Il lupo della steppa. Quel romanzo di Hermann Hesse che non ha ancora smesso di parlare

Articolo a cura di Martino Ciano

Questo romanzo piacque tanto anche ai ragazzi della Beat Generation e ai giovani idealisti degli anni della Contestazione che andavano in cerca di paradisi artificiali, nonostante l’autore abbia cercato di far capire loro che il suo messaggio fosse un altro, ossia, riscoprire la vita. Hermann Hesse pubblicò Il lupo della steppa nel 1927, ma per questo libro il successo arrivò con molto ritardo. L’opera uscì in un periodo poco favorevole.

Sulla scena tedesca cominciava ad affacciarsi la tempesta nazista, in Italia il Fascismo era in piena attività. Certamente, nessuno pensava alla guerra. Tante cose crescevano in silenzio e furono pochi gli intellettuali che avvertirono “la puzza di bruciato”. Hesse fu uno di quei pochi.

In un’epoca di passaggio i più non si accorgono della tragedia. Essi vengono inghiottiti dalle nevrosi che aleggiano nell’aria; imparano a parlare una lingua diversa, assumono atteggiamenti paranoici, si lasciano cullare dal pensiero dominante. Pochi invece si distaccano da tutto, incominciano a sentirsi inquieti, fuori posto; perdono ogni punto di riferimento. Il loro non è un atteggiamento nichilistico, ma apatico. Harry Haller, il protagonista del romanzo, è uno di quelli che abbandona il gregge e si lascia trascinare dalla sua inquietudine. Ma nonostante questo, non è soddisfatto, perché la sua non è una scelta, ma una necessità, e come tutti coloro che si sentono costretti ad abbandonare il proprio status, non ha una meta, ma spera solo che tutto finisca presto, magari con un pacifico suicidio. Ma la vita è imprevedibile e tale diventa solo per coloro che sono pronti a “vivere”. E sebbene Harry non sia pronto, ci pensa il destino a fargli incontrare una fanciulla che gli mostrerà la vita semplice e l’attimo propizio.

Ma chi è Harry Haller? Per molto tempo è stato un flaccido intellettuale, pronto a combattere, ma in poltrona; fiero sostenitore della pace, ma anche difensore delle sue comodità e dei suoi privilegi. Ma quando il vento cambia, quando l’Europa viene investita dal morbo nazionalista, revisionista e militarista, Harry perde di vista il senso delle cose e diventa un vagabondo. Resta un borghese, perché preferisce vivere nel suo moralismo-di-classe; resta un individualista gentile e garbato; insomma, diventa un lupo solitario che disprezza e si commisera.

Poi, come in una favola, compare una donna che lo porta tra la vita, tra gli eccessi e tra i paradisi artificiali. E, forse, proprio questi aspetti, anni dopo, fecero credere a molti giovani che Hesse avesse scritto, con qualche decennio di anticipo, un manifesto sulla droga, sul sesso e sulla vita di gruppo, ma così non è e non era.

In questo romanzo, Hesse invita all’esperienza, a leggere la vita nelle sue molteplici sfaccettature, a sospendere ogni giudizio, a non fidarsi di chi vuole dividere il mondo in categorie. In Il lupo della steppa bene e male non esistono, perché lo stesso Harry è un figlio del proprio “male interiore” che tende verso una “benevola rinascita”. Ma ogni rinascita passa sempre per una morte violenta che giunge alla fine di un gioco perverso.

Come in Siddharta, anche in questo romanzo, Hesse inserisce quegli elementi della filosofia orientale che gli hanno portato tanta fortuna, ma sono molti gli aspetti che il lettore scoprirà, tanto da arrivare alla conclusione che Il lupo della steppa è un romanzo clamorosamente attuale.

Stefan Zweig. Sovvertimento dei sensi, ossia, della comoda moralità

Un breve articolo su “Sovvertimento dei sensi” di Stefan Zweig, pubblicato nel 1927.

