Il rosa e le sue sfumature

Articolo di Letizia Falzone

Inizio subito questo articolo con una domanda: perchè i libri d’amore si chiamano romanzi rosa?

Come i libri gialli, che si chiamano così per il colore che aveva la prima collana Mondadori nel 1929 dedicata al genere poliziesco, anche i libri d’amore o sentimentali (romance, romantici, in inglese) presero il nome di romanzi rosa per l’aspetto che avevano all’origine.

Negli anni Trenta, infatti, la Casa Editrice Salani decise di mettere in ristampa la collana “La biblioteca delle signorine” interamente dedicata al genere romantico, con una veste più moderna e facilmente identificabile. Questa collana si presentava con una copertina color cipria e un delicato logo floreale dorato. I romanzi d’amore de “La biblioteca delle signorine” ebbero grandissimo successo e da quel momento per distinguere quel genere specifico, si iniziò a utilizzare il temine di romanzo rosa.

Un romanzo rosa è un genere letterario che narra storie sentimentali, inventate o scritte sulla base di vite realmente vissute, senza mai trascurare l’originalità dei contenuti. Si tratta di racconti caratterizzati da colpi di scena e intrecci romantici, che in genere finiscono a lieto fine.

Un tratto che contraddistingue il rosa dagli altri generi è il confronto polemico tra uomo e donna, ossia i due protagonisti si scontrano sul piano psicologico: da una parte vi è l’uomo che rappresenta un campione di virilità mascolina e dall’altra c’è la donna, bellissima e delicata che si ribella all’uomo e tuttavia al tempo stesso ne è sopraffatta. Perciò il conflitto sfocia in passione ed amore indimenticabile.

La struttura della trama è solitamente semplice e facile alla lettura, i periodi sono brevi e le scene descrittive non risultano mai esageratamente enfatiche e articolate. Di solito i romanzi rosa sono destinati ad un pubblico femminile e anche le autrici sono prevalentemente donne.

I romance presentano una struttura con molte analogie rispetto alla fiaba, infatti i ruoli dei personaggi seguono uno schema alquanto preciso.
Sto forse dicendo che Cenerentola è stato il primo racconto rosa? Non proprio, ma se si analizza lo scheletro della fiaba di Cenerentola si arriva alla struttura base delle storie d’amore scritte ancora oggi.

Si pensi poi ai sonetti e alle liriche composte dal Quattrocento fino al Seicento, quando in Inghilterra cominciano a venire pubblicati i primi veri romanzi rosa come “Jane Eyre” o i capolavori di Jane Austen. Il romanzo rosa moderno si rifà quindi a questa tradizione, ma si è evoluto e standardizzato.

Il romance però è come un prisma dalle tante facce e pertanto vi sono varie sfumature di rosa. La struttura di base ovviamente resta valida per tutte le categorie perchè, per quanto siano generi autonomi, sono comunque sue declinazioni. Quindi, la storia d’amore è sempre presente e tra le mille peripezie si arriverà comunque all’happy ending.

Tuttavia alcuni elementi come: il focus della storia, il ritmo della narrazione, l’evoluzione dei personaggi, assumono tonalità diverse a seconda del genere del romanzo. Troviamo quindi il “romance contemporaneo” con storie ambientate nel secondo dopoguerra.

Il genere “chick lit” dove ci si concentra molto sulla crescita personale e lavorativa della protagonista e quindi su come riesce ad affrontare e superare gli ostacoli che le si presentano davanti. Quindi sono le sue avventure, non le avventure della coppia o l’amore in sé, a essere il fulcro del racconto. Insomma: il nome Bridget Jones non vi dice proprio nulla?

Nel “Young adult e new adult” i protagonisti hanno sempre un’età molto giovane, solitamente ambientati negli anni delle scuole superiori o universitarie e si rivolgono proprio ai lettori di quella fascia d’età. Parlano dei primi amori tormentati, delle prime esperienze, delle prime delusioni.

“Romance erotico”: forse neanche serve spiegare questa categoria ma per amore di completezza lo farò lo stesso! Scommettiamo che avete già capito qual’è il fulcro della narrazione?  Esatto, il sesso. Molto esplicito e molto spinto.

