Ippolita Luzzo. Dareide. Città del sole Edizioni

Recensione di Martino Ciano

Ippolita Luzzo, fondatrice della Litweb? Non conoscerla è un vero peccato.  

Ha un modo tutto suo di parlare di letteratura. Sa usare un linguaggio emozionale, genuino, che lascia sempre nel lettore quella voglia di approfondire, di andare oltre la prima impressione. Come dice sempre, lei ama costruire situazioni, ossia, incontri che sanno essere momenti di convivialità. Infatti, per la Luzzo, la letteratura raccoglie in sé l’incontro e il confronto, senza questi elementi si parla del nulla.  

Con Dareide, la blogger di Lamezia Terme ha messo insieme gli articoli che ha dedicato a Domenico Dara, scrittore calabrese, che ormai si è imposto al grande pubblico come una delle voci più innovative della letteratura italiana. Basta leggere il suo Malinverno, pubblicato da Feltrinelli nell’agosto del 2020, per capire quanti buoni frutti ancora dobbiamo aspettarci da questo autore. E scusate se sono di parte, ma anch’io sono calabrese. Una voce quella di Dara, che nel Regno della Litweb non è nuova, visto che Ippolita ne scrive dal 2014. 

Nei suoi romanzi, Dara ha saputo creare un linguaggio ricercato, in cui lo stile poetico riesce a rendere digeribile anche la drammaticità di alcune scene. È come se si entrasse in contatto con la parte più delicata di ogni cosa, anche della violenza. Ed è la forza dell’ambivalenza ciò che fa la differenza in letteratura, perché se tutto fosse diviso secondo un metro manicheo, ci troveremmo solo al cospetto di una sequela di pregiudizi. 

Ed è un po’ quello che la Luzzo fa nel suo “regno letterario”. Ogni parte di un libro, dalla storia all’immagine di copertina, viene argomentata lucidamente, in poche battute che diventano spunti su cui riflettere. Tocca poi al lettore, incuriosito, approfondire secondo il proprio gusto.  

E proprio tramite Dareide verrà dato al lettore il necessario per tuffarsi nel mondo di uno scrittore dal futuro radioso. 

Giorgio Mameli. Il riparatore di libri. A&B Editrice

Recensione di Martino Ciano già pubblicata per L’Ottavo. Buona lettura.

Così come è possibile riparare un libro, ricomponendone l’ordine delle pagine, così i ricordi possono essere collocati nel loro continuum, anche quando questi si presentano sparsi, evanescenti. Dietro un ricordo c’è un pezzo di vita, all’interno della vita sta la morte; ma la morte è un riepilogo, è la somma di tutto ciò che siamo stati, che abbiamo attraversato e nulla si ricongiunge edulcorato, ma si ripresenta per ciò che è.

Ed è proprio quello che vuole dirci Giorgio Mameli con il suo breve romanzo. In ottantotto pagine viene dilatata una manciata di secondi, un lasso di tempo brevissimo in cui riappare il passato del protagonista con le sue tappe fondamentali.

Un amore inseguito e acciuffato solo per un istante; un’avventura con un terrorista dell’Eta; una scelta di vita, quella del riparatore di libri, che arriva alla fine di una serie di esperienze che spingono il protagonista a diventare un eremita. E tutto ciò si concentra in un giramento di testa che rimescola le carte, facendo uscire dal mazzo ciò per cui è stato importante esistere.

È una scrittura chiara e chirurgica quella di Mameli, che racconta senza apportare giudizi. In fondo, valutare il passato è sempre una scelta banale. Rimpiangere qualcosa è come sbattere la testa contro un muro di cemento armato sperando di romperlo. Interessa poco al protagonista e non è il tema del libro. Infatti, c’è un sottile collegamento tra “riparare” e “ricordare”. Entrambe le azioni servono per riportare in vita qualcosa, sapendo bene che nulla può essere aggiunto. Un orologio rotto potrà tornare a contare il tempo, un ricordo potrà riportarci a quel momento.

E il resto? Non importa, va ricercato altrove.

Il riparatore di libri è un romanzo breve e intenso, capace di giocare con la memoria. Ma i ricordi sono fatti di una materia densa che poco si lascia modellare. Infatti, ogni manipolazione della memoria è un prendersi in giro consapevolmente, così come trovare a tutti i costi nel passato il senso del presente.

