Italo Svevo. La coscienza di Zeno e l’ironia dell’inconscio

L’ironia dell’inconscio e la malattia dell’anima. Ne parla Rosangela Papa in questo articolo già pubblicato su Zona di Disagio

Quante volte ci è capitato di avere di fronte un problema e non avere la capacità o la voglia di affrontarlo e tanto meno risolverlo? E se non è capitato a noi personalmente lo abbiamo visto capitare a qualcuno.

Albert Einstein sosteneva che se avesse avuto un’ora per salvare il mondo, avrebbe sicuramente impiegato 55 minuti a definire bene il problema e solo 5 minuti a trovare la soluzione!

L’opera “La coscienza di Zeno”, nata nel 1919, durante la Prima Guerra Mondiale e pubblicata poi nel 1923, esprime i tratti distintivi di una crisi di sistemi di valori che si perdono e si confondono dinnanzi a nuove forme e tensioni culturali. Essa è un’opera trasgressiva perché fa decadere tutti i valori tradizionali.

Zeno Cosini, figlio di un ricco commerciante triestino, è il protagonista del libro che all’età di trent’anni ancora non sembra aver trovato la sua strada, la sua realizzazione. La sua tendenza a distrarsi e a ridere delle cose più serie lo hanno

portato a lasciare gli studi di legge e dopo la morte del padre si ritrova a vivere di rendita. Egli non si occupa dei propri affari pur essendone il responsabile. Così libero da ogni impegno di lavoro può dedicarsi alle sue manie: dal continuo proposito di smettere di fumare e di tante malattie immaginarie.

Per liberarsi dalle sue malattie, soprattutto quella del fumo, che gli causava mal di gola, Zeno si rivolge ad uno psicoanalista perché “la malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione “.

Il dottore S. che lo prende in cura gli consiglia di scrivere un’analisi storica della sua attitudine al fumo.

Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero.

Zeno comincia a frequentare la casa di un ricco commerciante, padre di quattro figlie. Si innamora di una di essa, ma a causa di equivoci e malintesi sposa un’altra sorella che lo amerà con tenerezza e comprensione verso tutte le sue manie;

Chissà se l’amo? È un dubbio che m’accompagnò

per tutta la vita e oggidì posso pensare che l’amore accompagnato da tanto dubbio sia il vero amore.

Successivamente Zeno conoscerà una ragazza semplice e povera che diviene la sua amante, ma questo non inciderà affatto sui buoni rapporti con la moglie, ignara del tradimento.

L’ultima parte del libro è una sorta di diario dove Zeno, deciso a interrompere la cura, riprende in mano la sua autobiografia; egli vuole scrivere “sinceramente” la storia della sua cura manifestando tutta la sua disistima verso il dottore S. e per la psicoanalisi. Egli non è affatto guarito come dice il Dottore S, anzi, sta peggio di prima, ma un fatto importante cambia la sua vita: scoppia la guerra.

L’Olivi, gestore delle sue proprietà si rifugia in Svizzera come pure il Dottor S. e finalmente Zeno si sente libero da ogni controllo.

Ogni sincerità fra me e il dottore era sparita ed ora respiro. Non m’è più imposto nessuno sforzo. Non debbono costringermi ad una fede né ho da simulare di averla”…

La mia malattia doveva essere finta perché la mia malattia era stata scoperta”.

Egli si avventura in imprese commerciali fortunate e allo psicoanalista invia alcune pagine di diario per dimostrargli la sua antipatia.

Zeno Cosini è un uomo inetto che non riesce ad affrontare i problemi ed è continuamente insoddisfatto della propria vita.

Tale inettitudine lo rende passivo di fronte alla vita e impossibilitato ad affrontare le sfide e le difficoltà che essa gli pone davanti.

Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che potesse avere importanza

La dipendenza dal fumo fa riflettere Zeno sulla sua mancanza di forza di volontà e sull’incapacità di portare a termine un traguardo con convinzione e forza. Tale fragilità è da attribuire sia al senso di vuoto che egli sente nella sua vita sia all’assenza nella sua infanzia di una figura paterna.

Da ciò ne consegue che per Zeno è sempre il tempo

dell’ultima sigaretta…

Penso che la sigaretta abbia un gusto più intenso quand’è l’ultima. Anche le altre hanno un loro gusto speciale, ma meno intenso. L’ultima acquista il suo sapore dal sentimento della vittoria su se stesso e la speranza di un prossimo futuro di forza e di salute.”

La malattia resta sempre fino alla fine il tema dominante infatti a concludere il libro è l’immagine di un silenzio cosmico…

Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute

Questo è il tempo dell’inettitudine, della passività, della mancanza di autostima e dei valori pertanto per Zeno è sempre il tempo dell’ultima sigaretta. È su questo che Hector Schmitz con lo pseudonimo Italo Svevo ci invitava a riflettere un secolo fa. Ci sono ancora tanti spunti e argomenti sui quali riflettere e approfondire: dal complesso di Edipo ai successi commerciali favoriti dalla Prima Guerra Mondiale.

Sono passati circa cento anni, ma ancora poco è cambiato!

Giorgio Manganelli, Dall’Inferno, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Mi sono perso volentieri tra le pagine di questo romanzo firmato da Manganelli, perché è un viaggio all’interno del nostro inferno. In questa discesa nel corpo e nell’anima non incontreremo né Virgilio né Beatrice, bensì, un cerretano, ossia, un venditore ambulante che spaccia per miracolosi i suoi oggetti insulsi, e una bambola che infesterà di merda ogni angolo.