Si trovano poi i “romance storici” dove c’è molta attenzione all’ambientazione e la storia si svolge in un determinato periodo storico. In questa categoria rientrano anche i Regency, nei quali le storie sono tutte ambientante in Inghilterra agli inizi dell’800 e sono molto più pudici. Del resto siamo nell’epoca in cui si corteggiavano le donne invitandole a fare delle lunghe passeggiate controllate.

“Paranormal romance”: le trame contengono un mix tra fantascienza, fantasy e rosa. I personaggi sono spesso esseri sovrannaturali; pensate ad esempio a licantropi, vampiri, maghi, streghe e chi più ne ha più ne metta!

“Romantic suspense”: qui si mischiano i colori del giallo e del rosa. I romanzi appartenenti a questo genere hanno solitamente ritmi narrativi molto incalzanti.
 
Il rosa è forse il genere più sottovalutato e più disprezzato dagli amanti della letteratura con la L maiuscola. Quando si immagina la tipica lettrice di romanzi rosa, si pensa subito alla casalinga insoddisfatta dal proprio matrimonio, che sfugge alla depressione solo divorando Harmony uno dietro l’altro.
La realtà è diversa. Se io penso al classico “rosa”, genere che affronto come scrittrice e apprezzo da lettrice, non mi viene in mente una storiella da quattro soldi per signore annoiate. Mi viene in mente un romanzo che saprà emozionarmi ed intrattenermi. Un romanzo che mi lascerà la piacevole sensazione di aver trascorso una giornata in compagnia di personaggi interessanti e affascinanti. Un romanzo che, è vero, non mi cambierà la vita (ma quale romanzo lo può fare?), ma che comunque mi avrà donato più di un sorriso. E non sono risultati da poco.

Un bel romanzo rosa è una fiaba che aiuta a superare le preoccupazioni quotidiane; è un toccasana per lo spirito. Romantici, passionali e travolgenti, i romanzi rosa ci raccontano le tante sfumature dell’amore e ci fanno appassionare, fra avventure, eroine e love story indimenticabili. 

Storie moderne o classici intramontabili per sognare ed emozionarsi.

Isabel Allende tra cuore e magia

Articolo di Letizia Falzone

Ha vissuto la sua vita tra gioie e dolori, trasformando le sue esperienze dirette in storie da raccontare.
La sua vasta produzione letteraria, caratterizzata da uno stile che fonde alla perfezione la realtà con la sua infinita fantasia, è diventata nel tempo simbolo di riscatto e di ribellione.
Ha raccontato dei più forti e dei vulnerabili, delle gioie e dei dolori, non solo degli altri, ma anche di quelli che la riguardavano.
E il suo “realismo magico” è qualcosa in cui tutti dovremmo catapultarci.

Isabel Allende nasce il 2 agosto 1942 a Lima.
Suo padre abbandonò moglie e figli quando lei aveva appena due anni. La famiglia si trasferì pertanto dal nonno materno, un uomo benestante, in una bella casa a Santiago (poi evocata ne «La casa degli spiriti»).
Bambina inquieta e già cittadina del mondo, si trasferisce in Bolivia, in Europa e in Libano, sempre a causa del lavoro diplomatico del marito della madre.
Nel 1959 torna in Cile e tre anni dopo sposa Michael Frias, con cui avrà due figli, Paula e Nicolàs.

È l’8 gennaio del 1981, quando si trova a Caracas, in autoesilio dopo il golpe del generale Pinochet in cui aveva trovato la morte il cugino di suo padre, il presidente Salvador Allende.
Non è ancora la scrittrice di bestseller, ma è una giornalista con un matrimonio in crisi e due figli che stanno per andare all’università. Quando scopre che suo nonno, in Cile, sta per morire, comincia a scrivergli una lunga lettera. Non verrà mai letta dal destinatario, ma sarà l’inizio del suo libro più conosciuto: “La casa degli spiriti” che uscirà un anno dopo, nel 1982.