“Un libro e una rosa rossa”. 23 Aprile Giornata mondiale del Libro

Articolo a cura di Letizia Falzone

Il 23 Aprile si celebra la Giornata Mondiale del Libro e del Diritto D’autore, indetta dalla Conferenza generale dell’Unesco. La scelta della data non è casuale ma, anzi, di grande effetto. Nel 1616 morirono tre grandi autori: William Shakespeare, Cervantes e Inca Garcilaso de la Vega.

Dal 2001 l’Unesco e le organizzazioni internazionali che rappresentano i tre principali settori dell’industria del libro: editori, librai e biblioteche, decidono una capitale alla quale assegnare questo ruolo per un anno.

La prima fu Madrid, l’anno successivo fu Alessandria d’Egitto, poi fu la volta di New Delhi, Antwerp, Montreal, Torino, Bogotà, Amsterdam, Beirut, Ljubljana, Buenos Aires e Yerevan. Nel 2013 fu Bangkok, in Thailandia, mentre nel 2014 è stata la volta di Port Harcourt, in Nigeria. La capitale mondiale della Giornata Mondiale del Libro 2020 ci porta in Malesia, a Kuala Lumpur. Mentre quest’anno ci troviamo a Tbilisi in Georgia.

L’obiettivo della Giornata è quello di incoraggiare a scoprire il piacere della lettura e a valorizzare il contributo che gli autori danno al progresso sociale e culturale dell’umanità . Il messaggio è rivolto principalmente ai giovani che, tramite la parola scritta, possono ripercorrere le gesta delle donne e degli uomini che hanno contribuito al progresso sociale e culturale.

Il libro e la lettura rappresentano un mezzo indispensabile di approfondimento e di conoscenza di noi stessi, degli altri e del mondo, e soprattutto nei periodi di incertezze e precarietà ci aiutano a guardare avanti fiduciosi. Promuovere la lettura serve a formare cittadini oltre che informati, che abbiano capacità di capire quello che leggono e quello che ascoltano, farsi delle proprie opinioni, crescere, non solo da un punto di vista culturale, ma anche sociale ed economica.

Investire nella lettura, soprattutto per i più piccoli, nelle scuole, significa investire sul futuro di un Paese. Quando non lo si fa, i risultati sono quelli di un Paese che non legge, che non capisce. Sostanzialmente di un Paese che non cresce.
Le cose che si amano a mio avviso, si amano da subito. La lettura, i libri, soprattutto se promossi e letti nelle famiglie e nelle scuole fanno sì di intraprendere un cammino per un grande amore. L’idea della giornata mondiale del libro ha origine in Catalogna dove il 23 aprile viene offerta una rosa per ogni libro venduto. San Giorgio è una festività molto sentita in Catalogna. 

La leggenda narra che un drago terrorizzasse un villaggio della regione e che per placare la sua ira gli abitanti gli davano in pasto degli animali. Col passare del tempo questi non furono più sufficienti ad ammansire la bestia, così la popolazione fu costretta ad immolare le persone. Il giorno che questa crudele sorte toccò alla figlia del re, un cavaliere di nome Jordi (Giorgio, in catalano) combatté con il drago per salvarla. Fu così valoroso ed impavido che con la sua spada uccise il mostruoso animale e da uno spruzzo di sangue spuntò una rosa rossa, che Jordi donò alla fanciulla.

Così nel 1926 un editore valenzano, Vicent Clavel i Andrés, fuse leggenda e storia unendo il simbolo del libro, che ricordava gli scrittori, alla rosa di San Giorgio dando vita alla “Festa dei libri e delle rose“.

Leggenda, anniversari, amore per la lettura e per i libri si fondono e promuovono questa bella festa in cui gli innamorati, i fidanzati e tutte le persone che si vogliono bene si regalano libri e rose. E così, ecco la giornata dei libri… e delle rose!