Una narrazione così leggera, ma densa di significati, ci introduce in questa cavalcata negli abissi. Qui troveremo solo falsi dei, proiezioni di Soggetti e Oggetti che animano la nostra psiche… in questo luogo a-nostra-immagine-e-somiglianza, riflesso custodito gelosamente dalla psiche, che si rende visibile solo nel momento in cui accettiamo di perire per mano nostra, ogni abitante si proclama onnipotente.

È un po’ una perifrasi sul mito della caverna di Platone, in cui tutte le cose animate, percepite solo come ombre, vengono scambiate per reali. E queste ombre parlanti, che nell’Inferno di Manganelli si proclamano Dei, insinuano nel protagonista la loro ambiguità, cosicché il dubbio persista e vinca… solo la merda di una bambola annienterà verità e falsità dell’Essere.

Gli inferi descritti dallo scrittore italiano, avanguardista e colto, degenerato e romantico, sono parte di noi, anzi, siamo noi. Il lettore viaggia insieme all’autore, discende nel suo e nel proprio incubo. Passo dopo passo non riconosce né il suo né il proprio Inferno e non può far altro che scrivere una cronaca di questo tour… omettendo volontariamente chi sia il protagonista.

Dopotutto, l’Inferno è un luogo edificato dai nostri pensieri; che siano buoni o cattivi non ci importa, li buttiamo qui, li lasciamo marcire, li abbandoniamo nelle mani del fato e dell’anarchia. Ignoriamo che diventeranno parte di noi e che assumeranno altre forme. Infatti, gli inferi si manifestano in età avanzata, quando la vecchiaia incombe e le forze latitano, quando non siamo più capaci di sperare nel futuro.

Ma Manganelli è stato uno scrittore ironico, non era uno strenuo difensore del pessimismo, o meglio, ci rideva su… l’Inferno infatti è in noi, inizia a costituirsi fin dalla nascita. Un po’ come la morte, che ci perseguita fin dal primo vagito. Chi si oppone a queste ovvietà si autodistrugge.

Come sempre, vi auguro buona lettura.

Cristò, Restiamo così quando ve ne andate, TerraRossa Edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Gli amanti dei libri

Secondo TerraRossa Edizioni questo libro colpirà maggiormente i lettori che amano William Burroughs e Guido Morselli, due autori così distanti tra loro, ma che per me hanno rappresentato tanto. Allora, seguo il consiglio e inizio a perdermi tra le righe. Le seguo con interesse, perché voglio trovare le similitudini con questi scrittori, ma scoprire anche lo stile di Cristò; e, man mano che proseguo, sento che mi trovo davanti a un romanzo particolare, coraggioso e innovativo. Insomma, un piccolo miracolo.

In Italia la letteratura è diventata un passatempo. Tanti scrivono, pochi leggono; tra questi, molti non sanno ciò che scrivono, tantissimi non sanno ciò che leggono, ma tutti credono di essere ottimi lettori e formidabili scrittori. Come uscire da questo pastrocchio? Semplicemente, accostandosi a libri come Restiamo così quando ve ne andate. La letteratura non salverà il mondo e, fidatevi, neanche la bellezza è in grado di farlo. Leggere non fa di noi dei supereroi, ma ci rende solo consapevoli di essere inconsapevoli di ciò che ci circonda. Il punto di vista di uno scrittore, che si manifesta attraverso la sua opera, è sempre degno di attenzione, ma soltanto in alcuni casi ci offre degli spunti di riflessione. Quello di Cristò penetra perfettamente nella coscienza del lettore. Non è semplice rendere collettivo il dramma esistenziale di un personaggio. L’autore pugliese, invece, riesce anche in questo.

Nel periodo dell’adolescenza non cambia solo il nostro corpo, ma anche la nostra coscienza. Durante questa fase, oltre agli attacchi di sudore e a puzzare più del solito, una voce interna comincia a chiederci se vogliamo accettare senza remore le regole sociali, o se vogliamo obbedire ciecamente a ciò che essenzialmente siamo. Poi, con il tempo scopriamo che questo dilemma ci perseguiterà per tutta la vita e che, purtroppo, mai riusciremo a scegliere davvero. Ma non finisce qui, addirittura, potremmo scoprire che da circa tremila anni, tale quesito è tema di dibattito tra i filosofi… Ente e EssereRettorica e Persuasione vi ricordano qualcosa?

Ed ecco Francesco, protagonista di questa storia. Ha superato i quarant’anni, lavora in un supermercato, ma vorrebbe essere un musicista. Suona il pianoforte e ha bisogno di ispirazione per partorire la sua creatura; ispirazione che a volte trova nell’hashish, a volte in Monica, a volte nella giovanissima vicina di casa indiana Fatima. Come ho scritto sopra, vorrebbe essere un musicista, perché questa volontà si manifesta a fasi alterne, mentre le altre sono riempite dall’apatia; apatia che trascina Francesco in ricerche compulsive di nozioni inutili su internet, o in masturbazioni mentali che restano lì, tra le mura del suo appartamento nel quale si è segregato, tagliando anche i rapporti con il padre, che per lui aveva altri progetti.

