cerca protezione e l’accetta, non ha il diritto di negare l’obbedienza.”

Gli uomini cercano protezione in cambio di obbedienza quindi sottomissione, è questa la vera natura del potere

Georges Bataille, L’azzurro del cielo, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Satisfiction

Non si scrivono più romanzi così e, forse, sono pochi i lettori pronti a cimentarsi con opere del genere. Morto il nostro senso di appartenenza a una comunità, non abbiamo più percezione delle tragedie collettive che ci scuotono quotidianamente, pertanto, ognuno vive nel suo inferno, luogo in cui l’altro diventa solo una fastidiosa comparsa. È anche vero che ormai abbiamo paura di dialogare con il nostro abisso; le interferenze dell’oscurità ci spaventano. Quando ci si accosta a romanzi così forti, però, ci si imbatte nell’uomo e nella sua essenza, in una crudeltà che non mente. Quindi, non ci resta che fare un passo indietro, riconoscendoci fottutamente uguali.

Di Georges Bataille non avevo letto nulla, eppure, mi ha sempre incuriosito. Ho provato attrazione verso questo autore dalla vita strana, fatta di ripensamenti, di ricerche abissali, di tormenti. Elementi che hanno generato in me l’immagine di un prete mancato, apostata per eccesso di lucidità, maestro nell’uso del linguaggio misterioso, ma audace, della sessualità. Poi, durante una discussione sul web, ho chiesto consiglio a un amico, ed ecco L’azzurro del cielo.

Scritto nel 1935, ma pubblicato per volontà dell’autore nel 1957, questo romanzo breve è un’orgia emozionale, un tuffo in un caos che solo l’istinto e l’intuizione possono dominare. Bataille aveva deciso di far sparire questo libro, perché, non avrebbe avuto alcun senso pubblicare negli anni cinquanta un’opera che parlasse dei segni preannunciatori della Seconda Guerra mondiale. Eppure, la forza del romanzo è proprio in quell’odore di catastrofe che invade cielo e terra e si infiltra nell’animo degli uomini. È come se questa forza malvagia, tempestosa e irosa si impadronisse delle anime con lo scopo di guidarle verso l’abisso. Non esiste più il destino soggettivo, ma solo quello collettivo.

Henry è perdutamente innamorato di Dirty; per lei sarebbe disposto a tutto, eppure, questa donna è alcolizzata, perversa, ambigua in ogni suo gesto. Ma per lui, uomo dell’abisso, che, paradossalmente, trova con Dirty un equilibrio, non esiste altra donna. Il suo legame è malato, come malata è l’Europa del 1934; anno in cui Hitler sale al potere, il cancelliere austriaco Dollfuss viene assassinato e a Barcellona scoppia la guerra civile. Tutto è malato… come Henry, che vede la malattia in Lazare e in Xénie, altre due donne che incontra durante il suo vagabondaggio.

Solo Dirty è un morbo che si può accettare, che può continuare a crescere nel cuore di Henry. Non importa cosa accadrà, basta solo che tutto termini con Dirty accanto.

In questo amore tormentato, che sa di morte, di necrofilia, di suicidio e di tragedia, Henry ritrova anche quello che sta avvenendo in Europa. I totalitarismi amano la carne putrefatta, sono pronti a fare del mondo un mattatoio e a trasformare il sangue in vino. Queste sensazioni guidano il protagonista nella sua ricerca di una morte romantica e spingono Dirty alla perversione. Entrambi aspettano che gli eventi facciano il loro corso. In questi casi, l’uomo non può intervenire, non può mettersi contro la Provvidenza, ma può solo adeguarsi; deve farlo in nome della propria bestialità.

Così L’azzurro del cielo non è una resa incondizionata al destino, bensì, la prova dell’esistenza di un unicum, in cui si mescolano cielo, terra e uomini.

Patrick Modiano, Incidente notturno, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Un banale incidente notturno dà vita a un’inchiesta molto particolare. È quello che accade a un giovane che viene investito da una Fiat mentre cammina, spaesato, lungo le strade di Parigi. Di lui non ci viene svelato né il nome, né troppi particolari fisici. Modiano preferisce concentrarsi sulla memoria frammentata e confusa del protagonista. Per noi e per lui, l’unico punto di appiglio è Jacqueline, la conducente dell’auto.

Veniamo in contatto con un’opera complessa e avvincente, frutto del maestro dell’investigazione dell’anima e della memoria. Modiano, premio Nobel per la letteratura nel 2014, necessita sempre di una presentazione perché ancora rimane un genio in ombra. In ombra perché il pubblico lo conosce poco e solo dopo l’assegnazione del prestigioso riconoscimento è arrivato in Italia, tramite un’operazione di recupero della Einaudi.

