Margherita Pascucci. Il tempo tessuto di Dio. Il ramo e la foglia edizioni

Recensione di Martino Ciano. Già pubblicata per L’Ottavo

Un saggio che diventa romanzo, in cui si crea un dialogo immaginario tra l’autore e la scrittrice Dacia Maraini. L’opera di Margherita Pascucci sperimenta un nuovo linguaggio, penetra la sostanza letteraria di una delle più importanti scrittrici italiane, ma non ne studia solo le tematiche, bensì ne svela l’essenza e i fondamenti filosofici.

Senza filosofia non esiste la letteratura. È questo uno dei concetti che viene sempre ripetuto dall’autrice. E come darle torto! Nell’epoca della narrativa-consumistica, del libro-oggetto, la materia letteraria è ormai grezza e la parola è diventata un medium mediocre che non crea stupore, ma resta lì, ancorata a significati stantii, privi di dinamicità. Tutto è creato per riempire il tempo libero di una massa che deve distrarsi dalla quotidianità, dal tempo del lavoro, dal ritmo frenetico.

Per Dacia Maraini, invece, il tempo è intreccio durante il quale si svela il mistero. Di ciò che ci appare misterioso temiamo gli effetti, eppure, ci avviciniamo sempre di più a tutto quello che resta celato nell’ombra e i nostri sensi prefigurano già ogni sensazione. In questo angoscioso stupore, che ha in sé meraviglia e orrore, svolgiamo il nostro lavoro di interpretazione al quale partecipa tanto l’anima quanto la mente.

È in questo caso che la scrittura diventa etica, ossia, ci apre al sentimento, che è il sentire dell’anima. E tutto ciò che implica l’anima va al di là del tempo e dello spazio. Ciò trasforma la realtà fisica in una base di atterraggio alla quale fare ritorno. Se mai si prova questa esperienza, allora, mai si gusta l’arte e mai ci si immerge nel mare mosso delle emozioni. C’è un momento in cui l’uomo ha bisogno di annegare nello sconfinato oceano dell’Essere… che sia questo?

Margherita Pascucci ci svela così l’intimità del pensiero di Dacia Maraini, ma come detto, non lo fa in maniera accademica, ma seguendo quel filo sottile del sentire, che si fa ponte tra fisicità e spiritualità.

Tommaso Lisa. Memorie dal sottobosco. Exorma Editore

La vita di un insetto e la consistenza del mondo. Tutto questo lo troviamo nel libro di Tommaso Lisa. Ne parla Martino Ciano in questo articolo già pubblicato per la rivista L’Ottavo.

Che la vita non “alberghi” solo laddove la individuiamo o la captiamo è cosa nota, eppure, ci convinciamo del contrario. Spesso ci inganniamo e crediamo che la nostra specie sia l’unica “cosa vivente”, mentre intorno tutto è dominato dall’immobilismo, dal silenzio, dalla quiete. Così non è, lo sappiamo bene, ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Tommaso Lisa, amante dell’entomologia, ramo della zoologia che studia il variegato mondo degli insetti.

Eccoci qui, con questo libro che ci porta nel mondo dei coleotteri, in particolar modo del Diaperis, il coleottero dei funghi. Come un provetto Piero Angela, Lisa ci mostra questi particolari insetti, per nulla insignificanti, ma importanti per il mantenimento dell’equilibrio del Mondo; ma attraverso loro, lo scrittore cerca anche di comprendere il perché di questo “strano interesse” che lo stuzzica fin da bambino.

Tra queste pagine troveremo un Lisa divulgatore, apologeta del diritto alla vita dei coleotteri di cui si contano 350 mila diverse specie e che numericamente superano gli esseri umani; ma, soprattutto, un Lisa narratore che attraverso il titolo del suo libro chiama in causa Dostoevskij. E così come lo scrittore russo ricercava nel “sottosuolo” dei ricordi, l’origine delle sue scelte, così Lisa ritrova nel “sottobosco” una vita che silenziosamente si muove, che non fa notizia, che molte volte “viene schiacciata sotto i piedi”, che non segue le nostre regole e la nostra logica.