Ebbene, anche se ha più di quarant’anni, Francesco deve ancora scegliere se vuole essere o se vuole apparire, se vuole accontentarsi del suo lavoro o se vuole inseguire il suo sogno. Vero è che a un certo punto sceglierà; vero anche che non scompariranno le titubanze, perché, a furia di non decidere, la vita lo ha incastrato.

Resta il fatto che questo romanzo è capace di entrare nel cuore del dilemma dei dilemmi, nonché nel dramma dei drammi che l’uomo si porta fin dalla nascita. Cristò ha saputo unire volontà di annientamento con volontà di esistere, usando l’ironia come ponte tra l’ottimismo e il pessimismo. Dal punto di vista stilistico siamo davanti a una scrittura innovativa, capace di far dar voce anche ai muri… e non sto scherzando. Difficile trovare una pecca in questo libro che sa di passione e di meticolosità, qualità necessarie ma sempre più rare in chi vuole fare letteratura e non semplicemente parole.

Carlo Cassola, La ragazza di Bube, Mondadori

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Questo è uno di quei romanzi che si scovano. O sai che esiste oppure il fato non ti aiuterà a trovarlo. Il motivo è semplice, Carlo Cassola è stato un autore volutamente dimenticato perché scomodo, perché poco radical-chic.

Stesso io non l’avrei mai conosciuto se non avessi letto il libro di Nicola Vacca, Sguardi dal novecento. Un’antologia coraggiosa, pubblicata da Galaad e in cui ho trovato un saggio su Cassola, che andrebbe proposto nelle scuole. Proprio la pubblica istruzione avrebbe il compito di incuriosire, ma sappiamo bene come funzionano le cose. È unitile sprecare parole sull’argomento.

E così ringrazio tanto Nicola Vacca per questa scoperta e anche mia madre che, notando questo romanzo sul mio comodino, una versione ingiallita datata 1980 con la prefazione di Geno Pampaloni, mi ha svelato che La ragazza di Bube è stato per tanto tempo il suo libro preferito, amato a sua volta dal padre, ossia mio nonno, che lo leggeva quando la mattina, per motivi di lavoro, percorreva la tratta Ventimiglia-Montecarlo. Lui era infatti un fiero-immigrato-calabrese-muratore-socialista.

Ma io tutte queste cose le ho scoperte a 35 anni. Potere della letteratura!

La ragazza di Bube esce nel 1960. Lancia Cassola tra i big della letteratura italiana, vince perfino il Premio Strega. La storia è ambientata in Toscana nell’imminente dopoguerra. Ancora il Comitato di Liberazione Nazionale lotta oscuramente contro il Governo provvisorio anglo-americano. Ancora partigiani e repubblichini regolano in strada i conti lasciati in sospeso. Entrambe le fazioni attendono l’amnistia. I comunisti vogliono la rivoluzione, i democristiani perdonano le colpe di tutti e si preparano a conquistare il potere attraverso il proselitismo.

In questo scenario si staglia la figura di Mara, appena sedicenne ma abbastanza grande per prendere marito. È testarda e maliziosa, capricciosa ma anche libera; e proprio liberamente sceglierà la via del sacrificio.

Al suo fianco c’è Bube, anche lui giovane, ex partigiano, compagno fedele del fratello di Mara, Sante, ucciso dai tedeschi mentre combatteva tra i monti. Tra di loro è amore a prima vista, ma il loro sentimento è anche una sfida. Bube porta con sé il rancore della gioventù perduta. È esponente di un’ideologia della rivendicazione violenta. È figlio di una generazione che silenziosamente subì il fascismo e poi l’invasione anglo-americana, spingendo i propri giovani nella fossa.

A Bube infatti gli venne affibbiato il soprannome di Vendicatore. Viene temuto per il suo sangue freddo. Basta che il popolo e i suoi compagni di partito lo incitino ed ecco che lui si trasforma in punitore di ex fascisti. Ed è per questo motivo che si macchierà dell’omicidio del figlio di un maresciallo dei Carabinieri. Da questo momento in poi inizierà il suo calvario e quello di Mara.

La sua latitanza dura mesi ma terminerà sul confine italo-francese. Bube sarà arrestato e condannato a quattordici anni di carcere. Non verrà salvato né dall’amnistia, né dai suoi compagni comunisti, cui ha promesso lealtà. Mara solo lo aiuterà con la sua paziente attesa, con le sue continue visite presso il carcere di Piacenza, dove Bube sconta la pena. In questa storia trionfano l’amore e il senso del sacrificio di una donna.

Per farla breve, Cassola non esalta i comunisti e non fa trionfare quel senso di giustizia che da sempre hanno rivendicato. Critica sotto sotto le finalità dei dirigenti della Resistenza e genera un romanzo in cui mette al centro la storia, i fatti e i sentimenti, dando ai vinti e ai vincitori pari dignità. Ma lo fa nel 1960, quindici anni dopo la fine della guerra, in un periodo in cui di certe cose non si doveva parlare.

Ma c’è anche tanta buona letteratura in questo romanzo. C’è una scrittura nuova in cui i tabù vengono messi da parte e l’intimità diventa scudo contro le barbarie. C’è Mara con la sua irruenza, che rappresenta simbolicamente la verità, il sacrificio e l’amore incondizionato. Lei infatti vuole sposare Bube, anche se le costerà un’attesa di quattordici anni.