Ci sono libri capaci di nascondere tra le loro pagine l’intero mondo del loro autore e “La casa degli spiriti” è uno di questi.
Le vicende dei personaggi della grande casa dell’angolo riflettono quelle della famiglia di Isabel, che per prima spesso ribadisce come la sua infanzia non sia stata felice. Ma questo precoce contatto con le avversità della vita ha affinato il suo spirito di osservazione e la necessità di raccontare una storia che non è mai a un unico binario, ma è formata dalle tante storie individuali dei suoi attori.
Una matrioska che di capitolo in capitolo svela i personaggi, dedica un po’ di spazio a ciascuno di loro e li inserisce nel più ampio affresco di cui fanno parte e che molto spesso prende le mosse da eventi reali, da notizie curiose, da ritagli di giornale, approfonditi con cura e passione.
Nel suo affascinante stile narrativo che fonde la realtà con la fantasia, le leggende e i sogni, non è difficile scorgere l’influenza del “realismo magico“, una tecnica descrittiva in cui il realismo si fonde con la rappresentazione di episodi soprannaturali osservati con lo sguardo distaccato di chi è abituato a certe visioni e non vi avverte nulla di macabro. 

Paragonato spesso allo stile di un altro grande autore latinoamericano, Gabriel Garcia Marquez, il realismo magico di Isabel Allende è in realtà un modo di scrivere in evoluzione, accattivante, che si è andato affinando nel corso della sua vasta produzione letteraria. Lei stessa, sul suo sito ufficiale, ha definito la sua letteratura come un esempio di scrittura «realistica, che affonda le radici nella mia notevole educazione e nelle creature mistiche e negli eventi che hanno alimentato la mia immaginazione».
In ogni passo dell’imponente produzione letteraria della Allende, in ogni sua opera è possibile ravvisare le sue convinzioni femministe, il suo impegno per la giustizia sociale, segnali evidenti delle dure battaglie politiche che hanno tratteggiato la sua vita e plasmato le sue convinzioni.

Uno degli eventi che hanno segnato la sua vita è stata la morte della figlia. Nel 1991 improvvisamente la figlia Paula, a ventotto anni, si ammala di una malattia rara e gravissima, la porfiria, che la trascina in un lungo coma.
Durante questo terribile periodo, l’autrice comincia a scrivere, raccontando i ricordi della loro vita insieme in una toccante biografia della figlia che si rivela una vera e propria dichiarazione d’amore, ma anche un viaggio verso l’accettazione della dura realtà.
Un anno dopo sua figlia muore e la Allende pubblica gli scritti nel libro “Paula”.
Con questo libro, si conferma il potere guaritore della scrittura per superare i momenti più difficili e drammatici della vita.

Negli ultimi anni, la vita l’ha portata in una nuova ed emozionante direzione: il mondo dei bambini e dei giovani. Da questa fertile immaginazione, e senza smettere mai di ascoltare la sua bambina interiore, nasce la trilogia “Le avventure di Aquila e Ciaguaro”.

Impegnata, coraggiosa, onesta e creativa, sempre fedele a se stessa facendo sentire la sua voce e regalando forza e intensità alle voci delle donne di tutto il mondo, Isabel Allende non è soltanto una scrittrice, ma una forza della natura, che con il suo talento ha costruito un meraviglioso mondo immaginario dove tutto è possibile, oltre le lingue, le religioni e i confini geografici e culturali.

Simbolo di riscatto, di ribellione, di emancipazione, è probabilmente la più grande scrittrice in lingua spagnola di sempre.

“L’amore ci fa diventare buoni. Non importa chi amiamo e non importa nemmeno essere corrisposti o che la relazione sia stabile. È sufficiente l’esperienza di amare: è questa che ci trasforma.”

Carlos Ruiz Zafón. Il burattinaio delle parole

Articolo di Letizia Falzone.

“I libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito.”

I suoi libri hanno incantato milioni di lettori e sul suo romanzo più celebre – L’ombra del vento – sono stati scritti fiumi di parole, recensioni e anche tesi di laurea.
Come fosse possibile tutto ciò, lo raccontava lui stesso nelle interviste: stregoneria.
Parole che aveva marchiate nell’anima e alle quali aveva cercato di sfuggire in tutti i modi.