Incidente notturno, infatti, è uscito in Francia nel 2003, oggi, ci viene riproposto in tutta la sua freschezza. È un romanzo breve, 115 pagine che divorerete. Modiano non è uno scrittore prolisso, il suo stile è telegrafico, le sue parole esplodono o implodono nell’arco di poche pagine. In entrambi i casi si innesca una reazione a catena, come avviene nei migliori gialli. Ma qui il protagonista non indaga su un omicidio, bensì, su se stesso, sulla sua memoria, sulla quotidianità.

Man mano che va avanti alla ricerca di Jacqueline scoprirà qualcosa su di lui, sul passato che ha dimenticato. Ma perché si è perso nell’oblio? Modiano ce lo fa capire frammento dopo frammento, pagina dopo pagina, in un crescendo di colpi di scena. Nulla di cruento, sia ben chiaro, come detto non stiamo parlando di un thriller o di un noir, ma di un romanzo esistenzialista e intimista costruito con gli strumenti del giallo.

In nessun modo ci viene svelata l’identità del protagonista. Fin dalle prime battute è una figura rarefatta che prende forma e consistenza parola dopo parola, ma anche alla fine molti particolari personali restano in ombra. Questo giovane confuso e seguace dell’eterno ritorno non ha e non avrà un nome. Perché?

Vi lascio con questa domanda che vuol essere un invito alla lettura di quest’opera che introduce ancor di più Modiano tra i lettori italiani. Nella speranza che questo investigatore dell’anima e della memoria diventi noto al grande pubblico, come è giusto che sia. In lui la memoria supera i traumi e il tempo. Come in Proust, per Modiano la memoria è riconciliazione con il presente e soluzione al futuro.

Louis-Ferdinand Céline, Morte a Credito, Garzanti

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato sul blog di Giacomo Verri

Ferdinand lo sapeva bene che scrivendo questo libro sarebbe diventato immortale, anche se i tempi non erano maturi, anche se tutto era contro di lui. Un vero scrittore, però, se ne infischia delle epoche, della retorica e dell’educazione.

Sapeva bene che descrivendo la propria dissoluzione avrebbe parlato anche di quella degli altri. Un sentore comune è un fiore che sboccia nell’inconscio collettivo e sempre di più cresce nell’anima delle generazioni che verranno.

Sapeva bene che i debiti si scontano vivendo. La morte è un casello dove non si paga il pedaggio. Arriviamo alla fine del percorso esausti, pronti a dire finalmente è finita. Cos’altro può chiederci la morte se per raggiungerla ci siamo già dannati?

Sapeva bene Ferdinand che raccontando della sua adolescenza, vissuta in quei primi anni del XX secolo, in quel periodo che gli storici chiamano Belle Époque, avrebbe potuto raccontare solo del bel marciume che si annidava nella sua Francia malata di positivismo e di “borghesismo”.

Lui, ragazzino, poi adolescente, poi pronto a partire per la Grande Guerra.

Lui, che si fidava solo di suo zio.

Lui, che usava l’indifferenza per ribellarsi ai propri genitori.

Lui, che non voleva studiare, che non voleva lavorare, che non riusciva a dare un senso alla sua vita.

Lui, che si faceva le prime scopate con una donna matura.

Lui, che se lo faceva succhiare da un ragazzino più piccolo, ma buongustaio, perché aveva scoperto che le palle di Ferdinand producevano tanta sborra.

Lui sapeva benissimo che scrivendo queste parole nel 1936 avrebbe creato ribrezzo e disapprovazione.

Il degenerato Céline, però, ha tirato dritto per la sua strada. La realtà è un insieme di cose che hanno un nome e un cognome. Non hanno un senso, così come non ce l’ha la vita di ogni essere umano, a meno che non si lotti per essere se stessi. Perciò Ferdinand se ne andava a zonzo, infischiandosene delle belle maniere, delle belle parole e dei buoni costumi. Doveva scoprire la sua vocazione, se stesso, il senso del non senso della vita.

Solo portando a termine questo difficoltoso viaggio ci meritiamo la giusta morte, quella assegnataci “a credito”, come una ricompensa.

Ed è così che il degenerato Céline parla a tutti noi.

Per questo Morte a credito è una pietra miliare.

Chi non legge questo romanzo è destinato a non veder mai terminare la propria notte.