Articolo a cura di Martino Ciano

È un giovane scapestrato, Roland. Si abbandona alla vita mondana di Berlino, città in cui si è recato per studiare, ma quando il padre scopre delle sue notti consumate tra donne e taverne, si trasferisce pieno di rimorsi in una piccola città in cui incontra un professore che lo fa innamorare della letteratura, della poesia e del teatro. E poi…

Sovvertimento dei sensi è stato pubblicato nel 1927. Freud ne consigliò la lettura, perché nessuno come Zweig era riuscito a penetrare nell’animo umano. Siamo di fronte a un romanzo breve, scritto però come una lunga confessione che a sua volta ne raccoglie un’altra molto più scabrosa. Roland, il protagonista, nel momento in cui racconta tutto questo è un anziano e stimato professore universitario, che si addentra nei meandri della sua memoria, quando la gioventù lo rendeva indifferente alla vita. E a far scattare in lui questa molla “revisionista” è il modo in cui viene descritto all’interno di una monografia che gli hanno dedicato. Legge parole che lo dipingono come un “vate”, un Goethe contemporaneo, ma Roland non si riconosce in questo ritratto.

Da giovane non gli piaceva lo studio, ma la sua passione è nata proprio dall’incontro con quel professore misterioso, costretto a nascondere la sua “omosessualità”, costretto a essere uno zero nonostante il suo valore inestimabile, costretto a non essere per non essere fustigato. Ed ecco allora il sovvertimento dei sensi che mette in mostra Zweig: l’apparenza che viene distrutta, l’uomo che viene mostrato nel suo essere-caduco.

In poche pagine, lo scrittore austriaco Stefan Zweig, svela quella parte di verità contenuta nella menzogna ricercata per tutta la vita da un altro scrittore austriaco illustre: Thomas Bernhard. La scrittura di Zweig è una discesa nei sensi, durante cui la parola si lascia perlustrare. Nessun significato è fisso, ma si muove in lungo e in largo sul terreno dell’inconscio.

Questo libro ha quasi un secolo, ma la sua “attualità” è disarmante. Zweig ha vissuto tra la Belle Époque e la Repubblica di Weimar. Si suicidò nel 1942 quando ormai la sua Austria era una “colonia” del Terzo Reich. Nella sua scrittura si legge il trauma della caduta e delle speranze disattese, nonché la nostalgia per un passato che mai più tornerà e un futuro fosco. Zweig non era un conservatore, ma un cosmopolita e un pacifista che non auspicava al ritorno del potere degli Asburgo, bensì alla riscoperta di quella sensibilità “germanica” che la Prima Guerra Mondiale aveva spazzato via.

Sovvertimento dei sensi racconta quindi dell’abbrutimento di una morale che non lascia spazio alla sensibilità, dando forza a una profonda lettura degli istinti. I personaggi di Zweig sono contraddittori, ossia, umani in tutto e per tutto, perché non esiste umanità senza contraddizione.

Gottfried Benn, Cervelli, Adelphi

 

GOTTFIRED.jpg

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Vive nel disincanto, nell’affascinante infelicità della realtà. Intorno a lui non v’è bellezza, perché essa non è di questo mondo. Si chiama Rönne. È un medico che vaga tra bordelli e cadaveri, tra la guerra e il sesso a basso costo. Sono mondi che attraversa con disinvoltura. Pian piano il suo cervello si decompone a causa di una malattia che non colpisce la carne, ma lo spirito. L’azzurro… il nostro dottore lo definisce un colore freddo; come un frammento di ghiaccio che non preannuncia la beatitudine, ma lo smalto che compare sulla pelle dei morti. Come sono cianotiche le sensazioni di Rönne; deliziose decomposizioni che aulicamente provano a difendersi dalla loro essenza… testimonianze della catastrofe.

Cervelli di Gottfried Benn esce nel 1916. Dottore-poeta, amante della dissezione dei cadaveri, l’autore tedesco crea un personaggio drogato che, rapito dalla realtà e da una visione lucida dell’umanità, si rifugia nelle allucinazioni… allucinazioni, ossia, laddove tutto assume un aspetto accettabile. Ecco apparire un mondo edulcorato, aulico, ultraterreno; ma, come detto, è solo un temporaneo rifugio nel quale Rönne si riposa e prende fiato per sfuggire a quel velo di morte che copre ogni cosa. Non c’è bellezza nel sesso delle puttane né dolcezza negli organi espiantati, anzi, tutto lascia in lui fatica e dolore… è la vita che si trascina tra Eros e Morte. E che dire della guerra, quella che mette in mostra violenza e virilità; due caratteristiche in cui ogni essere umano si compiace.