Poi c’è Bube di animo mite ma indotto alla violenza. È attraverso lui che Cassola critica la faziosità delle ideologie che istigano alla vendetta. Vendetta da cui però i mandanti si tengono lontani. I deboli restano infatti gli esecutori, coloro che si sporcano le mani e i primi a pagarne le conseguenze. Bube è proprio questo: un ex partigiano dalle buone intenzioni, pronto a ricostruire l’Italia, pronto a servire il partito per tutta la vita, ma educato alla vendetta. La sua innocenza, dunque, è stata violentata dall’indifferenza.

È Mara l’unica che capisce il suo dramma. Proprio lei che per la mentalità dell’epoca sarebbe dovuta rimanere ai margini. È attraverso lei che Cassola ha riscattato una generazione condotta al macello da falsi profeti.

Gianfranco Calligarich, L’ultima estate in città, Bompiani

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

L’amore per la letteratura ci obbliga ad essere dei ricercatori. Purtroppo tanti piccoli capolavori sono stati seppelliti dal tempo. Di sicuro L’ultima estate in città fa parte di un tesoro sepolto che ancora aspetta di essere portato del tutto alla luce.

Questo libro è stato pubblicato nel 1973. Nel 2010 è stato riproposto da Aragno, ma è rimasto sul mercato per poco tempo. Sul finire del 2016, Bompiani gli ha ridato la gloria che merita. Dal canto mio, ho acquistato quest’opera dopo aver letto un interessante articolo di presentazione sul blog Zona di Disagio di Nicola Vacca.

Ed ecco il miracolo. Un romanzo di valore, che ha preso posto tra i miei libri preferiti, tra quelli che ricorderò e che consiglierò.

Leo e Roma, una storia di amore e di odio. Il protagonista è un settentrionale che giunge nella Città dei Papi in cerca di aria nuova. Porta con sé delle aspettative, ha voglia di esperienze esaltanti, ma ha anche bisogno di tanta pace. Così, giunge nella Capitale con una valigia contenente lo stretto necessario e con l’anima in subbuglio. Si aggira per le strade come se non avesse una meta, eppure il suo tormento è proprio quello di trovarne una. Quale? Non lo sa.

Trova lavoro come ricopiatore di articoli giornalistici, ma è poco incline ai sacrifici che gli vengono chiesti. Verrà introdotto nel mondo della televisione, ma vi resterà solo un giorno. Quell’ambiente depravato non fa proprio per lui, d’altronde deve già fare i conti con i suoi problemi, tra questi c’è l’alcol. Fatto sta che gliene arriverà uno ancora più grande: Arianna.

Arianna e Leo, una storia pericolosa per due anime fragili. Lei che ama, ma non sa chi. Lei che vorrebbe, ma non sa cosa. Lei che combatte ogni giorno contro se stessa. Così, in questa ambigua relazione, nulla si crea e nulla si distrugge, tutto è un deflagrare e un ricomporsi nello stesso punto spazio-temporale. Eppur tutto si muove. Leo sente che la vita gli sfugge via, gli eventi si susseguono e lo travolgono. Lui non si oppone a questo meschino balletto messo in scena dall’Universo, ma neanche prova a seguire il ritmo della danza, semplicemente osserva e vorrebbe che qualcuno ballasse per lui.

Proprio per questo motivo ha bisogno di evadere. Ci prova con l’alcol, seguendo l’esempio di Graziano, amico ironico e istrionico, decadente e realista, personaggio superlativo che vomita scomode realtà.

Ed ecco a voi L’ultima estate in città. Un romanzo scritto quarant’anni fa, ma ancora tanto attuale perché racconta dell’uomo e l’uomo, si sa, deve fare i conti sempre con gli stessi problemi. Leo infatti sa di essere parte di un complesso di colpa a cui non riesce a dare un nome, tanto meno un’origine. In tutto ciò, la Roma di Calligarich diventa una gabbia in cui la vita e la morte si inseguono, si azzannano, si feriscono e si leccano le ferite a vicenda. E in questo ballo nervoso, l’esistenza diventa un cammino anonimo, senza infamia e senza lode.

Ma l’autore mette in mostra anche il rapporto tra il protagonista e la città. Leo è un uomo che soffre di solitudine persino in mezzo alla folla. Lui è un antieroe che somiglia tanto a quello Straniero di cui Camus ha raccontato le gesta.

La sua unica colpa: credere che l’amore sia una soluzione.

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Orlando Donfrancesco, alla ricerca del Sole a Occidente

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

È un esordio letterario ed è un capolavoro. Non ci sono altre parole per descrivere questo coraggioso romanzo che solo una casa editrice audace avrebbe potuto prendere in considerazione. Donfrancesco firma un’opera controcorrente, che sfida la letteratura contemporanea. Nella quarta di copertina viene descritto come un romanzo neo-decadente. Tra le sue pagine nasconde una feroce critica alla società moderna.

A vestire i panni dell’eroe è Tancredi, un giovane bohemien che sceglie Venezia come città in cui vivere la sua solitaria ricerca della Bellezza. Un esteta che vive al di là del bene e del male, senza morale, ma nostalgico della tradizione.