È un continuo dialogo quello che l’autore intrattiene con il “suo” Diaperis, quasi a voler sottolineare più una continuità “genetica” tra l’uomo e il coleottero che non una metamorfosi, perché la vita è un “corpo indivisibile”, una “sostanza” che si manifesta in forme diverse. Non ci sono isolate trasformazioni, ma vige un principio di contiguità, un’affinità logica che proprio per l’essere umano appare “illogica”.

Lasciatevi affascinare da questo libro fuori dal comune, perché sa “parlare” diverse lingue e sa mostrarci un mondo che non segue una sola “regola”

Ezio Sinigaglia. Fifty-Fifty, Warum e le avventure Conerotiche. TerraRossa edizioni

L’ambivalenza dell’amore e le sperimentazioni letterarie di Ezio Sinigaglia. Ne parla Martino Ciano nella sua recensione, già pubblicata su Gli amanti dei libri. Buona lettura.

Non sbaglia neanche questa volta Sinigaglia, mettendo in mostra quella sua vena sperimentale capace di unire “lingue” e “stili”, alleggerendo i turbamenti dell’animo umano con quel piglio ironico che risolve ogni problema. E se proprio non saremo seppelliti del tutto da una risata, quanto meno riflettere sarà meno amaro. Sinigaglia ci parla dell’amore, della storia tormentata di Aram e Fifì, ossia, un uomo che insegue e uno che si concede solo a metà. Ma perché dovremmo considerare questo aspetto una tragedia?

D’altronde, se solo una metà di Fifì si abbandona senza remore all’amante, allora bisogna capire perché l’altra non si lascia acciuffare. Ma come può avvenire questo? Semplicemente, riscoprendo l’ambivalenza dell’amore che contemporaneamente si mostra bello e brutto, violento e dolce, gioioso e doloroso.

Ma se guardiamo tutto da questa prospettiva, allora è anche possibile che Fifì non sia poi così “diviso” come sembra, ma vive fuori dal giudizio e dal pregiudizio, inventando una nuova dialettica. Come sempre lasciamo ai lettori l’ardua sentenza.

Intorno alla storia di Aram, anche detto Warum, il quale veste i panni del narratore, e Fifì, ruotano altri personaggi dai nomi che richiamano alla mente simboli  contemporanei e ancestrali. E in questo circolo si incastrano i ricordi del narratore che ricerca un senso alle sue pene, ma non riesce a trovarlo, anzi, ingarbuglia ancora di più le cose. E più tenta di capire, più sprofonda nell’inconcludenza, perché a trovare la “morale della favola” a tutti i costi si rischia sempre di fare una brutta figura, oppure, di accontentarsi della versione che fa più comodo.

Un avvertimento al lettore è doveroso: questo di Sinigaglia non è un libro semplice. È denso di giochi linguistici, di concetti velati dietro i nomi dei personaggi. È lo stile che fa la differenza, che non appesantisce la lettura, che nasconde perfettamente l’erudizione. A molti non scapperanno quei giochi semantici alla Queneau. E il colpo di genio sta qui: tutto si trasforma in quel mito in cui l’amore nasce sempre dall’incontro tra “povertà” e “opportunità”, ma cosa sia davvero ancora nessuno lo sa.

Può darsi anche che Eros sia proprio Fifì.

Sinigaglia stupisce e non poco con il suo stile, consegnando al pubblico un romanzo che va letto con calma, con il sorriso sulle labbra e brindando a una coraggiosa sperimentazione.

Italo Calvino. Palomar. Einaudi

Articolo a cura di Rosa Angela Papa – già pubblicato su Zona di Disagio

“Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.
Questa è la frase con la quale si può riassumere e racchiudere il libro Palomar di Italo Calvino. L’uomo ha sempre avuto bisogno di conoscere fino in fondo ciò che lo circonda, conoscenza che è innata e istintiva nell’uomo, ma la strada per arrivare ad essa è infinita e illimitata in quanto è riferita all’intero universo pertanto sarà sempre ipotetica o incompleta.

Il protagonista del libro è Palomar il cui nome deriva dal Monte Palomar, famoso osservatorio astronomico, dove si trova il telescopio Hale. Ed è proprio dall’osservazione che il signor Palomar comincia. Egli  osserva ciò che lo circonda cercandone l’essenza più profonda a livello esistenziale fino ad  inserirla in un contesto universale.