Benn è un poeta. Nelle sue prose la parola è sempre precisa rappresentazione di una intuizione. Rönne è uno straniero sbarcato nel mondo. Non so se prima di scrivere Viaggio al termine della notte, Céline abbia letto questo libro; non so se anche Bataille si sia imbattuto in quest’opera prima di comporre L’azzurro del cielo; fatto sta, che tanto vi ho trovato dei temi che vengono affrontati da questi due autori. Che sia un caso, che siano solo coincidenze? Lascio le risposte ai critici di professione. Certamente, c’è un sentire comune in queste tre opere; un legame riassumibile in una sola parola: catastrofe.

Prima la catastrofe, poi le strofe. Scrive così Benn, come a dire che non v’è poeta che non sia chiamato a imprimere nei versi la bellezza delle macerie; perché la vita si trascina tra Eros e Morte, tra grandezza e decadenza… infatti, dopo ogni tramonto resta la sensazione di essere semplicemente uomini impotenti.

Thomas Mann, La morte a Venezia, Einaudi

thomasmann-wiki.jpgRecensione a cura di Martino Ciano 

Gustav von Aschenbach, cinquant’anni, scrittore affermato, maestro di stile, di etica e di estetica. Sente il peso degli anni; si sente trascinato dagli eventi. Il tramonto della vita è appena iniziato, così come quello di un’epoca d’oro. La Grande Guerra è alle porte, ancora nessuno la avverte, ma gli animi sensibili sentono prima degli altri la catastrofe, un po’ come i cani che percepiscono in anticipo l’avvicinarsi della tempesta. Venezia non è solo il luogo che sceglie per una lunga vacanza rigeneratrice, ma un posto misterioso che lo attira, un bel sepolcro nel quale vuole adagiarsi per riposare e, forse, per risorgere. Si reca qui con grandi aspettative, ma il destino gli guasta la festa e gli pone davanti Tadzio… giovane, inquietante, dalla divina bellezza. È il rampollo di una famiglia della nobiltà polacca. Lo scrittore se ne innamora; prima paternamente, poi risveglia in lui pulsioni al limite della pederastia.

Può sconvolgere tutto ciò, lo so, ma chi conosce Mann sa che egli ama giocare con questo argomento. Lo ha scritto anche nei suoi diari, nei quali ha ammesso le sue pulsioni. Perversioni che in La morte a Venezia vengono velate dalle figure di Socrate e Fedro, dal loro dialogo che avvenne sotto un albero, al di fuori delle mura della città, durante cui il filosofo insegnò al giovinetto la bellezza. La bellezza, ossia, qualità che si percepisce con lo spirito, che si sazia di cose semplici, perché la conoscenza trascina nell’abisso. E l’abisso è proprio il luogo dove abitano i poeti, che sanno mascherare con le parole i loro turpi sentimenti. Meglio non conoscere l’origine di alcuni lirismi che fanno commuovere. Sulla loro provenienza è meglio non indagare. Scrive così Mann, come a voler lanciare un monito al lettore. Ma di questa bellezza siamo degni?

Questa domanda non viene mai posta nel corso del romanzo, eppure perseguita il lettore. Mai ci sarà un contatto fisico tra Tadzio e Gustav von Aschenbach; ci saranno solo giochi di sguardi, e pensieri, e dolci parole. Questo giovinetto, oggetto del desiderio e dei tormenti del vecchio scrittore tedesco, non è altro che un noumeno… bellezza idealizzata che può vivere solo nello spirito, nonché completezza che rifiuta la carnalità. Ma intorno ai due protagonisti c’è un mondo che decade, c’è un palcoscenico sul quale sta calando il sipario… la Belle Époque con la sua borghesia che ha distrutto la bellezza… la bellezza non può più frenare gli istinti primordiali perché l’uomo ha conosciuto la sua tragedia. Ha imparato a vivere al di là del bene e del male. Gustav von Aschenbach ha perso la battaglia contro se stesso: prova amore per un giovinetto che è bellezza e nostalgia per la semplicità; anche lui, ormai vecchio, ha conosciuto la vita e ora non può che consegnarsi alla morte. In lacrime, in solitudine, lascerà che il vento trasporti a Tadzio il suo Io ti amo.