Raymond Queneau, una “zizzania” nel metrò

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Satisfiction

Questa cinica favola pubblicata nel 1959 sembra non avere un senso. Possiamo accostarla ad Alice nel paese delle meraviglie di Carrol. Una cosa è certa, Queneau è il terrore dei traduttori. I suoi giochi linguistici sono difficili e il nostro idioma non sempre si presta alle sue elucubrazioni.

Tuttavia, siamo in presenza di un non senso da interpretare, che ha una sua logicità ed è da questo aspetto che prende corpo la neolingua di Queneau. Un idioma inventato di sana pianta, attraverso cui lo scrittore ha tanto esaltato quanto disintegrato la lingua francese. Ma per noi comuni mortali, lettori italiani e con poca conoscenza del francese, come arriva tutto questo?

Partiamo dal nome della protagonista, Zazie, che al nostro orecchio risuona come zizzania. Un nome azzeccato dato che tutto ruota intorno a questa bambina ribelle e dispettosa, che vorrebbe provare l’ebbrezza di un viaggio in metrò. Per lei sarebbe la prima volta e, come spesso accade, la prima volta non si dimentica mai. Purtroppo, a guastare la festa, ci pensa lo sciopero dei macchinisti che ha paralizzato Parigi. C’è quindi da camminare. A mettersi in marcia saranno Zazie, lo zio ormosessuale, ballerino in un night club, e la madre che ha ucciso il marito con un colpo di scure in testa. Ma dove vanno? Purtroppo non lo sanno neanche loro!

Fanno strani incontri, incappano in diversi litigi, tutti innescati dalla pestifera Zazie, che disturba e infastidisce estranei e conoscenti con i suoi gridi di protesta Me ne sbatto Un c….

Queneau scrive un racconto ironico in cui la logica viene fatta a brandelli. Dobbiamo unire le tessere che incontriamo lungo le pagine per trovare una via di fuga dal confuso mondo dello scrittore francese. Nulla di difficile, nulla di impossibile, dobbiamo solo leggere e giungere alla fine. La spontaneità di Zazie non è solo una reazione, ma un “no” che contiene già una dichiarazione di guerra. La protagonista vuole conoscere le meraviglie di Parigi, vuole salire su un metrò, vuole incontrare gente. Cerca la vita, vuole fare esperienze; grazie alla sua innata astuzia riuscirà a liberarsi dalle maniacali attenzioni degli adulti.

Ma cosa si nasconde tra le righe di questo romanzo?

La neolingua, la volgarità, il non senso, l’apparente linearità di una vita che corre sul binario della razionalità ma che è fondamentalmente caotica. Percepirete queste sensazioni ma lo farete ridendo, perché la capacità di Queneau è stata quella di utilizzare le armi della favola e dell’allegoria. Non è un caso che il nostro Calvino, che molto si avvicina al suo stile, abbia annoverato l’autore francese, morto nel 1976, tra i suoi scrittori preferiti. E non dobbiamo dimenticare che sempre Calvino ha tradotto l’altro grande capolavoro di Queneau, I fiori blu.

Zazie nel metrò, però, non è semplice da spiegare al grande pubblico. Rimane un romanzo enigmatico e può essere “letto” in molti modi. Tanti sono i significati che nasconde tra le sue pagine. Uno però lo acciufferete subito: Zazie è una bambina che sta perdendo l’innocenza. Queneau riscrive Cappuccetto Rosso e al posto del bosco usa come scenario Parigi. Fatto sta che la pestifera bambina sa essere tanto ingenua quanto spietata. Appare indifesa ma al momento giusto sa indossare i panni del lupo e del cacciatore.

Tra questi geniali e inaspettati cambi di personalità sorgono gli equivoci, quelli che il fato distribuisce a casaccio. Spesso non hanno un nome e l’uomo deve creare parole nuove per identificarli ed esorcizzarli.

Albert Camus, la rivolta che non appartiene all’uomo

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

La rivolta come forza creatrice che implica la distruzione del passato e dei valori dominanti. Il “no” che attesta nell’uomo la volontà di essere e quindi di diventare “ciò che è”. Di tutto questo parla Camus in questo saggio pubblicato nel 1951, ma che ancora è tema di discussione.

Oggi come all’epoca, questo libro divide le coscienze, perché se da un lato la rivoluzione è un ritorno allo zero temporale, ad un inizio incontaminato; dall’altro, la rivolta è lo scalpello con cui si scrostano dall’uomo e dalla società i valori introiettati nei secoli.

Ma soprattutto, Camus pone la rivolta quale forza creatrice in un mondo assurdo, in cui il senso della vita appare oscuro. Per questo motivo la prima rivolta che l’uomo compie è quella contro Dio e lo fa in maniera “metafisica” e “storica”.