Palomar scruta scrupolosamente la “cosa” nei suoi più piccoli dettagli per arrivare alla completezza,  ma incontra tante difficoltà  perché la realtà, come ci insegna Hegel, non è un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario.  Quest’ultimo coincide con l’infinito che è la ragione di ogni realtà.

“Contare i fili d’erba è inutile, non si arriverà mai a saperne il numero. Un prato non ha confini netti, c’è un orlo dov’è l’erba cessa di crescere ma ancora qualche filo scarso ne spunta più in là,  poi una zolla verde fitta, poi una striscia più rada: fanno ancora parte del prato o no?”…” Il prato è un insieme di erbe…”

In Palomar non mancano però elementi che fanno sorridere, come il racconto nel negozio di formaggi.

“Dietro ogni formaggio c’è un pascolo d’un diverso verde sotto un diverso cielo: prati incrostati di sale…prati profumati di aromi…Questo è un museo”.

I quesiti che pone Calvino, in maniera silenziosa e del tutto singolare, sono serissime questioni filosofiche. Per concludere affronta il tema della morte nell’ ultimo capitolo, dove essa non è vista come non esserci, ma come continua presenza.

“Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante-pensa Palomar,- e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine”.

Ezio Sinigaglia. L’imitazion del vero. TerraRossa Edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Cento pagine appena e così tante emozioni ben descritte. L’imitazion del vero di Ezio Sinigaglia è un miracolo partorito nel bel mezzo di una scialba scelta letteraria che poco sorride a chi osa. Abbiamo bisogno di storie innovative, di nuovi linguaggi, di passionalità, e tutti questi elementi non si mettono insieme solo con la fantasia o con la vocazione, infatti, il vero collante è la scelta delle fonti, ossia, la capacità di richiamare durante il processo creativo ciò che si è letto e ciò che si è interpretato.

Partiamo allora dalla lingua usata in questo romanzo breve, ossia, un italiano trecentesco che ricalca lo stile boccaccesco con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Poi, l’arte e l’eros, veri temi di questa novella che vengono contestualizzati in quel periodo storico così offuscato da una moralità rigida, ma in cui mai ci si dimenticava dell’esistenza di quella lingua che solo Dio poteva parlare, ossia, la follia. Infatti, siamo negli anni tra l’Età di Mezzo e il Rinascimento, ovvero, nell’Autunno del Medioevo, se vogliamo scomodare Huizinga, momento in cui l’uomo incomincia a fare i conti con le proprie contraddizioni. D’altronde, da qui inizia la modernità.

Ed eccoci alla trama, che riprendo dalla quarta di copertina. Mastro Landone è riconosciuto come il più talentuoso artigiano e inventore che vi sia al mondo, ma entro i confini del principato di Lopezia è solo e infelice perché costretto a reprimere la propria sessualità. Finché l’apparizione del giovane Nerino non lo indurrà a concepire la più semplice e geniale delle sue creazioni, infrangendo le leggi degli uomini per assecondare quelle del desiderio.

In questo gioco di seduzione reciproca, Mastro Landone e Nerino, si sfidano graffiandosi e innescando anche un dolce rimorso. Nessuno dei due accetterà all’inizio le proprie passioni, considerate da entrambi innaturali, ma sarà l’arte, attraverso il linguaggio della bellezza e della purezza, che rimetterà le cose al suo posto. Infatti, imitare è un processo di falsificazione che tende alla verità, giacché si emula o si copia con la speranza di migliorare ciò che si giudica eccellente. Pertanto, quell’amore imperfetto che unisce Mastro Landone e Nerino, tenderà a riconoscersi, a imitarsi, a respingersi, ad accettarsi e a diventare verità.

Ezio Sinigaglia ha scritto un libro particolare, mettendo al centro la parola. In un momento in cui la letteratura dimentica la sua funzione, ossia, ridare al linguaggio la sua forza evocatrice e creatrice, non si può che applaudire al coraggio di un autore che per troppo tempo è rimasto nell’oblio.

Stefano Domenichini, Non sapevo che passavi, Arkadia

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Non sapevo che passavi come a dire non immaginavo che ti ricordassi di me. Ed è proprio questo l’intento del libro di Stefano Domenichini che, con un po’ di sano humor e con un pizzico di fantasia che mai deve mancare, ricostruisce una serie di biografie di personaggi più o meno noti. Alcuni di loro vengono ripescati dall’oblio e ci vengono riconsegnati sotto una nuova luce. Ma pensiamo anche alle rielaborazioni semicomiche delle vite di uomini come Giona e Ulisse, in cui vengono messe in evidenza le vicissitudini dell’umanità. 