Le Piccole Donne di Louisa May Alcott

Articolo a cura di Letizia Falzone

Louisa May Alcott nasce negli Stati Uniti nel 1832.
Seconda di quattro sorelle, iniziò a lavorare molto giovane a causa delle condizioni precarie in cui versava la famiglia. Fu governante in alcune famiglie, domestica e insegnante, ma trovava anche il tempo per esercitarsi e sperimentare con la scrittura. Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, si interessò ai diritti delle donne, soprattutto all’estensione del

diritto di voto, diventando la prima donna a iscriversi negli elenchi per l’elezione di un consiglio d’istituto scolastico a Concord. Negli anni Cinquanta la famiglia ebbe di nuovo gravi problemi finanziari, lei stessa non riusciva a trovare un lavoro, ebbe un periodo di depressione e meditò persino il suicidio.

Louisa diventò una convinta sostenitrice dell’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti e una femminista, iniziando a scrivere articoli e brevi saggi per la rivista Atlantic Monthly. Lavorò come infermiera durante la Guerra Civile, ma per meno di due mesi,  perché poi si ammalò gravemente di tifo, malattia che la costrinse a una lunga convalescenza. Pochi anni dopo, iniziò la produzione di alcuni romanzi usando uno pseudonimo, per lo più raccontando storie d’amore ad effetto e con diversi colpi di scena.

Ma è nel 1868 che sale al successo scrivendo il primo libro di Piccole donne, un racconto semi-autobiografico della sua infanzia vissuta con le altre tre sorelle a Concord. La seconda parte, Piccole donne crescono, fu pubblicata nel 1869. Scrisse in seguito altri due romanzi sulla storia delle quattro sorelle, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo, terminando la saga nel 1886.

Il romanzo racconta le vicende delle quattro “piccole donne” della famiglia March: Meg, Jo, Beth e Amy. La storia è ambientata in Pennsylvania, durante la guerra di secessione americana che porta il padre delle ragazze al lontano fronte, costringendo la famiglia di sole donne a cavarsela con le proprie forze. In questo anno narrato, le ragazze, con i loro pregi e difetti, pur essendo economicamente in difficoltà e costrette ad affrontare i problemi tipici dell’adolescenza, imparano a crescere e diventare “donne” responsabili e pronte ad affrontare i problemi della vita.

Quattro protagoniste, con caratteristiche e aspirazioni tanto differenti tra loro, ma con un forte senso della famiglia. La Alcott per la prima volta si rivolge ad un pubblico adolescente, con una storia incentrata solamente su ragazze, in cui la figura maschile non è al centro del racconto.

Piccole Donne è un romanzo di formazione amato da adulti e bambini, e che riesce a spiegare le trasformazioni fisiche, ma soprattutto caratteriali, che le giovani donne subiscono durante la fase adolescenziale, rendendo questo libro una pietra miliare nella letteratura. Ci sarà un perché se la Alcott, che nella sua vita ha scritto più di 300 libri, è stata consegnata alla storia della letteratura e delle donne dall’unica opera che non voleva scrivere. Ci ha impiegato solo 10 settimane a buttare giù quel romanzo di formazione al femminile che andava troppo stretto a un’attivista per i diritti in rosa come lei .

Il punto di forza dell’opera non sta nei colpi di scena, ma nei personaggi. Piccole Donne è un romanzo corale, in cui ognuna delle quattro sorelle ha la sua importanza, il suo sogno, una storyline ben definita. Il fatto che la fascia d’età rappresentata sia così ampia e che ogni carattere trovi spazio nella famiglia contribuisce al suo successo: è praticamente impossibile non riuscire a identificarsi in almeno una delle quattro sorelle March.

Jo March, la protagonista di Piccole donne, è chiaramente ispirata alla vita e al modo di pensare di Louisa May Alcott, con la sola differenza che nella realtà Alcott non si sarebbe mai sposata, a differenza della sua eroina. Tant’è che non si è piegata fino in fondo al volere dell’editore.  Lui suggeriva, ad esempio, che Jo sposasse Laurie, Louisa la voleva assolutamente zitella, pardon, single.

In una intervista, Alcott avrebbe in seguito raccontato di essere rimasta nubile perché nella vita “mi sono sempre innamorata di molte ragazze carine, ma mai una volta di un uomo”. Per le altre tre protagoniste della saga, Alcott si ispirò alle proprie sorelle, ma in modo più sfumato e talvolta mettendo insieme le caratteristiche di più di una in un personaggio. Ma nel romanzo non ci sono solo la scrittura e l’anticonformismo di Jo, troviamo anche i primi amori e il teatro di Meg, la dolcezza e la musica di Beth, il disegno e i capricci di Amy. Forse, perché modellate su persone realmente esistite, nessuna di loro sembra un personaggio, una maschera. Sono veri e propri esseri umani con sogni, passioni e concezioni della vita ben precise e differenti, a dispetto della loro giovane età.