Ma il sipario cala; a Venezia arriva il colera. Il colera, come la peste, è sempre presagio di una catastrofe; è una piaga che preannuncia un cambio epocale. Ha un valore simbolico; spaventa le masse. Anche Camus ha usato questo escamotage con l’intento di sottolineare l’impotenza dell’uomo, il quale si affatica nel ricercare l’ordine, l’equilibrio e la perfezione, anche quando lascia campo libero al suo irrazionale amor-per-la-morte.

Thomas Bernhard, L’imitatore di voci, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Se avete letto Bernhard sapete bene che i suoi romanzi sono monologhi.

Subordinate che si tuffano in altre subordinate, parole che si pugnalano a vicenda, riflessioni che dànno vita a nuove riflessioni e l’inquietudine in sottofondo che vi accompagna dalla prima all’ultima pagina. Se avete letto Gelo, Il Soccombente, Estinzione e Perturbamento sapete di cosa sto parlando. L’imitatore di voci invece è tutt’altro e, udite udite, in questo caso lo scrittore tedesco diventa sintetico.

Cento storie. Le più lunghe sono di appena due pagine, moltissime non superano le quindici righe. Bernhard diventa un cronista e si limita a riportare i fatti. Non approfondisce, non scava, ci dà solo la certezza che qualcosa è accaduto. Solo per un attimo entriamo in contatto con i personaggi, dopodiché ci vengono subito sottratti. Siamo semplici spettatori e possiamo solo ipotizzare il perché dei loro gesti e dei loro comportamenti, ma non dobbiamo dimenticare che sono espressione di un attimo, pertanto, ogni nostro giudizio sarebbe affrettato.

Insomma, Bernhard cambia stile ma la sostanza della sua scrittura rimane invariata. Queste storie terminano in maniera assurda, o meglio, non come immaginiamo. Ma l’intento non è quello di lasciarci a bocca aperta semplicemente ci viene dato l’unico finale possibile, che coincide sempre con la nostra incapacità di leggere tra le righe. È come risolvere un problema di matematica, la soluzione è già nel testo, bisogna saper interpretare logicamente le parole e i dati.

Prendiamo il racconto che dà il titolo al libro, L’imitatore di voci. In poche battute ci viene raccontato di un bravo attore che sapeva incantare il pubblico con le sue imitazioni ma rimaneva interdetto e si dichiarava incapace quando gli chiedevano di imitare la propria voce. Qui c’è tutta l’ironia e l’assurdità di Bernhard. Lo scrittore si prende gioco dell’attore che sa parlare con la voce degli altri ma non con la propria, che sa scimmiottare gli altri ma non se stesso. Proprio per questo motivo l’imitatore rimane interdetto ossia, stupito e turbato, perché gli viene chiesto un sacrificio: mostrarsi con tutti i suoi difetti. Non è un caso che l’editore abbia usato queste righe per la quarta di copertina, questo racconto infatti riassume alla perfezione il tema del libro.

Ma cos’è il turbamento per Bernhard?

Se avete letto la sua opera saprete rispondere altrimenti prendete questo quesito come un invito alla lettura. L’imitatore di voci è del 1978. Adelphi lo ripropone in un nuovo formato ed è un’opera che consiglio anche a chi non ha letto nulla di Bernhard. È sempre un inizio.

Martin Buber, Confessioni estatiche, Adelphi

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Anela l’anima mia… vuole raggiungere l’oltre, vuole unirsi per un attimo a quell’Uno indivisibile dal quale proviene. È prigioniera l’anima mia, ma certe volte si libera e se ne va lontana; si dimentica di appartenere al mondo, perché dopotutto il mondo è stretto… come una gattabuia. Nessuna parola, però, riesce a spiegare le meraviglie che dimorano nell’oltre. Tutte le lingue del mondo non hanno la capacità di rappresentare le cose che lo abitano. Per spiegarle bisogna usare delle similitudini, oppure, bisogna semplicemente tacere e godere nel silenzio… allora, sarà come addormentarsi.