Tancredi è un artista. Riproduce quadri preraffaeliti, è amante della musica classica e dell’arte greco-romana, è un cattolico nostalgico del rito tridentino. Fa della sua vita un’opera d’arte e nel mito cerca il senso della storia. In questo suo viaggio votato al puro godimento, incontra dei degni compagni: Flaminia, Enrico, Liliane. Eccoli, dunque, quattro imperatori in cerca di un regno da dominare, in continua guerra con il mondo massificato che ha ucciso la Bellezza, sacrificata alle leggi del profitto e del pensiero unico. Eppure, non tutti i protagonisti di questo romanzo riusciranno a resistere alle tentazioni della contemporaneità. Difficile essere coerenti in un mondo che condanna chi vuole distinguersi. Tancredi, invece, è un eroe caparbio. Preferisce soccombere più che demordere. È amorale, è contraddittorio, è egocentrico, è un Titano anacronistico. Non può adeguarsi ai tempi perché il tempo non gli appartiene, perché la Bellezza non è di quest’epoca.

Sebbene in questo romanzo riecheggi tutta la tradizione decadente, da Huysmans a D’Annunzio, dal Marinetti di Mafarka il Futurista a Baudelaire; Donfrancesco non compie un’operazione di recupero o addirittura nostalgica, prende solo in prestito il sentimento di quel tempo e lo riporta nel nostro.

Il Sole a Occidente è questo in fondo, un parallelismo tra secoli diversi governati dagli stessi problemi. Laddove i valori cadono, la nostalgia incombe; laddove l’uomo non ha più una tradizione, la società crea idoli decadenti, un nuovo che puzza di marcio. Intanto si ammirano le rovine, i segni della trascorsa Bellezza e in questo vuoto esistenziale ognuno salva il salvabile. Tancredi in fondo sogna sulle macerie di Venezia, cerca in questa città il suo centro gravitazionale e lo trova solo nelle rovine delle chiese bizantine, negli isolotti sommersi della Serenissima, nel Carnevale della città lagunare.

Ciliegina sulla torta, lo stile di Donfrancesco. Moderno, pomposo, magniloquente, tagliente, attuale. Insomma, l’autore sa destreggiarsi tra tanti linguaggi che creano una costante lotta tra vocaboli, emozioni e situazioni. Nulla viene lasciato al caso. La ricerca della Bellezza del nostro Tancredi abbraccia il tutto e abbatte ogni ostacolo.

Ma alla fine di questa solitaria battaglia chi vincerà e chi perderà?

La grandezza di questo romanzo sta nel suo finale anticipato fin dalla prima pagina, ma non voglio dirvi altro perché farei uno sfregio alla vostra curiosità. Certamente, se volete leggere un libro controcorrente, accomodatevi, perché di romanzi del genere se ne trovano pochi. E state tranquilli, qui si parla con termini moderni, senza tabù, senza la paura di raccontare nei minimi dettagli perversioni e sentimenti.

Donfrancesco non ha paura di usare tinte forti, cariche. Non scade mai nella volgarità, d’altronde già la modernità è la più sublime delle volgarità.

Salvatore Satta, il fascismo dell’uomo tradizionale

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

In un momento come questo, nel quale fascisti e antifascisti cercano il loro posto rievocando teorie anacronistiche, la lettura del De profundis di Salvatore Satta eviterebbe tanto onanismo ideologico. Sono sicuro che alcuni non riuscirebbero a sopportare il puzzo della colpevolezza che ancora aleggia sulla nostra italica (in)coscienza.

Ebbene, questo breve saggio fu scritto tra il 1944 e il 1945. Salvatore Satta parte da un episodio particolare. Un militare italiano, reduce dal fronte russo, sale su un treno, trova posto in uno scompartimento e viene subito adocchiato da un borghese curioso, che inizia a fargli delle domande. Il racconto del soldato è meticoloso, ricco di spunti di riflessione, ma l’uomo si addormenta e il milite continua a raccontare al vento la sua esperienza siberiana.

Ecco una metafora dell’Italia fascista, ossia, una nazione dormiente che non si accorge della disgrazia. Ma a volere il regime fu proprio l’uomo tradizionale, a cui interessava vivere senza troppi pensieri. Dopotutto, ci spiega Satta, la borghesia voleva un uomo forte che si facesse carico di tutti i problemi, e tra i tanti pretendenti scelse Mussolini. Vero è che il regime avrebbe tolto a tutti la libertà, ma a pensarci bene, agli italiani è mai importato qualcosa della libertà?

Infatti, ci spiega lo scrittore sardo, quando Mussolini dichiarò guerra alla Francia e di riflesso all’impero britannico, l’uomo tradizionale rimase deluso; questo perché la borghesia italiana aveva sempre osservato con ammirazione il modello anglosassone della libertà, basato sulla ricchezza e sull’abbondanza. Per questo motivo, quando gli Alleati entrarono in Italia, tutti scesero in piazza a festeggiare. Infatti, nessuno aveva mai accettato la guerra contro gli inglesi; così come, nessuno vide di buon occhio l’alleanza con il popolo tedesco; popolo dal quale gli italiani si sono sempre dovuti difendere.

Ma il concetto di libertà caro agli anglosassoni non è né romantico né razionale, bensì, ha come unico scopo quello di liberalizzare degli spazi altrimenti inaccessibili, che verranno poi sfruttati economicamente.