Ed è così che trascorreremo qualche ora di piacevole lettura, senza troppe elucubrazioni mentali, senza troppe domande, perché in casi del genere la semplicità paga sempre, ma giungere alla semplicità del linguaggio non è per tutti, anzi, è un lavoraccio che stanca.

La naturalezza di Domenichini nel farci immergere nelle ricostruzioni che ci propone la ritroviamo, ad esempio, nelle pagine dedicate a Benny Hill, il famoso comico britannico che è stato scelto anche come copertina del libro. La sua vita, costellata da alti e bassi tutt’altro che divertenti, viene descritta con quella spensieratezza che è capace di rendere questo personaggio quasi un nostro amico.

Possiamo dire che Domenichini si comporta un po’ come Carrère. Va a ricercare aneddoti, elementi caratterizzanti più o meno noti, grazie ai quali ognuno di questi personaggi, sia egli uno showman, uno sportivo, un profeta o un eroe, appaia comicamente umano, vicino a noi e parte delle nostre vite.

Buona lettura

Le Piccole Donne di Louisa May Alcott

Articolo a cura di Letizia Falzone

Louisa May Alcott nasce negli Stati Uniti nel 1832.
Seconda di quattro sorelle, iniziò a lavorare molto giovane a causa delle condizioni precarie in cui versava la famiglia. Fu governante in alcune famiglie, domestica e insegnante, ma trovava anche il tempo per esercitarsi e sperimentare con la scrittura. Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, si interessò ai diritti delle donne, soprattutto all’estensione del

diritto di voto, diventando la prima donna a iscriversi negli elenchi per l’elezione di un consiglio d’istituto scolastico a Concord. Negli anni Cinquanta la famiglia ebbe di nuovo gravi problemi finanziari, lei stessa non riusciva a trovare un lavoro, ebbe un periodo di depressione e meditò persino il suicidio.

Louisa diventò una convinta sostenitrice dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti e una femminista, iniziando a scrivere articoli e brevi saggi per la rivista Atlantic Monthly. Lavorò come infermiera durante la Guerra Civile, ma per meno di due mesi,  perché poi si ammalò gravemente di tifo, malattia che la costrinse a una lunga convalescenza. Pochi anni dopo, iniziò la produzione di alcuni romanzi usando uno pseudonimo, per lo più raccontando storie d’amore ad effetto e con diversi colpi di scena.

Ma è nel 1868 che sale al successo scrivendo il primo libro di Piccole donne, un racconto semi-autobiografico della sua infanzia vissuta con le altre tre sorelle a Concord. La seconda parte, Piccole donne crescono, fu pubblicata nel 1869. Scrisse in seguito altri due romanzi sulla storia delle quattro sorelle, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, terminando la saga nel 1886.

Il romanzo racconta le vicende delle quattro “piccole donne” della famiglia March: Meg, Jo, Beth e Amy. La storia è ambientata in Pennsylvania, durante la guerra di secessione americana che porta il padre delle ragazze al lontano fronte, costringendo la famiglia di sole donne a cavarsela con le proprie forze. In questo anno narrato, le ragazze, con i loro pregi e difetti, pur essendo economicamente in difficoltà e costrette ad affrontare i problemi tipici dell’adolescenza, imparano a crescere e diventare “donne” responsabili e pronte ad affrontare i problemi della vita.

Quattro protagoniste, con caratteristiche e aspirazioni tanto differenti tra loro, ma con un forte senso della famiglia. La Alcott per la prima volta si rivolge ad un pubblico adolescente, con una storia incentrata solamente su ragazze, in cui la figura maschile non è al centro del racconto.

Piccole Donne è un romanzo di formazione amato da adulti e bambini, e che riesce a spiegare le trasformazioni fisiche, ma soprattutto caratteriali, che le giovani donne subiscono durante la fase adolescenziale, rendendo questo libro una pietra miliare nella letteratura. Ci sarà un perché se la Alcott, che nella sua vita ha scritto più di 300 libri, è stata consegnata alla storia della letteratura e delle donne dall’unica opera che non voleva scrivere. Ci ha impiegato solo 10 settimane a buttare giù quel romanzo di formazione al femminile che andava troppo stretto a un’attivista per i diritti in rosa come lei .