L’insegnamento più importante che le sorelle March possono dare oggi a noi donne credo sia proprio questo: la sorellanza. Nel libro molto spesso le sorelle battibeccano e non si capiscono, ma sono sempre pronte ad aiutarsi l’una con l’altra: non importa se il loro sogno è fare la mamma, la scrittrice o la pittrice a Parigi, loro non giudicheranno e faranno il possibile per aiutare a realizzarlo.
Inoltre, ciascuno dei talenti delle quattro sorelle viene costantemente incoraggiato dagli adulti presenti nel romanzo e all’interno del nucleo familiare non vengono mai scoraggiate a fare qualcosa in quanto donne; allo stesso tempo, vengono spronate a correggere i loro difetti. Non è soltanto Jo che deve imparare a comportarsi da signorina e avere una cura migliore della sua persona, ma Meg e Amy devono diventare meno egoiste e vanitose, Beth vincere la sua timidezza patologica. I personaggi di Piccole Donne continueranno a sbagliare fino alla fine del romanzo, ma lo faranno sempre con una consapevolezza crescente.

Piccole Donne può quindi essere considerato un romanzo femminista?
Mi sento di rispondere.

Piccole Donne continua ad essere un romanzo femminista per un motivo tanto chiaro quanto semplice: le sorelle March vengono educate come esseri umani, non come donne. Via i corsetti, sì all’esercizio fisico e ai libri, ognuna di loro è libera di affermare la propria personalità e il proprio carattere: quattro personaggi che, lontani dagli stereotipi, chiedono e ottengono il proprio spazio.

“Le donne hanno una mente e un’anima, oltre che un cuore. Hanno ambizioni e talento, oltre alla bellezza, e sono così stanca delle persone che dicono che l’amore è tutto ciò per cui una donna è adatta.”

Stefano Biolchini, Virginia nel cassetto, Caffè Orchidea

 

Recensione a cura di Martino Ciano – già pubblicata su L’Ottavo

Ci sono storie che il tempo seppellisce e che involontariamente gli uomini riportano alla luce. Alcune di queste confermano convinzioni ataviche, come se lo spirito che guida le epoche fosse specchio della necessaria predestinazione che le muove; altre invece sono state semplicemente archiviate frettolosamente, fin quando non arriva un nuovo giorno del giudizio che dà a tutto il giusto valore.

Appartiene alla seconda categoria la storia di Virginia, rampolla dei Corsini, famiglia della nobiltà sarda. Lei è una donna d’altri tempi, lontana dall’educazione del ventennio fascista. È una girovaga in cerca del suo posto nel mondo e testarda come solo i sardi sanno essere. La sua vicenda è tragica, ma come tutte le tragedie è guidata dalla passionalità, dalle emozioni, da un alto senso della giustizia.

Per decenni la famiglia nasconde la sua storia, ponendola nei meandri oscuri della memoria. Sarà Andrea, dopo la morte del padre, a iniziare una vera e propria indagine che da Parigi lo riporterà in terra sarda, dove tutto ha avuto inizio. E proprio qui, questo giovane appartenente a un’altra generazione dei Corsini, ormai decaduti e trascinati nelle liquide tensioni del XXI secolo, cercherà notizie su Virginia.

Il romanzo di Biolchini è un piccolo diamante che squarcia il drappo nero di una letteratura sempre più impegnata nel raccontare sé stessa che non storie. L’autore è legato sicuramente alla tradizione della sua terra, sprazzi di Deledda e di Satta appaiono in più occasioni, e questo non è un male. Qui, infatti, parliamo della dura ruralità, di emozioni bucoliche, di onore e rispetto che devono combattere contro il pregiudizio, di vite che il tempo inghiotte e di cui restituisce gli scarti, di un mondo che non c’è più e di cui a volte si può sentire la mancanza.