Ecco, né io né tu vivono separatamente, ma in un contesto antecedente… lo dice Martin Buber; lo riporta nell’introduzione del suo Confessioni estatiche, un’antologia nella quale sono raccolte esperienze mistiche. Tutte queste storie sono simili e senza tempo. Buber ne prende solo atto, non le giudica da un punto di vista psicologico, religioso o sociale; no, vuole solo donarcele.

Sono testimonianze che hanno attraversato i millenni, eppure, sembrano scritte dallo stesso autore.

Ho letto questo libro e non ho avvertito il peso dei secoli, anzi, mi è sembrato che tutto si riproducesse qui e ora. In quest’oltre in cui non vi sono muri, corpi e spazi delimitati, v’è un senso di pace. È un tornare all’origine che le membra umane ci hanno fatto dimenticare; è come immergersi nel mare sentendosi contemporaneamente goccia, onda e oceano; è un tutto senza confini in cui non ci sono distinzioni.

Leggere questo libro vuol dire entrare in contatto con qualcosa che percepiamo, ma nel quale mai ci tuffiamo completamente. In pochi sono riusciti in questa impresa dolce ma dolorosa… tornare in prigione, nel corpo, è terribile. Così, in queste confessioni estatiche sta il tutto che è anche parte di noi; un tutto che ci chiama, ma dal quale qualcosa ci allontana.

Meditate su ogni pagina di Confessioni estatiche e sarà come addormentarsi.

Thomas Bernhard, Autobiografia, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Zona di Disagio

Ci sono opere che ci chiedono di superare i nostri limiti, perché già dalle prime righe ci pongono interrogativi estremi. Chi ha letto Thomas Bernhard sa bene che la sua scrittura va oltre ogni idea e sfida le nostre certezze. La sua frase infinita, nella quale si incontrano e si scontrano concetti diametralmente opposti, tanto da creare un discorso contraddittorio, ribalta ogni nostra concezione. Non c’è stato e forse non ci sarà mai più uno scrittore come lui, capace di far dialogare la vita e la morte.

Prima di leggere uno dopo l’altro i cinque libri che compongono questa autobiografia, ossia, L’origine, La cantina, Il respiro, Il freddo e Un bambino, raccolti da Adelphi in un unico volume, ho consultato il saggio del filosofo Aldo Giorgio Gargani, L’arte di esistere contro i fatti, riproposto da Lamantica Edizioni. Ebbene, proprio nella parte dedicata a Thomas Bernhard ho potuto apprendere alcuni dei passaggi più importanti della vita dell’autore austriaco. La sua scrittura, infatti, è il risultato di un’esistenza costellata da elementi contraddittori e in cui la vita e la morte si sono sempre presentate con gli stessi abiti, camuffandosi.

Vita amara quella di Thomas, figlio non riconosciuto dal padre; nato nel 1931, nei Paesi Bassi, perché qui sua madre, Herta, ha potuto darlo alla luce lontano dagli occhi degli austriaci, sempre pronti a giudicare meschinamente una donna sedotta e abbandonata. Bernhard è quindi nato fuori dalle regole sociali del tempo e sempre vi si opporrà. Questi cinque libri non raccontano per filo e per segno la sua vita, ma solo gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Gli anni dolci e terribili che lo hanno formato. Ma c’è un altro aspetto: i libri di questa Autobiografia potrebbero essere letti anche come semplici romanzi, perché l’intento dello scrittore non è stato quello di parlare di sé, ma di un’anima.

La storia di un’anima è sostanza di esperienze in cui tutti possono riconoscersi. È un io collettivo che si racconta, che prova a ricordare, ma che sa di non poter essere del tutto chiaro. Bernhard ha capito che per l’uomo dire la verità è impossibile. Tutto è contraffatto, pertanto, la vita è una somma di contraffazioni. Più si prova a dire la verità, più ci si rende conto che le parole non sono in grado di rappresentare con chiarezza quello che si è vissuto; ci si può accontentare solo del contenuto di verità nella menzogna. Pertanto, Bernhard fa solo una veloce descrizione di alcuni episodi, cogliendone gli elementi simbolici che richiamano nel lettore sensazioni analoghe. E se questo è tutto ciò che ci rimane, ossia, cercare nella menzogna una piccola parte di verità, appare lampante che non esistono in natura né valori alti né valori bassi.