Il punto di forza dell’opera non sta nei colpi di scena, ma nei personaggi. Piccole Donne è un romanzo corale, in cui ognuna delle quattro sorelle ha la sua importanza, il suo sogno, una storyline ben definita. Il fatto che la fascia d’età rappresentata sia così ampia e che ogni carattere trovi spazio nella famiglia contribuisce al suo successo: è praticamente impossibile non riuscire a identificarsi in almeno una delle quattro sorelle March.

Jo March, la protagonista di Piccole donne, è chiaramente ispirata alla vita e al modo di pensare di Louisa May Alcott, con la sola differenza che nella realtà Alcott non si sarebbe mai sposata, a differenza della sua eroina. Tant’è che non si è piegata fino in fondo al volere dell’editore.  Lui suggeriva, ad esempio, che Jo sposasse Laurie, Louisa la voleva assolutamente zitella, pardon, single.

In una intervista, Alcott avrebbe in seguito raccontato di essere rimasta nubile perché nella vita “mi sono sempre innamorata di molte ragazze carine, ma mai una volta di un uomo”. Per le altre tre protagoniste della saga, Alcott si ispirò alle proprie sorelle, ma in modo più sfumato e talvolta mettendo insieme le caratteristiche di più di una in un personaggio. Ma nel romanzo non ci sono solo la scrittura e l’anticonformismo di Jo, troviamo anche i primi amori e il teatro di Meg, la dolcezza e la musica di Beth, il disegno e i capricci di Amy. Forse, perché modellate su persone realmente esistite, nessuna di loro sembra un personaggio, una maschera. Sono veri e propri esseri umani con sogni, passioni e concezioni della vita ben precise e differenti, a dispetto della loro giovane età.

L’insegnamento più importante che le sorelle March possono dare oggi a noi donne credo sia proprio questo: la sorellanza. Nel libro molto spesso le sorelle battibeccano e non si capiscono, ma sono sempre pronte ad aiutarsi l’una con l’altra: non importa se il loro sogno è fare la mamma, la scrittrice o la pittrice a Parigi, loro non giudicheranno e faranno il possibile per aiutare a realizzarlo.
Inoltre, ciascuno dei talenti delle quattro sorelle viene costantemente incoraggiato dagli adulti presenti nel romanzo e all’interno del nucleo familiare non vengono mai scoraggiate a fare qualcosa in quanto donne; allo stesso tempo, vengono spronate a correggere i loro difetti. Non è soltanto Jo che deve imparare a comportarsi da signorina e avere una cura migliore della sua persona, ma Meg e Amy devono diventare meno egoiste e vanitose, Beth vincere la sua timidezza patologica. I personaggi di Piccole Donne continueranno a sbagliare fino alla fine del romanzo, ma lo faranno sempre con una consapevolezza crescente.

Piccole Donne può quindi essere considerato un romanzo femminista?
Mi sento di rispondere.

Piccole Donne continua ad essere un romanzo femminista per un motivo tanto chiaro quanto semplice: le sorelle March vengono educate come esseri umani, non come donne. Via i corsetti, sì all’esercizio fisico e ai libri, ognuna di loro è libera di affermare la propria personalità e il proprio carattere: quattro personaggi che, lontani dagli stereotipi, chiedono e ottengono il proprio spazio.

“Le donne hanno una mente e un’anima, oltre che un cuore. Hanno ambizioni e talento, oltre alla bellezza, e sono così stanca delle persone che dicono che l’amore è tutto ciò per cui una donna è adatta.”

Jane Austen: il sogno attuale di un tempo che fu

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il suo straordinario talento le meritò le lodi di quanti la conobbero. Recita così l’epitaffio funebre sulla lapide di un mito della letteratura inglese: Jane Austen.
Sappiamo davvero poche cose della sua vita, e quelle poche provengono da una sua biografia, A memoir of Jane Austen, che fu scritta molti anni dopo la sua morte.