Pertanto, l’uomo tradizionale, ossia, il borghese, attraverso il Fascismo, ha solo cercato di calmare le acque di un’Italia in preda a una pericolosa isteria bolscevica, per poter svestirsi dei suoi logori indumenti e indossare abiti da gentlemen. Fatto sta che Mussolini ha rotto l’incanto di un romantico contratto firmato anni prima, e che aveva come oggetto la cessione del decadente modello italico della libertà. Anche i contadini e i proletari si sono fidati delle promesse e hanno vissuto gioie e miserie del Fascismo come se fossero espressioni di una inesplicabile volontà divina. Nessuno poteva immaginare che il sonno della ragione portasse con sé la Guerra Civile, le città distrutte e una penisola devastata dalle bombe e dalla povertà, e che gli abiti da gentlemen venissero pagati con fiotti di sangue.

Così parla Satta. Lo scrittore sardo guarda con ironia e cinismo all’Italia fascista. L’uomo tradizionale, colpevole dell’avvento e della disfatta del regime, è stato colui che ha acclamato e poi maledetto Mussolini. Con il suo dormir tranquillo ha attirato nella trappola tutti gli altri; compresi gli eroi, ossia, quelle camicie nere che subito dopo la conquista del potere abbandonarono il coraggio, la forza bruta, la carica rivoluzionaria, il furore e la sfrontatezza, in favore delle buone maniere e della mollezza.

Questa lettura che ci propone Satta è un discorso amaro e mai affrontato nella nostra Italia, ancora priva di identità. Nonostante la sua storia millenaria, la penisola appare divisa in piccoli stati e in zone in cui a governare è l’anti-stato, ossia, una mentalità tribale che adora feticci. Ancora oggi, il Fascismo appare come una rivoluzione neutra, che sta dando a qualcuno la possibilità di giocare al rosso e al nero.

Ciò che Satta denuncia nel suo De Profundis è questo: l’Italia non ha mai creato un suo modello di libertà, ma ha sempre guardato a quello degli altri. Un problema che persiste e che non si risolve con la sola applicazione della Costituzione, ma con un processo di emancipazione.

Curzio Malaparte, quei colpi di stato che portarono al Kaputt

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Kaputt è la seconda guerra mondiale; è il tramonto dell’Occidente. Kaputt è la fine di un’epoca che non tornerà più; è un punto e a capo.

La storia è un susseguirsi di eventi che possiamo studiare e interpretare, ma che non possiamo comprendere a pieno. Ci sono accadimenti che vanno necessariamente vissuti. Curzio Malaparte è stato uno di quelli che si è trovato lì, in mezzo alla guerra. L’ha vista e l’ha raccontata.

Tutto gli è parso grottesco, al limite della realtà; eppure, quella era la realtà.

La Finlandia, la Polonia, l’Ucraina, la Romania, l’Italia, la caduta dell’Europa. Lui ha visto ogni cosa; ha conosciuto i protagonisti di quella disumana tragedia. Nessuno come Malaparte ha saputo descriverci Frank, governatore della Polonia, nazista elegante, amante della musica, artista incompreso, uomo nobile, ma capace di imbracciare un fucile e sparare su un bambino ebreo.

Nessuno come Malaparte ci ha lasciato una immagine così forte del principe delle SS, Himmler, beccato completamente nudo e mentre fa a botte con alcuni dei suoi uomini in una sauna finlandese, solo per procurarsi un po’ di piacere.

Nessuno come Malaparte ha ritratto con maniacale perfezione Galeazzo Ciano, amato dalle donne, incapace di prendere decisioni, così sincero da odiare apertamente Mussolini.

Nessuno come Malaparte ha saputo raccontarci delle ragazze di Soroca, giovani ebree imprigionate in un bordello, che dopo aver regalato ore felici ai soldati, vengono portate nei pressi di un fiume e fucilate.

Nessuno come Malaparte ci ha raccontato di Pavelic, capo del nuovo stato di Croazia, dittatore che vuole fare il bene del popolo, ma che ama cavare gli occhi ai suoi nemici. Occhi che conserva in un paniere; occhi che tutti scambiano per ostriche.

Questa è la guerra, questa è stata l’Europa del secondo conflitto mondiale. Kaputt è il non senso che diventa realtà; è una contraddizione. Malaparte è un cinico? No, è solo stato un testimone che ha raccontato le cose così come le ha viste.

Eppure, nel 1931, questo scrittore e scomodo giornalista, oggi dimenticato dalle masse e dai critici, profetizza la catastrofe nel breve saggio Tecnica del colpo di Stato. Malaparte intuisce che la conquista del potere è ormai una questione tecnica. Non servono le cosiddette condizioni favorevoli, quali il disordine sociale, la povertà o un generale malcontento, per dar vita a una rivoluzione. No! C’è bisogno di una buona tattica. Il nostro Curzio comprende che anche le democrazie più solide non sono al sicuro. Infatti, l’errore delle democrazie parlamentari è l’eccessiva fiducia nelle conquiste della libertà.

Basta guardare a Trotskij, Mussolini e Hitler; quest’ultimo prende il potere in Germania dopo due anni dalla pubblicazione del libro, nonostante Malaparte metta in guardia i tedeschi dalla tattica dei nazisti.