Tutto è uguale, farà dire lo scrittore a un operaio-amico di Salisburgo. Tutto è uguale perché la vita dà a tutti la stessa ricompensa, ossia, la morte; e non v’è differenza tra chi si danna dietro una macchina da scrivere e chi si danna dietro un martello pneumatico.

Certamente, Bernhard scrive della sua vita. Si concentra sulla figura del nonno, ossia, la sua guida; in alcuni passaggi sarà anche romantico e vitalista; in altri ci racconterà della sua scelta controcorrente di lasciare gli studi ginnasiali per diventare commesso. Proprio la decisione di lavorare nel quartiere più malfamato di Salisburgo, nella bottega del signor Podlaha, contribuirà alla sua formazione filosofica e letteraria. Proprio tra questi uomini troverà i demoni-maestri-di-vita.

Nei libri Il respiro Il freddo, lo scrittore austriaco ci racconta della sua malattia polmonare, che mai lo abbandonerà per tutta la vita. In queste due opere, le tematiche bernhardiane hanno il sopravvento; la vita e la morte tornano a dialogare tra loro. I malati che vogliono sopravvivere a tutti i costi generano in lui ripugnanza, perché aggrapparsi alla vita è una pratica contro natura.

Chi vuole leggere questi cinque libri lo faccia con amore e con passione. Tra queste pagine troverete inni alla vita che Bernhard non scriverà mai più nelle sue opere. In questa Autobiografia tutto è vero e falso. Una volta conclusa l’ultima pagina non solo saprete qualcosa di più sul conto dello scrittore austriaco, ma continuerete a porvi interrogativi estremi, gli unici ai quali si può rispondere intimamente e con sincerità.

Isaac Bashevis Singer, Keyla la Rossa, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Satisfiction

Un romanzo che vi catturerà e che vi dispiacerà finire. Keyla la Rossa, arriva in Italia, nonostante sia stato scritto più di quarant’anni fa. Finora è stato disponibile solo in ebraico. Un’operazione importante quella messa in piedi da Adelphi, attraverso cui si ridà dignità allo scrittore yiddish Isaac Bashevis Singer. Una storia forte, senza orpelli, che fin dalle prime pagine non lascia sperare in un lieto fine. Ma una trama robusta necessita di personaggi altrettanto solidi, e Singer non sbaglia un colpo.

Ed eccoli qui i personaggi.

Keyla, ex prostituta che in pochi anni di attività è passata per tre bordelli, ma che nonostante tutto è riuscita a sposarsi. Yarme, avanzo di galera che sposa Keyla per amore, ma che non ci penserà due volte ad approfittarsi di lei. Max lo Storpio, un truffatore perverso e ambiguo, che si è arricchito trasferendo giovani donne ebree dai bordelli dell’Europa orientale a quelli del Sud America. Bunem, giovane, idealista, pronto a farsi rabbino per accontentare il padre, ma pervaso da un sentimento di ribellione.

Siamo nei primi anni del XX secolo. La storia inizia a Varsavia, ma terminerà a New York, dove questi quattro personaggi si ritroveranno alla fine di varie vicissitudini. Perseguitati dai loro tormenti e dal destino, Keyla, Max, Yarme e Bunem saranno chiamati a fare i conti con la vita. Il tema del romanzo è l’amore, ma non nella sua forma banale e melensa, bensì, come manifestazione di una passione disperata che spazza via ogni inibizione.