Nacque il 16 dicembre 1775,  figlia di un pastore anglicano, penultima di otto figli, sei maschi e due femmine, cioè lei e Cassandra. Entrambe le sorelle furono istruite e la propensione per la scrittura di Jane fu sempre incoraggiata dalla sua famiglia. Cominciò a scrivere i romanzi che la resero famosa nel 1795, a vent’anni. 
Anche del suo aspetto fisico non si sa molto.

La rappresentazione più affidabile del suo volto è un disegno della sorella Cassandra, realizzato intorno al 1810; il ritratto fece da modello per disegni successivi, in cui l’aspetto di Austen fu notevolmente abbellito.

La sua vita scorre senza avvenimenti clamorosi, senza scosse, ma di sicuro non monotona. Fu attenta alle relazioni, alle amicizie e agli affetti, al rispetto della natura osservata dalla sua finestra che si affacciava su un giardino ben curato. E poi musica, letture, qualche viaggio a Londra, feste da ballo e recite improvvisate nel salotto di casa, due amori infelici di cui si sa poco e nulla.

Molte volte accade che chi non ha mai letto i suoi romanzi, pensa che la Austen scrivesse romanzi rosa, magari un po’ più sofisticati di quelli che vengono scritti oggi, ma comunque dedicati ad un pubblico femminile. Questo succede perché la trama delle sue opere ha sempre la stessa struttura: una giovane donna non sposata e un uomo di cui è innamorata, ostacoli di diversa natura che impediscono loro di stare insieme, un lieto fine che non guasta mai.

Ma i suoi romanzi non sono solo questo, sarebbe davvero superficiale pensarlo.
Li ambientò nelle situazioni che erano a lei familiari, cioè tra balli e ricevimenti nelle case di campagna dell’alta borghesia di inizio Ottocento, ma di sicuro possiamo affermare con certezza che non erano semplici storie d’amore.

Nella vita delle protagoniste di Austen non succede nulla di importante, devono solo essere educate e trovarsi un marito prima di finire vecchie, povere e zitelle. Però le vicende che le riguardano sono rese complicatissime dal fatto che nella loro società non si può esprimere liberamente ciò che si pensa e neppure i propri sentimenti; per questo ci sono mille fraintendimenti  e le relazioni evolvono molto lentamente.

Il suo romanzo più famoso e più amato dal pubblico di tutti i tempi, meritatamente considerato un capolavoro, portato spesso anche sullo schermo, al cinema e in televisione, è “Orgoglio e pregiudizio”; definito dall’autrice “Il mio unico figlio adorato”. Il libro narra la vicenda amorosa di due giovani, divisi da incomprensioni dovute ai preconcetti e ai pregiudizi dell’ambiente provinciale nel quale vivono.

Ai tempi della Austen le fanciulle venivano educate esclusivamente nella prospettiva del matrimonio, al quale dovevano arrivare caste, e, una volta sposate, avevano l’obbligo di garantire eredi, meglio se maschi, della cui educazione, però, non si occupavano direttamente. Dovevano sempre comportarsi secondo le norme del galateo, vestire in modo consono al proprio stato sociale, saper ben conversare, ma evitare di parlare di politica e di religione. Inoltre, dovevano saper intrattenere gli ospiti suonando il pianoforte; i loro compiti consistevano nella direzione della casa e della servitù e nell’occupazione in opere caritatevoli.

Non va dimenticato che in quegli anni l’Inghilterra era spesso in guerra, pertanto, per convincere i pochi uomini rispettabili a sposarsi, evitando, così, alle figlie l’onta e il peso dello zitellaggio, i genitori arrivavano ad offrire in dote somme enormi.

L’amore e il matrimonio, non erano, perciò, libera scelta, ma soggiacevano, soprattutto per la donna, ad un fitto intrico di regole e convenzioni sociali, sapientemente ritratti in tutte le opere della Austen. Attraverso la fine descrizione psicologica, ma anche con acuta ironia, delle passioni e delle avventure dei protagonisti della vicenda (Elizabeth Bennet, intelligente, sagace e razionale; Fitzwilliam Darcy, ricco e bello, ma anche snob ed altezzoso; Charles Bingley, gentile ed affabile; Jane Bennet, dolce e affettuosa; i coniugi Bennett, mal assortiti, la moglie poco intelligente ed ossessionata solo dal desiderio di maritare le figlie; Collins, l’arrampicatore sociale; Lady De Bourgh, zia di Darcy, snob come il nipote e convinta che la sua condizione privilegiata le consenta di poter giudicare tutto e tutti, e così via con tutti gli altri attori della storia), la Austen seppe consegnare alla letteratura universale una galleria di personaggi che, in ogni palpito, angoscia, comportamento, osservazione e in un’incredibile varietà di sfumature, si rivelano ancora oggi straordinariamente attuali.