Se è vero che la letteratura ha anche il compito di sfidare le epoche e di estrapolare dalla pancia del tempo ciò che ancora non è stato assimilato, allora, il romanzo di Biolchini è riuscito perfettamente nell’intento, visto che, come in Satta, non capiremo chiaramente se tutto sia frutto della fantasia o se qualcosa sia realmente accaduto, ma, di sicuro, comprenderemo che la storia necessita di riscritture. Proprio per questo motivo, lo stile dell’autore ci riporterà tra linguaggi remoti, tra paesaggi antichi, tra nobili ideali, tra qualcosa che ancora chiede di essere raccontato, perché mai esiste un giudizio definitivo.

James Hillman, comprendere il suicidio e saper convivere con la morte

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

L’esserci in un eterno presente ha posto i suoi tabù, ossia, la morte e il suicidio. Non solo di questi argomenti è vietato parlare, ma addirittura bisogna trattarli sempre con distacco, come se non appartenessero alla quotidianità.

La nuova religione, scaturita dalla tecnocrazia, prospetta all’individuo la vita fisica eterna. L’uomo può rimanere sempre giovane, può essere sempre sanato, può sottoporsi sempre a trattamenti ringiovanenti. Anche il sistema economico guarda alle aspettative di vita; più queste aumentano, più si inventano nuove categorie merceologiche o sistemi che diano una illusione di immortalità. Dell’anima non si cura più nessuno. La società contemporanea l’ha posta in un angolo, rendendola una cosa astratta. È diventata parte di una sterile discussione dai connotati religiosi, teologici o superstiziosi.

Sembra paradossale, eppure, considerare che la morte sia l’unica cosa certa della vita, equivale a pronunciare una bestemmia. Per la scienza e per la medicina, salvo incursioni avanguardistiche, lo sviluppo di una visione che unisca corpo e anima non è solo impensabile, ma addirittura è considerata un’eresia.

Il corpo è stato posto a mille miglia dall’anima; se fosse provata la sua non esistenza, da tempo sarebbero cadute molte barriere etiche.

Se poi parliamo del suicidio, l’argomento viene relegato alla statistica, ossia, al conteggio dei morti. Numeri che poi vengono usati dai sociologi, dagli economisti, dagli psicologi e dai medici, per stilare quelle pratiche di prevenzione in favore della salvaguardia della vita fisica.

Sia ben chiaro, né difendo né elogio il suicidio. Questa riflessione scaturisce dalla lettura de Il suicidio e l’anima di James Hillman, libro scritto all’inizio degli anni sessanta, in un periodo in cui il positivismo cieco, infruttuoso ed esaltatore delle potenzialità della tecnica e delle scienze, continuava a influenzare la medicina e la psicologia.

Bandita la morte, è normale che il suicidio, atto volontario, interpretato anche come ribellione verso la società e Dio, diventa un argomento tabù e da mettere a tacere. Per Hillman, il discorso verte su un aspetto: il suicidio va compreso e guardato non dal punto di vista della società e della salute mentale, ma dell’anima e della morte.

Per quanto riguarda la morte, Hillman parte da concetti già espressi nei secoli dalla teologia, dall’alchimia e dalla filosofia: accettando la morte si accetta di vivere, perché, nel mondo fisico, in ogni cosa viva sono già presenti i segni della morte.

Ma se la vita è un pellegrinaggio verso il tramonto, cos’è la morte?

Hillman si affida di nuovo a quanto espresso in passato: l’anima dialoga con la morte e le va incontro perché la interpreta come passaggio. In poche parole, per l’anima la morte non esiste. Essa è una porta che apre ad altro, mentre per il corpo è la fine, quindi, l’inizio della decomposizione. Se guardiamo il tutto da questo punto di vista, anche il suicidio entra in questo dialogo e può essere interpretato come una richiesta di rigenerazione sussurrata dall’anima. Ciò non vuol dire che il suicidio sia qualcosa di positivo, ma che sia innescato da una serie di condizioni che trovano luogo nella sterilità e nel degrado emotivo e psichico di un determinato ambiente. Pertanto, il suicidio non va solo prevenuto o guardato con orrore, ma bisogna comprendere perché l’anima lo ricerca. Non bisogna limitarsi alla diagnosi e alla cura della patologia, ma dar vita a un dialogo empatico.