Per il nostro Curzio, insomma, tutto è molto semplice. Mentre i vecchi uomini di potere pensano a difendere i palazzi statali dalla rivoluzione, i nuovi dittatori ribaltano la situazione con poche persone ben addestrate che occupano le sedi della tecnica, attraverso cui lo Stato funziona; ossia, radio, telegrafi, acquedotti, fabbriche, stazioni ferroviarie.

In poche parole, nell’Europa moderna, lo Stato è una macchina.

Il libro di Malaparte fu criticato dai gerarchi della rivoluzione russa; Mussolini lo vietò in Italia e fece perseguitare lo scrittore; Hitler lo fece bruciare nella piazza di Lipsia. E tutto questo avvenne non perché il nostro Curzio avesse detto delle castronerie, ma perché diceva la verità. Una verità così scomoda che i dittatori ne ebbero paura.

Malaparte ha compreso prima di tutti che la rivoluzione non è più qualcosa di ideologico, ma materia di studio per la nascente ingegneria politica. La seconda Guerra mondiale, infatti, è stata una guerra tecnica. La tecnica non ha colore politico, non ha cuore e non ha pietà.

L’eccessiva fiducia nella tecnica porta sempre al Kaputt.    

Cesare Pavese, Prima che il gallo canti, Einaudi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Zona di Disagio

La tragedia, la sconfitta, la solitudine dell’uomo davanti alla vita. Prima che il gallo canti non è solo un libro, ma la cronaca di un’anima, il diario di una silenziosa migrazione. Racchiude due racconti, Il carcere del 1938 e La casa in collina del 1948. Due novelle scritte a distanza di anni, ma unite dallo stesso filo conduttore: la memoria.

Cos’è la memoria? È il luogo in cui si imprimono le passioni, le sconfitte e le vittorie di ogni uomo. È la stanza dove il passato viene richiuso, serrato, e lì sbraita, urla, chiede d’essere liberato. Si può fingere di non sentire quei richiami, ma nessuno può eliminarne la presenza. Comunque vada, la memoria muore con noi.

Solo i morti hanno visto la fine della guerra.

Chi ama la letteratura non dovrebbe fare a meno di questo libro, ma soprattutto non dovrebbe lasciarsi guidare dai pregiudizi su Pavese. È stato uno scrittore, un poeta, uno dei pochi liberi pensatori del novecento. Difficile leggerlo senza cadere nella sciatta idea che egli sia stato un pessimista. Sembra incredibile, invece, valutarlo come un esistenzialista che ha descritto, attraverso l’inquietudine, quel bisogno di pace che l’uomo cerca facendosi muto testimone del quotidiano non senso.

Eccoci allora davanti a Stefano e Corrado, gli attori principali di questi due racconti.

Stefano, protagonista de Il carcere, è un confinato. Vive anonimamente in questo paese dove sconta la sua pena. Non ci vengono però spiegati i motivi, anzi, sembra quasi un personaggio kafkiano, finito lì per puro caso e incapace di comprendere la logica del mondo in cui si muove. Pavese si ispira alla sua personale esperienza. Nel 1935, infatti, lo scrittore venne confinato a Brancaleone, in provincia di Reggio Calabria. Su di lui pendeva l’accusa di antifascismo. Ma ciò che scrive non ha i contorni dell’autobiografia, anzi, l’autore non accennerà mai né al contesto politico, né alle condizioni sociali, né alla propria esperienza.

Il carcere che ci viene raccontato è una condizione dell’anima. È luogo di gioie e di dolori, di ricerca, di riappropriazione dell’io, di contemplazione da una vetta privilegiata chiamata solitudine. La prigione in cui si trova Stefano ha muri invisibili e coincidono con i confini del borgo, ma uno solo intimorisce il protagonista: il mare. La grande e invalicabile parete che dà l’illusione della libertà. Ma è nella contemplazione della natura che il protagonista riscopre quel non senso quotidiano della vita. L’uomo passa e lascia tracce che la pioggia del tempo cancella. Di lui rimangono solo fugaci emozioni, vissute in un qui che rimane ancorato solo nella memoria.

 Bestie e uomini hanno la stessa sorte. Citazione in cui riecheggia Qohelet.

Diverso invece il percorso di Corrado, protagonista de La casa in collina. Questa novella è una lucida testimonianza della guerra civile che si scatena all’indomani dell’otto settembre 1943. Ma anche in questo caso, il protagonista è solo spettatore e giammai parte attiva. A far da cornice alla storia, Torino, da cui Corrado fugge per far ritorno a Santo Stefano Belbo. Il borgo tra le colline, rifugio dalle tragedie che la guerra porta con sé.

Anche in questo caso, però, il protagonista assume le sembianze di un personaggio kafkiano. È spettatore di una guerra illogica, ma di cui si sente corresponsabile.

Corresponsabile perché come tutti ha gridato Viva il Duce. Corresponsabile perché anche se contrario al regime non lo ha mai combattuto.

C’è solo una differenza tra Il carcere e La casa in collina. Se nel primo caso siamo davanti a un condannato al confino, nel secondo è il protagonista che si mette in marcia verso il suo carcere. Tornare nel proprio paese, tornare nella casa dove è nato, vuol dire, per lui, tornare nella prigione primordiale in cui la solitudine è ancora una volta l’unico punto di vista dal quale contemplare l’uomo.