Jane era romantica sì, ma anche insofferente alle convenzioni, affamata di libertà. Ha saputo raccontare, come nessun altro, noi donne, i nostri desideri e i nostri sentimenti. E, a 200 anni dalla sua morte, i suoi romanzi continuano ad emozionarci.

Non le importava di essere considerata una zitella. È stata questa l’audacia di Jane: beffarsi di chi la voleva donna di casa. La stessa audacia che rivediamo in Elisabeth Bennet, personaggio di Orgoglio e pregiudizio. In lei vi è tutto lo spirito e la forza di Jane. E in lei l’autrice ha saputo mettere in luce l’animo femminile.

Orgoglio e pregiudizio, Ragione e sentimento, Emma, Persuasione e così tutte le sue opere aprono una finestra su un mondo passato, fatto di dolci conversazioni, di sguardi, di danze e di musiche, ma anche di sentimenti, turbamenti, passioni e rifiuti. Il mondo descritto dalla Austen è molto complesso e, tra un batticuore e l’altro, l’autrice presenta al pubblico la psicologia dei personaggi, soprattutto di quelli femminili, e il loro modo di vivere in una società maschilista offrendo così ai lettori una carrellata di personalità tutte attuali e presenti anche ai giorni nostri.

Il successo dei suoi romanzi ancora oggi, personalmente mi fa riflettere molto. Si apprezza e si fantastica su un mondo fatto di decoro, buon gusto, buone maniere, corteggiamenti sussurrati, mai espliciti e volgari, al contrario di un mondo dove l’ostentazione e la rapidità delle vicende umane sono la normalità.

È forse un segnale nostalgico di una scala di valori che si è accantonata o addirittura persa?

Qualunque sia la motivazione che induce i lettori a scegliere ancora oggi Jane Austen, vale la regola di Calvino: “Un classico è un libro che non ha mai finito di dire quello che ha da dire”.

Donnarumma all’assalto. Tutto ciò che non è cambiato nel mio Sud

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

Dopo aver letto Donnarumma all’ assalto, libro di Ottiero Ottieri, pubblicato alla fine degli anni Cinquanta, posso dire che nulla è cambiato. Qui si farebbero ancora carte false per un posto sicuro in cui vengano garantiti tutti i diritti. E anche se le famiglie non sono più numerose, anche se il numero degli “istruiti” è aumentato, anche se la povertà materiale ha lasciato spazio a forme più sofisticate di inedia, il Sud rimane sempre paralizzato nel suo ricercar-favori, nella sua meritocrazia-del-nome, nella sua volontà di arrangiarsi, nell’atavica paura di morire di fame.

Spariti gli ultimi echi di solidarietà e di una società che si riconosceva con il proprio dialetto e con le sue consuetudini-costituzionali, ecco che la balorda emancipazione del meridionale ha reso la sua “questione” una barzelletta per i “neo-borbonici”, ma in alcun modo ci si è liberati del fantasma della povertà. L’incubo del meridionale è di tornare a dormire tra le bestie, su un materasso ricavato dalle foglie di granturco. Il meridionale sputa ancora sulle bellezze paesaggistiche, che in passato ha cercato di modellare a proprio piacimento con il cemento, perché per “lui” la natura è sempre traditrice e chi tradisce non merita rispetto.

E la malavita non è ancora un problema. Essa incarna la tradizione, ossia, valori di mutuo soccorso e di giustizia sommaria; che poi tra questi “onorevoli” si nasconda un avido capobastone, be’ non è colpa del sistema, ma di quell’onorevole che ha tradito tutti. Questo è il ritratto dell’infame. E chi parla contro la malavita, certe volte la giustifica nei piccoli gesti quotidiani, solo perché quei comportamenti non sono contemplati nei codici penali. E io che sono meridionale, che vive in terra-calabra, posso dire che ancora tutti aspettano un “cavaliere” che salvi la dama imprigionata, che liberi il mondo dal drago cattivo, che governi con la propria voce tutti gli spiriti che abitano l’invisibile.