Ma chi era Carlos Ruiz Zafón?
Nasce a Barcellona il 25 settembre del 1964.
Dopo aver studiato presso un collegio di gesuiti, il giovane Zafón inizia a lavorare nell’ambito pubblicitario, fino a diventare direttore creativo di un’importante agenzia pubblicitaria spagnola.
Inizia la sua carriera nel 1993 come narratore con la Trilogia della Nebbia, dedicandosi principalmente a libri per bambini e adolescenti. A questa serie è poi seguito Marina, un libro molto intenso e carico di emozioni.
I primi riscontri dai lettori lo spingono a scrivere ancora ma è nel 2001 che viene consacrato il suo successo, tale da renderlo un autore di fama mondiale, tra i migliori romanzieri contemporanei.
‘L’ombra del Vento’ riesce a scalare le classifiche letterarie spagnole e mondiali, grazie al passaparola degli entusiasti lettori che lo fanno diventare un vero successo editoriale.
Con più di 8 milioni di copie vendute nel mondo, di cui un milione e mezzo solo in Italia, Zafón viene acclamato come una delle grandi rivelazioni letterarie degli ultimi anni.

Nei suoi romanzi ha raccontato sempre la sua Barcellona: una città misteriosa e inquietante che milioni di fan hanno cercato di ritrovare in pellegrinaggi nei luoghi delle sue storie, ma dalla quale mancava da quasi trent’anni.
Una Barcellona ormai nascosta sotto il peso dell’urbanizzazione e del turismo di massa. Una città che ancora conservava le cicatrici di un violento passato, tra carceri franchiste e carcasse lasciate dai bombardamenti, eppure caratterizzata da una profonda magia, legata allo stile architettonico liberty e allo stretto legame con i draghi. Probabilmente era per questo che, nella sua casa a Los Angeles, in una stanza soprannominata “la dragonera”, l’autore collezionava statue dell’animale mitologico.
Una Barcellona che viveva più nella sua anima di scrittore che nelle vie affollate di turisti e che neppure decine e decine di anni trascorsi nel suo esatto opposto – la sbrilluccicante Los Angeles – erano riusciti a cancellare.

Nella tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, Zafón è riuscito a creare quattro differenti porte d’accesso: ogni libro è a sé stante ma, allo stesso tempo, completa una parte del puzzle degli altri tre.
Lo stesso autore, dopotutto, ha dichiarato che si tratta di una storia che non ha principio né fine, ma solo porte d’accesso. Porte che sono, appunto, i quattro romanzi: L’ombra del vento (2002), Il gioco dell’angelo (2008) e Il prigioniero del cielo (2011). Infine, chiude la raccolta Il labirinto degli spiriti, pubblicato nel 2016.
Tra gli innumerevoli personaggi che si incontrano nella saga di Zafón, il principale protagonista della storia è il libro stesso. Fin dalla prima pubblicazione, leggere questa tetralogia suscita l’incredibile desiderio di trovarsi insieme a Daniel Sempere, nel corso delle sue avventure, immersi tra distese infinite di libri dimenticati. Probabilmente, chi è appassionato di lettura e chi persino si ritrova ad amare l’odore dei libri, sarà ammaliato da questi capolavori, in grado di far sognare un mondo incantato, tra storie sepolte e magia.
 
“Entrai nella libreria e aspirai quel profumo di libri e magia che inspiegabilmente a nessuno era ancora venuto in mente di  imbottigliare.”

Un fil rouge d’inquietudine lega tutte le opere di Zafón, impegnato a farci dubitare, tramutando il Male in qualcosa al limite tra realtà e incubo: il maligno si intromette nelle nostre vite, o è una parte strutturata di noi stessi?

Da anni malato di cancro Zafón è deceduto nella sua casa di Malibù, a Los Angeles il 19 giugno 2020. Ha voluto congedarsi per sempre dai suoi lettori regalando la sua ultima opera – La città di vapore -.
L’ultima volta che sentiremo la sua voce narrativa trasportarci nel suo mondo fantastico, onirico, nel suo universo di mistero e incantamento, è una sensazione struggente. Colpisce come un pugno in pieno viso.
Per il lettore che, come me, ha amato nel profondo lo scrittore catalano e ha letto tutti i suoi romanzi, rappresenta la consapevolezza fredda e inevitabile che altro non leggerà più, che l’unica strada per ritrovare quelle sensazioni che tanto lo hanno scosso alla lettura dei suoi libri, sarà soltanto rileggerli. Sperando di averli dimenticati nel frattempo.
Zafón è stato un autore riservato e pacato, che ha accompagnato con la sua passione lettrici e lettori nel suo mondo letterario, fatto non solo di fantasmi, draghi e burattini, ma di persone, umanità e realtà.
Una delle sue frasi preferite era “quello che scrivi, è ciò che più ti somiglia”, per questo, forse, la maniera più semplice per ricordarlo sarà continuando – o iniziando – a leggere le sue storie, anche perché “ogni libro possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso”.