Quella metafisica nega Dio, essere che se ne sta lontano dal mondo, abbandonando l’uomo al suo destino e chiedendogli nient’altro che il sangue e la sofferenza. La rivolta storica, invece, è quella che pone l’uomo in conflitto contro le istituzioni che si ispirano ai “principi di Dio”.

La Rivoluzione Francese pone in contrasto aristocrazia e borghesia; quella dei Soviet la borghesia con il proletariato; quella Nazi-fascista decreta la costruzione della religione civile, la deificazione dell’uomo e il deicidio perfetto profetizzato da Nietzsche nel suo “Dio è morto”.

Ma Camus si spinge oltre, riconoscendo in tutte queste rivoluzioni, sostenute prima di tutto da un’ideologia figlia della “rivolta metafisica”, un pensiero ancora giovane e mal interpretato.

Prima di tutto, Nietchzse è il grande truffato, in quanto il suo nichilismo non è distruttivo, bensì, è una dichiarazione di indipendenza dall’illusione e dal sogno. Toglie alla società e alla religione del XIX secolo l’ipocrisia e ne mostra i corpi martoriati.

Dio è morto perché ucciso dai suoi stessi seguaci, di conseguenza anche la morale è un retaggio ed è sconfessata dall’azione quotidiana dell’uomo. Da questo processo di spoliazione, però, l’uomo può trovare la salvezza, ossia, la sua volontà di potenza, che non è sinonimo di oppressione dell’altro, ma riscoperta del sé e dunque riappropriazione della sua umanità.

In secondo luogo, Camus distrugge il marxismo e le sue pretese scientifiche. Secondo il pensatore francese, Marx è un profeta a breve termine. Anche lui parla di un mondo nuovo, ossia la società comunista, che si realizzerà. E man mano che le rivoluzioni di matrice marxista del XX secolo si susseguono, ecco che gli stessi fautori riconoscono che un mondo completamente convertito alle tesi del marxismo ci sarà solo nel prossimo futuro. Una dichiarazione che richiama il Vangelo, che parla della venuta di Dio alla fine dei tempi. Quando tutto si compirà.

Cos’è quindi la rivolta?

Per Camus, ogni rivolta vuole costruire una società giusta in cui trionfino la solidarietà e la filantropia. Ma nel momento in cui subentra l’omicidio, sia esso metafisico che storico, che viene utilizzato per eliminare i nemici della rivoluzione, a compiersi è solo la contraddizione che tramuta tutte le rivolte in “religioni civili”, in cui l’uomo deifica se stesso e il suo progetto utopistico.

Ma c’è di più, Camus afferma che anche la rivoluzione perfetta non farebbe altro che diminuire aritmicamente i mali che affliggono la società. I bambini, infatti, continueranno a morire lo stesso a causa degli accidenti che sono fuori dal controllo dell’uomo.

È questo male, inspiegabile, cieco, inarrestabile, che l’uomo non riesce ad annullare. Esso attesta l’assurdità e il non senso della vita stessa e quindi della rivolta.

Emmanuel Carrère, Il Regno, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Il Regno è un viaggio appassionante nelle nostre radici cristiane e religiose. Bisogna conoscere per credere, ma bisogna anche dubitare. La ricerca è frutto delle tentazioni, delle elucubrazioni, ma disquisire sul cristianesimo non è l’obiettivo del libro. L’autore francese, infatti, ci regala un’autobiografia che parla ad ogni lettore, rappresentando concretamente le nostre perplessità, anche quelle che non avranno mai una risposta.

Questo libro scorre sul filo delle emozioni, si divora in base alla nostra fame di sapere. C’è chi lo troverà noioso; c’è chi si tufferà tra le sue pagine e ne uscirà rigenerato, con gli occhi pieni di stupore. Io faccio parte della seconda categoria di lettori ed è per questo motivo che ne voglio parlare con la massima chiarezza, perché ogni pagina di questo libro mi ha donato maggiore consapevolezza.

Il Regno non è un saggio storico, non è l’ennesima inchiesta sui Vangeli, non cerca di distruggere la fede. Carrère parte da se stesso e dal suo rapporto con la religione, dopodiché, indaga e ci presenta il suo resoconto. La sua indagine non ha come fine la risoluzione di un cold-case o di scovare il colpevole, ma ci fa entrare nel cuore di quelle prime comunità cristiane, che con inaudito fervore abbracciarono le parole di un credo nuovo e inaudito.