Il romanzo di Ottieri racconta di questo psicologo del nord, mandato nel profondo Sud per selezionare i futuri dipendenti dello stabilimento “Olivetti” di Pozzuoli. Il metodico settentrionale si imbatte in questi “diseredati” che lottano per il lavoro, per una vita migliore, per sfuggire alla fame. Donnarumma è uno di questi, il più rozzo, il più meridionale, quello che vuole entrare in fabbrica senza rispettare la procedura, senza presentare la domanda, senza passare per la roulette dei test. Lui è spinto dalla necessità dello stomaco e dall’orgoglio del suo status. Lui non chiede, lui vuole. È un suo diritto lavorare perché “la fame giustifica tutto”.

Ma lo psicologo s’innamora anche di questo popolo, di questo meridione anarchico, che odia il metodo e l’abitudine, mentre sa vivere con fantasia. E sebbene oggi tante cose siano cambiate, il succo è rimasto lo stesso. Non sappiamo se sia un bene o un male. Ora c’è una Pandemia, bisogna parlare di altro, ma una cosa è certa: di questo meridione non si racconta più se non utilizzando i soliti stereotipi.

Al sud tutto è movimento. Non esiste il sud, ma i Sud che solo chi vi risiede sa fotografare, sa vivere e troppe volte riesce ad accettare. In questo caso, “accettare” non vuol dire arrendersi all’evidenza o essere immobili, semplicemente significa guardare con occhio critico, penetrare questo muro di cemento armato che necessità di essere compreso in ogni sua “briciola”, con l’intento di scoprirne il punto debole su cui intervenire… intervenire silenziosamente per salvare il salvabile.

Marino Freschi, Lezioni di letteratura tedesca, Bonanno Editore

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

È un libro che affascina questo di Marino Freschi per la sua capacità di coinvolgere il lettore in una serie di saggi brevi sulla letteratura tedesca, partendo da uno studio attento sulle origini della “tradizione” di questo variegato popolo. Si inizia dunque dal XVI secolo, gli anni della riforma protestante, per giungere fino ai giorni nostri, con particolare riguardo al primo Novecento in quanto momento di passaggio e di contraddizioni sociali e morali che misero radici anche nella cultura mitteleuropea.

Freschi, professore emerito presso il dipartimento di Lingue, Letterature e Culture straniere dell’Università di Roma Tre, parte da quell’incontro tra “illuminismo” e “pietismo”, elementi fondamentali della riforma culturale della storia dell’Impero e che sono confluiti, nei decenni, nelle menti dei giovani innovatori germanici. Ed ecco allora Goethe, Novalis, Rilke, Mann, Roth, Musil. Ognuno ha avuto i suoi appigli filosofici, le sue tempeste interiori o si è semplicemente lasciato travolgere dalla “necessità della novità”, scontrandosi con una società che si era arenata su posizioni conservatrici.

Pensiamo anche alla tempesta scatenata da Nietzsche con la “morte di Dio” e la caduta di tutti i valori, o alla scoperta dell’inconscio attraverso gli studi di Freud. Ma prima ancora ci furono l’illuminismo di Kant, l’idealismo di Fichte ed Hegel e la “misteriosa volontà” di Schopenhauer.

Quando ci si trova davanti a un saggio del genere si è sempre pronti a pensare che non siano pagine per tutti, ma solo per gli “addetti ai lavori”; invece, è proprio in letture come queste che si riesce a risalire alle cause che hanno generato alcune rivoluzioni del pensiero e dell’arte e, senza un approccio con la storia, difficilmente si riescono a comprendere alcuni elementi portanti che leggiamo e rileggiamo nei nostri autori preferiti.

In fondo, tutta l’arte è figlia del proprio tempo, ma ciò che rende un’opera immortale è la sua capacità di sintetizzare lo spirito di un popolo e la sua cultura. Un classico, d’altronde, è tale quando, tra le sue pagine, l’immagine di un popolo e del suo sapere si proietta interamente nell’universale incedere dell’uomo.

Pertanto, attraverso queste “lezioni” comprenderemo l’evoluzione di un popolo e della sua tradizione letteraria. Una tradizione con cui tutta l’Europa, nel bene e nel male, ha dovuto fare i conti.