Gianlorenzo Franzì. Noi siamo i morti. Augh!

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per Gli amanti dei libri

Un romanzo in cui si intrecciano tre storie che viaggiano fino a un certo punto su linee differenti. Poi, sogno e realtà, orrore e stupore si uniscono in un coro di voci che pian piano si dissolve, fino a diventare un solo grido.

La realtà ha tante facce, così come la quotidianità. Soprattutto, ciò che viviamo non è mai circoscritto, ma è un frammento di un’infinita serie di concatenazioni in cui l’origine del “Tutto” è impossibile da scovare. Gianlorenzo Franzì è un autore calabrese. La sua scrittura delinea scenari. Ognuno di esso è luogo e non-luogo in cui accadono fatti che non pretendono di essere catalogati o collocati. Sono lì, a disposizione dei nostri sensi.

Franzì si ispira molto al Philip Dick più visionario. Diventa un intransigente ricercatore della verità del fatto, ma, come è giusto che sia, si arrende a una realtà soggettiva. Mostra che la razionalità, la logica e l’ordine sono per l’uomo solo fonti di sopravvivenza. Sa bene che il soggetto ha bisogno di punti di riferimento; molte volte, il lettore è una persona che pretende di capire, di ritrovare i suoi pensieri e la sua visione del mondo in un libro. Franzì, invece, lo invita a disarmarsi e a calarsi nel romanzo.

In Noi siamo i morti ci sono personaggi che si sentono investiti dagli eventi, che giocano con il destino, che sono ossessionati dalle loro visioni. C’è una sorta di Grande Fratello che inietta cinismo nell’illusione. Ci sono omicidi in cui le vittime possono essere anche assassini. In questa follia, Franzì fa accomodare il lettore al quale viene chiesto semplicemente di lasciarsi trasportare in un mondo che “potrebbe esistere”; perché, dopotutto, ogni mondo è possibile.

Un romanzo da scoprire pagina dopo pagina e che ci fa anche conoscere uno scrittore impegnato nella critica cinematografica e teatrale, che merita più di qualche semplice apprezzamento.

Margherita Pascucci. Il tempo tessuto di Dio. Il ramo e la foglia edizioni

Recensione di Martino Ciano. Già pubblicata per L’Ottavo

Un saggio che diventa romanzo, in cui si crea un dialogo immaginario tra l’autore e la scrittrice Dacia Maraini. L’opera di Margherita Pascucci sperimenta un nuovo linguaggio, penetra la sostanza letteraria di una delle più importanti scrittrici italiane, ma non ne studia solo le tematiche, bensì ne svela l’essenza e i fondamenti filosofici.

Senza filosofia non esiste la letteratura. È questo uno dei concetti che viene sempre ripetuto dall’autrice. E come darle torto! Nell’epoca della narrativa-consumistica, del libro-oggetto, la materia letteraria è ormai grezza e la parola è diventata un medium mediocre che non crea stupore, ma resta lì, ancorata a significati stantii, privi di dinamicità. Tutto è creato per riempire il tempo libero di una massa che deve distrarsi dalla quotidianità, dal tempo del lavoro, dal ritmo frenetico.

Per Dacia Maraini, invece, il tempo è intreccio durante il quale si svela il mistero. Di ciò che ci appare misterioso temiamo gli effetti, eppure, ci avviciniamo sempre di più a tutto quello che resta celato nell’ombra e i nostri sensi prefigurano già ogni sensazione. In questo angoscioso stupore, che ha in sé meraviglia e orrore, svolgiamo il nostro lavoro di interpretazione al quale partecipa tanto l’anima quanto la mente.