La sensualità e il bisogno di sentirsi amata e protetta rendono Keyla fragile; la sua bellezza e il suo fascino ne fanno una preda appetibile; il senso di colpa la rende, però, una donna in fuga, pronta ad abbandonare tutto e tutti. Ma anche Yarme, Max e Bunem sono dei fuggitivi. I complessi e le riflessioni agitano in loro ansie, paure e pensieri suicidi. Keyla la Rossa è un romanzo triste, in cui, però, tutti sono sorridenti. Yarme è un inguaribile ottimista; Max se la cava sempre con la sua cinica ironia; Bunem è invece un ingenuo che vede nella filosofia una possibilità di salvezza. Keyla usa il sesso e l’alcol per darsi pace.

Ma al di là della trama e dei personaggi, Singer ha messo in questo romanzo tutte le contraddizioni della cultura ebraica. Così, queste quattro persone in fuga, vogliono anche scappare dalle loro origini e dalla loro cultura. Sono in cerca di una Terra Promessa, ma per trovarla non si affidano alle indicazioni divine. Nessuno di loro si sente membro del Popolo eletto, anzi, ognuno si riconosce apolide, pronto ad abbracciare l’ateismo in nome del sistema capitalistico americano, secondo cui la ricchezza è la salvezza. In un primo momento, Yarme e Keyla restano affascinati dai racconti di Max lo Storpio, nato povero, ma diventato ricco sfruttando giovani ebree. E non fa niente se egli va a letto con gli uomini e con le donne, se i suoi sensi di colpa lo hanno reso insonne e ansioso, se ha violentato Keyla, se si è appellato alla Legge ebraica per truffare meglio gli appartenenti al Popolo eletto; tutto ciò è giustificabile, se rapportato ai valori del Nuovo Mondo che Max ha deciso di incarnare.

In tutto ciò, Keyla è la più candida fra tutti i personaggi. Lei è la prostituta che si pente, ma che si lascia trascinare nel fango dalle circostanze. Lei sa amare, ma l’amore la tradisce. Lei è spaesata e non può far altro che affidarsi al Dio degli ebrei, che forse le concederà il perdono.

Questo è tutto ciò che posso dirvi di un romanzo che vi catturerà fin dalla prima riga.

Fred Uhlman, L’amico ritrovato, Feltrinelli

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Lo leggerete velocemente guidati dalla passione e dalla ragionevolezza. Il suo linguaggio ingenuo, introspettivo ma fiabesco, vi colpirà fin dalla prima riga. Parola dopo parola vi sentirete coinvolti in questa novella scorrevole ma intrisa del cattivo odore di un’epoca che non va dimenticata.

L’amico ritrovato è stato pubblicato nel 1971. Quando venne scritto, Uhlman aveva settant’anni e nessuno avrebbe scommesso un centesimo su di lui, almeno come scrittore. Conosciuto infatti più come pittore che non come letterato, l’artista di Stoccarda non avrebbe mai pensato che con un romanzo breve di appena novanta pagine sarebbe entrato nell’Olimpo della letteratura.

Un successo meritato o solo un riflesso? La domanda sorge spontanea, ma sono sicuro che dopo la lettura di questo libro converrete con la mia umilissima opinione: siamo davanti a un capolavoro.

La storia narra dell’amicizia di due adolescenti, Hans e Konradin. Il primo è figlio di un medico ebreo, il secondo è il rampollo di una nobile famiglia tedesca che ha simpatie verso il nazional-socialismo. Tra i due nasce una profonda amicizia, ma nel momento sbagliato. Infatti, tutto si svolge negli anni in cui la Germania sta cadendo preda del morbo antisemita.

Non vi svelerò più nulla della trama. Magari avete già letto questo libro, magari lo rileggerete proprio grazie a questo articolo, magari è la prima volta che ne sentite parlare, fatto sta che l’oggetto del romanzo è chiaro. Eppure ciò che più colpisce non è tanto il tema ma come esso è stato sviluppato. Prima di tutto non c’è una lettura pietistica e drammatica della questione ebraica.

Uhlman stesso è un ebreo, nato a Stoccarda nel 1901 e cresciuto in una famiglia agiata. Ha vissuto i terribili anni del nazismo e sulla sua pelle ha provato il dolore dell’emarginazione e del razzismo. Nelle sue parole però non scorgiamo né vendetta, né risentimento.