Ripartire dall’anima, quindi, non darebbe vita a un’operazione antiscientifica, ma, al contrario, restituirebbe alla scienza connotati umani. Infatti, l’anima non è un elemento astratto o indefinibile, ma rappresenta energia e vita psichica, che hanno la meglio sulle leggi del tempo e dell’entropia, e leggere Hillman non fa mai male.

Albert Camus, la rivolta che non appartiene all’uomo

Articolo a cura di Martino Ciano – già pubblicato su Zona di Disagio

La rivolta come forza creatrice che implica la distruzione del passato e dei valori dominanti. Il “no” che attesta nell’uomo la volontà di essere e quindi di diventare “ciò che è”. Di tutto questo parla Camus in questo saggio pubblicato nel 1951, ma che ancora è tema di discussione.

Oggi come all’epoca, questo libro divide le coscienze, perché se da un lato la rivoluzione è un ritorno allo zero temporale, ad un inizio incontaminato; dall’altro, la rivolta è lo scalpello con cui si scrostano dall’uomo e dalla società i valori introiettati nei secoli.

Ma soprattutto, Camus pone la rivolta quale forza creatrice in un mondo assurdo, in cui il senso della vita appare oscuro. Per questo motivo la prima rivolta che l’uomo compie è quella contro Dio e lo fa in maniera “metafisica” e “storica”.

Quella metafisica nega Dio, essere che se ne sta lontano dal mondo, abbandonando l’uomo al suo destino e chiedendogli nient’altro che il sangue e la sofferenza. La rivolta storica, invece, è quella che pone l’uomo in conflitto contro le istituzioni che si ispirano ai “principi di Dio”.

La Rivoluzione Francese pone in contrasto aristocrazia e borghesia; quella dei Soviet la borghesia con il proletariato; quella Nazi-fascista decreta la costruzione della religione civile, la deificazione dell’uomo e il deicidio perfetto profetizzato da Nietzsche nel suo “Dio è morto”.

Ma Camus si spinge oltre, riconoscendo in tutte queste rivoluzioni, sostenute prima di tutto da un’ideologia figlia della “rivolta metafisica”, un pensiero ancora giovane e mal interpretato.

Prima di tutto, Nietchzse è il grande truffato, in quanto il suo nichilismo non è distruttivo, bensì, è una dichiarazione di indipendenza dall’illusione e dal sogno. Toglie alla società e alla religione del XIX secolo l’ipocrisia e ne mostra i corpi martoriati.

Dio è morto perché ucciso dai suoi stessi seguaci, di conseguenza anche la morale è un retaggio ed è sconfessata dall’azione quotidiana dell’uomo. Da questo processo di spoliazione, però, l’uomo può trovare la salvezza, ossia, la sua volontà di potenza, che non è sinonimo di oppressione dell’altro, ma riscoperta del sé e dunque riappropriazione della sua umanità.

In secondo luogo, Camus distrugge il marxismo e le sue pretese scientifiche. Secondo il pensatore francese, Marx è un profeta a breve termine. Anche lui parla di un mondo nuovo, ossia la società comunista, che si realizzerà. E man mano che le rivoluzioni di matrice marxista del XX secolo si susseguono, ecco che gli stessi fautori riconoscono che un mondo completamente convertito alle tesi del marxismo ci sarà solo nel prossimo futuro. Una dichiarazione che richiama il Vangelo, che parla della venuta di Dio alla fine dei tempi. Quando tutto si compirà.

Cos’è quindi la rivolta?

Per Camus, ogni rivolta vuole costruire una società giusta in cui trionfino la solidarietà e la filantropia. Ma nel momento in cui subentra l’omicidio, sia esso metafisico che storico, che viene utilizzato per eliminare i nemici della rivoluzione, a compiersi è solo la contraddizione che tramuta tutte le rivolte in “religioni civili”, in cui l’uomo deifica se stesso e il suo progetto utopistico.

Ma c’è di più, Camus afferma che anche la rivoluzione perfetta non farebbe altro che diminuire aritmicamente i mali che affliggono la società. I bambini, infatti, continueranno a morire lo stesso a causa degli accidenti che sono fuori dal controllo dell’uomo.

È questo male, inspiegabile, cieco, inarrestabile, che l’uomo non riesce ad annullare. Esso attesta l’assurdità e il non senso della vita stessa e quindi della rivolta.