È in questo caso che la scrittura diventa etica, ossia, ci apre al sentimento, che è il sentire dell’anima. E tutto ciò che implica l’anima va al di là del tempo e dello spazio. Ciò trasforma la realtà fisica in una base di atterraggio alla quale fare ritorno. Se mai si prova questa esperienza, allora, mai si gusta l’arte e mai ci si immerge nel mare mosso delle emozioni. C’è un momento in cui l’uomo ha bisogno di annegare nello sconfinato oceano dell’Essere… che sia questo?

Margherita Pascucci ci svela così l’intimità del pensiero di Dacia Maraini, ma come detto, non lo fa in maniera accademica, ma seguendo quel filo sottile del sentire, che si fa ponte tra fisicità e spiritualità.

Tommaso Lisa. Memorie dal sottobosco. Exorma Editore

La vita di un insetto e la consistenza del mondo. Tutto questo lo troviamo nel libro di Tommaso Lisa. Ne parla Martino Ciano in questo articolo già pubblicato per la rivista L’Ottavo.

Che la vita non “alberghi” solo laddove la individuiamo o la captiamo è cosa nota, eppure, ci convinciamo del contrario. Spesso ci inganniamo e crediamo che la nostra specie sia l’unica “cosa vivente”, mentre intorno tutto è dominato dall’immobilismo, dal silenzio, dalla quiete. Così non è, lo sappiamo bene, ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del libro di Tommaso Lisa, amante dell’entomologia, ramo della zoologia che studia il variegato mondo degli insetti.

Eccoci qui, con questo libro che ci porta nel mondo dei coleotteri, in particolar modo del Diaperis, il coleottero dei funghi. Come un provetto Piero Angela, Lisa ci mostra questi particolari insetti, per nulla insignificanti, ma importanti per il mantenimento dell’equilibrio del Mondo; ma attraverso loro, lo scrittore cerca anche di comprendere il perché di questo “strano interesse” che lo stuzzica fin da bambino.

Tra queste pagine troveremo un Lisa divulgatore, apologeta del diritto alla vita dei coleotteri di cui si contano 350 mila diverse specie e che numericamente superano gli esseri umani; ma, soprattutto, un Lisa narratore che attraverso il titolo del suo libro chiama in causa Dostoevskij. E così come lo scrittore russo ricercava nel “sottosuolo” dei ricordi, l’origine delle sue scelte, così Lisa ritrova nel “sottobosco” una vita che silenziosamente si muove, che non fa notizia, che molte volte “viene schiacciata sotto i piedi”, che non segue le nostre regole e la nostra logica.

È un continuo dialogo quello che l’autore intrattiene con il “suo” Diaperis, quasi a voler sottolineare più una continuità “genetica” tra l’uomo e il coleottero che non una metamorfosi, perché la vita è un “corpo indivisibile”, una “sostanza” che si manifesta in forme diverse. Non ci sono isolate trasformazioni, ma vige un principio di contiguità, un’affinità logica che proprio per l’essere umano appare “illogica”.

Lasciatevi affascinare da questo libro fuori dal comune, perché sa “parlare” diverse lingue e sa mostrarci un mondo che non segue una sola “regola”

Ezio Sinigaglia. Fifty-Fifty, Warum e le avventure Conerotiche. TerraRossa edizioni

L’ambivalenza dell’amore e le sperimentazioni letterarie di Ezio Sinigaglia. Ne parla Martino Ciano nella sua recensione, già pubblicata su Gli amanti dei libri. Buona lettura.

Non sbaglia neanche questa volta Sinigaglia, mettendo in mostra quella sua vena sperimentale capace di unire “lingue” e “stili”, alleggerendo i turbamenti dell’animo umano con quel piglio ironico che risolve ogni problema. E se proprio non saremo seppelliti del tutto da una risata, quanto meno riflettere sarà meno amaro. Sinigaglia ci parla dell’amore, della storia tormentata di Aram e Fifì, ossia, un uomo che insegue e uno che si concede solo a metà. Ma perché dovremmo considerare questo aspetto una tragedia?

D’altronde, se solo una metà di Fifì si abbandona senza remore all’amante, allora bisogna capire perché l’altra non si lascia acciuffare. Ma come può avvenire questo? Semplicemente, riscoprendo l’ambivalenza dell’amore che contemporaneamente si mostra bello e brutto, violento e dolce, gioioso e doloroso.