Sebbene Hans, figura dietro cui Uhlman si cela per raccontare le sue impressioni, sia costretto a trasferirsi negli Stati Uniti d’America per scampare alla persecuzione, rimarrà sempre impressionato dalla figura del suo amico Konradin. Verso di lui non prova odio, ma ne salva la figura.

L’amico ritrovato infatti è tutto incentrato sul ricordo. Hans-Uhlman racconta questa storia anni dopo la seconda guerra mondiale. Ormai è vecchio, stanco, si è preso tante soddisfazioni negli Stati Uniti ma ha bisogno di riacciuffare l’innocenza che ha perduto nel 1933, quando il nazismo lo ha scacciato dalla Germania. Konradin quindi diventa l’immagine di quel momento spensierato e senza macchia, in cui la vita si guarda con speranza e il futuro ha il sapore della felicità. Ritrovare quell’amico nella memoria vuol dire ritrovare l’innocenza che per Hans è andata via troppo presto. Ed è per questo che egli non prova rancore verso Konradin, vittima del sistema e delle scelte della sua famiglia.

Ma è proprio nelle pagine finali di questo libro che verremo sconvolti. Il colpo di scena che ci ha preparato Uhlman ci viene somministrato con delicatezza. Il giovane Hans infatti per conquistare la simpatia di Konradin ha dovuto lottare molto, ha provato verso di lui un’ammirazione fuori dal comune fin dal primo giorno di scuola. A distanza di anni, il vecchio Hans ancora la sente. Per lui Konradin è sempre stato speciale.

E sarà proprio il destino a confermare questa sua intuizione adolescenziale.
Come? Lo scoprirete leggendo.

0

Leo Perutz, La neve di San Pietro, Adelphi

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Mi sono avvicinato a questo libro con una certa curiosità, affascinato dalla storia che circonda la vita di Leo Perutz. Lo scrittore ceco, naturalizzato austriaco, non ha avuto un’esistenza facile. Ha attraversato il cielo della letteratura come una meteora.

Nato nel 1882, morto nel 1957, Perutz è stato il padre del genere storico-fantastico, con cui ha unito una minuziosa ricostruzione degli eventi passati a temi attuali. Tutto ciò ha dato voce a romanzi particolari, per troppo tempo etichettati come letteratura di intrattenimento. Ma così non è, e proprio questo aspetto mi ha incuriosito.

Adelphi ha ripubblicato La neve di San Pietro, libro uscito nel 1933, quando in Germania saliva al potere il nazismo. L’avvento di Hitler ha minato la fortuna di questo romanzo, perché sia Perutz che il suo editore erano ebrei. Nonostante tutto, la grandezza di queste pagine non è andata perduta.

Le peripezie del dottor Amberg, la follia del barone von Malchin, la ricerca della verità della misteriosa Bibiche, sono gli elementi affascinanti del romanzo. In ogni personaggio c’è quella inquietudine nordica che, anni dopo, Thomas Bernhard ha saputo raccontare con grande maestria. Il piccolo borgo di Morwede, in cui si svolge la vicenda, sembra il villaggio in cui è ambientato Gelo.

Il barone von Malchin, che vuole far ritrovare ai suoi contadini la fede nella monarchia attraverso un intruglio allucinogeno, nelle sue disquisizioni folli mette in campo verità forti, imprescindibili. Insomma, Perutz crea un noir metafisico che conserva ancora il suo fascino, nonostante siano passati ottantaquattro anni dalla pubblicazione.

Ma cos’è La neve di San Pietro? Si tratta di un parassita che aggredisce il grano. È conosciuto dai contadini come Fuoco della Vergine. Sembra essere stato debellato, ma dagli studi effettuati dal barone, emerge che nelle zone in cui ha fatto la sua comparsa, le popolazioni abbiano ritrovato la forza e il vigore per dar vita a nuove scoperte e ad imprese grandiose. Insomma, è come se Dio si fosse manifestato loro.

Ma cosa cerca davvero il barone von Malchin?

Un libro interessante che potrebbe rappresentare una scoperta per tanti giovani lettori. Tutta l’opera di Perutz si muove su queste coordinate, lui stesso ha sempre precisato che il suo intento non è mai stato quello di riscrivere la storia, ma di darle un’interpretazione metafisica.

E così sia.