Carrère si concentra sui suoi massimi divulgatori: San Luca e San Paolo. Il primo è il medico macedone che attraverso il suo Vangelo ci dona un’immagine poetica della vita di Gesù; il secondo ha portato la fede tra i “gentili”, i “non circoncisi”, scontrandosi anche con i discepoli rimasti a Gerusalemme e ancora legati a un “cristianesimo” per soli ebrei. In questo scontro storico, davvero accaduto e a volte violento, Carrère riporta alla luce quegli interrogativi che ci appartengono e ci perseguitano. In noi esiste solo il dubbio. La fede toglie ogni perplessità e ci fa semplicemente credere che tutto sia avvenuto come ci è stato tramandato. In questo scontro tra dubbio e convinzione, verità e verosimiglianza, stanno le pagine dello scrittore francese.

Un viaggio per l’appunto che non approda a qualche certezza, ma che ci aiuta nella nostra ricerca. Carrère ha pensato a tutto. Il suo lavoro è stato mastodontico. Ha ficcato il naso in tanti documenti, ha cercato tra le tante parole scritte nei secoli. Parte dalla sua esperienza, si mette a nudo e si dà in pasto al lettore. Non imita Cristo, ma va alla ricerca del suo messaggio. In San Luca, Carrère trova qualcosa di autentico. Questo evangelista infatti indagherà, scoprirà, riporterà ciò che ha appurato, stando lontano dai dogmi.

Una religione dogmatica è una fede farisaica. Tutto ciò che Carrère fa è comportarsi da uomo dubbioso, tenendosi lontano dalla verosimiglianza e avvicinandosi il più possibile al cuore di un messaggio millenario e ancora affascinante. Non trasforma il cristianesimo in sterile filosofia, non fa apparire Cristo come un guru, non apostrofa i discepoli come visionari; l’autore francese si affida semplicemente alla sua fame di verità. Ci dona pagine indimenticabili che tutti dovrebbero leggere, perché in questo gran mistero chiamato “Gesù” sta la parabola di ogni virtù e miseria umana.

Emil Cioran, La caduta nel tempo, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Zona di Disagio

È stato un filosofo controcorrente che metteva da parte stile e metodo, ponendo al primo posto la propria esperienza. Emil Cioran è stato depredato da destra e sinistra ma la sua opera è anarchica. Scriveva per se stesso, non per i suoi lettori o per coloro che dovevano giudicarlo. È questo che lo rese libero da condizionamenti.

Nichilismo e assurdo si uniscono nella sua opera, che al centro pone l’uomo. Essere incoerente, in guerra contro Dio, contro il mondo, contro la sua specie. In uno dei suoi libri più significativi La caduta nel tempo, Cioran parla di tutti quei problemi esistenziali che la filosofia moderna ha abbandonato.

Parte dalle origini, dalla cacciata dall’Eden, da quell’atto di ribellione che mise in mostra la natura masochista dell’uomo. In principio l’uomo aveva la possibilità di vivere nell’immobilità del tempo, nell’ignoranza ma ha scelto il dubbio e il divenire.

Proprio così, il frutto dell’Albero della vita per Cioran non è sinonimo di Conoscenza ma di Dubbio, perché l’uomo non ha accesso al sapere in quanto schiavo di una storia cucitagli addosso da una felicità fallace. Non è una visione pessimistica quella di Cioran, ma che si fonda sull’esperienza.

Finché si sta bene, non si esiste. Più esattamente, non si sa di esistere. Scrive Cioran. La malattia, non solo quella fisica, è per lui un mezzo che riconsegna l’uomo alla sua essenza primordiale, formatasi in quella masochistica scelta. Un’essenza che è scissa, plasmata sulle uniche due possibilità di espressione che l’uomo ha: negare e dubitare. Per Cioran la condanna dell’uomo è il desiderio che insinua il dubbio, che porta alla ricerca. Conseguenza di una missione diabolica che l’essere umano ha scelto staccando il frutto che l’ha consegnato al dubbio e al divenire, in poche parole alla storia.

Come può l’uomo liberarsi di tutto questo? Cioran non arriva a nessuna conclusione. Indica solo una possibilità: sperare che la storia finisca e che l’uomo trovi felicità in un’era senza più desideri. Ma questa potrebbe essere anche la sua condanna, perché già in principio visse in quell’epoca di noiosa beatitudine, senza tempo, ma che egli rifiutò. Proprio in virtù di questa scelta, oggi  per l’uomo sarebbe una cacciata dal tempo e dalla storia. In poche parole, l’inferno.

E in questo ingranaggio assurdo del vivere senza fine e di un divenire senza certezza alcuna, qual è soluzione? Già Albert Camus si poneva con cinismo questa domanda e iniziava così il suo saggio Il mito di Sisifo.

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”.