Ma se guardiamo tutto da questa prospettiva, allora è anche possibile che Fifì non sia poi così “diviso” come sembra, ma vive fuori dal giudizio e dal pregiudizio, inventando una nuova dialettica. Come sempre lasciamo ai lettori l’ardua sentenza.

Intorno alla storia di Aram, anche detto Warum, il quale veste i panni del narratore, e Fifì, ruotano altri personaggi dai nomi che richiamano alla mente simboli  contemporanei e ancestrali. E in questo circolo si incastrano i ricordi del narratore che ricerca un senso alle sue pene, ma non riesce a trovarlo, anzi, ingarbuglia ancora di più le cose. E più tenta di capire, più sprofonda nell’inconcludenza, perché a trovare la “morale della favola” a tutti i costi si rischia sempre di fare una brutta figura, oppure, di accontentarsi della versione che fa più comodo.

Un avvertimento al lettore è doveroso: questo di Sinigaglia non è un libro semplice. È denso di giochi linguistici, di concetti velati dietro i nomi dei personaggi. È lo stile che fa la differenza, che non appesantisce la lettura, che nasconde perfettamente l’erudizione. A molti non scapperanno quei giochi semantici alla Queneau. E il colpo di genio sta qui: tutto si trasforma in quel mito in cui l’amore nasce sempre dall’incontro tra “povertà” e “opportunità”, ma cosa sia davvero ancora nessuno lo sa.

Può darsi anche che Eros sia proprio Fifì.

Sinigaglia stupisce e non poco con il suo stile, consegnando al pubblico un romanzo che va letto con calma, con il sorriso sulle labbra e brindando a una coraggiosa sperimentazione.

Italo Calvino. Palomar. Einaudi

Articolo a cura di Rosa Angela Papa – già pubblicato su Zona di Disagio

“Un uomo si mette in marcia per raggiungere, passo a passo, la saggezza. Non è ancora arrivato”.
Questa è la frase con la quale si può riassumere e racchiudere il libro Palomar di Italo Calvino. L’uomo ha sempre avuto bisogno di conoscere fino in fondo ciò che lo circonda, conoscenza che è innata e istintiva nell’uomo, ma la strada per arrivare ad essa è infinita e illimitata in quanto è riferita all’intero universo pertanto sarà sempre ipotetica o incompleta.

Il protagonista del libro è Palomar il cui nome deriva dal Monte Palomar, famoso osservatorio astronomico, dove si trova il telescopio Hale. Ed è proprio dall’osservazione che il signor Palomar comincia. Egli  osserva ciò che lo circonda cercandone l’essenza più profonda a livello esistenziale fino ad  inserirla in un contesto universale.

Palomar scruta scrupolosamente la “cosa” nei suoi più piccoli dettagli per arrivare alla completezza,  ma incontra tante difficoltà  perché la realtà, come ci insegna Hegel, non è un insieme di sostanze autonome, ma un organismo unitario.  Quest’ultimo coincide con l’infinito che è la ragione di ogni realtà.

“Contare i fili d’erba è inutile, non si arriverà mai a saperne il numero. Un prato non ha confini netti, c’è un orlo dov’è l’erba cessa di crescere ma ancora qualche filo scarso ne spunta più in là,  poi una zolla verde fitta, poi una striscia più rada: fanno ancora parte del prato o no?”…” Il prato è un insieme di erbe…”

In Palomar non mancano però elementi che fanno sorridere, come il racconto nel negozio di formaggi.

“Dietro ogni formaggio c’è un pascolo d’un diverso verde sotto un diverso cielo: prati incrostati di sale…prati profumati di aromi…Questo è un museo”.

I quesiti che pone Calvino, in maniera silenziosa e del tutto singolare, sono serissime questioni filosofiche. Per concludere affronta il tema della morte nell’ ultimo capitolo, dove essa non è vista come non esserci, ma come continua presenza.

“Se il tempo deve finire, lo si può descrivere, istante per istante-pensa Palomar,- e ogni istante, a descriverlo, si dilata tanto che non se ne vede più la fine”.