La morte e la distruzione incontrate da Corrado lungo il tragitto Torino-Santo Stefano Belbo, lo fanno sentire un indegno sopravvissuto. Al posto del morto potremmo esserci noi, non ci sarebbe differenza e se viviamo lo dobbiamo al cadavere imbrattato. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede conto.

Ma non è solo quello un teatro di guerra, ma la vita intera. Il senso della battaglia però è ignoto. Ora che ho visto cos’è guerra, cos’è guerra civile, so che tutti, se un giorno finisse, dovrebbero chiedersi: – Dei caduti cosa facciamo? Perché sono morti? – Io non saprei rispondere. Non adesso, almeno. Né mi pare che gli altri lo sappiano. Forse lo sanno unicamente i morti, e soltanto per loro la guerra è finita davvero.

 Così termina una pietra miliare che i posteri non devono e non possono dimenticare.

Dante Virgili, La distruzione, Il Saggiatore

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Abbandonato, morto in solitudine, dimenticato, disconosciuto da tutti, condannato all’oblio. In pochi hanno scritto di lui e nessuno è stato clemente nei suoi confronti. Oggi, il nome di Dante Virgili non dice niente. Un fantasma per molti, un demone che non va rievocato per quei pochi che quarantasei anni fa hanno letto il suo esordio letterario.

La distruzione viene pubblicato nel 1970. Alla Mondadori sono entusiasti per questo libro che unisce Céline e De Sade. Per molti si tratta di un testo rivoluzionario, di un’opera che può fare la differenza in un ambiente letterario di radical-chic e servi del potere mascherati da agguerriti critici del capitalismo e del conservatorismo italiota.

Caspita – direte voi – tutto questo ben di Dio in una sola opera!

Sì! La distruzione è tutto questo, ma c’è un aspetto particolare che non può passare in secondo piano: Virgili è un nazista. Questo libro gronda nostalgia per il Terzo Reich, per le SS e per Hitler. Sputa odio e disprezzo, giura vendetta ai nemici della Croce uncinata, profetizza la caduta delle Torri Gemelle e si augura che l’intera umanità sparisca, insieme al pianeta, dall’Universo.

Sono sicuro che adesso la pensate diversamente anche voi e avete capito perché nessuno parla di questo autore.

Premetto che anch’io sono stato tentato di chiudere questo libro quando ho avvertito odore di apologia al nazismo, quando ho cercato di interpretare alcuni passaggi scritti senza punteggiatura e con uno stile fin troppo asciutto. Eppure, l’ho letto fino in fondo con grande curiosità, perché il mio ruolo è recensire e non censurare. La scelta rimane a voi lettori, a me il compito di spiegare perché, nel 2016, Il Saggiatore ha deciso di ripubblicare questo libro e cosa lo rende degno della vostra attenzione.

Non è un caso che la casa editrice abbia affidato la prefazione a Roberto Saviano, che di sicuro non è un simpatizzante del nazismo. Mentre ha letto questo libro, anche lui ha avuto le mie stesse perplessità, i miei stessi moti di repulsione, ma come me si è reso conto che in questo libro si parla di odio vero; quello che viene fuori quando la vita è giunta alla fine di un vicolo cieco; quello che scaturisce dalla caduta di ogni certezza; quello che ti ammazza dentro lentamente; quello che solo alcuni scrittori francesi hanno saputo raccontare, tra questi Céline; quello che tutti noi sfoderiamo quando la nostra sensibilità viene tradita.

Ed ecco allora la storia di un piccolo borghese, correttore di bozze per un giornale, ex interprete delle SS. Le vicende di quest’uomo corroso dall’odio e dalla nostalgia si svolgono nel 1956. In Europa spirano ancora venti di guerra, la crisi di Suez rischia di riportare gli eserciti nazionali sul campo di battaglia; su di loro gli occhi degli yankee e dei russi, pronti ad entrare in azione.

In mezzo a tutto ciò sta il nostro protagonista che, con quel poco che guadagna, compra i favori sessuali delle cameriere e delle prostitute. Ama torturarle, ma a modo suo le adora. Le odia perché è brutto e sgraziato e sa che mai starebbero con lui spontaneamente, perciò gode nel corromperle. Ha capito che nella società capitalistica il denaro è sinonimo di potere. Ecco la nuova tirannia imposta dai soldi, sorta nel mezzo di un regime democratico che vorrebbe rendere tutti uguali… un bel paradosso, insomma.

Di qui la sua nostalgia per il Terzo Reich, in cui i valori erano diversi, gli uomini e le donne erano altro, il mondo intero era un posto migliore. Insomma, il nostro protagonista è un romantico nazista che aspira al suicidio, ma vorrebbe portare via con sé tutta l’umanità, perché in fondo la ama… sempre a modo suo.

Concludendo, La distruzione non è un capolavoro, non è un libro che tutti possono leggere, ma non merita l’oblio e la denigrazione. La letteratura non è un fatto ideologico e chi spesso adopera il pregiudizio non è né un buon lettore, né un buon divulgatore. Questa è un’opera come tutte le altre, patrimonio dell’Italia di quegli anni. Un libro controcorrente, raccapricciante in alcuni tratti, ma sincero e vero, non appartenente a nessuna scuola di pensiero, impossibile da catalogare.

Non farà di voi dei nazisti, non vi istigherà all’antisemitismo e non vi trasformerà in sadici. Tutt’al più vi domanderete perché, ancora oggi, la distruzione è la migliore amica dell’uomo.