Ezio Sinigaglia. L’imitazion del vero. TerraRossa Edizioni

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Cento pagine appena e così tante emozioni ben descritte. L’imitazion del vero di Ezio Sinigaglia è un miracolo partorito nel bel mezzo di una scialba scelta letteraria che poco sorride a chi osa. Abbiamo bisogno di storie innovative, di nuovi linguaggi, di passionalità, e tutti questi elementi non si mettono insieme solo con la fantasia o con la vocazione, infatti, il vero collante è la scelta delle fonti, ossia, la capacità di richiamare durante il processo creativo ciò che si è letto e ciò che si è interpretato.

Partiamo allora dalla lingua usata in questo romanzo breve, ossia, un italiano trecentesco che ricalca lo stile boccaccesco con tutti i suoi pregi e i suoi difetti. Poi, l’arte e l’eros, veri temi di questa novella che vengono contestualizzati in quel periodo storico così offuscato da una moralità rigida, ma in cui mai ci si dimenticava dell’esistenza di quella lingua che solo Dio poteva parlare, ossia, la follia. Infatti, siamo negli anni tra l’Età di Mezzo e il Rinascimento, ovvero, nell’Autunno del Medioevo, se vogliamo scomodare Huizinga, momento in cui l’uomo incomincia a fare i conti con le proprie contraddizioni. D’altronde, da qui inizia la modernità.

Ed eccoci alla trama, che riprendo dalla quarta di copertina. Mastro Landone è riconosciuto come il più talentuoso artigiano e inventore che vi sia al mondo, ma entro i confini del principato di Lopezia è solo e infelice perché costretto a reprimere la propria sessualità. Finché l’apparizione del giovane Nerino non lo indurrà a concepire la più semplice e geniale delle sue creazioni, infrangendo le leggi degli uomini per assecondare quelle del desiderio.

In questo gioco di seduzione reciproca, Mastro Landone e Nerino, si sfidano graffiandosi e innescando anche un dolce rimorso. Nessuno dei due accetterà all’inizio le proprie passioni, considerate da entrambi innaturali, ma sarà l’arte, attraverso il linguaggio della bellezza e della purezza, che rimetterà le cose al suo posto. Infatti, imitare è un processo di falsificazione che tende alla verità, giacché si emula o si copia con la speranza di migliorare ciò che si giudica eccellente. Pertanto, quell’amore imperfetto che unisce Mastro Landone e Nerino, tenderà a riconoscersi, a imitarsi, a respingersi, ad accettarsi e a diventare verità.

Ezio Sinigaglia ha scritto un libro particolare, mettendo al centro la parola. In un momento in cui la letteratura dimentica la sua funzione, ossia, ridare al linguaggio la sua forza evocatrice e creatrice, non si può che applaudire al coraggio di un autore che per troppo tempo è rimasto nell’oblio.

Stefano Domenichini, Non sapevo che passavi, Arkadia

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su Gli amanti dei libri

Non sapevo che passavi come a dire non immaginavo che ti ricordassi di me. Ed è proprio questo l’intento del libro di Stefano Domenichini che, con un po’ di sano humor e con un pizzico di fantasia che mai deve mancare, ricostruisce una serie di biografie di personaggi più o meno noti. Alcuni di loro vengono ripescati dall’oblio e ci vengono riconsegnati sotto una nuova luce. Ma pensiamo anche alle rielaborazioni semicomiche delle vite di uomini come Giona e Ulisse, in cui vengono messe in evidenza le vicissitudini dell’umanità. 

Ed è così che trascorreremo qualche ora di piacevole lettura, senza troppe elucubrazioni mentali, senza troppe domande, perché in casi del genere la semplicità paga sempre, ma giungere alla semplicità del linguaggio non è per tutti, anzi, è un lavoraccio che stanca.

La naturalezza di Domenichini nel farci immergere nelle ricostruzioni che ci propone la ritroviamo, ad esempio, nelle pagine dedicate a Benny Hill, il famoso comico britannico che è stato scelto anche come copertina del libro. La sua vita, costellata da alti e bassi tutt’altro che divertenti, viene descritta con quella spensieratezza che è capace di rendere questo personaggio quasi un nostro amico.

Possiamo dire che Domenichini si comporta un po’ come Carrère. Va a ricercare aneddoti, elementi caratterizzanti più o meno noti, grazie ai quali ognuno di questi personaggi, sia egli uno showman, uno sportivo, un profeta o un eroe, appaia comicamente umano, vicino a noi e parte delle nostre vite.

Buona lettura